Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18390 del 15/02/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 18390 Anno 2018
Presidente: PICCIALLI PATRIZIA
Relatore: TORNESI DANIELA RITA

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
dalla parte civile BUTTAR° GIUSEPPINA nato il 13/05/1956 a GAETA
dal responsabile civile MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE

avverso la sentenza del 19/12/2014 della CORTE APPELLO di ROMA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere DANIELA RITA TORNESI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MARIELLA DE
MASELLIS
che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.
Udito il difensore
Per la parte civile Buttaro Giuseppina, in proprio e nella qualità di erede di Anna
Rita Simeone, è presente l’avv. Fusco Silvio Archimede del foro di Latina che
chiede l’accoglimento del ricorso.
Per il Ministero dell’Economia e delle Finanze e’ presente l’avv. Greco Maurizio
del foro di Roma che deposita conclusioni e chiede l’accoglimento del ricorso e il
rigetto del ricorso della parte civile.

Data Udienza: 15/02/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 20 ottobre 2010 il Tribunale di Latina – sezione
distaccata di Gaeta – dichiarava Giovanni Di Landa responsabile del reato di cui
all’art. 589, comma 2, cod. pen. in danno di Anna Rita Simeone e, riconosciuta
l’equivalenza tra le attenuanti generiche e la contestata aggravante, lo
condannava alla pena di mesi sette di reclusione, con concessione della
sospensione condizionale della pena.

sospensione della patente di guida per mesi quattro.
L’imputato veniva inoltre condannato, in solido con il Ministero
dell’Economia e delle Finanze in persona del Ministro pro tempore e con la società
ma – Assitalia s.p.a., al risarcimento dei danni subiti dalla costituita parte civile
Giuseppina Buttaro, da liquidare in separata sede.
1.2. All’imputato era contestato il reato di cui all’art. 589, commi 1 e 2
cod. pen., perché, alla guida dell’autovettura Fiat Punto tg. G di F. 237 AW,
percorrendo via Lungomare Caboto in direzione Formia, giunto all’altezza del civico
n. 334, per imprudenza, negligenza imperizia ed inosservanza delle norme sulla
circolazione stradale (art. 140, comma 1, cod. strada), non azionava
tempestivamente il sistema di frenatura al fine di ridurre la velocità e andava a
collidere con il velocipede marca Bianchi -tipo mountain bike – condotto da Anna
Rita Simeone che, viaggiando nella medesima direzione di marcia, aveva
effettuato una improvvisa manovra di spostamento dal lato destro della
carreggiata verso il lato sinistro. A seguito dell’urto quest’ultima riportava lesioni
personali gravissime dalle quali conseguiva la morte.
In Gaeta il 30 settembre 2004.
1.3. Il giudice di primo grado attribuiva l’investimento della Simeone
esclusivamente alla condotta tenuta dal Di Landa, negando la sussistenza di un
concorso di colpa a carico di Anna Rita Simeone, in quanto non ravvisava a carico
di quest’ultima alcuna condotta imprudente.
Ad avviso del Tribunale si era trattato di un classico tamponamento,
avvenuto quando l’automobile e la bicicletta erano venute a trovarsi posizionate
esattamente l’una dietro l’altra, nella medesima direzione.

2. La Corte di appello di Roma, in riforma della sentenza del Tribunale di
Latina – sezione distaccata di Gaeta – addebitava, invece, il concorso di colpa nella
misura del 30% a carico della persona offesa Annarita Simeone e, dichiarate
prevalenti le già concesse attenuanti generiche sulla contestata aggravante,

Gli applicava, ai sensi dell’art. 222 cod. strada, la sanzione accessoria della

dichiarava non doversi procedere nei confronti di Giovanni Di Landa perché il reato
è estinto per prescrizione.
Confermava le statuizioni civili della sentenza impugnata e condannava, in
solido, l’imputato e i responsabili civili Ministero dell’Economia e delle Finanze e
ma – Assitaiia a rifondere alla costituita parte civile Buttarci Giuseppina, in proprio
e in qualità di erede di Annarita Simeone, le spese sostenute nel grado di giudizio.

3. Avverso la predetta sentenza hanno proposto ricorso per cassazione sia

Simeone, che il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

4. La parte civile Buttaro Giuseppina eleva i seguenti motivi.
4.1. Con il primo motivo deduce il vizio di violazione di legge e il vizio
motivazionale della sentenza impugnata in relazione alla discordante valutazione
delle prove rispetto al giudizio formulato dal giudice di primo grado.
4.2. Con il secondo motivo denuncia la violazione dei principi regolatori in
materia di concorrente responsabilità nei sinistri stradali e il vizio motivazionale.
4.3. Conclude chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata nella
parte che dichiara la sussistenza del concorso di colpa della vittima nella
causazione del sinistro stradale disponendo che il processo venga riassunto innanzi
al giudice competente per la liquidazione del danno reclamato.

5. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, nella qualità di responsabile
civile, dopo avere ricostruito l’iter della vicenda processuale, eleva i seguenti
motivi.
5.1. Con il primo motivo deduce il vizio di violazione degli artt. 417, comma
1, lett.b), 521, 180 cod. proc. pen. e il vizio di motivazione in quanto l’imputato
veniva condannato dal giudice di primo grado (e sul punto vi è conferma da parte
del giudice di secondo grado) per un fatto diverso da quello contestato. Specifica
al riguardo che nella contestazione si addebitava all’imputato di non avere
azionato tempestivamente il sistema di frenatura mentre il giudizio di
responsabilità si incentrava su un supposto superamento del limite di velocità e su
un addebito a titolo di imperizia consistente nel non avere evitato l’impatto
mediante una idonea manovra di emergenza.
5.2. Con il secondo motivo denuncia il vizio di violazione degli artt. 187,
191 e 192 in relazione agii artt. 220 e art. 533 cod. proc. pen.
L’Amministrazione ricorrente contesta la sussistenza del concorso di colpa
in capo al Di Landa sostenendo che la condotta tenuta dalla vittima aveva
interrotto il nesso causale ai sensi dell’art. 41, comma 2, cod. pen.

2

la parte civile Buttaro Giuseppina, in proprio e nella qualità di erede di Anna Rita

5.3. Conclude chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata con ogni
conseguente statuizione.
5.4. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha depositato in data 6 febbraio
2018 una memoria con la quale ribadisce le doglianze formulate in precedenza e
conclude chiedendo raccoglimento del ricorso introduttivo e il rigetto di quello
proposto dalla parte civile.
CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Il ricorso proposto dalla parte civile Giuseppina Buttaro, in proprio e quale
erede di Anna Rita Simeone, è inammissibile per carenza di interesse.
2.1. La materia dei rapporti fra giudizio penale giudizio civile per il
risarcimento del danno, è regolata dall’art. 651 cod. proc. pen., in forza del quale
la sentenza penale irrevocabile di condanna, pronunciata in seguito a
dibattimento, ha efficacia di giudicato nel giudizio civile esclusivamente con
riferimento all’accertamento ed alla sussistenza del fatto, alla sua illiceità e
all’affermazione che l’imputato l’ha commesso.
La valenza della sentenza irrevocabile di condanna nel giudizio civile di
risarcimento del danno si limita all’affermazione di responsabilità dell’imputato in
ordine al prodursi dell’evento, non estendendosi, invece, alla valutazione del
concorso di colpa del danneggiato nella causazione del fatto, demandata pertanto
al giudice civile, che può escluderla o ritenerla, anche avendo riguardo al diverso
regime dell’onere probatorio nelle ipotesi di fatto illecito nel giudizio civile (talvolta
assistito da presunzioni legali relative, cfr. art. 2054 in caso di sinistri stradali) ed
alla possibilità della partecipazione al giudizio civile di parti diverse da quelle
presenti nel giudizio penale (per esempio il proprietario di un veicolo coinvolto,
che non abbia partecipato al giudizio penale, per non averne il giudice penale
disposto la chiamata ex art. 23 L. 990/1969, rispetto al quale, se chiamato in
sede civile, il giudicato non svolge alcun effetto e che, di conseguenza ha diritto di
introdurre qualsiasi prova sul concorso di colpa dei soggetti coinvolti). Va, dunque,
ribadito il principio della giurisprudenza di legittimità (Sez. 3, n. 1665 del
29/01/2016, Rv. 638322) alla cui stregua «Nei rapporti tra giudizio penale e civile,
l’efficacia di giudicato della condanna penale di una delle parti che partecipano al
giudizio civile, risarcitorio e restitutorio, investe, ex art. 651 cod. proc. pen., solo
la condotta del condannato e non il fatto commesso dalla persona offesa, pur
costituita parte civile, anche se l’accertamento della responsabilità abbia richiesto
la valutazione della correlata condotta della vittima».

3

1.1 ricorsi sono entrambi inammissibili.

3.

Il ricorso proposto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze è

inammissibile per genericità e manifesta infondatezza.

4.

Si osserva anzitutto che le relative doglianze, già ampiamente dedotte

nell’atto di appello, non si confrontano con le approfondite e diffuse
argomentazioni svolte in risposta dalla Corte distrettuale, aspetto questo che le
rende aspecifiche.
Al riguardo giova rammentare che, secondo i principi consolidati della

totalmente o parzialmente quelli di appello ma solo entro i limiti in cui ciò serva a
documentare il vizio enunciato e dedotto, con autonoma, specifica ed esaustiva
argomentazione (Sez. 6, n. 34521 del 27/06/2013, Ninivaggi, Rv.256133).
In linea generale si osserva che la funzione tipica dell’impugnazione è quella
della critica argomentata avverso il provvedimento cui si riferisce che si realizza
attraverso la presentazione di motivi i quali, a pena di inammissibilità
(artt. 581 e 591 cod. proc. pen.) debbono indicare specificatamente le ragioni di
diritto e gli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta.
Contenuto essenziale dell’atto di impugnazione è, pertanto, indefettibílmente
il confronto puntuale (cioè con la specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli
elementi di fatto che fondano il dissenso) con le argomentazioni del provvedimento
il cui dispositivo si contesta.
Il motivo di ricorso in cassazione, poi, è caratterizzato da una duplice
specificità. Esso, oltre ad essere conforme all’art. 581 lett. c) cod. proc. pen.,
quando «attacca» le ragioni che sorreggono la decisione deve, altresì,
contemporaneamente enucleare in modo specifico il vizio denunciato, in modo che
sia chiaramente sussumibile fra i tre, soli, previsti dall’art. 606, comma 1, lett. e)
cod. proc. pen., deducendo poi, altrettanto specificamente, le ragioni della sua
decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice del merito per giungere
alla deliberazione impugnata, sì da condurre a una decisione differente (Sez. 6, n.
8700 del 21 gennaio 2013, Leonardo, Rv. 254585).

5. Inoltre, quanto al primo motivo, se ne rileva la manifesta infondatezza
atteso che nei procedimenti per reati colposi l’aggiunta di un particolare profilo di
colpa, sia pure specifica, al profilo di colpa originariamente contestato, non vale a
realizzare diversità o immutazione del fatto ai fini dell’obbligo di contestazione
suppletiva di cui all’art. 516 cod. proc. pen. e della eventuale ravvisabilità, in
carenza di valida contestazione, del difetto di correlazione tra imputazione e
sentenza ai sensi dell’art. 521 stesso codice ( Sez. 4, n. 31968 del 19/05/2009,
Rv. 245313).

4

giurisprudenza di legittimità, i motivi di ricorso per cassazione possono riprodurre

6. In relazione al secondo motivo, si evidenzia inoltre che esso poggia su
considerazioni di mero merito, non scrutinabili in sede di legittimità, a fronte della
completezza e della tenuta logica – giuridica dell’apparato argomentativo posto a
supporto della sentenza impugnata.
Va rammentato che il controllo del giudice di legittimità sui vizi della
motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia la
oggettiva tenuta sotto il profilo argomentativo, restando preclusa la rilettura degli

nuovo e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (tra le varie, Sez.
4, n. 31224 del 16/06/2016).
Ancora, la giurisprudenza ha affermato che l’illogicità della motivazione per
essere apprezzabile come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di
spessore tale da risultare percepibile ictu ocull, dovendo il sindacato di legittimità
al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti
le incongruenze logicamente incompatibili con la decisione adottata,
purché – come nel caso in esame – siano spiegate in modo logico ed adeguato le
ragioni del convincimento (per tutte, Sez. Un. n. 24 del 24/11/1999, Spina,
Rv. 214794).
Più in particolare è stato sottolineato come, ai sensi di quanto disposto
dall’art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen., il controllo di legittimità sulla
motivazione è circoscritto alla verifica che il testo dell’atto impugnato risponda a
due requisiti che lo rendono insindacabile: a) l’esposizione delle ragioni
giuridicamente significative che lo hanno determinato; b) l’assenza di difetto o
contraddittorietà della motivazione o di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle
argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento (Sez. 2, n. 21644
del 13/02/2013, Badagliacca e altri, Rv. 255542).
Il sindacato demandato a questa Corte sulle ragioni giustificative della
decisione ha dunque, per esplicita scelta legislativa, un orizzonte circoscritto,
risultando preclusa la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione o l’autonoma adozione di diversi parametri di
ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal giudice di merito,
perché ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità
esplicativa.
6.1. Orbene, la Corte distrettuale ha puntualmente rivalutato il medesimo
compendio probatorio già sottoposto al vaglio del giudice di primo grado e, dopo
aver esaminato analiticamente le censure degli appellanti, ha riconosciuto, con
motivazioni congrue e logiche e nel rispetto delle norme di legge, la sussistenza
del concorso di colpa del Di Landa nella misura del 70%.

5

elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di

7. Alla declaratoria di inammissibilità dei ricorsi segue la condanna dei
ricorrenti al pagamento delle spese processuali e, ciascuno, al versamento della
somma di euro 2000,00 in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese

delle ammende.
Così deciso il 15 febbraio 2018

Il Consigliere estensore
Danie41Rita Tornesi

Il Presidente
Pgrizia Piccial2

processuali e ciascuno a quello della somma di euro 2.000,00 in favore della cassa

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