Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18335 del 28/06/2017


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 18335 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: CIAMPI FRANCESCO MARIA

SENTENZA
sui ricorsi proposti da :

1. PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE D’APPELLO DI
MESSINA
2. CONTI MICA FRANCESCO N. IL 19.09.1987;
3.

BONTEMPO LUISA

4.

CALA’ CAMPANA ANDREA N. IL 08.03.1988;

5. TALAMO MIRKO

N. IL 12.04.1971;

N. IL 21.12.1987;

6. CALA’ CAMPANA CARMELO N. IL 03.05.1984;

Avverso le sentenze della CORTE D’APPELLO DI MESSINA in data 14 marzo e 20
aprile 2016;

Data Udienza: 28/06/2017

preliminarmente la Corte, tenuto conto che i procedimenti n. 16 RG 11503/2017 e n. 20 RG
5756/2017, sono riferibili ad un unico processo e che la separazione della posizione di Cala
Campana Carmelo fu originata da un impedimento, sentiti il PG e le parti che nulla
oppongono, dispone la riunione del procedimento n. 20 RG 5756/2017 al procedimento RG
11503/2017; successivamente, sentita la relazione fatta dal Consigliere dott. FRANCESCO
MARIA CIAMPI, udite le conclusioni del PG in persona del dott. Antonio Balsamo che ha
chiesto, in accoglimento del ricorso del PG, l’annullamento con rinvio della sentenza nella

dell’associazione ed il rigetto di tutti i restanti ricorsi e per i ricorrenti gli avvocati Silvestro
Salvatore del foro di Messina (Conti Mica Francesco e Bontempo Luisa), Pruiti Ciarello
Alessandro del foro di Patti (Cala Campana Andrea, Talamo Mirko e Cala Campana Carmelo)
che ne hanno chiesto l’accoglimento

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza emessa in data 14 marzo 2016 la Corte d’Appello di Messina, in
parziale

riforma della sentenze rese in data 7 maggio e 12 maggio 2015,

rispettivamente dal GUP presso il Tribunale di Patti e dal GUP del Tribunale di
Messina, escluso nei confronti di Conti Mica Francesco il ruolo di capo e promotore
contestato nel procedimento n. 1666/2015, ritenuta la continuazione tra il delitto
associativo e quello di cui al capo O) del procedimento n. 1832/2015, ridetermina la
pena inflitta in complessivi anni dieci di reclusione; concesse a Bontempi Luisa le
attenuanti generiche, prevalenti sulla aggravante contestata, ridetermina la pena
inflitta in anni dieci di reclusione; ; assolve Talamo Mirko e Cala Campana Antonio dal
reato loro ascritto al capo Y della rubrica del proc. n. 1832/2015 perché il fatto non
sussiste; ritenuta la continuazione tra il reato associativo e quelli di cui al capo Z) del
proc. n. 1832/2015, ridetermina la pena inflitta a Cala Campana Andrea in complessivi
anni otto di reclusione; ritenuta l’ipotesi di cui all’art. 73 comma 5 DPR 309/1990 con
riferimento ai capi D9, H) ed R) del proc. 1832/2015, ridetermina la pena inflitta a
Talamo Mirko in complessivi anni sei di reclusione ed C 60.000,00 di multa.
2.

Con sentenza in data 20 aprile 2016, la stessa Corte territoriale confermava la
sentenza del GUP presso il Tribunale di Messina appellata da Cala Campana Carmelo
con cui lo stesso era stato condannato alla pena di anni sette di reclusione per il reato
di cui all’art. 74 DPR n. 309/1990 in concorso con gli altri odierni ricorrenti
separatamente giudicati.

3.

Avverso tali decisioni ricorrono :

2.1.

Il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Messina, limitatamente alla
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parte in cui ha escluso per Conti Mica Francesco il ruolo di capo e promotore

posizione di Conti Mica Francesco, deducendo nullità della sentenza impugnata ex art.
606 lett. b) c.p.p. ed e) per travisamento di prove decisive e contraddittorietà della
motivazione quanto all’intervenuta esclusione del ruolo di capo e promotore
2.2. con ricorso congiunto a mezzo dell’avvocato Salvatore Silvestro Bontempo Luisa
e Conti Mica Francesco, denunciando entrambi, con un primo motivo violazione di
legge e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza del reato di cui
all’art. 74 DPR 309/1990; con un secondo motivo, quanto alla Bontempo, violazione di

un terzo motivo, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla fattispecie
di cui agli artt. 74 VI comma e 73 V comma DPR 309/1990; con un quarto motivo
violazione di legge e vizio motivazionale in relazione alla ritenuta sussistenza
dell’aggravante del numero delle persone; con un quinto motivo violazione di legge e
vizio di motivazione quanto al mancato riconoscimento dell’ipotesi attenuata di cui al
✓ comma dell’art. 73.; con un sesto motivo quanto alla Bontempo violazione di legge
e difetto di motivazione in relazione al meccanismo di determinazione del trattamento
sanzionatorio.
2.3 Calà Campana Andrea a mezzo del difensore di fiducia con un primo motivo
denuncia violazione di legge in relazione agli artt. 267, 268, 271 e 438 c.p.p. con
riferimento alla mancata motivazione sia dei decreti di convalida ch e di quelli di
urgenza e di proroga delle intercettazioni; con un secondo motivo violazione di legge e
vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta sussistenza del reato di cui all’art. 74
DPR 309/1990; con un terzo motivo violazione di legge e difetto di motivazione in
relazione alla ritenuta condotta di partecipazione; con un quarto motivo violazione di
legge e difetto di motivazione in relazione all’art. 74 comma 6; con un quinto motivo
vizio di motivazione quanto alla ritenuta sussistenza dell’aggravante del numero delle
persone; con un sesto motivo 73 V comma: con un settimo motivi lamenta la mancata
concessione delle attenuanti generiche
2.4 Talamo Mirko con un primo motivo, reitera l’eccezione di incompetenza del GUP
presso il Tribunale di Patti, stante la connessione qualificata esistente tra i delitti
ascrittigli e quello di associazione per delinquere; con un secondo motivo reitera
parimenti l’eccezione di nullità della sentenza del GUP presso il Tribunale di Patti in
quanto i fatti ascrittigli non sarebbero stati enunciati nei capi di imputazione in forma
chiara e precisa; con un terzo motivo reitera ancora l’eccezione di inutilizzabilità delle
intercettazioni per violazione dell’art. 270 c.p.p.; con gli ulteriori motivi censura la
gravata sentenza quanto alla ritenuta affermazione di penale responsabilità per gli
episodi di spaccio e la mancata concessione delle attenuanti generiche
2,5 Calà Campana Carmelo a mezzo del difensore di fiducia con un primo motivo
denuncia violazione di legge con riferimento alla mancata motivazione sia dei decreti

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legge e difetto di motivazione in relazione alla ritenuta condotta di partecipazione; con

di convalida che di quelli di urgenza e di proroga delle intercettazioni. Con il secondo e
terzo motivo denuncia violazione di legge e vizio motivazionale in relazione alla
ritenuta sussistenza del reato di cui all’art. 74 DPR n. 309/1990 ed in relazione alla
ritenuta condotta di partecipazione; con un quarto motivo violazione di legge e vizio di
motivazione per non aver la Corte territoriale reputato di ricondurre l’associazione in
esame nel paradigma dell’art. 74 comma 6 DPR n. 309/1990; con un quinto motivo
lamenta vizio motivazionale in relazione alla ritenuta sussistenza dell’aggravante del

sentenza quanto al mancato riconoscimento delle attenuanti generiche ed al
trattamento sanzionatorio.
3. E’ stata presentata memoria integrativa nell’interesse di Conti Mica Francesco
relativamente al ricorso del PG di cui si chiede dichiararsene l’inammissibilità.

CONSIDERATO IN DIRITTO

4.

Il motivo di ricorso proposto dal Procuratore Generale è fondato, apparendo sussistente il
dedotto vizio motivazionale del provvedimento impugnato. Parimenti fondato il motivo di
ricorso comune agli imputati Conti Mica Francesco, Bontempo Luisa, Calà Campana Andrea e
Calà Campana Carmelo limitatamente alla ritenuta aggravante del delitto associativo di un
numero di persone superiore a dieci. Infondati si rilevano nel resto i ricorsi dei predetti
imputati, mentre va rigettato in toto il ricorso di Talamo Mirko.
Va premesso in fatto che, come emerge dalle sentenze di merito, il procedimento ha tratto
spunto dalla captazione di talune conversazioni ambientali eseguite presso la sala colloqui
del carcere di “Gazzi” in Messina, ove era ristretto Conti Mica Francesco, in esecuzione di
ordinanza custodiale.

5.

Per ragioni di ordine logico deve partirsi dalla disamina delle doglianze preliminari ed in
punto di responsabilità.
A riguardo va ulteriormente premesso – con riferimento ai ricorsi proposti dagli imputatiche nell’esaminare i motivi di ricorso si procederà ad una lettura integrata delle sentenze di
primo e di secondo grado, da considerare un prodotto unico, in quanto la decisione della
corte territoriale e quella del giudice per le indagini preliminari hanno utilizzato criteri
omogenei di valutazione e seguito un apparato logico argomentativo uniforme (cfr. Cass.,
sez. 3, 1.2.2002, n 10163, Lombardozzi, Rv. 221116). Parimenti opportuno, poi, appare
soffermarsi brevemente sui principi in tema di inammissibilità del ricorso per Cassazione,
posto che diversi sono i profili di inammissibilità di alcuni dei motivi posti a fondamento dei
ricorsi presentati dagli imputati. Orbene, come è noto, una prima causa di inammissibilità va
individuata nella genericità dei motivi di ricorso in violazione dell’art. 591, lett. c), che nel
dettare, in generale, quindi anche per il ricorso in Cassazione, le regole cui bisogna attenersi

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numero delle persone; con il sesto ed ultimo motivo censura infine la gravata

nel proporre l’impugnazione, stabilisce che nel relativo atto scritto debbano essere enunciati,
tra gli altri, “i motivi, con l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di
fatto che sorreggono ogni richiesta”; violazione che, ai sensi della norma citata determina
l’inammissibilità dell’impugnazione stessa (cfr. Cass., sez. 6, 30.10.2008, n. 47414,
Arruzzoli e altri, Rv. 242129; Cass., sez. 6, 21.12.2000, n. 8596, Rappo e altro, Rv.
219087).
È inammissibile, altresì, ai sensi del combinato disposto dell’art. 591, comma 1, lett. c), e

presentati dagli imputati, su motivi che ripropongono acriticamente stesse ragioni già
discusse e ritenute infondate dai giudici del gravame, dovendosi gli stessi considerare non
specifici, ed anzi, meramente apparenti, in quanto non assolvono la funzione tipica di critica
puntuale avverso la sentenza oggetto di ricorso. La mancanza di specificità del motivo,
infatti, deve essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma
anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate della decisione impugnata
e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le
esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di mancanza di specificità,
conducente, a norma dell’ art. 591 c.p.p. comma1, lett. c), all’inammissibilità (cfr. Cass.,
sez. 4, 18.9.1997, n. 256, Rv. 210157; Cass., sez. 5, 27.1.2005 – 25.3.2005, n. 11933,
Rv. 231708; Cass., sez. 5, 12.12.1996, n. 3608, p.m. in proc. Tizzani e altri, Rv. 207389).
Infine, ulteriore causa di inammissibilità deve individuarsi nella esposizione di censure che si
risolvono in una mera rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione
impugnata, sulla base di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti,
senza individuare vizi di logicità tali da evidenziare la sussistenza di ragionevoli dubbi,
ricostruzione e valutazione, quindi, in quanto tali precluse in sede di giudizio di cassazione
(cfr. Cass., sez. 1, 16.11.2006, n. 42369, De Vita, Rv. 235507; Cass., sez. 6, 3.10.2006, n.
36546, Bruzzese, Rv. 235510; Cass., sez. 3, 27.9.2006, n. 37006, Piras, Rv. 235508). Ed
invero non può non rilevarsi come il controllo del giudice di legittimità, pur dopo la novella
dell’art. 606 c.p.p., ad opera della I. n. 246 del 2006, si dispiega, pur a fronte di una
pluralità di deduzioni connesse a diversi atti del processo, e di una correlata pluralità di
motivi di ricorso, in una valutazione necessariamente unitaria e globale, che attiene alla
reale esistenza della motivazione ed alla resistenza logica del ragionamento del giudice di
merito, essendo preclusa al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di
ricostruzione e valutazione dei fatti (cfr. Cass., sez. 6, 26.4.2006, n. 22256, Bosco, Rv.
234148).
Da ultimo, infine, va rammentato che non è censurabile in sede di legittimità la sentenza che
indichi con adeguatezza e logicità le circostanze e le emergenze processuali che siano state
determinanti per la formazione del convincimento del giudice, consentendo così

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art. 591, comma 1, lett. c), il ricorso per Cassazione fondato, come in molti dei ricorsi

l’individuazione dell’iter logico-giuridico seguito per addivenire alla statuizione adottata.
Pertanto, anche il silenzio su una specifica deduzione prospettata col gravame non rileva
qualora questa sia stata disattesa dalla motivazione della sentenza complessivamente
considerata perché non è necessario che il giudice confuti esplicitamente la specifica tesi
difensiva disattesa, ma è sufficiente che evidenzi nella sentenza una ricostruzione dei fatti
che conduca alla reiezione implicita di tale deduzione senza lasciare spazio ad una valida
alternativa (cfr. Cass., sez. 2, 12/02/2009, n. 8619).

possono essere congiuntamente esaminate.
6. Con riferimento alla questione preliminare relativa alle disposte intercettazioni ambientali
captate all’interno della sala colloqui del carcere di Messina, i ricorrenti ripropongono senza
elementi di novità ed in maniera assolutamente aspecifica le stese lagnanza proposte
innanzi alla Corte territoriale (mancherebbe la motivazione afferente all’urgenza ed alla
indisponibilità degli impianti della Procura; la proroga sarebbe stata disposta dal GIP senza
che al decreto del giudice sia seguito quello esecutivo del PM) con le cui motivazioni
omettono di confrontarsi.
Ed invero sul punto la gravata sentenza, con ampi richiami alla giurisprudenza di questa
Corte ha in primo luogo posto in rilievo come in sede di giudizio abbreviato possano essere
eccepite esclusivamente le cd. inutilizzabilità patologiche, suscettibili di essere sussunte
nella previsione dell’art. 191 c.p.p.; in secondo luogo come il decreto di proroga della durata
delle intercettazioni non comporti di per sé il venir meno delle condizioni legittimanti il
ricorso ad apparati diversi da quelli esistenti; in terzo luogo, quanto alla mancata indicazione
dell’indisponibilità degli impianti della Procura, come la predetta indisponibilità vada
motivata nel momento in cui l’intercettazione viene avviata, ma non debba essere ribadita
per tutte le successive proroghe.
A ciò si aggiunga che i ricorrenti, in violazione del principio della cosiddetta autosufficienza
del ricorso, non hanno allegato all’atto di impugnazione, ne’ ha reso altrimenti accessibili alla
cognizione di questo giudice di legittimità, i decreti autorizzativi, in relazione ai quali
lamentano il vizio di motivazione, documenti il cui accesso diretto è precluso al giudice di
legittimità, essendo stato eccepito, in definitiva , non tanto un “error in procedendo”, quanto
piuttosto la mancanza di adeguata motivazione (cfr. Cass., sez. u., 31.10.2001, n. 42792,
Rv. 220092; Cass., sez. 1, 17/01/2011, n, 5833; Cass., sez. 6, 08/07/2010, n. 29263 C. e
altro, Rv. 248192; Cass., sez. 6^, 08/07/2009, n. 31765). Costituisce, infatti, orientamento
consolidato in sede di giurisprudenza di legittimità quello secondo cui, in tema di ricorso per
cassazione, è onere del ricorrente, che lamenti l’omessa o travisata valutazione dei risultati
delle intercettazioni effettuate, a pena di inammissibilità del motivo per genericità, indicare
l’atto asseritamene affetto dal vizio denunciato, curando che esso sia effettivamente
acquisito al fascicolo trasmesso al giudice di legittimità o anche provvedendo a produrlo in

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Alla luce di quanto sopra permesso le censure dei ricorrenti peraltro in gran parte comuni

copia nel giudizio di cassazione, indicando la sua collocazione nel fascicolo ovvero
allegandolo in copia al ricorso (cfr. Cass., sez. 2, 20/03/2012, n. 25315 N. e altro, Rv.
253073; Cass., sez. 6^, 24/01/2012, n. 25254, A. e altro, Rv. 252895), onere, nel caso di
specie, non adempiuto dal ricorrente. Tale orientamento, peraltro, ha già trovato compiuta
espressione nel principio di ordine generale affermato dalla Suprema Corte nella sua
espressione più autorevole, per il quale nel caso in cui Una parte deduca il verificarsi di
cause di nullità o inutilizzabilità collegate ad atti non rinvenibili nel fascicolo processuale, al

l’ulteriore onere di formale produzione delle risultanze documentali -positive o negative addotte a fondamento del vizio processuale (cfr. Cass., sez. un., 16/07/2009, n. 39061 Rv.
244329). Ulteriore e decisiva ragione di inammissibilità dei relativi motivi di ricorso, va
individuata, altresì, nella circostanza – debitamente evidenziata nella gravata sentenzache, come da tempo affermato da un orientamento assolutamente consolidato nella
giurisprudenza di legittimità, condiviso dal Collegio, poiché la sanzione di inutilizzabilità degli
esiti dell’intercettazione di conversazioni o comunicazioni disposta in via d’urgenza con
decreto del pubblico ministero è prevista dall’art. 267 c.p.p. solo nel caso di mancata
convalida da parte del giudice per le indagini preliminari, intervenuta tale convalida, resta
sanato ogni vizio formale del provvedimento del pubblico ministero, ivi compresa la
mancanza del requisito ‘ dell’urgenza (cfr. Cass., sez. 2, 22/11/1994, n. 2533,
Seminara; Cass., sez. 1, 22.4.2004, n. 23512, Termini, Rv. 228245; Cass., sez. 6,
16.7.2009, n, 35930, lana e altri, Rv. 244872; Cass., sez. 5, 16.3.2010, n. 16285, Baldissin
e altro, Rv. 247266).
Dall’esame dei singoli ricorsi si evince che un motivo comune a molti ricorrenti è rappresentato
dalla contestata idoneità delle condotte poste in essere dagli imputati, come ricostruite dai
giudici di merito, ad essere ricondotte al paradigma normativo di cui all’art. 74 DPR n. 309 del
1990 Le proposte censure si risolvono, da un lato in evidenti censure sul merito della
valutazione delle risultanze processuali, senza individuare vizi di logicità tali da evidenziare la
sussistenza di ragionevoli dubbi, non consentite in questa sede di legittimità, dall’altro nella
mera acritica riproposizione delle doglianze prospettate in sede di appello, disattese dalla corte
territoriale che ha evidenziato valorizzando il contenuto criptico delle conversazioni intercettate
e la sussistenza del reato associativo ed il ruolo svolto dai singoli imputati.
Va anche ricordato avere affermato come, circa gli elementi che caratterizzano l’associazione di
cui all’art. 74 del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, per la configurabilità della stessa non è
richiesta la presenza di una complessa ed articolata organizzazione, dotata 19 di notevoli
disponibilità economiche, ma è sufficiente l’esistenza di una struttura, anche rudimentale,
desumibile dalla predisposizione di mezzi e dalla suddivisione dei ruoli, per il perseguimento del
fine comune, idonea a costituire un supporto stabile e duraturo alla realizzazione delle singole
attività delittuose (cfr., ex plurimis, sez. 1, n. 30463 del 7.7.2011, Cali, Rv. 251011; sez. 1, n.

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generale onere di precisa indicazione che incombe su chi solleva l’eccezione si accompagna

4967 del 22.12.2009 – dep. 8.2.2010, Galioto, Rv. 246112). Nemmeno è necessaria l’esistenza
di un’articolata e complessa organizzazione, connotata da una struttura gerarchica con specifici
ruoli direttivi e dotata di disponibilità finanziarie e strumentali per un’estesa attività di
commercio di stupefacenti, ma è sufficiente anche un’elementare predisposizione di mezzi, pur
occasionalmente forniti da taluno degli associati o compartecipi, sempre che gli stessi siano in
concreto idonei a realizzare in modo permanente il programma delinquenziale oggetto del
vincolo associativo (sez. 6, n. 25454 del 13.2.2009, Mammoliti e altri, Rv. 244520, fattispecie

autonomo sodalizio, collegato ad un’organizzazione criminale più vasta, al fine di assicurarsi
consistenti forniture di stupefacenti da destinare alla rivendita). In altri termini, ai fini della
configurabilità del delitto associativo ex art. 74 D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, l’elemento
organizzativo assume un rilievo secondario, essendo sufficiente anche un’organizzazione minima
perché il reato si perfezioni (cfr. sul punto sez. 2, n. 16540 del 27.3.2013, Piacentini e altri che
ha ritenuto corretta la sentenza di merito che, ai fini dell’esclusione del reato, aveva giudicato
irrilevante e, comunque, non provato il fatto che i correi non avessero stabile organizzazione e
fossero sempre alla ricerca di mezzi per la commissione dei delitti scopo). L’elemento aggiuntivo
e distintivo del reato associativo rispetto alla contigua fattispecie del concorso di persone nel
reato continuato (di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti) è stato correttamente
ravvisato nel carattere dell’accordo criminoso che contemplava la commissione di una serie non
previamente determinata di delitti, con permanenza del vincolo associativo tra i partecipanti
che, anche al di fuori dell’effettiva commissione dei singoli reati programmati, assicuravano la
propria disponibilità duratura e indefinita nel tempo al perseguimento del programma criminoso
proprio del sodalizio (in tal senso sez. 5, n. 42635 del 4.10.2004, Collodo ed altri, Rv. 229906).
Ai fini della configurabilità di un’associazione finalizzata al narcotraffico, è dunque necessario: a)
che almeno tre persone siano tra loro vincolate da un patto associativo (sorto anche in modo
informale e non contestuale) avente ad oggetto un programma criminoso nel settore degli
stupefacenti, da realizzare attraverso il coordinamento degli apporti personali; b) che il sodalizio
abbia a disposizione, con sufficiente stabilità, risorse umane e materiali adeguate per una
credibile attuazione del programma associativo; c) che ciascun associato, sia a conoscenza,
quanto meno, dei tratti essenziali del sodalizio, e si metta stabilmente a disposizione di
quest’ultimo (in tali termini la condivisibile sez. 6, n. 7387 del 3.12.2013, Pompei, Rv. 258796).
In relazione alla specificità dei ruoli dei singoli partecipi il Collegio ritiene altresì di condividere e
dover ribadire l’orientamento costante della giurisprudenza di questa Corte di legittimità,
secondo cui sia il fornitore che il rivenditore abituali devono considerarsi parimenti partecipi
dell’associazione, anche se non conoscono personalmente tutti i soggetti che ne fanno parte. Va
pertanto riaffermato il principio di cui al precedente di questa Corte regolatrice costituito da sez,
6 n. 3509/2012 per cui, in definitiva, l’associazione per delinquere, finalizzata al traffico di
sostanze stupefacenti, può dirsi realizzata sia dalla unione di più persone che operano, anche in

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nella quale la Corte ha ravvisato il reato con riguardo alla partecipazione ad un piccolo ed

via soltanto parallela, per la realizzazione di profitti con lo spaccio della droga, sia dal vincolo
che lega l’importatore, che si adopera per rifornire il mercato, in via continuativa, con
l’organizzazione territoriale dedita allo spaccio, purché tutti i soggetti abbiano la consapevolezza
di agire nell’ambito di una organizzazione, nella quale l’attività dei singoli si integrano
strumentalmente per la finalità perseguita e purché l’acquirente-rivenditore sia stabilmente
disponibile, inoltre, a ricevere le sostanze stupefacenti con tale continuità da proiettare il singolo
atto negoziale oltre la sfera individuale, come elemento della complessiva ed articolata struttura

partecipazione ad un’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti la
costante disponibilità a fornire le sostanze di cui, il sodalizio fa traffico, tale da determinare un
durevole rapporto tra fornitore e spacciatori che immettono la droga nel consumo al minuto,
sempre che si accerti la coscienza e volontà di far parte dell’associazione, di contribuire al suo
mantenimento e di favorire la realizzazione del fine comune di trarre profitto del commercio di
droga (sez. 6, n. 41612 del 19.6.2013, Manta, rv. 257798). E’ stato anche precisato che per la
configurabilità della condotta di partecipazione ad un’associazione finalizzata al traffico illecito di
stupefacenti non è richiesto un atto di investitura formale ma è necessario che il contributo
dell’agente risulti funzionale per l’esistenza dell’associazione in un dato momento storico (così
sez. 4, n. 51716 del 16.10.2013, Amodio e altri, Rv. 257905, fattispecie in cui la Corte ha
riconosciuto il ruolo di partecipe al soggetto che risultava essere l’intestatario del contratto di
locazione dell’immobile all’interno del quale era occultata e venduta la sostanza stupefacente).
Venendo al ricorso proposto dal PG, si osserva quanto segue: la Corte territoriale, dopo aver
ritenuto di non dover condividere i rilievi formulati dalla difesa nel suo atto di appello in ordine
alla sussistenza del reato associativo di cui all’art. 74 DPR n. 309 del 1990, con una motivazione
di poche righe esclude la contestata aggravante, ovvero l’aver il Conti Mica Francesco rivestito
un ruolo apicale nella predetta associazione sul mero rilievo che “lo stato detentivo dello stesso
per tutto l’arco temporale gli ha impedito di assumere un effettivo ruolo guida dell’attività
illecita che i suoi sodali ponevano in essere, tanto che nella maggior parte dei casi egli è stato
informato in un secondo tempo di tali attività. Le indicazioni che egli ha fornito a Talamo Mirko
sono consistite in informazioni delle quali questi necessitava per mantenere i contatti necessari
alla prosecuzione del traffico, ma non possono essere considerate vere e proprie direttive” . Ben
più pregnante sul punto la motivazione del primo giudice, sottraendosi quindi la Corte
territoriale ad un rafforzato onere motivazionale, omettendo di confrontarsi adeguatamente con
le ragioni del provvedimento riformato, giustificando adeguatamente il diverso rilievo attribuito
ai dati acquisiti. Il GUP infatti aveva posto in rilievo (con ciò adeguandosi alla consolidata
giurisprudenza di questa Corte secondo cui il sopravvenuto stato detentivo del soggetto non
determina la necessaria ed automatica cessazione della sua partecipazione al sodalizio, atteso
che la relativa struttura – caratterizzata da complessità, forti legami tra gli aderenti e notevole
spessore dei progetti delinquenziali a lungo termine – accetta il rischio di periodi

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organizzativa. Integra -secondo quanto precisato in altra pronuncia più recente- la condotta di

di detenzione degli aderenti, soprattutto in ruoli apicali, alla stregua di eventualità che, da un
lato, attraverso contatti possibili anche in pendenza di detenzione, non ne impediscono
totalmente la partecipazione alle vicende del gruppo ed alla programmazione delle sue attività
e, dall’altro, non ne fanno venir meno la disponibilità a riassumere un ruolo attivo alla
cessazione del forzato impedimento -così ex multis, da ultimo, in tema di associazione per
delinquere, Sez. 2, n, 8641 del 24/01/2017 , Rv. 269121-), l’indicato stato di detenzione non
era da ritenersi idoneo a recidere i contatti tra gli associati ed il ruolo di rilievo del Conti Mica

campo eseguite da Talamo Mirko e da Calà Campana Andrea. Il GUP ha riportato a riguardo
ampi stralci dei colloqui oggetto di captazione ambientale eseguita all’interno del carcere Gazzi
di Messina, rilevando come “Come frequente è apparsa la capacità del conti Mica, anche con
l’ausilio di altri familiari… di eludere i controlli carcerari proprio al fine di restare parte attiva
nella predisposizione delle attività illecite in materia di smercio di droga e di veicolare
all’esterno proprie volontà e ciò tramite l’invio di biglietti o lettere ed anche in qualche occasione
riuscendo a colloquiare telefonicamente e direttamente con TALAMO Mìrko che si sostituiva
infatti al telefono al CALA’ CAMPANA (cugino del predetto Conti Mica) e che era stato
autorizzato, quest’ultimo, ai colloqui telefonici.
La comunanza di intenti illeciti tra i tre e specialmente tra CONTI MICA Francesco e TALAMO
Mirko è stata poi avvalorata dalla attività di supporto economico fornita proprio dal nominato
TALAMO in favore dei familiari dell’amico detenuto. “Nessun dubbio può quindi residuare – così
la sentenza del Tribunale- sul fatto che i predetti CONTI MICA Francesco, TALAMO Mirko e CALA’
CAMPANA Andrea fossero all’epoca dei fatti ben inseriti in contesti di sicuro rilievo criminale e
per quel che qui interessa sicuramente anche riguardanti il redditizio settore del narcotraffico”.
Quanto al motivo concernente la mancata applicazione dell’art. 74 comma 6 DPR n. 309 del
1990 osserva il Collegio: la giurisprudenza di questa Corte è costante nell’affermare che la
fattispecie associativa prevista dall’art. 74, comma 6, d.P.R. n. 309 del 1990, è configurabile a
condizione che i sodali abbiano programmato esclusivamente la commissione di fatti di lieve
entità, predisponendo modalità strutturali ed operative incompatibili con fatti di maggiore
gravità e che, in concreto, l’attività associativa si sia manifestata con condotte tutte rientranti
nella previsione dell’art.73, comma 5, DPR n. 309 del 1990 (cfr. ex plurimis,

Sez. 6, n.

12357 del 19/01/2016, Rv. 267267. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da censure
la sentenza che aveva escluso la sussistenza della fattispecie in questione valorizzando l’entità
delle forniture concordate ed effettuate, per più chilogrammi di stupefacente a settimana). Il
che è da escludersi nel caso di specie avendo congruamente evidenziato che “si tratta di
operazioni che per quantitativo trattato e per valore dello stupefacente, non sono compatibili
con la previsione di cui all’art. 73 comma 5 DPR n. 309/1990.
La corte territoriale ha puntualmente assunto al suo onere motivazionale anche con riferimento
al trattamento sanzionatorio. Ed invero le valutazioni riguardanti la concessione delle

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Francesco nella organizzazione e nella direzione delle attività illecite, peraltro all’esterno e sul

attenuanti generiche sono sottratte al sindacato di legittimità quando non sono frutto di mero
arbitrio o di ragionamento illogico e siano sorrette da sufficiente motivazione (cfr. Cass., sez. 3,
23/05/2012, n. 40566, D.B.S.). Ai fini della concessione o del diniego delle circostanze
attenuanti generiche, è, infatti, sufficiente che il giudice di merito prenda in esame, tra gli
elementi indicati dall’art. 133 c.p., quello (o quelli) che ritiene prevalente e atto a consigliare o
meno la concessione del beneficio; il relativo apprezzamento discrezionale, laddove supportato
da una motivazione idonea a far emergere in misura sufficiente il pensiero dello stesso giudice

reo, non è censurabile in sede di legittimità se congruamente motivato. Ciò vale anche per il
giudice d’appello, il quale, pur non dovendo trascurare le argomentazioni difensive
dell’appellante, non è tenuto ad un’analitica valutazione di tutti gli elementi, favorevoli o
sfavorevoli, dedotti dalle parti, ma, in una visione globale di ogni particolarità del caso, è
sufficiente che dia l’indicazione di quelli ritenuti rilevanti e decisivi ai fini della concessione o del
diniego, come avvenuto nel caso in esame. (cfr. ex plurimis, sezione 4, 14/06/2012, n. 40048).
Fondato è invece il motivo di gravame, comune ai ricorrenti indicati in dispositivo concernente la
ritenuta aggravante del delitto associativo di , un numero di persone superiore a dieci per
l’assorbente considerazione che per alcuni dei nominativi in proposito indicati nella gravata
sentenza è intervenuta sentenza di proscioglimento. Su questo punto come sulla questione del
ruolo ricoperto da Conti Mica Francesco va disposto il rinvio per nuovo esame alla Corte
d’Appello di Reggio Calabria.
Va integralmente rigettato il ricorso di Talamo Mirko, con conseguente condanna del medesimo
al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Premessa la riunione al presente giudizio di quello nr. 5756/2017 :
annulla la sentenza impugnata nei confronti di Conti Mica Francesco, limitatamente al punto
concernente l’esclusione del ruolo di capo e promotore; nonché nei confronti dello stesso Conti
Mica Francesco, Bontempo Luisa, Calà Campana Andrea, Calà Campana Carmelo, limitatamente
alla ritenuta aggravante del delitto associativo di un numero di persone superiore a dieci, con
rinvio su detti punti alla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Rigetta i ricorsi dei predetti imputati
nel resto.
Rigetta il ricorso di Talamo Mirko che condanna al pagamento delle spese processuali

Così deciso nella camera di consiglio del 28 giugno 2017

circa l’adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva dal reato ed alla personalità del

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