Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18250 del 13/03/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 2 Num. 18250 Anno 2018
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: CIANFROCCA PIERLUIGI

SENTENZA
sul ricorso proposto nell’interesse di:
Marazita Giuseppe, nato a Napoli il 18.3.1974,
contro il decreto della Corte di Appello di Napoli del 28.6.2016;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere dott. Pierluigi Cianfrocca;
letta la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore Generale dott. Mariella De Masellis, che ha concluso per il rigetto del
ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con provvedimento del 28.6.2016 la Corte di Appello di Napoli
respingeva l’appello proposto nell’interesse di Giuseppe Marazita contro il
decreto emesso dal Tribunale in data 14.4.2015 e con il quale al predetto era
stata applicata la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di P.S. con
obbligo di soggiorno per la durata di anni due ed imposto il pagamento di una
cauzione dell’importo di Euro 3.000; la Corte di Appello, dopo aver premesso
come fosse incontroversa la sussistenza dei presupposti su cui fondare il giudizio
di pericolosità sociale del proposto ai sensi dell’art. 4 lett. a) del D. Lg.vo 159 del
2011, ne ripercorreva comunque i termini aggiungendo che, per altro verso, non
poteva nemmeno condividersi il rilievo difensivo circa il difetto del requisito della
sua attualità rispetto al momento della proposta e della successiva adozione del
provvedimento di prevenzione, dal canto suo non incompatibile con il regime
detentivo;

Data Udienza: 13/03/2018

2.

ricorre per Cassazione, tramite il difensore, Giuseppe Marazita,

lamentando violazione di legge con riferimento agli artt. 4 e 6 del D. Lg.vo 159
del 2011, mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione;
rileva, in particolare, che la Corte di Appello di Napoli non avrebbe valutato il
profilo della attualità della pericolosità sociale del proposto al momento della
formulazione del giudizio prognostico che, a sua volta, deve essere ancorato ad
elementi oggettivi e verificabili; sottolinea che, nel caso di specie, il giudizio di
pericolosità ribadito dalla Corte è stato fondato su condotte illecite pregresse e

con formule di stile prive di sostanziale contenuto; aggiunge, ancora, che
laddove il giudizio di pericolosità sociale sia legato al pregresso inserimento del
proposto in un sodalizio criminale, occorre considerare sia il livello di
coinvolgimento che la tendenza del gruppo a mantenere intatta la sua capacità
operativa che, infine, l’eventuale manifestarsi di condotte tali da denunziare
l’abbandono o l’allontanamento del proposto dalle pregresse logiche criminali ed
organizzative; segnala, infine, come la Corte non abbia in alcun modo valutato il
tempo trascorso in regime detentivo;
3. in data 28.2.2018, il Pubblico Ministero ha depositato la requisitoria
scritta in cui richiama i più recenti arresti della giurisprudenza di legittimità, con
particolare riguardo alla sentenza delle SS.UU. “Gattuso” rilevando, nel
contempo, come nel caso di specie la Corte di Appello si sia fatta carico di
motivare in punto di attualità della pericolosità sociale ravvisata nei confronti del
Marazita, motivando nel pieno rispetto dei principi fissati nella suddetta
pronuncia.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Prima di affrontare l’esame del ricorso è opportuno ribadire che nel
procedimento di prevenzione il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per
violazione di legge, secondo il disposto dell’art. 4 legge 27 dicembre 1956, n.
1423, richiamato dall’art. 3 ter, secondo comma, legge 31 maggio 1965, n. 575
e, oggi, dagli artt. 10, comma 3, e 27, comma 2, del D. Lg.vo 159 del 2011; ne
consegue che, in tema di sindacato sulla motivazione, è esclusa dal novero dei
vizi deducibili in sede di legittimità l’ipotesi dell’illogicità manifesta di cui all’art.
606, lett. e), cod. proc. pen., potendosi esclusivamente denunciare con il ricorso,
poiché qualificabile come violazione dell’obbligo di provvedere con decreto
motivato imposto al giudice d’appello dal nono comma del predetto art. 4 legge
n.1423 del 56, il caso di motivazione inesistente o meramente apparente (cfr,
così, tra le tante, Cass. SS.UU., 29.5.2014 n. 33.451, Repaci che, in
motivazione, ha ribadito che non può essere proposta come vizio di motivazione

2

datate nel tempo oltre che riferite ad un limitato arco temporale ed esplicitato

mancante o apparente la deduzione di sottovalutazione di argomenti difensivi
che, in realtà, siano stati presi in considerazione dal giudice o comunque risultino
in ogni caso assorbiti dalle argomentazioni poste a fondamento del
provvedimento impugnato; conf., Cass. Pen., 1, 7.1.2016 n. 6.636 Pandico;
Cass. Pen., 6, 15.6.2016 n. 33.705, Caliendo).
2. La Corte di Appello di Napoli, nel vagliare le censure mosse nei
confronti del provvedimento adottato dal Tribunale, ha spiegato che il giudizio di
pericolosità sociale non era stato messo in discussione nemmeno dal ricorrente

Ha quindi ancorato tale giudizio alle circostanze evidenziate nel
provvedimento impositivo richiamando, comunque, l’ordinanza cautelare n.
112/12 del GIP di Napoli (titolo vagliato positivamente dal Tribunale del Riesame
e tuttora valido ed efficace); la sentenza del Tribunale di Torre Annunziata n.
624/2013 del 18.7.2013, confermata dalla Corte di Appello di Napoli in data
30.10.2014, divenuta definitiva ed irrevocabile dal 19.1.2016; la Corte ha inoltre
richiamato i precedenti più risalenti (in particolare, un’altra sentenza di condanna
irrevocabile relativa a fatti di truffe assicurative e false testimonianze commessi
tra il 1998 ed il 2001 nell’ambito di altro contesto associativo) per sottolineare,
in tal modo, la conclamata ed accertata tendenza del Marazita ad operare
all’interno di contesti criminali organizzati passando dalle truffe al traffico di
stupefacenti; ha evidenziato inoltre la posizione assunta del prevenuto all’interno
del sodalizio essendo egli risultato vicino al promotore Commesso e pronto a
sostituire quest’ultimo al momento dell’arresto del medesimo oltre che essere
attivo nel recupero dei crediti e nella tenuta della contabilità del dare-avere
dell’attività di cessione di sostanze illecite.
La Corte di Appello, in definitiva, ha ritenuto non esservi dubbio alcuno
circa la ricorrenza del profilo della pericolosità al momento della pronuncia del
decreto di primo grado, in considerazione del ruolo ricoperto dal Marazita
all’interno del sodalizio da epoca certamente anteriore al 2010 e sino al suo
arresto, intervenuto nel febbraio del 2012.
Ha infine chiarito che lo stato detentivo del proposto che, a partire dal
2014, era stato posto agli arresti donniciliari, non poteva ritenersi incompatibile
con la applicazione della misura ovvero con la persistenza della pericolosità
sociale che, alla luce dell’insegnamento della Corte e dei principi elaborati anche
alla luce della giurisprudenza costituzionale, andrà semmai verificata come tale
al momento in cui, cessata la applicazione della misura detentiva, potrà essere
applicata quella di prevenzione personale che con la prima non fosse
originariamente incompatibile.

3

che non aveva svolto, su questo aspetto, alcuna censura.

In tal modo, peraltro, la Corte ha correttamente valorizzato, con
valutazione ‘autonoma, ed anche ai fini della attualità della pericolosità del
prevenuto, elementi acquisiti nell’ambito di procedimenti penali definiti ed altri
non ancora definiti ma in grado, comunque, di delineare un compendio indiziario
idoneo a supportare un provvedimento di custodia cautelare in carcere (cfr., per
l’autonomia della valutazione dei medesimi elementi ai fini del giudizio di
pericolosità rispetto a quello cautelare, tra le tante, Cass. Pen., 6, 8.1.2013 n.
4.668, Parmigiano; Cass. Pen., 2, 30.4.2013 n. 26.774, Chianese; Cass. Pen.,

nella quale la Corte ha avuto modo di chiarire che tra gli elementi di indagine
circa la effettiva pericolosità sociale del proposto, possono essere ricompresi
quelli contenuti in ordinanze applicative della misura cautelare, quantunque
annullate dal giudice di legittimità per difetto di motivazione, competendo al
giudice della prevenzione rivalutare, in assoluta autonomia di giudizio, quegli
elementi che il giudice della misura cautelare non abbia eventualmente
coordinato logicamente).
I giudici di merito hanno quindi correttamente osservato che la
sottoposizione del prevenuto alla misura della custodia cautelare in carcere e,
poi, a quella degli arresti domiciliari, non può di per sé consentire di ritenere
superato o attenuato il giudizio di attualità della pericolosità sociale
configurandosi, in realtà, come indiretta conferma della prognosi così effettuata
(cfr., in tal senso, Cass. Pen., 2, 5.3.2015 n. 112.915, Rango; Cass. Pen., 1,
9.3.2017 n. 27.970, Greco).
3. A questo punto, peraltro, anche alla luce del motivo di ricorso articolato
nell’interesse del Marazita, è necessario dar conto del recente intervento operato
in materia dalle SS.UU. con la sentenza n. 111 del 30.11.2017 (dep. in data
4.1.2018), “Gattuso”.
In quella occasione, infatti, è stato in primo luogo ribadito il principio per
cui il concetto di “appartenenza” ad una associazione mafiosa, rilevante per
l’applicazione delle misure di prevenzione, evoca quella condotta che, non
riconducibile specificamente alla “partecipazione”, si sostanzia in un’azione,
anche isolata, funzionale agli scopi associativi, con la esclusione delle situazioni
di mera contiguità o di vicinanza al gruppo criminale.
Per altro verso, poi, le SS.UU. hanno affrontato il quesito, sottoposto alla
loro attenzione con la ordinanza di remissione, “se, nel procedimento applicativo
delle misure di prevenzione personali nei confronti degli indiziati di ‘appartenere’
ad una associazione di tipo mafioso, sia necessario accertare il requisito della
‘attualità’ della pericolosità del proposto”.

4

5, 17.12.2015 n. 1.831, Mannina; Cass. Pen., 5, 31.3.2000 n. 1.968, Mannone,

Hanno dato conto delle diverse opzioni interpretative assunte dalla
giurisprudenza, a partire da quella che, prima dell’intervento operato con il D.
Lg.vo 159 del 2011, muoveva dalle disposizioni in tema di pericolosità qualificata
dall’appartenenza all’associazione mafiosa, di cui all’art. 1 della legge 31 maggio
1965, n. 575, rispetto a quelle in tema di pericolosità generica richiamate
dall’art. 3, primo comma, legge 27 dicembre 1956, n. 1423, per le quali era
specificamente richiesto un giudizio di pericolosità “attuale”, orientamento che
era stato ribadito anche successivamente alla entrata in vigore del D. Lg.vo 159;

presunzione di pericolosità come “affievolita” per effetto del trascorrere del
tempo; ed inoltre quella tesi, anch’essa maturata nel periodo precedente alle
modifica introdotte con il D. Lg.vo 159 del 2011, che richiede sempre e
comunque una motivazione specifica sul punto della attualità della pericolosità;
non senza, peraltro, segnalare come, in molti casi, le divergenze segnalate
fossero, in realtà, più apparenti che reali, dando atto che le decisioni anche
successive all’entrata in vigore del decreto legislativo riconducibili al primo
indirizzo difficilmente si esprimono in termini assoluti sull’irrilevanza del decorso
del tempo, attribuendo invece rilievo alla mancanza di prove sullo sfaldarsi,
oggettivo o soggettivo, del gruppo di “appartenenza” e pervenendo a tale
soluzione dopo aver richiamato le specifiche condizioni di fatto, quali, oltre che
l’adeguata dimostrazione di appartenenza, la natura storica del gruppo illecito a
cui essa si riconduca, alla tipologia della partecipazione, con particolare
riferimento all’apporto del singolo proposto, al suo accertamento con sentenza
definitiva, alla sua particolare valenza nella vita del gruppo, per effetto, ad
esempio, del ruolo verticistico rivestito dall’interessato; in tal modo, infatti, era
già stato chiarito che dalla sola appartenenza all’associazione mafiosa, pur se
riferibile a compagini storiche, non possa automaticamente discendere l’attualità
della pericolosità, a prescindere da ogni analisi rapportata ai tempi
dell’intervento di prevenzione.
Si è pertanto affermato che, superata la differenziazione sul piano
normativo, deve concludersi nel senso che la pericolosità, con riferimento
all’epoca di valutazione applicativa della misura, vada accertata per tutti i casi
previsti dall’art. 4 cit., essendosi parificate le disposizioni attualmente in vigore,
secondo le direttive espresse dalla legge-delega del 13 agosto 2010, n. 136, in
ordine alla necessità di prevedere presupposti giustificativi delle misure
chiaramente definiti e che l’applicazione della massima di esperienza desumibile
dal dato della tendenziale stabilità del vincolo può essere invocata solo
attraverso la previa analisi specifica dei suoi presupposti di validità nel caso

5

hanno quindi richiamato quell’orientamento che, invece, considera la

oggetto della proposta e non può essere, da sola, genericamente in grado di
sostenere l’accertamento di attualità.
In definitiva, le SS.UU. hanno chiarito che “il richiamo alle presunzioni
semplici deve essere corroborato dalla valorizzazione di specifici elementi di fatto
che le sostengano ed evidenzino la natura strutturale dell’apporto, per effetto
delle ragioni di collegamento espressamente enucleate sulla base degli atti, onde
sostenere la connessione con la fase di applicazione della misura” aggiungendo
che “occorre confrontarsi, al fine della valutazione di persistente pericolosità, con

valutazione di partecipazione al gruppo associativo, al di là della dimostrazione di
un dato formale di recesso dalla medesima – anche lì dove sia possibile evocare
astrattamente un recesso, che si può connettere solo ad attività partecipativa -,
quale può ravvisarsi nel decorso di un rilevante periodo temporale o nel
mutamento delle condizioni di vita, tali da renderle incompatibili con la
persistenza del vincolo”.
4. A questo punto, va ancora ribadito che a definire il perimetro e l’ambito
del giudizio di legittimità in questa specifica materia concorrono i limiti tipici del
sindacato riservato alla Corte Suprema, che non ha per oggetto la revisione del
giudizio di merito quanto, piuttosto, la verifica della struttura logica del
provvedimento non potendo tale vaglio risolversi nel (ri)esanne e (ri)valutazione
degli elementi di fatto, riservati al giudice di merito, cui la Corte non può
sostituirsi nella ricerca di una diversa ricostruzione dei fatti in vista di una
decisione alternativa.
5. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha affrontato il gravame
devolutole in maniera puntuale ed esaustiva, dando conto dei criteri fondanti il
giudizio di pericolosità qualificata e della sua attualità, ritenendone la persistenza
anche alla luce del rilievo fondato sullo stato di detenzione cautelare sofferto dal
proposto e, come si è visto, correttamente reputato inidoneo a contrastare la
valutazione prognostica di sfavore.
Infatti, con riguardo alla verifica della attualità della pericolosità, la Corte
di Appello ha operato una ampia ricognizione degli elementi in grado di
comprovare le condotte contrarie alle regole di civile convivenza tenute dal
Marazita, ad iniziare dai pregiudizi penali a suo carico, pervenendo, con
argomentazioni immuni da vizi logici e giuridici, a ritenerne la probabilità di loro
reiterazione.
In proposito, come si è già accennato, la Corte di Appello ha richiamato i
precedenti cautelari (con particolare riferimento alla ordinanza n. 112/12 del GIP

6

qualsiasi elemento di fatto suscettibile, anche sul piano logico, di mutare la

di Napoli) e penali (quali la sentenza del Tribunale di Torre Annunziata n.
624/2013 del 18.7.2013, confermata dalla Corte di Appello di Napoli in data
30.10.2014, divenuta definitiva ed irrevocabile dal 19.1.2016) nonché, a
comprova della risalente tendenza del proposto a vivere del provento di attività
delittuose, i precedenti più risalenti (la condanna irrevocabile relativa a fatti di
truffe assicurative e false testimonianze commessi tra il 1998 ed il 2001
nell’ambito di altro contesto associativo); da siffatti elementi ha quindi desunto
la proclività del Marazita ad operare nell’ambito di contesti criminali organizzati

In particolare, poi, la Corte ha sottolineato quale fossero il ruolo e la
posizione rivestita dal Marazita all’interno del contesto associativo in cui egli era
da ultimo inserito essendo stato egli pronto a sostituire il promotore Commesso
quando quest’ultimo fu tratto in arresto distinguendosi anche nell’attività di
recupero dei crediti e nella tenuta della contabilità del dare-avere dell’attività di
cessione di sostanze illecite.
La Corte di Appello, in definitiva, non sottraendosi alla sollecitazione della
difesa del ricorrente che, sul punto, aveva formulato una specifica censura, ha
ritenuto non esservi dubbio alcuno circa la ricorrenza del profilo della pericolosità
“attuale” del proposto, ovvero della esistenza di tale condizione al momento della
richiesta e della pronuncia del decreto di primo grado, in considerazione del ruolo
ricoperto dal Marazita all’interno del sodalizio, tuttora operante, da epoca
certamente anteriore al 2010 e sino al suo arresto, intervenuto nel febbraio del
2012.
Nel giudizio di prevenzione, d’altra parte, la valutazione di pericolosità
soggettiva che sorregge la prognosi formulata dal giudice rappresenta la
proiezione di elementi di giudizio acquisiti al procedimento per il tramite di una
varietà di fonti di conoscenza e che finiscono con l’essere gli indicatori della
inclusione del soggetto proposto in una delle categorie criminologiche previste e
delineate dalla legge assumendo in tal modo valore predittivo del
comportamento futuro.
Il decreto in verifica, dunque, non si presta alle censure articolate in
questa sede atteso che, lungi dal dare acritica adesione all’orientamento secondo
cui il giudizio di pericolosità “qualificata” non necessita di una specifica
motivazione in punto di attualità della stessa, non ha eluso il problema posto
dalla difesa sottolineando come gli elementi acquisiti consentissero di formulare
una diagnosi di appartenenza al sodalizio certamente risalente e comunque
perdurante sino alla adozione del provvedimento custodiale adottato nel febbraio
del 2012.

7

con attività via via di maggior rilievo e spessore.

Come è noto, peraltro, in presenza di un apprezzabile intervallo temporale
tra condotta accertata in sede penale e giudizio di pericolosità attuale, la
valutazione va operata alla luce di tre indicatori fondamentali:
a) il livello di coinvolgimento dell’attuale proposto nelle pregresse attività
del gruppo criminoso, essendo ben diversa la potenzialità criminale espressa da
un soggetto di vertice rispetto a quella di chi ha posto in essere condotte di mero
ausilio o di episodica contiguità finalistica;
b) la tendenza del gruppo di riferimento a mantenere intatta la sua

azioni repressive da parte dell’autorità giudiziaria, posto che solo in detta ipotesi
può ragionevolmente ipotizzarsi una nuova “attrazione” del soggetto nel circuito
relazionale illecito;
c) la manifestazione, in tale intervallo temporale, da parte del proposto di
comportamenti denotanti l’abbandono delle logiche criminali in precedenza
condivise.
Ebbene, la Corte di Appello di Napoli, con motivazione sintetica ma
certamente immune da vizi, ha fatto riferimento a siffatti indicatori confermando,
infine, il giudizio di pericolosità “attuale” e “persistente” in capo all’odierno
ricorrente.
6. La Corte, infine, ha chiarito che lo stato detentivo del proposto il quale,
tratto in arresto nel 2012 (in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in
carcere) e, a partire dal 2014, posto agli arresti domiciliari, non poteva ritenersi
incompatibile con la applicazione della misura ovvero con la persistenza della
pericolosità sociale che andrà (ri)verificata al momento in cui, cessata la
applicazione della misura detentiva o paradetentiva, potrà essere applicata
quella di prevenzione personale che con la prima non fosse originariamente
incompatibile.
In tal modo, la Corte napoletana si è conformata all’insegnamento ormai
risalente della Corte che, a partire da SS.UU. 25.3.1993 n. 6, Tunnminelli, ha più
volte avuto modo di chiarire che la misura di prevenzione della sorveglianza
speciale di pubblica sicurezza è applicabile anche nei confronti di persona
detenuta al momento della adozione del provvedimento, dovendosi distinguere
tra il momento deliberativo ed il momento esecutivo della misura di prevenzione
e attenendo la sua incompatibilità con lo stato di detenzione del proposto
unicamente alla esecuzione della misura stessa, con la conseguenza per cui la
misura di prevenzione può avere inizio solo quando tale stato venga a cessare,
ferma restando la possibilità per il soggetto di chiederne la revoca, per

8

capacità operativa nonostante le mutevoli composizioni soggettive correlate ad

l’eventuale venire meno della pericolosità in conseguenza dell’incidenza positiva
sulla sua personalità della funzione risocializzante della pena (cfr., anche, Cass.
SS.UU., 25.10.2007 n. 10.281, Gallo; Cass. Pen., 1, 25.3.2015 n. 30.101,
Cambareri che, a sua volta, ha segnalato gli effetti, sul sistema, della
dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 12 della legge 27 dicembre
1956 n. 1423, e dell’art. 15 del d.lgs 6 settembre 2011, n. 159, pronunciata
dalla Corte costituzionale con sentenza n. 291 del 2013 – con la necessità di
procedere, al momento di eseguire la misura, ad una verifica “ex officio”

7. Alla declaratoria d’inammissibilità consegue, a norma dell’art. 616 cod.
proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e
della sanzione pecuniaria di Euro 2.000 da versarsi in favore della Cassa delle
Ammende, non ravvisandosi ragioni d’esonero.

P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso in Roma il 13 marzo 2018

Il Consigliere estensore
Pierluigi CiOnfrocc

dell’attualità della pericolosità del prevenuto).

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA