Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1860 del 11/12/2012


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 1860 Anno 2013
Presidente: MANNINO SAVERIO FELICE
Relatore: RAMACCI LUCA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
1) CASTILLO JAYA JUANA LASTENIA N. IL 15/11/1980
2) VIDAL LANDIN MARLO ANTONIO N. IL 18/11/1977
avverso la sentenza n. 5696/2011 CORTE APPELLO di MILANO, del
02/01/2012
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 11/12/2012 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LUCA RAMACCI
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per
0StAZ

Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

Data Udienza: 11/12/2012

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di appello di Milano, con sentenza del 2.1.2012, confermava la
decisione con la quale, in data 12.5.2011, il Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Monza, a seguito di giudizio abbreviato, aveva affermato la
responsabilità penale di

Jaya Juane Lastenia CASTILLO e Landin Mario

bis e 80, comma 2 d.P.R. 309\90, per la detenzione di 18 Kg di cocaina pura la
65%.
La Corte territoriale dava atto della rinuncia, in udienza, all’unica
contestazione di merito concernente la sussistenza dell’aggravante dell’ingente
quantità e della conferma dei soli motivi concernenti il trattamento sanzionatorio.
Avverso tale pronuncia i predetti propongono separati ricorsi per cassazione.

2. Jaya Juana Lastenia CASTILLO deduce, con un unico motivo di ricorso, il
vizio di motivazione, lamentando che la Corte territoriale avrebbe negato la
prevalenza delle concesse circostanze attenuanti generiche sulla contestata
aggravante senza considerare le doglianze mosse con l’atto

di appello e

concernenti l’allegazione di utili elementi per la prosecuzione delle indagini, che i
giudici del gravame hanno invece negato, così come avrebbero erroneamente
ritenuto il suo inserimento in un contesto criminale dedito al traffico
internazionale di stupefacenti e svalutato il rilievo della sua confessione.

3. Landin Mario Antonio VIDAL denuncia, con un primo motivo di ricorso, la
violazione degli artt. 62-bis e 133 cod. pen., lamentando anch’egli che i giudici
del gravame non avrebbero riconosciuto la prevalenza delle attenuanti generiche
sull’aggravante contestata pur in presenza di positivi elementi di giudizio, quali la
regolare presenza sul territorio dello Stato, l’assenza di attività finalizzate
all’importazione dello stupefacente, le motivazioni che l’avevano indotto a
concorrere nel reato ed il corretto comportamento processuale.

4. Con un secondo motivo di ricorso deduce la violazione di legge ed il vizio
di motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza della contestata aggravante
di cui all’art. 80 d.P.R. 309\90.
Entrambi insistono, pertanto, per l’accoglimento dei rispettivi ricorsi.

1

Antonio VIDAL per il reato di cui agli artt. 81 cpv, 110 cod. pen., 73, comma 1-

t

CONSIDERATO IN DIRITTO

5. Entrambi i ricorsi sono inammissibili.
Va in primo luogo rilevato che, come espressamente indicato nella sentenza
impugnata, è intervenuta rinuncia a tutti i motivi di appello ad eccezione di quelli
concernenti la determinazione della pena.

fondatezza dell’aggravante dell’ingente quantità, anche sotto il profilo
psicologico, in relazione alla persona del VIDAL, cosicché, il secondo motivo di
ricorso da questi prospettato deve ritenersi inammissibile.

6. Quanto alla determinazione della pena ed al giudizio di comparazione tra
le attenuanti generiche e la contestata aggravante, la Corte del merito, dopo
aver dato atto di quantitativo di stupefacente detenuto dagli imputati e delle
rilevanti somme di denaro trovate in loro possesso (606.308,00 euro e 123.422
dollari), ha osservato che la concessione delle attenuanti generiche era stata
giustificata in ragione dello stato di incensuratezza e della condotta processuale
mantenuta dagli imputati, mentre il giudizio di equivalenza doveva ritenersi
giustificato dal loro inserimento nel traffico internazionale di stupefacenti e, in
definitiva, rappresentava il risultato di una valutazione benevola, tenuto conto
del fatto che non erano state fornite indicazioni sufficienti ad individuare altri
soggetti coinvolti nell’illecita attività.
A fronte di tali rilievi, i ricorrenti lamentano una non corretta valutazione
delle risultanze processuali, la carenza di motivazione e l’erronea interpretazione
delle disposizioni applicate.
Tali doglianze, tuttavia, appaiono destituite di fondamento.

7. Invero, come questa Corte ha già avuto modo di affermare, ai fini del
giudizio di comparazione fra circostanze aggravanti e circostanze attenuanti,
anche la sola enunciazione dell’eseguita valutazione delle circostanze concorrenti
soddisfa l’obbligo della motivazione, trattandosi di un giudizio rientrante nella
discrezionalità del giudice e che, come tale, non postula un’analitica esposizione
dei criteri di valutazione (così, testualmente, Sez. Il n. 36265, 11 ottobre 2010;
conf. Sez. IV 10379, 17 luglio 1990; Sez. IV n. 4244, 22 marzo 1989. V. anche Sez.
I n.2668, 26 gennaio 2011).
Le Sezioni Unite di questa Corte (SS.UU, n.10713, 18.3.2010) hanno
ulteriormente specificato che le statuizioni relative al giudizio di comparazione

Viene inoltre specificato che tale rinuncia riguarda la contestazione circa la

tra opposte circostanze, implicando una valutazione discrezionale tipica del
giudizio di merito, sfuggono al sindacato di legittimità qualora non siano frutto di
mero arbitrio o di ragionamento illogico e siano sorrette da sufficiente
motivazione, tale dovendo ritenersi quella che, per giustificare la soluzione
dell’equivalenza, si sia limitata a ritenerla la più idonea a realizzare l’adeguatezza
della pena irrogata in concreto.
8. Tali principi sono pienamente condivisi dal Collegio, dovendosi ritenere
spiegazione sufficiente delle ragioni per le quali si è ritenuto di confermare il
giudizio di equivalenza formulato dal primo giudice.
Si tratta di valutazioni che, sebbene sinteticamente espresse, non
presentano alcun profilo di illogicità o manifesta contraddizione, avendo i giudici
considerato tutte le circostanze che i ricorrenti assumono trascurate.
Ciò emerge dalla semplice lettura del ricorso della CASTILLO, laddove si
evidenzia il contributo offerto all’individuazione di altri soggetti coinvolti nel
traffico di stupefacenti, fornendo la parziale trascrizione dell’atto di appello dalla
quale tuttavia emergono indicazioni vaghe e generiche che giustificano
pienamente l’affermazione dei giudici del gravame, secondo i quali gli
«appellanti hanno sempre lasciato nell’anonimato le loro fonti di
approvvigionamento ed i canali di smistamento della droga e non hanno fornito
alcuna indicazione su altri soggetti necessariamente, dato il livello del traffico,
coinvolti nello stesso».

Gli altri dati fattuali cui si riferiscono entrambi i ricorrenti risultano invece
considerati nel riferimento al comportamento processuale, mentre l’oggettiva
gravità della condotta risulta evidente dalla stessa indicazione del quantitativo di
stupefacente rinvenuto e delle somme di denaro delle quali gli imputati avevano
la disponibilità.
La sentenza impugnata deve dunque ritenersi del tutto immune da censure.
9. I ricorsi, conseguentemente, devono essere dichiarati inammissibili e alla
declaratoria di inammissibilità – non potendosi escludere che essa sia ascrivibile
a colpa dei ricorrenti (Corte Cost. 7-13 giugno 2000, n. 186) – consegue l’onere
delle spese del procedimento, nonché quello del versamento, in favore della
Cassa delle ammende, della somma, equitativamente fissata, di euro 1.000,00 .

3

che le argomentazioni prospettate dalla Corte territoriale abbiano fornito una

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento
delle spese del procedimento e della somma di euro 1.000,00 in favore della
Così deciso in data 11.12.2012

Cassa delle ammende.

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