Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18531 del 16/03/2018


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 18531 Anno 2018
Presidente: RAMACCI LUCA
Relatore: SCARCELLA ALESSIO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
MASSA CHRISTOPHER nato il 26/04/1995 a TORINO

avverso l’ordinanza del 17/11/2017 della CORTE APPELLO di TORINO
sentita la relazione svolta dal Consigliere ALESSIO SCARCELLA;
lette le conclusioni del PG dott.ssa M. De Masellis, che ha chiesto rigettarsi il
ricorso;

DEPOSITATA IN C “4CELLENA

– 2 MAG 2018

Data Udienza: 16/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza 17.11.2017, la Corte d’appello di Torino dichiarava inammissibile
l’appello proposto nell’interesse del Massa avverso la sentenza del tribunale di
Torino 25.05.2016 che aveva condannato l’imputato per il reato di cui all’art. 73,

2. Contro l’ordinanza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del
difensore di fiducia iscritto all’albo ex art. 613 c.p.p., prospettando un unico motivo, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex
art. 173 disp. att. cod. proc. pen.

2.1. Deduce, con tale motivo, violazione di legge in relazione all’art. 591, c.p.p. e
correlato vizio logico della motivazione.
Sostiene il ricorrente che la Corte territoriale si sarebbe astenuta dal valutare le
ragioni addotte nell’atto di appello; non sussisterebbe la dedotta inammissibilità
essendo stati nell’atto di appello i motivi ritualmente depositati e dotati di specificità, con indicate le ragioni di diritto e gli elementi di fatto che sorreggevano le
doglianze; si contestava, in particolare, non solo implicitamente la ritenuta destinazione della sostanza allo spaccio, considerando siffatta detenzione ad uso personale, come provvista, come dallo stesso ricorrente sottolineato; quanto al trattamento sanzionatorio, andavano concesse le attenuanti generiche prevalenti rispetto alla modesta recidiva, ma pena base decisamente più contenuta, contenendosi la pena alla luce della scelta del rito. In particolare, nell’atto di appello si era
richiesta la concessione delle attenuanti generiche prevalenti nella massima estensione, sia per la giovane età dell’imputato che per il comportamento processuale
tenuto, attesa anche l’unicità del precedente penale a suo carico, nonché per il
fatto che l’imputato svolgeva regolare attività lavorativa e una vita regolare.

3. Con requisitoria depositata in data 5.02.2018, il PG presso questa Corte ha
chiesto rigettarsi il ricorso.
Richiamata la recete decisione delle Sezioni Unite n. 8825/2017, ritiene il PG che
l’ordinanza impugnata ha correttamente dichiarato inammissibile l’appello dell’imputato, con cui si lamentava il mancato riconoscimento della detenzione dello stupefacente per uso personale e l’eccessività della pena, evidenziando che una richiesta così formulata risultava palesemente deficitaria sotto il profilo della motivazione, in quanto priva di riferimenti sia ad atti e circostanze di causa che all’iter
logico – argomentativo del tribunale; sul punto, osserva il PG, quanto dedotto

comma quinto, TU Stup.

nell’atto di appello si appalesa del tutto astratto e generico, non confrontandosi
con gli specifici passaggi argomentativi svolti dal primo giudice, non costituendo
quindi una critica “specifica” alle ragioni poste a fondamento della sentenza (quantitativo dello stupefacente accertato con perizia; modalità di confezionamento; insufficienza delle risorse economiche per effettuare l’acquisto per uso personale;
riconoscimento delle attenuanti generiche per l’atteggiamento collaborativo del

grado a rivedere il precedente giudizio, ciò che rende l’impugnazione inammissibile
ex art. 581, lett. c) e 591, co. 1, lett. c), c.p.p..

CONSIDERATO IN DIRITTO

4. Il ricorso è infondato.

5. Ed invero, con l’atto di appello proposto avverso la sentenza 11.11.2016, il
difensore aveva, in tesi, chiesto alla Corte territoriale di assolvere il proprio assistito ravvisando, pur considerate le ammissioni dell’imputato, una detenzione non
punibile per uso personale o, al più, per uso di gruppo, atteso il tipo di stupefacente; in ipotesi, la riduzione della pena, previo riconoscimento delle attenuanti
generiche prevalenti, atteso il buon comportamento processuale, la giovane età e
l’attività lavorativa.
Alla luce di quanto sopra, la declaratoria di inammissibilità per difetto di specificità
dei motivi deve essere considerata legittima. Ed invero, proprio la richiamata sentenza delle Sezioni Unite ha affermato il principio per cui l’appello, al pari del ricorso per cassazione, è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando
non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle
ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della decisione impugnata, fermo
restando che tale onere di specificità, a carico dell’impugnante, è direttamente
proporzionale alla specificità con cui le predette ragioni sono state esposte nel
provvedimento impugnato (Sez. U, n. 8825 del 27/10/2016 – dep. 22/02/2017,
Galtelli, Rv. 268822). In particolare, è ben vero che il giudizio di appello – a differenza di quello di legittimità – ha per oggetto la rivisitazione integrale del punto di
sentenza oggetto di doglianza, con i medesimi poteri del primo giudice ed anche
a prescindere dalle ragioni dedotte nel relativo motivo, con la conseguenza che la
riproposizione di questioni già esaminate e disattese in primo grado non è di per
sé causa di inammissibilità dell’appello. E’ altrettanto vero, quanto ai tratti distintivi, che l’appello costituisce un’impugnazione “a critica libera”, non essendo tipizzate dal legislatore le categorie dei motivi di censura che possono essere formulati,
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reo, equivalenti alla recidiva), ma una mera sollecitazione al giudice di secondo

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ed «attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti» (art. 597,
comma 1, cod. proc. pen.).
Tuttavia, è altrettanto vero che se, nel giudizio d’appello, sono certamente deducibili questioni già prospettate e disattese dal primo giudice, l’appello, in quanto
soggetto alla disciplina generale delle impugnazioni, deve essere connotato da

collegati agli accertamenti della sentenza di primo grado. Tali considerazioni riguardano non solo i motivi in fatto, che devono contenere una precisa esposizione
degli elementi a sostegno e una puntuale confutazione della motivazione della
sentenza impugnata, ma anche i motivi in diritto, con i quali devono essere specificamente dedotte le violazioni di legge, sostanziale o processuale, nonché le
ragioni della loro rilevanza nel caso concreto.

6. Nel caso sottoposto all’esame di questa Corte non può ritenersi che i motivi
proposti, sia in fatto che in diritto, sia connotati da quella “specificità” richiesta
dalla legge processuale. Ed invero, come correttamente argomentato dal PG,
quanto dedotto nell’atto di appello si appalesa del tutto astratto e generico, non
confrontandosi con gli specifici passaggi argomentativi svolti dal primo giudice,
non costituendo quindi una critica “specifica” alle ragioni poste a fondamento della
sentenza (quantitativo dello stupefacente accertato con perizia; modalità di confezionamento; insufficienza delle risorse economiche per effettuare l’acquisto per
uso personale; riconoscimento delle attenuanti generiche per l’atteggiamento collaborativo del reo, equivalenti alla recidiva), ma una mera sollecitazione al giudice
di secondo grado a rivedere il precedente giudizio, ciò che rende l’impugnazione
inammissibile ex art. 581, lett. c) e 591, co. 1, lett. c), c.p.p.

7. Alla stregua delle considerazioni che precedono, il ricorso dev’essere complessivamente rigettato, conseguendo ai sensi dell’art. 616 c.p.p. la condanna alle
spese del procedimento.

P.O.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, nella sede della S.C. di Cassazione, il 16 marzo 2018

motivi caratterizzati da specificità, cioè basati su argomenti che siano strettamente

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