Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 185 del 19/11/2015


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 185 Anno 2016
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: ROCCHI GIACOMO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
DI MARTINO NICOLA N. IL 23/03/1970
avverso l’ordinanza n. 1743/2014 TRIB. SORVEGLIANZA di LECCE,
del 10/02/2015
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. GIACOMO ROCCHI;

Data Udienza: 19/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con l’ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Sorveglianza di Lecce
rigettava il reclamo proposto da Di Martino Nicola avverso il provvedimento di
dichiarazione di abitualità nel reato e di applicazione della misura di sicurezza
della casa di lavoro per la durata di anni due emesso dal Magistrato di
Sorveglianza di Lecce.
Il reclamante lamentava che il provvedimento impugnato non aveva tenuto

rilevava che il reclamante aveva cominciato a delinquere fin da minorenne ed era
giunto ad aderire al clan dei casalesi, continuando a delinquere ininterrottamente
per 23 anni e, fino al 2011, continuando a violare le misure di prevenzione. Dalla
lettura degli atti non emergeva alcun concreto recupero sociale mentre gli
operatori segnalavano la “mentalità camorristica” del detenuto, persona
intelligente e capace.
Secondo il Tribunale, non si poteva tenere conto della liberazione anticipata,
concessa sulla base di criteri differenti da quelli richiesti per la dichiarazione di
abitualità a delinquere.

2.

Ricorre per cassazione il difensore di Di Martino Nicola, deducendo

violazione di legge e vizio di motivazione.
Nel reclamo si era evidenziato che la dichiarazione di abitualità era stata
adottata sulla base dei precedenti penali del ricorrente ai quali erano state
affiancate considerazioni generiche sulla attuale pericolosità dello stesso,
nonostante il suo comportamento inframurario e l’assenza di segnalazioni di
rapporti con contesti camorristici.
Il Tribunale di Sorveglianza, con motivazione apparente, aveva affermato
che la detenzione in carcere non aveva interrotto i legami con il clan
camorristico, omettendo di valutare la durata dell’adesione a detto clan e la
concreta partecipazione all’opera rieducativa. In effetti, se fossero stati segnalati
collegamenti con il clan, la liberazione anticipata non sarebbe stata concessa.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza dei motivi.

La motivazione dell’ordinanza impugnata non appare affatto apparente: essa
valorizza il lunghissimo elenco di precedenti penali, la loro progressiva maggiore
gravità, la partecipazione al clan dei casalesi, la violazione anche recente e

2

conto dei progressi effettuati da De Martino durante la detenzione. Il Tribunale

I

ripetuta degli obblighi inerenti le misure di prevenzione, la mancanza di qualsiasi
prova del distacco dal clan camorristico, l’esistenza di una “mentalità
camorristica” segnalata dagli operatori: si tratta di considerazioni perfettamente
coerenti con i criteri indicati dall’art. 103 cod. pen. e da quelli del capoverso
dell’art. 133 cod. pen..

Tali elementi sono stati ragionevolmente ritenuti prevalenti su quelli
favorevoli: in effetti, come osserva esattamente il Tribunale, la partecipazione

non comporta automaticamente il successo pieno nella rieducazione al momento
della scarcerazione efl, del resto, erano stati gli stessi operatori a segnalare il
mancato mutamento del detenuto.
Né è decisivo il riferimento alla mancanza di prova di collegamenti con la
criminalità organizzata, che avrebbe impedito la concessione della liberazione
anticipata: la dichiarazione di delinquenza abituale non significa necessariamente
affermazione della probabilità di partecipare nuovamente alle dinamiche
dell’associazione criminale, ma, più semplicemente, accertamento della
pericolosità sociale del soggetto, abitualmente dedito al delitto.

2. Alla declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione consegue ex lege, in
forza del disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese del procedimento ed al versamento della somma, tale
ritenuta congrua, di euro 1.000 (mille) in favore delle Cassa delle Ammende, non
esulando profili di colpa nel ricorso (v. sentenza Corte Cost. n. 186 del 2000).

P.Q . M .

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di euro 1.000 alla Cassa delle
Ammende.

Così deciso il 19 novembre 2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

all’opera rieducativa, che legittima la concessione della liberazione anticipata,

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