Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18254 del 13/03/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 18254 Anno 2018
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: CIANFROCCA PIERLUIGI

SENTENZA
sui ricorsi proposti nell’interesse di:
Racco Giuseppe Salvatore, nato a Cuorgné il 3.7.1975,
e
Racco Domenico Natale, nato a Grotteria il 7.1.1954,
contro il decreto della Corte di Appello di Reggio Calabria del 12.10.2017,
depositato in data 7.11.2017;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere dott. Pierluigi Cianfrocca;
letta la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore Generale dott. Pietro Gaeta, che ha concluso per l’annullamento del
provvedimento impugnato quanto alla disposta confisca dei beni, con rinvio sul
punto per nuovo esame; per il rigetto, nel resto, del ricorso proposto da
Giuseppe Racco ed assorbimento dei motivi del ricorso proposto da Domenico
Racco.
RITENUTO IN FATTO
1. Con provvedimento del 31.5-27-6-2017 il Tribunale di Torino aveva
applicato a Giuseppe Salvatore Racco la misura di prevenzione personale della
sorveglianza speciale di P.S. per anni 3, dettando le relative prescrizioni, nonché
ordinato al predetto il versamento di una cauzione di Euro 1.000; nel contempo,
aveva ordinato la confisca di beni immobili (fondi e fabbricati) ubicati in
Prascorsano (TO) ivi meglio descritti nonché dei depositi postali, intestati o
cointestati al proposto, e del conto titoli dallo stesso intrattenuto presso la filiale
di Cuorgné della Banca Sella;

Data Udienza: 13/03/2018

2. con decreto del 12.10-7.11.2017 la Corte di Appello di Torino, in
parziale riforma del decreto emesso dal Tribunale, ne precisava il contenuto e la
rilevanza quanto a taluna delle prescrizioni ivi indicate e revocava la confisca
limitatamente a taluno degli immobili interessati, di cui ordinava la restituzione
all’avente diritto;
3. ricorrono in Cassazione, con distinti ricorsi, Giuseppe Salvatore Racco e
Domenico Natale Racco, lamentando:

3.1.1 violazione di legge con riferimento agli art. 4, 6 e 8 del D. Lg.vo 159
del 2011; rileva, in primo luogo, che la adozione della misura di prevenzione
personale, coerentemente con la sua funzione, deve riposare sul positivo
accertamento non solo della pericolosità sociale del proposto ma anche del
carattere attuale di essa, accertamento che la Corte di Appello di Torino ha
erroneamente ritenuto di poter esaurire con il riferimento alle risultanze del
processo penale che aveva visto il ricorrente condannato per reati associativi
comunque antecedenti l’anno 2011 oltre che smentito da elementi con essa in
contrasto quali la sua volontaria costituzione in carcere e la esplicita
dissociazione dal sodalizio; quanto alla durata, segnala che il Tribunale e, con lui,
la Corte di Appello, la hanno arbitrariamente determinata in misura superiore a
quella della libertà vigilata applicata dalla Corte di Appello di Torino con la
sentenza di condanna;
3.1.2 violazione di legge con riferimento all’art. 18 del D. Lg.vo 159 del
2011; segnala, a tal proposito, come la Corte di Appello, con riferimento alla
misura patrimoniale, abbia confermato la decisione del Tribunale omettendo di
considerare che l’acquisto dei cespiti risaliva agli anni compresi tra il 1997 ed il
2000 (fatta eccezione dell’ultimo) e che gli immobili erano stati realizzati a
partire dal 1997 quanto alla abitazione di Giuseppe Salvatore Racco e dal 2004
quanto all’abitazione nella disponibilità di Domenico Racco e della figlia Stefania
laddove, tuttavia, il giudizio di pericolosità sociale era stato fondato sulla
condanna inflitta a Giuseppe Salvatore Racco per la sua partecipazione ad
associazione di stampo mafioso a partire dall’anèax?2007; richiama, pertanto, la
portata della sentenza “Spinelli” e sottolinea come la stessa Corte di Appello
abbia invocato elementi fattuali sintomatici della sua affiliazione, risalenti, al più,
al 2005;
3.1.3 violazione di legge con riferimento all’art. 24 del D. Lg.vo 159 del
2011; rileva, sul punto, che la Corte di Appello ha escluso ogni valenza
probatoria alla pur compendiosa documentazione finalizzata a dimostrare la

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3.1 Giuseppe Salvatore Racco:

legittima provenienza del denaro utilizzato per gli acquisti immobiliari e per la
realizzazione dei due edifici adibiti ad abitazione del proposto e dei genitori e la
sorella, con conseguente violazione del principio affermato dall’art. 24 del D.
Lg.vo 159 del 2011 come interpretato dalla giurisprudenza della Corte di
legittimità in termini di affermazione di una presunzione meramente relativa;
sottolinea come, con particolare riferimento alle spese sostenute per la
edificazione dei due fabbricati, la Corte di Appello, in maniera del tutto astratta,
abbia affermato la irrilevanza della documentazione offerta dalla difesa a

procedimento di merito;
3.2 Domenico Natale Racco:
3.2.1 violazione di legge con riferimento all’art. 24 del D. Lg.vo 159 del
2011; premesso il suo interesse ad impugnare il provvedimento della Corte di
Appello in quanto residente in uno dei due edifici confiscati e titolare della ditta
individuale dalle cui casse erano state attinte le risorse per la sua realizzazione,
rileva come la Corte di Appello abbia violato il disposto di cui alla norma predetta
ritenendo, a suo carico ed a carico della figlia Stefania, l’esistenza di una
presunzione di illecita acquisizione delle disponibilità patrimoniali che la difesa ha
assunto essere state riversate in favore del proposto e destinate alla edificazione
dei due fabbricati;
3.2.2 violazione di legge con riferimento all’art. 24 del D. Lg.vo 159 del
2011; segnala, a tal proposito, la violazione dei principi di diritto ribaditi dalla
giurisprudenza in merito alla natura meramente relativa della presunzione di
illegittimità degli acquisti effettuati dal proposto ed alla attitudine, a vincere
siffatta presunzione, della mera allegazione della legittimità della acquisizione
delle relative risorse;
4. in data 5.3.2018, la Procura Generale ha depositato la propria
requisitoria concludendo per l’annullamento del decreto impugnato, con rinvio
per nuovo esame, limitatamente alla disposta confisca dei beni, e, per il resto,
per il rigetto del ricorso proposto da Giuseppe Salvatore Racco; in quella sede
l’Ufficio di Procura, con riferimento alla misura di natura personale, ha
argomentato circa i termini ed i criteri informatori del giudizio di “attualità” della
pericolosità sociale quale evincibili e (ri)disegnati dalla pronuncia delle SS.UU.
“Gattuso” ritenendo comunque nel caso di specie che la Corte di Appello abbia
dato adeguata contezza degli elementi di fatto sui quali fondare tale giudizio e
della inadeguatezza delle allegazioni difensive; ha rilevato, invece, come i giudici
torinesi non avessero fatto altrettanto con riguardo alla misura di natura
patrimoniale per la quale il provvedimento impugnato avrebbe finito per eludere

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conforto della allegazione correttamente effettuata e mai valutata nel parallelo

il principio dettato dalla sentenza “Spinelli” facendo retroagire il periodo di
pericolosità “qualificata” di Giuseppe Racco sulla scorta di elementi privi di
concretezza e meramente presuntivi.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Prima di affrontare l’esame dei due ricorsi è opportuno ribadire che nel
procedimento di prevenzione il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per
violazione di legge, secondo il disposto dell’art. 4 legge 27 dicembre 1956, n.
1423, richiamato dall’art. 3 ter, secondo comma, legge 31 maggio 1965, n. 575

consegue che, in tema di sindacato sulla motivazione, è esclusa dal novero dei
vizi deducibili in sede di legittimità l’ipotesi dell’illogicità manifesta di cui all’art.
606, lett. e), cod. proc. pen., potendosi esclusivamente denunciare con il ricorso,
poiché qualificabile come violazione dell’obbligo di provvedere con decreto
motivato imposto al giudice d’appello dal nono comma del predetto art. 4 legge
n.1423 del 56, il caso di motivazione inesistente o meramente apparente (cfr,
così, tra le tante, Cass. SS.UU., 29.5.2014 n. 33.451, Repaci che, in
motivazione, ha ribadito che non può essere proposta come vizio di motivazione
mancante o apparente la deduzione di sottovalutazione di argomenti difensivi
che, in realtà, siano stati presi in considerazione dal giudice o comunque risultino
in ogni caso assorbiti dalle argomentazioni poste a fondamento del
provvedimento impugnato; conf., Cass. Pen., 1, 7.1.2016 n. 6.636 Pandico;
Cass. Pen., 6, 15.6.2016 n. 33.705, Caliendo).
2. Fatta questa premessa va rilevato che il ricorso proposto nell’interesse
di Giuseppe Salvatore Racco è articolato su un primo motivo, relativo alla misura
di natura personale e, quindi, su un secondo ed un terzo motivo, che possono
essere trattati congiuntamente in quanto concernenti invece la misura di natura
patrimoniale.
2.1 Il primo motivo è infondato; la difesa di Giuseppe Salvatore Racco,
infatti, ritiene il provvedimento in esame viziato da violazione di legge rilevando,
in primo luogo, che la adozione della misura di prevenzione personale deve
essere fondata sul positivo accertamento non solo della pericolosità sociale del
proposto ma anche del carattere attuale di essa sostenendo che, sul punto, la
Corte di Appello di Torino ha erroneamente ritenuto di poter motivare con il
riferimento alle risultanze del processo penale che aveva visto il ricorrente
condannato per reati associativi comunque antecedenti l’anno 2011 non tenendo
conto della sua volontaria costituzione in carcere e della sua esplicita
dissociazione del proposto dal sodalizio; ha inoltre censurato il provvedimento
quanto alla durata, essendo stata questa arbitrariamente fissata\AZZ=12. in

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e, oggi, dagli artt. 10, comma 3, e 27, comma 2, del D. Lg.vo 159 del 2011; ne

misura superiore a quella della libertà vigilata applicata dalla Corte di Appello di
Torino con la sentenza di condanna.
Come è noto, la questione relativa al giudizio di “attualità” della
pericolosità sociale “qualificata” è stata affrontata dalla SS.UU. di questa Corte
con la sentenza n. 111 del 30.11.2017 (dep. in data 4.1.2018), “Gattuso”.
In quella occasione, infatti, tenendo conto della concreta fattispecie
sottoposta alla attenzione della Corte, è stato in primo luogo ribadito il principio
per cui il concetto di “appartenenza” ad una associazione mafiosa, rilevante per

riconducibile specificamente alla “partecipazione”, si sostanzia in un’azione,
anche isolata, funzionale agli scopi associativi, con la esclusione delle situazioni
di mera contiguità o di vicinanza al gruppo criminale; si è segnalato che, nella
materia specifica delle misure di prevenzione, la nozione di “appartenenza” è più
ampio di quella di partecipazione potendosi attribuire rilievo, a tal fine, a
condotte che non integrano, nemmeno in ipotesi d’accusa, la presenza di un
vincolo stabile tra il proposto ed il sodalizio impedendo di parificare concetti e
situazioni radicalmente diversi.
Le SS.UU. hanno affrontato il quesito, sottoposto alla loro attenzione con
la ordinanza di remissione, “se, nel procedimento applicativo delle misure di
prevenzione personali nei confronti degli indiziati di ‘appartenere’ ad una
associazione di tipo mafioso, sia necessario accertare il requisito della ‘attualità’
della pericolosità del proposto”.
Hanno operato un’ampia ricognizione sistematica, inserendo la normativa
del 2011 nel quadro delineato dagli interventi della Corte Costituzionale con cui
si è progressivamente eroso il terreno normativo su cui era stato ritenuto
possibile ancorare un giudizio di valutazione di pericolosità in termini presuntivi
e, per altro verso, si è affermata una progressiva giurisdizionalizzazione del
procedimento applicativo delle misure di prevenzione garantendo, nella misura
compatibile con la sua pur ribadita peculiarità, la tutela delle garanzie difensive,
anche al fine di contemperarlo con i parametri convenzionali di origine
sovranazionale.
Si è pertanto affermato che, superata la differenziazione sul piano
normativo, deve concludersi nel senso che la pericolosità, con riferimento
all’epoca di valutazione applicativa della misura, vada accertata per tutti i casi
previsti dall’art. 4 cit., essendosi parificate le disposizioni attualmente in vigore,
secondo le direttive espresse dalla legge-delega del 13 agosto 2010, n. 136, in
ordine alla necessità di prevedere presupposti giustificativi delle misure

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l’applicazione delle misure di prevenzione, evoca quella condotta che, non

chiaramente definiti e che l’applicazione della massima di esperienza desumibile
dal dato della tendenziale stabilità del vincolo può essere invocata solo
attraverso la previa analisi specifica dei suoi presupposti di validità nel caso
oggetto della proposta e non può essere, da sola, genericamente in grado di
sostenere l’accertamento di attualità.
In definitiva, le SS.UU. hanno chiarito che “il richiamo alle presunzioni
semplici deve essere corroborato dalla valorizzazione di specifici elementi di fatto
che le sostengano ed evidenzino la natura strutturale dell’apporto, per effetto

sostenere la connessione con la fase di applicazione della misura” aggiungendo
che “occorre confrontarsi, al fine della valutazione di persistente pericolosità, con
qualsiasi elemento di fatto suscettibile, anche sul piano logico, di mutare la
valutazione di partecipazione al gruppo associativo, al di là della dimostrazione di
un dato formale di recesso dalla medesima – anche lì dove sia possibile evocare
astrattamente un recesso, che si può connettere solo ad attività partecipativa
quale può ravvisarsi nel decorso di un rilevante periodo temporale o nel
mutamento delle condizioni di vita, tali da renderle incompatibili con la
persistenza del vincolo”.
Detto questo, e venendo al provvedimento in verifica, la Corte di Appello
di Torino ha sottolineato come Giuseppe Racco fosse stato coinvolto in uno dei
maggiori filoni della indagine “Minotauro”, avente ad oggetto l’operatività di clan
‘ndranghetisti nel torinese, indagine infine validata sul piano giudiziario nel
procedimento a carico di Agresta Antonio + 61 che aveva confermato
l’operatività della criminalità organizzata sul territorio piemontese in
collegamento con strutture criminali calabresi.
In quella stessa occasione era stata ricostruita la articolazione della
sodalizio in “locali”, a loro volta fondate su raggruppamenti di cosche o ‘ndrine a
sfondo e struttura familiare organizzate secondo modalità direttamente mutuate
dai sodalizi calabresi e rigidamente gerarchizzate.
Dopo aver richiamato l’ambito di operatività di tali strutture criminali
(prevalentemente dedite a delitti concernenti le armi, ad estorsioni, al riciclaggio,
al traffico degli stupefacenti o all’usura, al favoreggiamento dei latitanti e, quindi,
all’acquisizione del controllo di attività economico-imprenditoriali,
prevalentemente nel campo dell’edilizia, dell’intrattenimento, della ristorazione,
della distribuzione ed installazione di apparecchi videopoker, fino alla
acquisizione di appalti pubblici) il decreto ha evocato la figura di Giuseppe
Salvatore Racco come “picciotto” del “locale” di Cuorgné nel quale spicca tale
lana Bruno, pluripregiudicato anche per il delitto di cui all’art. 416bis cod. pen.,

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delle ragioni di collegamento espressamente enucleate sulla base degli atti, onde

nipote di lana Giovanni (anch’egli condannato per associazione a delinquere di
stampo mafioso e deceduto in carcere) la cui figlia Bruna aveva per un periodo
convissuto con l’odierno ricorrente il cui genitore, Domenico, era anch’egli
affiliato alla ‘Ndrangheta efn in particolare, alf\medesinnq”locale” di Cuorgné con
il grado di “mastro di giornata”.
In questo contesto, Giuseppe Salvatore Racco era stato contannato per la
partecipazione al sodalizio criminale oltre che per altri reati di rilievo come il
sequestro di persona in danno di un geometra che si era lamentato della scarsa

stato pesantemente minacciato con una pistola; il Racco, nel corso di una
perquisizione eseguita nella sua abitazione, era stato quindi trovato in possesso
di un silenziatore per fucile, fatto che, ha sottolineato la Corte, denotava di per
sé una certa dimestichezza con le armi e, per altro verso, un uso non certamente
“ordinario”.
Diversamente da quanto opinato nel ricorso, la Corte di Appello non si è
tuttavia limitata a delineare i contorni ed il contenuto del giudizio di pericolosità
sociale del proposto ma ha invece affrontato in maniera diretta il profilo della sua
attualità.
Come è noto, peraltro, in presenza di un apprezzabile intervallo temporale
tra condotta accertata in sede penale e giudizio di pericolosità attuale, la
valutazione va operata alla luce di tre indicatori fondamentali:
a) il livello di coinvolgimento dell’attuale proposto nelle pregresse attività
del gruppo criminoso, essendo ben diversa la potenzialità criminale espressa da
un soggetto di vertice rispetto a quella di chi ha posto in essere condotte di mero
ausilio o di episodica contiguità finalistica;
b) la tendenza del gruppo di riferimento a mantenere intatta la sua
capacità operativa nonostante le mutevoli composizioni soggettive correlate ad
azioni repressive da parte dell’autorità giudiziaria, posto che solo in detta ipotesi
può ragionevolmente ipotizzarsi una nuova “attrazione” del soggetto nel circuito
relazionale illecito;
c) la manifestazione, in tale intervallo temporale, da parte del proposto di
comportamenti denotanti l’abbandono delle logiche criminali in precedenza
condivise.
La Corte di Appello di Torino ha confermato il giudizio di attualità della
pericolosità sociale del proposto partendo dalla constatazione del carattere
stabile e diffuso della organizzazione criminale cui egli, in termini

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qualità dei lavori eseguiti dalla ditta del proposto e che, per tale ragione, era

giudiziariamente ormai consolidati, risultava essere affiliato e strettamente
organico anche in forza di legami di natura familiare.
Per altro verso, ha sottolineato la scarsa rilevanza degli elementi addotti
dalla difesa per supportare la intervenuta sua “dissociazione” ritenendo
sostanzialmente priva di rilievo la scarna dichiarazione prodotta in udienza
mentre la costituzione in carcere dopo un lungo periodo di latitanza è stata
correttamente intesa come un dato in realtà confermativo della “attuale”
pericolosità sociale del proposto laddove si consideri che gli anni di latitanza (dal

degli interessi all’estero di Tana Giovanni.
La Corte, infatti, ha considerato la stessa latitanza (anche a prescindere
dal luogo in cui essa era stata condotta, di per sé comunque significativo della
persistenza del legame con il sodalizio) sicuro indice di pericolosità sociale in
quanto, anche per la sua durata, certamente resa possibile dagli appoggi logistici
ed economici del sodalizio e, pertanto, della certa persistenza del vincolo
associativo.
In tal modo, pertanto, i giudici di merito hanno sorretto il loro
apprezzamento con argomentazione che si sottrae alle censure di difetto di
motivazione sollevate dalla difesa e, comunque, al sindacato proprio di questa
Corte.
2.3 Infondati sono anche i motivi che attengono alla misura di natura
patrimoniale e che, come già anticipato, ben possono essere trattati
congiuntamente; con il secondo motivo, infatti, la difesa di Giuseppe Salvatore
Racco denunzia violazione di legge con riferimento all’art. 18 del D. Lg.vo 159
del 2011 rilevando come la Corte di Appello non abbia considerato che l’acquisto
dei cespiti risaliva agli anni compresi tra il 1997 ed il 2000 (fatta eccezione
dell’ultimo) e che gli immobili erano stati realizzati a partire dal 1997 quanto alla
abitazione di Giuseppe Salvatore Racco e dal 2004 quanto all’abitazione di
Domenico Racco e della figlia Stefania e, pertanto, in un periodo che non poteva
ritenersi cronologicamente ricompreso nell’ambito temporale di manifestazione
della sua pericolosità sociale che era stata accertata, con la sopra ricordata
sentenza, con riguardo alla sua partecipazione al sodalizio criminale a partire dal
2007; violazione di legge con riferimento all’art. 24 del D. Lg.vo 159 del 2011
segnalando che la Corte di Appello ha escluso ogni valenza probatoria alla
documentazione finalizzata a dimostrare la legittima provenienza del denaro
utilizzato per gli acquisti immobiliari e per la realizzazione dei due edifici adibiti
ad abitazione del proposto e dei genitori e la sorella.

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2011 al 30.11.2015) erano stati trascorsi a santo Domingo, luogo di elezione

Va rilevato, in primo luogo, come la individuazione dei soggetti destinatari
delle misure di prevenzione può derivare o da elementi di fatto da cui desumere
il fondato indizio di appartenenza del soggetto a sodalizi criminali riconducibili nel
novero di cui quelli di cui all’art. 416bis cod. pen. ovvero, come nel caso di
specie, da un accertamento giurisdizionale consacrato dalla res iudicata che
dunque fa stato in ordine alla presenza del presupposto soggettivo dal quale
scaturisce l’applicabilità delle misure di prevenzione tanto personali che, anche,
reali.

strutturali comuni tra la c.d. confisca “estesa” rispetto confisca di prevenzione,
poiché entrambe trovano un indefettibile presupposto fattuale nella sproporzione
tra valore dei beni di verosimile origine delittuosa e quelli di origine legittima del
soggetto cui esse si riferiscono.
In definitiva, entrambe le ipotesi di confisca sono riconducibili, dal punto
di vista “esteriore” all’origine dell’accumulazione del patrimonio ad una qualità
soggettiva (l’esistenza di una condanna per determinati delitti ovvero la qualità
di indiziato di appartenenza ad un sodalizio mafioso) generatrice di un
meccanismo di illecito arricchimento.
Nel quadro disegnato, anche di recente, dalla giurisprudenza
costituzionale (cfr., Corte Cost. n. 33 del 2018) e sovranazionale (cfr., la
Direttiva 2014/42/UE) possono essere individuate due convergenti esigenze:
che, per un verso, venga individuata una qualche condotta criminosa fonte di
una illecita accumulazione di denaro o altri beni; per altro verso, che la
derivazione dell’illecito arricchimento possa essere ricavata da tutte le
circostanze del caso di specie, tra le quali, in particolare, finisce per assumere
una pregnanza contenutistica determinante quella della incoerenza economica
tra il valore di quei beni e il reddito legittimo della persona cui l’illecita condotta
viene ad essere ascritta.
La questione involge la portata e le implicazioni della sentenza “Spinelli”
n. 4.880 del 2014 con cui le SS.UU. di questa Corte che, all’esito anche in tal
caso di una ampia ricostruzione, ha concluso nel senso che la pericolosità
sociale, oltre ad essere presupposto ineludibile della confisca di prevenzione, è
anche “misura temporale” del suo ambito applicativo, con la conseguenza per
cui, con riferimento alla c.d. pericolosità generica, sono suscettibili di ablazione
soltanto i beni acquistati nell’arco di tempo in cui si è manifestata la pericolosità
sociale, mentre, con riferimento alla c.d. pericolosità qualificata, il giudice dovrà
accertare se questa investa, come ordinariamente accade, l’intero percorso
esistenziale del proposto, o se sia individuabile un momento iniziale ed un

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Sono altresì noti i tratti differenziali ma, al contempo, i connotati

termine finale della pericolosità sociale, al fine di stabilire se siano suscettibili di
ablazione tutti i beni riconducibili al proposto ovvero soltanto quelli ricadenti nel
periodo temporale individuato.
Nel caso di specie, è tuttavia pacifico che si verta in tema di pericolosità
“qualificata” e la Corte di Appello, anche in tal caso, non si è sottratta all’obbligo
di dar corso allo specifico motivo di gravame che era stato articolato dalla difesa
del Racco proprio in punto di “perinnetrazione” cronologica dell’acquisto dei beni
attinti dal provvedimento di confisca; si era infatti censurata la decisione del

laddove al sua partecipazione al sodalizio criminoso era stata legata
all’accertamento giudiziale nel quale l’imputazione era stata formulata in termini
“chiusi” a partire dal 2007.
In particolare, la Corte di Appello ha in primo luogo ricordato che la
contestazione mossa al Racco nel procedimento “Minotauro” non era affatto
“chiusa” atteso che la partecipazione al sodalizio era stata contestata
“quantomeno” dall’anno 2007.
Per altro verso, ha richiamato alcuni dati emergenti dalla stessa sentenza
di condanna e, in particolare, oltre alla attestata frequentazione del Racco con i
due sodali di maggior spessore del “locale” di Cuorgnè nel corso del 2005, alcune
conversazioni intercettate nel 2007 e nel 2008 tra l’odierno ricorrente e Antonino
Occhiuto (capo della “bastarda” di Salassa) da cui emergerebbe lo stretto legame
tra i due e, in particolare, la dimestichezza con la quale il Racco è in grado di
discutere in merito a rapporti intercorrenti tra diverse articolazioni del sodalizio,
avendo il suo interlocutore confidatogli di essersi rivolto a Giuseppe Gioffré
lamentando che lana Bruno stava cercando di espandere la propria influenza
nell’ambito territoriale di competenza di esso Occhiuto; la Corte ha fatto
riferimento, inoltre, alla conversazione captata in data 11.2.2008 in cui il Racco,
dopo aver orgogliosamente rivendicato la propria ormai già acquisita fama di
“mafioso”, racconta al suo interlocutore del suo passato di “sfruttamento” da
parte del clan e, in particolare, del suo superiore Bruno Tana, alludendo quindi ad
un suo non breve periodo di “messa a disposizione” nell’interesse del sodalizio
criminoso.
Da questi dati, cui va aggiunto il pur già richiamato “contesto” familiare in
cui era maturata la affiliazione del proposto, figlio di Domenico Racco, anch’egli
affiliato al “locale” di Cuorgné con il grado di “mastro di giornata”, la Corte di
Appello ha ritenuto possibile desumere una appartenenza del Racco al sodalizio
ben più risalente rispetto alla data “prudenzialmente” individuata dalla pubblica
accusa nel procedimento “Minotauro”, come di iniziale affiliazione; ha agganciato

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Tribunale che aveva colpito beni acquisiti dal Racco in data antecedente il 2000

questo rilievo anche al dato acquisito nella stessa ricostruzione della realtà
‘ndranghetistica piemontese, quale tratteggiata dai collaboratori di giustizia, per
la quale l’affiliazione “formale” è sempre subordinata al riconoscimento di
consolidate ed indiscusse (il che vale a dire “verificate” nel tempo) doti di
affidabilità criminale.
Per altro verso, poi, la Corte ha collegato queste considerazioni al dato
fattuale della improvvisa capacità di spesa dimostrata dal pur giovane Giuseppe
Salvatore Racco e che, per l’appunto, lo avrebbero da un lato condotto al

consentirgli di procedere ad acquisti del tutto ingiustificati rispetto alle effettive e
dimostrabili fonti (lecite) di reddito.
A tal proposito, i giudici di merito hanno segnalato che tra il 1997 ed il
2010, Giuseppe Salvatore Racco aveva denunziato redditi per 182.000 Euro
complessivi, appena sufficienti alla suo mero personale sostentamento.
Ciò non di meno, egli, tra il 1997 ed il 2010, ha acquistato terreni e
realizzato fabbricati (adibiti uno di essi ad abitazione propria e l’altro ad
abitazione del padre e della sorella Stefania) il cui valore complessivo, quale
risultante dalla stima peritale prodotta dal PM, a circa 600.000 Euro.
In definitiva, quindi, senza anticipare i rilievi circa il terzo motivo di
ricorso, la Corte di Appello ha fondato il giudizio di “contestualità” temporale tra
la pericolosità sociale e le acquisizioni di beni su una serie di elementi
complessivamente in grado, secondo il suo apprezzamento, di collegare questi
ultimi alla progressiva (ma al tempo stesso risalente sin dalla fine degli anni ’90)
affiliazione del Racco al sodalizio criminale che sarebbe stato oggetto di
accertamento in sede giudiziaria sia pure soltanto per il periodo in cui esso
sarebbe stato definitivamente conclamato.
Si tratta, allora, di un apprezzamento fattuale sorretto da una
motivazione che non può ritenersi “apparente” ma che risulta comunque aver
preso in considerazione i rilievi difensivi dando conto del percorso argomentativo
su cui si è mossa la Corte di Appello; con la conseguenza per cui il
provvedimento non è censurabile in questa sede.
Altrettanto infondati sono, quindi, i rilievi svolti dalla difesa di Giuseppe
Racco con il terzo motivo di ricorso, con il quale è stato dedotto il vizio di
violazione di legge con riferimento all’art. 24 del D. Lg.vo 159 del 2011
segnalando che la Corte di Appello ha escluso ogni valenza probatoria alla
documentazione finalizzata a dimostrare la legittima provenienza del denaro

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conferimento del grado di “picciotto” del locale di Cuorgnè e, dall’altro, a

utilizzato per gli acquisti immobiliari e per la realizzazione dei due edifici adibiti
ad abitazione del proposto e dei genitori e la sorella.
La Corte di Appello, infatti, ha in primo luogo richiamato l’intervento della
confisca adottata ai sensi dell’art. 12sexies del D.L. 306 del 1992 quale
conseguenza diretta della condanna per il delitto di cui all’art. 416bis cod. pen.;
in secondo luogo, ha operato una ricostruzione analitica dei redditi del proposto
a partire dal 1997 sino al 2010 evidenziando una nettissima ed evidentissima
sproporzione tra quelli denunziati ed il valore dei cespiti attinti dalla misura di

Ha quindi affrontato i rilievi difensivi giudicando non percorribili le
spiegazioni fornite in ordine alla origine delle provviste utilizzate per l’acquisto
dei terreni e per la realizzazione dei due fabbricati segnalando che lo stesso
Domanico Natale Racco, padre del proposto e titolare della Edil. Ra., aveva a sua
volta dichiarato, nel periodo compreso tra il 1997 ed il 2000, redditi di mera
sussistenza con i quali, peraltro, doveva farsi carico del mantenimento della
moglie e della figlia Stefania.
Quanto alla pur dedotta origine delle provviste dalla ditta paterna, la
Corte di Appello ha chiarito come l’operatività di quest’ultima non giustificasse in
alcun modo la acquisizione di utili in grado di sostenere le spese di acquisizione
dei terreni e costruzione/ristrutturazione dei due immobili.
Ha inoltre specificamente passato in rassegna le singole operazioni di
acquisto giudicandole di volta in volta non giustificate dalla documentazione
prodotta dalla difesa e diretta a dimostrare la provenienza delle relative
provviste (cfr., pagg. 14-15 e, soprattutto, pagg. 17-18 del provvedimento
impugnato).
Anche su questo profilo, pertanto, la motivazione della Corte di Appello, in
quanto per un verso ancorata al dato obiettivo della confisca disposta nel
parallelo giudizio di merito e, dall’altro, alla comparazione tra i redditi disponibili
e l’entità degli acquisti degli investimenti immobiliari, si sottrae alla censura di
mera “apparenza” e, pertanto, al vizio di violazione di legge quale denunziato dal
ricorrente.
3. Il ricorso di Domenico Natale Racco è, invece, inammissibile.
Il ricorrente, infatti, ha ritenuto di poter impugnare a sua volta il
provvedimento relativamente alla confisca facendo valere la sua qualità di terzo
interessato fondando la propria legittimazione sul duplice rilievo secondo cui egli,
per il tramite della sua ditta individuale, avrebbe fornito al figlio Giuseppe
Salvatore le disponibilità per la acquisizione dei beni sottoposti alla misura reale

natura patrimoniale.

e per il fatto di abitare, con la moglie e la figlia, in uno dei due immobili
confiscati.
Orbene, è pacifico che la legittimazione ad impugnare il provvedimento di
confisca spetti, in primo luogo, alla persona che abbia diritto alla (eventuale)
restituzione del bene.
Così, ad esempio, si è fatto presente che quando la misura cautelare reale
sia stata adottata nei confronti di un soggetto terzo che si assume interposto, è
inammissibile, per carenza di interesse, il ricorso per cassazione proposto dal

fiduciario, e quindi la titolarità effettiva ed esclusiva dei beni in capo al terzo
intestatario, in quanto, per l’appunto, la legittimazione all’impugnazione spetta
unicamente a quest’ultimo, quale unico soggetto avente in ipotesi diritto alla
restituzione del bene (cfr., Cass. Pen., 2, 20.1.2012 n. 15.474, Biondillo; conf.,
Cass. Pen., 5, 21.10.2010 n. 6.208, Bifulco; Cass. Pen., 5, 26.10.2015 n. 8.922,
Poli; Cass. Pen., 15.6.2017 n. 30.463, Mangione; Cass. Pen., 6, 1.12.2015 n.
48.274, Vicario, che ha escluso, per difetto di interesse, l’impugnazione del
proposto contro il decreto di confisca di un bene ritenuto fittiziamente intestato a
terzi nel caso in cui egli abbia assunto una posizione processuale meramente
adesiva a quella di chi è stato giudicato formalmente interposto, dovendosi in tal
caso riconoscersi la legittimazione al solo apparente intestatario che è l’unico
soggetto avente diritto all’eventuale restituzione del bene).
Si è anche segnalato che può esser bensì ravvisato l’interesse del
proposto ad impugnare il provvedimento adottato nei confronti del terzo
“interposto” allorché tuttavia il ricorrente espliciti le specifiche ragioni che lo
giustificano a contraddire in luogo dei titolari formali dei beni, ad esempio
deducendo un sovraccarico di acquisizioni a lui riferite, di per sé idoneo ad
incidere sulla valutazione della proporzione tra la sua capacità patrimoniale e le
utilità acquisite (cfr., Cass. Pen., 6, 27.6.2013 n. 35.240, Cardone; conf., Cass.
Pen., 12.5.2016 n. 40.008, Pomilio).
Ed, ancora, si è detto che non può negarsi l’interesse ad impugnare della
persona destinataria della proposta di prevenzione la quale abbia affermato
costantemente, nel corso del giudizio, di essere l’effettivo titolare del bene
intestato a terzi e assoggettato a confisca; in tal caso, infatti, è il terzo formale
intestatario del bene ad essere totalmente privo di interesse, in quanto non è
destinatario della misura e non assume di essere il titolare del bene, o,
comunque, di avere un diritto alla restituzione del cespite, non il proposto (cfr.,
Cass. Pen., 6, 13.9.2017 n. 45.115, Ciarelli).

1_3

soggetto presunto interponente che assuma l’insussistenza del rapporto

Nel caso di specie, Domenico Natale Racco non assume né di essere
titolare del bene, né di vantare comunque, su di esso, un diritto di natura reale o
obbligatoria tale da consentire di qualificare la sua posizione in termini diversi da
quella di titolare di un interesse di mero “fatto”, quale si desume dalla sola
circostanza della utilizzazione (non sorretta da alcun titolo) di uno dei beni attinti
dalla misura; né, per altro verso, è idonea a sorreggere l’interesse ad impugnare
la circostanza di avere, per il tramite della sua ditta individuale, somministrato le
risorse necessarie per la acquisizione dei terreni e la costruzione/ristrutturazione

spiegate dal proposto, unico soggetto titolare del diritto alla (eventuale)
restituzione dei beni.
4. Il rigetto del ricorso di Giuseppe Racco e la inammissibilità di quello di
Domenico Natale Racco comporta la condanna dei ricorrenti, in solido tra loro, al
pagamento delle spese processuali e, quanto al secondo, della somma di Euro
2.000 in favore della Cassa delle Ammende, non ravvisandosi ragione alcuna
d’esonero.
P.Q.M.
rigetta il ricorso di Racco Giuseppe Salvatore e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali.
Dichiara inammissibile il ricorso di Racco Domenico Natale e condanna il
ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in
favore della Cassa delle Ammende.
Così deciso in Roma il 13 marzo 2018

Il Consigliere estensore
Cian occa

degli immobili trattandosi di argomentazioni difensive “adesive” alle difese

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