Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 184 del 19/11/2015


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 184 Anno 2016
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: ROCCHI GIACOMO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
GRINER FILIPPO N. IL 08/01/1982
avverso l’ordinanza n. 672/2015 GIUD. SORVEGLIANZA di
SPOLETO, del 23/02/2015
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. GIACOMO ROCCHI;

Data Udienza: 19/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con il decreto indicato in epigrafe, il magistrato di Sorveglianza di Spoleto
dichiarava inammissibile l’istanza proposta ex art. 35 ter ord. pen. da Griner
Filippo, detenuto presso la Casa Circondariale di Terni.
Richiamando l’onere di allegazione di colui che propone una domanda, il
Magistrato rilevava che l’interessato si era limitato a chiedere l’applicazione
dell’istituto senza indicare quali violazioni dell’art. 3 CEDU riteneva di aver subito

2. Ricorre per cassazione il difensore di Griner Filippo, deducendo mancanza
e illogicità della motivazione.
Secondo il ricorrente non sussistevano i presupposti per la declaratoria di
inammissibilità dell’istanza, possibile soltanto per difetto delle condizioni di legge
e non per ragioni di merito; per di più, il Magistrato aveva omesso di sentire il
P.M. prima dì emettere il decreto.
Il ricorrente richiama precedenti decisioni di Magistrati di Sorveglianza e
della Corte EDU e argomenta in tema di onere probatorio della violazione,
richiamando i poteri officiosi del giudice.
Il ricorrente conclude per l’annullamento del decreto impugnato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile per genericità e manifesta infondatezza dei
motivi.

Il ricorrente – che non contesta il contenuto dell’istanza così come descritto
dal decreto impugnato – argomenta in tema di onere probatorio della violazione,
mentre il Magistrato ha ritenuto l’istanza inammissibile perché generica in
violazione dell’obbligo di allegazione gravante sul ricorrente; si tratta – come è
evidente – di due questioni differenti, perché un’attività istruttoria officiosa da
parte del Magistrato presuppone pur sempre una indicazione specifica delle
circostanze che devono essere provate: quindi, nel caso di specie, natura delle
violazioni, luogo e tempo delle stesse.

L’istanza presentata dal detenuto al Magistrato di Sorveglianza ai sensi
dell’art. 35 ter ord. pen. era del tutto generica con riferimento ai periodi di
detenzione interessati dalla asserita violazione dell’art. 3 CEDU nonché ai motivi
per cui tale violazione si sarebbe verificata. L’istanza prevista dalla norma non
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e in quali istituti penitenziari esse si erano verificate.

può che essere specifica e motivata, dovendo indicare quali sono le condizioni di
detenzione tali da integrare la violazione della CEDU e quale sia il periodo
interessato. Il provvedimento di inammissibilità dell’istanza era, quindi,
inevitabile.
Poiché il provvedimento impugnato è stato emesso per essere l’istanza priva
della causa petendi, non è, del resto, preclusa una nuova istanza che abbia i
requisiti di specificità necessari per giungere ad una decisione.

forza del disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese del procedimento ed al versamento della somma, tale
ritenuta congrua, di euro 1.000 (mille) in favore delle Cassa delle Ammende, non
esulando profili di colpa nel ricorso (v. sentenza Corte Cost. n. 186 del 2000).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di euro 1.000 alla Cassa delle
Ammende.

Così deciso il 19 novembre 2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

2. Alla declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione consegue ex lege, in

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