Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18476 del 07/11/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 18476 Anno 2018
Presidente: DI TOMASSI MARIASTEFANIA
Relatore: MINCHELLA ANTONIO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:

IARIA Bruno, nato il 09/06/1977;

Avverso la sentenza n. 101/2016 della Corte di Appello di Reggio Calabria in data
07/07/2016;

Udita la relazione svolta dal Consigliere dott. Antonio Minchella;

Udite le conclusioni del Procuratore Generale, in persona del dott. Luca Tampieri, che
ha chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente
all’assorbimento del capo A) dell’imputazione e il rigetto nel resto;

Uditi i difensori dell’imputato, Avv. Giacomo Tana e Avv. Marino Maurizio Punturieri, i
quali hanno insistito per l’accoglimento dei motivi di ricorso;

Data Udienza: 07/11/2017

RILEVATO IN FATTO
1. Con sentenza in data 24/09/2015 il GUP del Tribunale di Reggio Calabria, in esito
a rito abbreviato, condannava lana Bruno alla pena di anni otto di reclusione ed C
18.000,00 di multa per detenzione illecita di armi clandestine, di armi da guerra, di
parti di arma, di munizioni, nonché per ricettazione e minaccia a pubblico ufficiale.
Rilevava il GUP che in data 22/05/2014 la polizia giudiziaria procedeva ad una
perquisizione finalizzata alla ricerca di armi nella dimora dell’imputato, cognato di un
soggetto detenuto per essere un elemento di spicco della “cosca Serraino”;

fabbricato che egli stava realizzando – di tubi in PVC trasformati in contenitori, di
contenitori di sale, di buste di plastica per il sottovuoto, di contenitori plastici e di
unguento per la pulizia di armi: ciò perché egli non aveva titolo di polizia per il
possesso di armi. Di conseguenza l’operazione si spostava in un appezzamento di
terreno contiguo al fabbricato, dal quale si accedeva agevolmente anche dalle stalle
dello lana, il quale aveva inizialmente ammesso che quel terreno era nella disponibilità
della sua famiglia: si notava che vi era terra rimossa di recente e, effettuato lo scavo,
Si rinvenivano contenitori plastici, tubi in PVC e sacchi di plastica identici a quelli trovati
nel fabbricato di lana Bruno, ma questi ultimi contenevano una gran quantità di armi
sia da guerra che comuni (mitragliette UZI, vari revolver e pistole, fucile a pompa,
blocchi di esplosivo, doppietta, fucile a canne mozze, carabine ai precisione, fucili
semiautomatici oltre che munizioni), alcune delle quali con matricola abrasa o
punzonata; al momento della ricerche nel terreno l’imputato aveva preso ad inveire
contro la polizia giudiziaria e a proferire minacce. Il GUP concludeva per la disponibilità
delle armi in capo all’imputato: esse erano state rinvenute in contenitori identici a
quelli ritrovati in casa dell’imputato; in alcuni involucri vi era del sale per
deumidificare, come appunto quello trovato in casa di lana Bruno; talune armi erano
in sacchetti sottovuoto come quelli dell’imputato, il quale aveva anche una macchina
per il sottovuoto; i tubi in PVC trovati nel terreno recavano la stessa lavorazione di
quelli trovati in casa dell’imputato (erano modificati artigianalmente e chiusi con un
tappo per fungere da contenitori); ed ancora, soltanto il possesso delle armi rendeva
giustificabile il rinvenimento a casa sua di un unguento per la pulizia e la protezione di
armi, giacchè lui non aveva titoli per la detenzione e diverse armi rinvenute recavano
tracce di lubrificante; inoltre il terreno era in stato di abbandono e contiguo alla
proprietà di Tana Bruno, recava una recinzione solo per breve tratto e quindi poteva
essere di immediato accesso, specialmente dalla stalla dell’imputato. L’imputato aveva
reso dichiarazioni non credibili, quali il non sapere che vi fossero i tubi in PVC nel suo
fabbricato o di non avere mai notato l’unguento per la lubrificazione di armi. Si
ritenevano sussistere i reati contestati (vi era assoluzione soltanto per una accusa di

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nell’abitazione menzionata non veniva rinvenuto nulla, ma colpiva la presenza – in un

calunnia), ma con esclusione della circostanza aggravante di aver favorito un clan
mafioso, per assenza delle relative prove. Si negava il riconoscimento della circostanze
attenuanti generiche.

2. Interponeva appello l’imputato, contestando l’attribuibilità a lui delle armi dovuta
ad una fonte confidenziale e comunque censurando il trattamento sanzionatorio.

3.

Con sentenza in data 07/07/2016 la Corte di Appello di Reggio Calabria, in

quattro di reclusione ed C 10.000,00 di multa. Rilevava il giudice di appello che
l’esclusione della circostanza aggravante di cui all’ad 7 del d.l. n. 152 del 1991 non
comportava l’estraneità ai fatti, giacché, al contrario, gli elementi di accusa erano
solidi: seppure il terreno ove erano occultate le armi non era dell’imputato, la
circostanza non era dirimente poiché tutti gli oggetti che contenevano le armi stesse
erano chiaramente a lui riconducibili ed erano situati in un appezzamento contiguo alla
sua proprietà; peraltro, la sua reazione esasperata e minacciosa nel mentre si
effettuavano ricerche nel campo non poteva avere altre spiegazioni. Pertanto i singoli
elementi indiziari potevano apparire ambivalenti, ma il loro insieme componeva invece
un quadro inequivoco. La diversità di beni giuridici aveva correttamente indotto a
contestazioni per fattispecie criminose distinte, ma il giudice di primo grado aveva
calcolato la continuazione anche all’interno dei capi di imputazione e ciò imponeva
invece la rideterminazione della pena.

4.

Avverso detta sentenza ha proposto ricorso lana Bruno, mediante due atti

distinti a firma rispettiva dell’Avv. Marino Maurizio Punturieri e dell’Avv. Tana Giacomo.
4.1. L’Avv. Marino Maurizio Punturieri ha depositato motivi di doglianza. Con il
primo motivo deduce, ex art. 606, comma 1, lett. e), cod.proc.pen., insufficiente e
illogicità manifesta della motivazione: sostiene che ogni considerazione aveva preso le
mosse da una fonte confidenziale, la quale aveva incolpato il ricorrente ed alla quale si
era prestata fede senza esaminare adeguatamente ipotesi diverse sul possesso delle
armi; inoltre vi era stata scarsa attenzione ai rilievi difensivi, che – con
documentazione anche fotografica – avevano sottolineato come il terreno ove erano le
armi era contiguo a fabbricati di varie famiglie e, nonostante una recinzione, era
accessibile anche ad operai dipendenti del ricorrente, ma certamente non era di
agevole accesso per il ricorrente. Di seguito il ricorrente censura le deduzioni tratte dai
singoli elementi indizianti (la identità dei sacchi per mangimi o del sale era equivoco,
poiché nell’agricoltura erano molto usati; la macchina per il sottovuoto era in un altro
immobile; i tubi in PVC identici non recavano impronte digitali od altri segni
indiscutibili; l’olio lubrificante era del padre del ricorrente, che deteneva un’arma; la

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riforma della decisione di primo grado, rideterminava la pena in anni cinque e mesi

sua reazione rabbiosa era stata dovuta ad un atteggiamento improprio della polizia
giudiziaria).
4.2. Con il secondo motivo deduce, ex art. 606, comma 1, lett. b) ed e),
cod.proc.pen., erronea applicazione di legge e manifesta illogicità di motivazione:
lamenta che non sussisteva il reato di minaccia a pubblico ufficiale, poiché gli operanti
erano molti e lui non poteva impedire alcunchè e comunque si era trattato soltanto di
una reazione incongrua, ma non aveva minacciato nulla di specifico a qualcuno.
4.3.

Con il terzo motivo deduce, ex art. 606, comma 1, lett. b) ed e),

sostiene che l’unico contesto di detenzione delle armi non consentiva le duplicazioni di
contestazione e quindi ripetuti aumenti di pena per continuazione.
4.4. Con il quarto motivo censura il diniego delle circostanze attenuanti generiche,
motivata solo dal numero di armi senza considerare l’incensuratezza del ricorrente.

5. L’avv. Giacomo lana ha depositato motivi di ricorso, deducendo, ex art. 606,
comma 1, lett. b) ed e), cod.proc.pen., violazioni di legge e vizi di motivazione.
5.1.

In primo luogo censura l’omessa considerazione dell’atto di appello,

sostenendo che il giudice di secondo grado aveva omesso di valutare quanto dedotto e
le singole doglianze e, seppure i motivi di appello fossero comuni a quelli del
codifensore, le ragioni esposte erano differenti. Si contesta che il presupposto
dell’attribuibilità delle armi al ricorrente era la disponibilità del terreno, affermata dal
giudice con elementi indiziari equivoci e tali da non eliminare la possibilità di
spiegazioni differenti, anche perché talora la motivazione poggiava su dichiarazioni
dell’imputato che non potevano essere utilizzate poiché assunte in violazione dell’art.
63 cod.proc.pen. e che nemmeno erano spontanee, ma sollecitate dagli operanti di
polizia giudiziaria.
5.2. Si evidenzia che era stato sollevato anche il tema della legittimazione della
polizia giudiziaria alla perquisizione, poiché una fonte confidenziale non era una
formale notitia criminis ed essa non poteva avere alcuna valenza nel processo.
5.3. Infine si censura la valutazione di coartazione minacciosa della condotta tenuta
dal ricorrente verso gli operanti e la duplicazione delle imputazioni, poiché la sola
tipologia delle armi non autorizzava detta duplicazione, oltre all’incongruo diniego delle
circostanze attenuanti generiche.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. La sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio in relazione a
specifici punti e per i rilievi di seguito indicati: nel resto il ricorso deve essere invece
rigettato.
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cod.proc.pen., erronea applicazione di legge e manifesta illogicità di motivazione:

2. Muovendo ogni considerazione dall’esame delle doglianze contenute nell’atto a
firma dell’Avv. Marino Maurizio Punturieri, va affrontato il primo motivo di ricorso:
con esso si censura l’intera ricostruzione della vicenda sotto il profilo della
insufficienza e della illogicità della motivazione in ordine a diverse ipotesi sul
possesso delle armi, alla accessibilità del terreno anche da parte di persone differenti
dal ricorrente nonché al significato dei singoli elementi indizianti.
Va detto che, in più punti, la doglianza appare offrire prospettazioni alternative,
risolventesi però in una sorta di sollecitazione a una mirata rilettura degli elementi di

giustificative illustrate nell’impugnata sentenza non è stata validamente censurata
dal ricorrente, limitatosi a riproporre, per lo più, una serie di obiezioni già
esaustivamente disattese dai giudici di merito.
Contrariamente allo sforzo del ricorrente teso a disarticolare singolarmente gli
elementi indizianti, la sentenza impugnata ha avuto cura di chiarire che la
responsabilità dell’imputato non era stata una derivazione da una mera fonte
confidenziale, bensì era frutto di un lavoro di ricostruzione unitaria di una congerie di
elementi che, al di là del loro significato individuale, conducevano ad una conclusione
finale che convergeva inequivocabilmente verso il ricorrente: e ad essi occorreva
connettere quanto era emerso in sede di perquisizione del fabbricato che lana Bruno
stava realizzando. Così, correttamente il giudice di appello, richiamando la sentenza
di primo grado, poneva in evidenza che in quel fabbricato venivano rinvenuti oggetti
il cui scopo non era chiaro, quali tubi in PVC trasformati in contenitori, unguento per
la pulizia delle armi (ed il ricorrente non era titolare di un titolo di polizia per la
detenzione di armi), buste di plastica per il sottovuoto, contenitori plastici e
contenitori di sale: il sospetto generato da questo rinvenimento trovava però
spiegazione di fronte a quanto veniva estratto dal terreno adiacente al fabbricato: e
cioè appunto tubi in PVC, sacchi di plastica e contenitori plastici a quelli rinvenuti nel
fabbricato del ricorrente, i quali tutti, però, contenevano un gran quantità di armi sia
da guerra che comuni; alcune armi erano in sacchetti per il sottovuoto come quelli
rinvenuti nel fabbricato di Tana Bruno; in alcuni involucri vi era del sale per
deumidificare, come quello rinvenuto nel fabbricato del ricorrente; i tubi in PVC
contenenti armi presentavano le stesse caratteristiche di lavorazione di quelli
rinvenuti nel fabbricato di lana Bruno (e cioè modifiche artigianali e chiusura con un
tappo al fine di farli divenire contenitori); infine alcune armi presentavano tracce di
lubrificante, come appunto l’unguento per armi rinvenuto nel citato fabbricato. Questi
elementi, poi, erano stati uniti dai giudici di merito ad altri fattori di valutazione: e
cioè la contiguità del terreno al fabbricato del ricorrente e l’agevole accesso a detto
terreno che poteva farsi dalle stalle del ricorrente.

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fatto posti a fondamento della decisione: tuttavia l’adeguatezza delle ragioni

La sentenza impugnata, in altri termini, non aveva mai affermato che ogni singolo
elemento indiziante era dotato di un significato univoco, ma aveva invece tratto una
conclusione univoca da un insieme di fattori: e, a questi fini, poco rilievo è stato
correttamente dato alla circostanza per cui anche altri fabbricati erano contigui a
quel terreno, poiché soltanto nell’edificio del ricorrente erano stati rinvenuti gli
oggetti che venivano riconnessi alle armi ritrovate. Pertanto, la riconducibilità di
quelle armi al possesso del ricorrente veniva desunto con una motivazione lineare e
logicamente dipanata, priva di vizi giuridici e di lacune tra premesse e conclusioni.

utilizzazione degli indizi, consiste essenzialmente nella deduzione di un fatto ignoto
da un fatto noto, attraverso un procedimento gnoseologico che poggia su regole di
esperienza, ricavate dall’osservazione del normale ordine di svolgimento delle
vicende naturali e di quelle umane, alla cui stregua è possibile riconoscere che il fatto
noto è legato al fatto da provare da un elevato grado di probabilità o di frequenza
statistica, che rappresenta la base giustificativa della regola di inferenza su cui
poggia il metodo logico-deduttivo della valutazione degli indizi. Nella giurisprudenza
di questa Corte sono stati enunciati i principi che regolano la prova indiziaria,
sottolineando, innanzi tutto, che il procedimento indiziario deve muovere da
premesse certe, nel senso che queste devono corrispondere a circostanze fattuali
non dubbie e non possono, quindi, consistere in dati fondati su mere ipotesi o
congetture ovvero su giudizi di verosimiglianza (Sez. 4, n. 2967 del 25/01/1993, Rv.
193407; Sez. 2, n. 43923 del 28/10/2009, Rv. 245606). Gli indizi, oltre a
corrispondere a dati di fatto certi, devono essere gravi, precisi e concordanti,
secondo l’esplicito dettato dell’art. 192 cod.proc.pen., comma 2, che subordina alla
presenza di questi tre concorrenti requisiti l’equiparazione della prova critica o
indiretta alla prova rappresentativa o storica o diretta: con la conseguenza che, in
mancanza anche di uno solo di essi, gli indizi non possono assurgere al rango di vera
e propria prova idonea a fondare la dichiarazione di responsabilità penale (Sez. 4, n.
22391 del 02/04/2003, Rv. 224962). Il carattere della “gravità” degli indizi attiene
alla misura della capacità dimostrativa o grado di inferenza ed esprime la elevata
probabilità di derivazione dal fatto noto di quelle ignoto, in cui si identifica il tema di
prova (Sez. 6, n. 3882 del 04/11/2011, Rv. 251527). La “precisione” degli indizi
designa la loro idoneità a fare desumere il fatto non conosciuto e varia in relazione
inversa alla loro equivocità, nel senso che indizi precisi sono quelli che consentono un
ristretto numero di interpretazioni tra le quali è inclusa quella pertinente al fatto da
provare. La “concordanza” degli indizi indica, poi, la loro convergenza verso l’identico
risultato ed è qualificata dalle interazioni riscontrabili tra una pluralità di indizi gravi e
precisi, i quali, pur essendo da soli insufficienti a giustificare una determinata
conclusione, acquistano il carattere della univocità in ragione del reciproco
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Il procedimento seguito è stato corretto: la prova critica o indiretta, fondata sulla

collegamento e della loro simultanea convergenza in una medesima direzione,
assumendo, così, il crisma della prova e l’efficacia dimostrativa che a questa inerisce
(Sez. 6, n. 3882 del 04/11/2011, Annunziata, Rv. 251527).
Nella giurisprudenza di questa Corte è stato, poi, chiarito che il procedimento
logico di valutazione degli indizi si articola in due distinti momenti: il primo è diretto
ad accertarne il maggiore o il minore livello di gravità e di precisione, ciascuno
considerato isolatamente, tenendo presente che tale livello è direttamente
proporzionale alla forza di necessità logica con la quale gli elementi indizianti

accadimenti che se ne possono desumere secondo le regole di esperienza; il secondo
momento del giudizio indiziario è costituito dall’esame globale e unitario tendente a
dissolverne la relativa ambiguità (quae singula non probant, simul unita probant),
posto che nella valutazione complessiva ciascun indizio si somma e, di più, si integra
con gli altri, talché il limite della valenza di ognuno risulta superato e l’incidenza
positiva probatoria viene esaltata nella composizione unitaria, sicché l’insieme può
assumere il pregnante e univoco significato dimostrativo, per il quale può affermarsi
conseguita la prova logica del fatto, che non costituisce uno strumento meno
qualificato rispetto alla prova diretta quando sia conseguita con la rigorosità
metodologica che giustifica e sostanzia il principio del c.d. libero convincimento del
giudice (Sez. U., n. 6682 del 04/02/1992, Rv. 191230).
A fronte di ciò e per le ragioni esposte, le perplessità sollevate dal ricorrente sulla
logicità della motivazione si presentano come infondate.

2.1. La seconda doglianza concerne il ritenuto reato di minaccia a pubblico
ufficiale di cui al capo H) della rubrica ed afferma che la condotta tenuta dal
ricorrente non era altro che una reazione incongrua, ma non poteva assurgere a
reale minaccia.
La censura è fondata.
In effetti, la condotta contestata all’imputato quale minaccia a pubblico ufficiale
era consistita nell’avere proferito verso i Carabinieri operanti le parole:

«Bastardi,

pezzi di merda, vi metto i coglioni in bocca, infami!».
Ma va considerato che non integra il delitto di cui all’art. 336 cod.pen. la reazione
genericamente minatoria del privato, mera espressione di sentimenti ostili non
accompagnati dalla specifica prospettazione di un danno ingiusto, che non sia
sufficientemente concreta da risultare idonea a turbare il pubblico ufficiale
nell’assolvimento dei suoi compiti istituzionali (Sez. 6, n. 6164 del 10/01/2011
Stefanello Rv. 249376).
Nella fattispecie, la reazione risentita ed esagitata del ricorrente non contiene
espressioni di vera e propria minaccia, e cioè di una prospettazione concreta di un
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conducono al fatto da dimostrare ed è inversamente proporzionale alla molteplicità di

male, bensì esprime un disprezzo che non aveva valenza atta a costringere il
pubblico ufficiale a fare un atto contrario ai propri doveri o ad omettere un atto
dell’ufficio, ma era soltanto espressione di volgarità. Peraltro, affrontando il tema
della possibile sussistenza di un oltraggio a pubblico ufficiale, va precisato che,
disposta l’abrogazione degli articoli 341 e 344 cod.pen.per effetto dell’articolo 18
della legge 25 giugno 1999, n. 205, il delitto di oltraggio è stato nuovamente
introdotto nell’ordinamento a seguito della legge n. 94 del 2009, che ha però
delineato una nuova figura di illecito, caratterizzato da ulteriori requisiti oggettivi, in

aperto al pubblico; scaturigine da atti dell’ufficio): ciò che viene riprovato
dall’ordinamento non è la mera lesione in sé dell’onore e della reputazione del
pubblico ufficiale, quanto quei comportamenti ritenuti pregiudizievoli del bene
protetto a condizione della diffusione della percezione dell’offesa, del collegamento
temporale e finalistico con l’esercizio della potestà pubblica e della possibile
interferenza perturbatrice col suo espletamento. Non risulta in sentenza un
accertamento di fatto puntuale sui nuovi elementi specializzanti, per cui, in relazione
alla menzionata imputazione, l’imputato deve essere assolto perché il fatto non
sussiste e la sentenza impugnata, su questo specifico punto, deve essere annullata
senza rinvio, con eliminazione dalla pena complessiva della parte di sanzione
attribuita al capo H), e cioè mesi sei di reclusione ridotti, per la scelta del rito, a mesi
quattro di reclusione.

2.2. La successiva doglianza concerne le duplicazioni delle contestazioni e quindi i
ripetuti aumenti per continuazione.
Il motivo è solo parzialmente fondato, per i motivi di seguito spiegati.
Preliminarmente è necessario precisare che non può accogliersi la prospettazione
del ricorrente circa la sussistenza di un incongrua duplicazione di contestazioni: in
realtà, correttamente la Corte di appello ha condiviso la decisione di primo grado,
che, condividendo, a sua volta, la scelta del Pubblico Ministero di contestare
all’imputato, alla stregua di un unico delitto, la detenzione delle armi della medesima
specie, aveva ritenuto che la detenzione delle armi integrasse un unico delitto per
ciascuna categoria di materiale balistico, rimarcando la corretta elevazione di
contestazioni diverse per ogni fattispecie criminosa (detenzione di arma da guerra e
di arma comune da sparo), trattandosi di ipotesi che hanno ad oggetto beni 43irffirffiti
diversi e che, pertanto, vanno considerate reati distinti.
Tale valutazione, congrua ai dati fattuali disponibili e utilizzati, è corretta in diritto,
poiché coerente con la diversità dei beni giuridici tutelati dalle rispettive norme
incriminatrici (art. 2 legge 895 del 1967, quanto alle armi o parti di arma e munizioni
da guerra, artt. 2 e 7 legge 895 del 1967, quanto alle armi comuni o parti di esse) e
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precedenza non richiesti (presenza di più persone; realizzazione in luogo pubblico o

con i principi di diritto affermati dalla giurisprudenza di questa Corte, contrariamente
a quanto opposto dal ricorrente che ha eccepito sotto tale profilo la incorsa violazione
di legge (Sez. 1, n. 39223 del 26/02/2014, Rv. 260348). Si tratta di conclusione in
linea con la interpretazione della disciplina sulle armi operata da questa Corte, che
ha non solo puntualizzato che, in tema di armi, l’art. 7 delle legge n. 895 del 1967
(come modificato dall’art. 14 legge n. 497 del 1974) non prevede una circostanza
attenuante rispetto ai delitti di cui ai precedenti articoli da 1 a 4, ma configura
altrettanti autonomi reati, caratterizzati dalla diversità dell’oggetto, corrispondendo a

del 12/05/1998, Rv. 211324; Sez. 1, n. 12919 del 12/01/2001, Rv. 218345; Sez. 1,
n. 28626 del 21/10/2010, Rv. 248664).
Tuttavia, a differenti conclusioni si deve giungere con riferimento al reato di cui al
capo A) della rubrica: si tratta, infatti, di una contestazione che concerne il reato di
detenzione illecita di armi comuni da sparo (analiticamente indicate) ma le medesime
armi si rinvengono anche nel capo B) dell’imputazione, il quale attiene invece alla
fattispecie della detenzione di armi clandestine.
I due reati (che concernevano indubbiamente le medesime armi, per come
precisato appunto nel menzionato capo A) sono stati ritenuti come distinte fattispecie
criminali autonome, con quanto ne consegue in termini di aumento di pena per la
continuazione.
Ma, in conformità all’insegnamento di cui alla sentenza delle Sezioni Unite di
questa Corte n. 41588 del 22/06/2017, Rv 270902, si deve escludere il concorso
formale tra il reato di detenzione di arma comune da sparo ex artt. 2 e 7 legge n.
895 del 1967 e quello di detenzione della stessa arma clandestina, ex art. 23, primo,
terzo e quarto comma, legge n. 110 del 1975. L’identità della condotta materiale, sul
piano storico-naturalistico, oggetto delle richiamate norme incriminatrici, induce
infatti a rilevare che il dato della clandestinità dell’arma integra un elemento
specializzante per aggiunta unilaterale. I reati di cui all’art. 23, primo, terzo e quarto
comma, legge n. 110 del 1975 costituiscono ipotesi criminose speciali, rispetto a
quelle di cui agli artt. 2, 4 e 7, legge n. 895 del 1967, giacché contengono tutti gli
elementi costitutivi della condotta – detenzione e porto di un’arma comune da sparo e, in più, quale elemento specializzante, il dato della clandestinità dell’arma comune
da sparo, che risulta non catalogata o sprovvista dei segni identificativi previsti
dall’art. 11, legge n. 110 del 1975.
Non risulta configurabile un rapporto di specialità reciproca fra le fattispecie in
esame, atteso che le disposizioni di cui all’art. 23, terzo comma, legge n. 110 del
1975 non ripetono l’avverbio “illegalmente” impiegato dal Legislatore per definire le
condotte illecite di cui agli artt. 2 e 4 legge n. 895 del 1967, relative alla detenzione
ed al porto di armi non clandestine. Ciò in quanto l’arma clandestina non è mai
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tale natura l’autonomia, altresì, della relativa sanzione (tra le 6altre, Sez. 1, n. 9731

legalmente detenibile né può essere legalmente portata in luogo pubblico o aperto al
pubblico.
Conseguentemente, sfugge la giuridica configurabilità dei reati di cui agli artt. 2, 4
e 7 legge n. 895 del 1967, qualora la condotta abbia ad oggetto un’arma comune da
sparo clandestina, posto che l’elemento della clandestinità esclude in termini la
configurabilità stessa dell’uso legale dell’arma. Invero, proprio la possibilità di
detenere o di portare in luogo pubblico o aperto al pubblico armi comuni da sparo,
nel rispetto delle norme di pubblica sicurezza, di converso, costituisce il presupposto

qualificate dall’illegalità della detenzione o del porto.
Pertanto, in base al principio di specialità, nei casi di detenzione e di porto in luogo
pubblico o aperto al pubblico di un’arma comune da sparo clandestina devono
trovare applicazione le specifiche fattispecie di cui all’art. 23, primo, terzo e quarto
comma, legge n. 110 del 1975, dedicate rispettivamente alla detenzione (terzo
comma) ed al porto (quarto comma) delle armi clandestine, e non le generali
previsioni sulla detenzione ed il porto illegali delle armi comuni da sparo, di cui agli
artt. 2, 4 e 7 legge n. 895 del 1967.
Di conseguenza, deve concludersi, in relazione al reato di cui agli artt. 2 e 7 della
legge n. 895 del 1967 (contestato al ricorrente appunto al capo A della rubrica, da
ritenersi assorbito nel reato di detenzione di arma clandestina di cui al capo B), che il
fatto non sussiste e, sul punto, la sentenza impugnata deve essere annullata senza
rinvio; parimenti deve essere eliminata la relativa parte di pena inflitta che era pari
ad anni uno di reclusione ed C 1.500,00 di multa, ridotta per la scelta del rito a mesi
otto di reclusione ed C 1.000,00 di multa.
Inoltre, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio anche limitatamente alla
continuazione interna al capo C) della rubrica: infatti, il capo G) dell’imputazione
concerneva la ricettazione di alcune armi comuni da sparo ed era stato considerato
distinto e separato dal reato di ricettazione delle armi clandestine (di cui appunto al
capo C), ma, in realtà, la condotta andava considerata come una sola ricettazione
poiché non vi erano elementi per affermare che la ricezione delle armi fosse
avvenuta in tempi diversi; dunque, sussisteva una sola condotta di ricettazione che
andava tutta ritenuta compresa nel capo C) e, di conseguenza e coerentemente con
la decisione della Corte di Appello di non considerare la continuazione interna in seno
al singolo capo di imputazione (per come precisato a pag. 16 della sentenza
impugnata), era stato corretto determinare la pena-base sul reato di ricettazione di
cui al capo C), ma andava eliminata la parte di pena relativa al capo G), che era pari
ad anni uno di reclusione ed C 2.000,00 di multa (ridotta, per la scelta del rito, a
mesi otto di reclusione ed C 1.332,00).

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logico delle condotte incriminate dalle citate norme della legge n. 895 del 1967,

La pena finale da determinare risulta quindi pari (detratti le pene come sopra
determinate di cui ai capi A, G ed H) ad anni tre e mesi otto di reclusione ed C
7.668,00 di multa.

2.3.

La successiva doglianza, attinente al diniego del riconoscimento delle

circostanze attenuanti generiche, è infondata.
Lamenta il ricorrente che la decisione reiettiva sarebbe stata dovuta alle eccessiva
considerazione avuta per il solo numero delle armi detenute, senza considerare

Ma ciò non risponde al vero.
Secondo l’orientamento di questa Corte, condiviso dal Collegio, in tema di
circostanze attenuanti generiche, posto che la ragion d’essere della relativa
previsione normativa è quella di consentire al giudice un adeguamento, in senso più
favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, in considerazione di
peculiari e non codificabili connotazioni tanto del fatto quanto del soggetto che di
esso si è reso responsabile, ne deriva che la meritevolezza di detto adeguamento non
può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all’obbligo, per il
giudice, ove questi ritenga invece di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile
profilo, l’affermata insussistenza.
Al contrario, è la suindicata meritevolezza che necessita essa stessa, quando se ne
affermi l’esistenza, di apposita motivazione dalla quale emergano, in positivo, gli
elementi che sono stati ritenuti atti a giustificare la mitigazione del trattamento
sanzionatorio; trattamento la cui esclusione risulta, per converso, adeguatamente
motivata alla sola condizione che il giudice, a fronte di specifica richiesta
dell’imputato volta all’ottenimento delle attenuanti in questione, indichi delle
plausibili ragioni a sostegno del rigetto di detta richiesta, senza che ciò comporti
tuttavia la stretta necessità della contestazione o della invalidazione degli elementi
sui quali la richiesta stessa si fonda (Sez. 1, n. 11361 del 19.10.1992, Rv 192381).
Nella fattispecie, il giudice ha motivato in modo congruo sul punto ed ha fondato
la decisione non sul mero numero delle armi, ma anche sulla gravità della condotta,
sulla potenza micidiale delle armi detenute («alcune capaci di produrre autentiche
stragi sanguinare», scrive il giudice di prima cura), sulla natura clandestine di alcune
di esse e sulle modalità di occultamento e custodia, le quali denotavano una
professionalità nel porre al riparo dette armi.
Sono stati quindi richiamati i fattori valutativi presi in considerazione, dipanando la
convinzione sulla base delle dinamiche dell’accaduto e della personalità dimostrata
dal ricorrente.
Insindacabile in questa sede, in quanto congruamente motivato, è il diniego di
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. Invero, il mancato
11

l’incensuratezza dell’imputato.

riconoscimento delle circostanze attenuanti di cui all’art. 62 bis cod.pen., può essere
legittimamente giustificato con l’assenza di elementi o circostanze di segno positivo,
a maggior ragione dopo la modifica dell’art. 62 bis cod pen., disposta con il D.L. 23
maggio 2008, n. 92, convertito con modifiche nella L. 24 luglio 2008, n. 125, per
effetto della quale, ai fini della concessione della diminuente non è più sufficiente lo
stato di incensuratezza dell’imputato (Sez. 3, n. 44071/2014, Rv 260610).

3. Vanno, a questo punto, esaminate le doglianze espresse nell’atto a firma

La prima censura espone, per lo più, motivi di ricorso sovrapponibili a quelli
affrontati nel precedente paragrafo 2 (attribuibilità delle armi al ricorrente, equivocità
degli indizi), al quale si rinvia per evidenti ragioni di sintesi.
Merita però un esame differente la censura relativa alla violazione del disposto di
cui all’art. 63 cod.proc.pen, accaduta con l’utilizzazione di dichiarazioni dell’imputato
raccolte senza la presenza del difensore, talora sollecitate dalla polizia giudiziaria.
Si tratta di argomentazione infondata.
Secondo l’art. 63 cod.proc.pen., se davanti all’autorità giudiziaria o alla polizia
giudiziaria una persona non imputata ovvero una persona non sottoposta alle
indagini rende dichiarazioni dalle quali emergono indizi di reità a suo carico, l’autorità
procedente ne interrompe l’esame, avvertendola che a seguito di tali dichiarazioni
potranno essere svolte indagini nei suoi confronti e la invita a nominare un difensore.
Le precedenti dichiarazioni non possono essere utilizzate contro la persona che le ha
rese. Parimenti, se la persona doveva essere sentita sin dall’inizio in qualità di
imputato o di persona sottoposta alle indagini, le sue dichiarazioni non possono
essere utilizzate.
Tale divieto si coordina con il divieto di testimonianza posto dall’art. 62
cod.proc.pen., che ha per oggetto le dichiarazioni rese dall’indagato o dall’imputato
nel corso del procedimento; detto divieto, infatti, non sussiste in ordine a
dichiarazioni, aventi anche contenuto confessorio, rese fuori dal procedimento,
ovvero prima del formale inizio delle indagini, le quali possono essere liberamente
valutate dal giudice di merito. Come più volte chiarito dalla giurisprudenza, anche
costituzionale (C. Cost., sent. n. 237 del 1993; sent. n. 136 del 1995), l’espressione
nel corso del procedimento contenuta nell’art. 62 citato, che vieta la testimonianza
sulle sole dichiarazioni rese dall’imputato o dall’indagato, non evoca una mera
dimensione temporale, ma piuttosto un collegamento funzionale tra dichiarazioni e
un atto del procedimento.
Premesso il principio, non si può non rilevare che, nella fattispecie, la deduzione
difensiva non assume rilevanza: infatti, a differenza di quanto sostenuto dal
ricorrente, la sentenza impugnata non ha fondato la dichiarazione di responsabilità

12

dell’Avv. Giacomo lana.

penale sulle dichiarazioni rese dall’imputato al momento delle operazioni di
perquisizione, ma ha desunto l’attribuibilità delle armi al medesimo da due elementi,
che

supra

sono stati più analiticamente riportati. Il primo elemento era il

rinvenimento – nel fabbricato di Tana Bruno – di determinati oggetti (alcuni molto
particolari, come tubi in PVC sottoposti a lavorazione artigianale per farne dei
contenitori con tappo); il secondo elemento era il rinvenimento – nel campo attiguo
al fabbricato usato come deposito di detti oggetti – di oggetti del medesimo tipo
particolare contenenti armi.

ricorrente.
Peraltro, va anche sottolineato che la censura relativa al disposto di cui all’art. 63
cod.proc.pen. mostra la sua irrilevanza anche sotto un ulteriore piano di valutazione:
il fabbricato in cui sono stati rinvenuti i primi oggetti era in via di realizzazione
(questo aspetto è precisato soprattutto nella sentenza di primo grado) e non risulta
che il ricorrente abbia contestato la riferibilità a lui degli oggetti ivi rinvenuti; anzi, è
lo stesso ricorrente – nel ricorso ora in esame – ad offrire spiegazioni alternative per
molti di quegli oggetti (ad esempio, per l’unguento per la lubrificazione di armi),
presupponendo dette spiegazioni appunto la riferibilità a lui degli oggetti medesimi.
Parimenti, il ricorrente non ha mai contestato le parti della sentenza nelle quali si
afferma che quel fabbricato in via di realizzazione fosse suo.
Di conseguenza, la specifica censura mossa si mostra all’evidenza come non
rilevante.

3.1. Il successivo motivo di doglianza attiene al tema della legittimazione della
polizia giudiziaria alla perquisizione nella casa del ricorrente, censurata poiché una
fonte confidenziale non equivaleva a una formale notitia criminís e non poteva avere
alcuna valenza nel processo. In altri termini, ad avviso del ricorrente il procedimento
in oggetto trarrebbe origine da una comunicazione di notitía críminís non qualificata,
che inficerebbe la validità di tutti gli atti successivamente compiuti, e cioè la
perquisizione e il sequestro, provocando altresì la nullità della sentenza impugnata. E
indubbio che il corpo del reato è stato rinvenuto dagli agenti operanti attraverso una
perquisizione, che ha condotto al successivo sequestro, eseguita su segnalazione
confidenziale: pertanto, non essendo stata verificata l’attendibilità dell’informazione e
la sua idoneità a concretizzare una valida notizia di reato, tale fonte confidenziale è
inutilizzabile nel processo, ne’ potrebbe autorizzare gli inquirenti ad eseguire delle
attività poste in essere attraverso i cosiddetti mezzi di ricerca della prova che
incidono in maniera diretta sulla sfera di libertà del “segnalato”.
Ma l’argomentazione è infondata: infatti, si rileva che, nella fattispecie, la fonte
confidenziale ha segnalato alla polizia giudiziaria la presenza di armi in un fondo del
13

Da questa stretta connessione di natura logica è stata inferita la responsabilità del

ricorrente. Ricorre pertanto l’ipotesi di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773, art. 41,
mantenuto espressamente in vigore dall’art. 225 disp. att. cod.proc.pen., in quanto
la fonte confidenziale ha fatto riferimento alla presenza di armi e munizioni
abusivamente detenute. In tale caso la polizia giudiziaria è legittimata a compiere
perquisizioni di iniziativa. La denuncia anonima ha infatti avuto l’effetto di stimolare
l’attività di iniziativa della polizia giudiziaria al fine di assumere dati conoscitivi diretti
a verificare se dalla notizia confidenziale potessero ricavarsi gli estremi utili per
l’individuazione di una notitia criminis.

verificata dagli agenti di polizia giudiziaria, non può ancora ritenersi notizia di reato,
ma potrà diventarlo all’esito della perquisizione o di altro elemento di prova che
confermi l’informazione del confidente (Sez. 6, n. 11908 del 23.10.1992, Rv.
192916; Sez. 4, n. 38559 del 06/10/2010, Rv. 248837).
Debbono pertanto ritenersi legittimamente effettuati la perquisizione e il
conseguente sequestro.

3.2.

Le ultime argomentazioni del ricorrente attengono a temi già trattati

(sussistenza del reato di minaccia a pubblico ufficiale, duplicazione di imputazioni,
diniego del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche) nei precedenti
paragrafi 2.1., 2.2. e 2.3, ai quali si rinvia per evidenti ragioni di sintesi.

4. Dunque, eccettuati gli annullamenti senza rinvio della sentenza impugnata
limitatamente ai punti specificati nelle parti precedenti, il ricorso nel resto deve
essere rigettato.

P.Q.M

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, limitatamente ai reati di cui agli artt. 2 e
7 L. 895 del 1967, contestati al capo A), e di cui all’art. 336 cod.pen., contestato al
capo H), perché il fatto non sussiste, nonché alla continuazione interna al capo C), ed
elimina le relative pene pari a complessivi anni 1, mesi 8 di reclusione ed Euro
2.332,00 di multa; così determin0a pena finale in complessivi anni 3 e mesi 8 di
reclusione ed Euro 7.668,00 di multa. Rigetta nel resto il ricorso.

Così deciso il 07 novembre 2017.

Pertanto la notizia confidenzialmente appresa, ma non ancora in alcun modo

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