Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18319 del 26/03/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 1 Num. 18319 Anno 2018
Presidente: BONITO FRANCESCO MARIA SILVIO
Relatore: SANTALUCIA GIUSEPPE

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PESCE STEFANO nato il 02/12/1978 a CAMPOSAMPIERO

avverso l’ordinanza del 26/04/2017 della CORTE APPELLO di VENEZIA
sentita la relazione svolta dal Consigli re GIUSEPPE SANT..,LUCIA; 1
lette/sentite le conclusioni del PG
\;11 , ci, eu,.~

?\
t\JA

I

Data Udienza: 26/03/2018

Ritenuto in fatto
La Corte di appello di Venezia, in funzione di giudice dell’esecuzione, ha rigettato la
richiesta di Stefano Pesce di riconoscimento della continuazione tra i delitti oggetto di
numerose sentenze di condanna, pari a quattordici, commessi dal 21 luglio 2009 al 5 ottobre
2010, in varie città della Toscana, della Lombardia, dell’Emilia Romagna, della Liguria e del
Veneto. La Corte di appello ha rilevato che la richiesta non può fondarsi soltanto sullo stato di
tossicodipendenza quale movente della commissione di una lunga serie di rapine al fine di

un episodio di violazione della normativa sugli stupefacenti, commesso il 21 luglio 1999,
mentre il primo episodio di rapina risulta commesso il 22 maggio 2010, quindi a circa un anno
di distanza. Ha allora argomentato che la distanza temporale tra i fatti e la diversità dei luoghi
di commissione dei fatti impediscono il riconoscimento della continuazione. Peraltro, il
ricorrente si è avvalso, in sede di accertamento dei fatti, della facoltà di non rispondere,
tenendo così un comportamento incompatibile con la volontà difensiva di addure una causa di
attenuazione della pena. Ancora, lo stato di tossicodipendenza non è venuto in rilievo nella
sentenza del 13 ottobre 2011, che ha unito per continuazione i plurimi fatti di rapina di quel
processo. Ha infine sottolineato che non emergono elementi oggettivi per desumere la
medesimezza del disegno criminoso.
Avverso l’ordinanza ha proposto ricorso il difensore di Stefano Pesce, articolando due
motivi.
Ha dedotto vizio di violazione di legge e difetto di motivazione. Il giudice dell’esecuzione
ha trascurato: lo strettissimo arco temporale di commissione dei delitti, appena tre mesi; la
omogeneità normativa, trattandosi di un episodio di detenzione di metadone e di tredici rapine
con applicazione della cohtinuazione interna; l’identità delle modalità di commissione delle
rapine, con la stessa arma giocattolo; le dichiarazioni di Jacopo Nigiotti, che ha riferito che il
Pesce gli aveva proposto di compiere insieme le rapine. Inoltre, il giudice dell’esecuzione ha
svilito lo stato di tossicodipendenza, che è stato prospettato dal richiedente come il collante
degli altri indici rivelatori dell’unicità del disegno criminoso.
Il procuratore generale, intervenuto con requisitoria scritta, ha chiesto che il ricorso sia
rigettato.
Considerato in diritto
Il ricorso merita accoglimento per le ragioni di seguito esposte.
Non è dubbio che il condannato fosse tossicodipendente al momento di commissione dei
fatti, o almeno il dato è dedotto in ordinanza come non controverso. Questa Corte ha stabilito,
a tal proposito, che “in tema di riconoscimento della continuazione in fase esecutiva, lo stato di
tossicodipendenza deve essere valutato come elemento idoneo a giustificare la unicità del
disegno criminoso con riguardo a reati che siano ad esso collegati e dipendenti, sempre che
sussistano le altre condizioni individuate dalla giurisprudenza per la configurabilità dell’istituto

1

procurarsi il denaro necessario all’acquisto di droga. Ciò anche perché la prima condanna è per

previsto dall’art. 81, comma secondo, c.p. – Sez. I, 7 ottobre 2014, n. 50716, Iannella, C.E.D.
Cass., n. 261490 -.
Ciò non vuol dire che lo stato di tossicodipendenza sia ex se rivelatore dell’identità del
disegno criminoso, secondo un meccanismo presuntivo capace di porre nel nulla gli ordinari
doveri di verifica dei concreti indicatori, come di recente hanno affermato le Sezioni unite di
questa Corte, statuendo la necessità di verificare, anche per la fase esecutiva: “… l’omogeneità
delle violazioni e del bene protetto, la contiguità spazio-temporale, le singole causali, le

accertare “che, al momento della commissione del primo reato, i successivi fossero stati
programmati almeno nelle loro linee essenziali, non essendo sufficiente, a tal fine, valorizzare
la presenza di taluno degli indici suindicati se i successivi reati risultino comunque frutto di
determinazione estemporanea” – Sez. un., 18 maggio 2017, n. 28659, Gargiulo, C.E.D. Cass.,
n. 270074 -.
Tanto premesso, si rileva come, per il caso in esame, non possa mettersi in discussione
l’omogeneità dei reati, trattandosi di reati contro il patrimonio, in gran parte rapine, e di
qualche reato valutabile in relazione di strumentalità. Il riferimento è alla contravvenzione di
cui all’articolo 707 c.p., ai reati di violazione della legge sulle armi, alle lesioni personali, specie
se si considera che l’elemento della violenza sulle persone è strutturale nel delitto di rapina, ed
anche al reato di guida senza patente, sempre che abbia conservato valore penale anche dopo
l’intervento di depenalizzazione di cui al decreto legislativo n. 8 del 2016.
Si consideri poi che il reato di cui alla prima condanna attiene proprio alle sostanze
stupefacenti e quindi manifesta in modo netto la stretta relazione con lo stato di
tossicodipendenza.
Non persuade, infine, l’affermazione di una rilevante distanza temporale tra i più reati,
atteso che, proprio per quel che è indicato nella stessa ordinanza, sembra piuttosto potersi
apprezzare il requisito della contiguità temporale: il reato di cui alla prima sentenza fu
commesso il 21 luglio 2009 e fu di violazione della normativa sugli stupefacenti, mentre tutti
gli altri si collocano in un arco temporale fortemente contenuto, dal 25 luglio al 5 ottobre 2010.
Sulla base di questi aspetti temporali si potrebbe ritenere che al momento di commissione del
primo l’agente si fosse prefigurato un programma, pur generico, di commissione di delitti
contro il patrimonio quali fonte di arricchimento per approvvigionarsi di sostanza stupefacente.
Entro questa prospettiva critica, le argomentazioni dell’ordinanza impugnata appaiono
insufficienti e non si sottraggono a censure di consistente illogicità.
L’ordinanza trascura, come appena detto, che tutti i reati, ad eccezione del primo, si
collocano nello spazio di qualche mese e che il primo è diretta espressione dello stato di
tossicodipendenza; quindi evidenzia la diversità dei luoghi di commissione dei reati, ma non si
cura di approfondire il tema sulla base delle risultanze dei giudizi di cognizione, onde verificare
se l’assenza di identità spaziale possa vanificare il più pregnante indice della contiguità
temporale; infine fa leva, in modo irragionevole, sulla asserita eterogeneità rispetto al
2

modalità della condotta, la sistematicità e le abitudini programmate di vita”, fermo l’obbligo di

”supposto disegno criminoso” dei fatti di ricettazione e guida senza patente, dimenticando che
anche il reato di ricettazione, al pari dei quelli di rapina, ben può porsi come occasione di
illecito arricchimento e che il reato di guida senza patente si colloca agevolmente in un
ipotizzato disegno criminoso di procurarsi denaro per far fronte alla dipendenza dalle sostanze
stupefacente, per la sua indubbia e logica strumentalità rispetto ai reati direttamente produttivi
delle illecite provviste. Trae poi argomenti contrari al riconoscimento del vincolo della
continuazione da un mero dato negativo, ossia dal silenzio serbato in sede di interrogatorio di

logico, secondo cui, se l’interessato avesse avuto da riferire elementi concreti capaci di
mitigare la sanzione, lo avrebbe certamente fatto.
L’ordinanza, in buona sostanza, non si misura correttamente con il dato normativo,
secondo cui lo stato di tossicodipendenza, per quanto possa dar luogo a stili di vita criminali
per l’incontestata spinta criminogena che da esso promana, costituisce il “collante idoneo a
giustificare l’unitarietà del disegno criminoso, qualora i reati siano dipendenti da esso e
ricorrano anche le altre condizioni sintomatiche della sussistenza della continuazione” – Sez. I,
29 maggio 2009, n. 30310, Piccirillo, C.E.D. Cass., n. 244828 -.
Essa deve pertanto essere annullata con rinvio, per nuovo esame, alla Corte di appello
di Venezia in diversa composizione (cfr. Corte cost., sent. n. 183 del 9/7/2013).
P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame alla Corte di appello di
Venezia.
Così deciso in Roma, 26 marzo 2018.

garanzia, e ciò in forza di una mera supposizione non altrimenti riscontrabile neanche sul piano

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA