Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18224 del 27/02/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 18224 Anno 2018
Presidente: CAMMINO MATILDE
Relatore: MESSINI D’AGOSTINI PIERO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
BLAGO SALVATORE nato il 16/01/1978 a GALATINA

avverso l’ordinanza del 03/10/2017 del TRIBUNALE DI LECCE

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere PIERO MESSINI D’AGOSTINI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale DELIA
CARDIA, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito il difensore avv. LUIGI ROCCO CORVAGLIA, che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 3/10/2017, il Tribunale di Lecce, in sede di riesame,
confermava l’ordinanza depositata 1’11/8/2017 con la quale il G.i.p. dello stesso
Tribunale aveva applicato la misura cautelare della custodia in carcere a
Salvatore Blago per i reati di cui agli artt. 74 e 73 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309,

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Data Udienza: 27/02/2018

contestati ai capi C) e D41), 416 bis c.p. (capo G), 2, 4 e 7 legge 2 ottobre
1967, n. 895 (capo G2) e 629 cod. pen. (capo G19.1).

2. Propone ricorso Salvatore Blago, a mezzo del proprio difensore di
fiducia, chiedendo l’annullamento dell’ordinanza sulla base di tre motivi.
2.1. Violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e), cod. proc. pen. in
relazione all’art. 292, comma 2 lett. c) del codice di rito.
Erroneamente il Tribunale del riesame ha rigettato l’eccezione di nullità

gravi indizi di colpevolezza.
Il provvedimento del G.i.p., infatti, contiene una motivazione apparente
ed in alcune pagine riporta pedissequamente la richiesta di applicazione della
misura cautelare presentata dal Pubblico Ministero, senza esporre le ragioni che
lo hanno determinato a condividere le considerazioni espresse dall’accusa.
2.2. Violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e), cod. proc. pen. in
relazione all’art. 273 cod. proc. pen.
Il ricorrente deduce che non vi è certezza che il “Salvatore” al quale si fa
riferimento nell’intercettazione del 12/4/2014 quale finanziatore o detentore
della cassa comune sia proprio Blago. In ogni caso quel semplice episodio non è
elemento sufficiente per ricavare la partecipazione di Blago all’associazione ex
art. 74 d.P.R. n. 309 del 1990.
La partecipazione a detta associazione non è dimostrata dal contenuto di
altre conversazioni intercettate, pure richiamate nell’ordinanza impugnata, e
dalla supposta (e contestata) appartenenza dell’indagato all’associazione di tipo
mafioso.
Non vi è neppure certezza che la droga (630 grammi di marijuana) e la
pistola oggetto della conversazione telefonica del 25/6/2014 siano mai state
consegnate a Blago.
Dagli atti d’indagine, poi, è emerso che il ricorrente, gestore della
tabaccheria di proprietà della moglie, ha avuto rapporti essenzialmente con
Vincenzo Cianci, frequentatore dell’esercizio, ignorando però che questi fosse a
capo di una consorteria mafiosa.
Non vi è prova che Blago intendesse partecipare all’associazione, in
difetto del dolo specifico richiesto dall’art. 416 bis cod. pen.; egli si è prestato
occasionalmente, senza apprezzare compiutamente la gravità della propria
condotta, ad occultare le armi consegnategli da Cianci e Ballarino, e senza
sapere che insieme alle stesse vi fosse anche la droga.
Anche la partecipazione del ricorrente all’estorsione in danno di Antonio
Carechino è frutto di valutazioni congetturali: dal contenuto delle intercettazioni

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dell’ordinanza cautelare genetica per mancanza di autonoma valutazione dei

si evince che probabilmente egli si limitò a chiedere a Cianci che fosse ridotta la
somma richiesta ber la restituzione dell’autovettura al prOprietario, a seguito
della richiesta dei cugini dello stesso, cui era legato da un rapporto di amicizia.
Non vi è prova che Blago coadiuvasse Cianci e Candido nella gestione
delle estorsioni con il metodo del c.d. cavallo di ritorno, circostanza che secondo l’accusa – dimostrerebbe la sua partecipazione all’associazione di
stampo mafioso, della quale tutt’al più egli sarebbe solo un concorrente esterno,
in ragione della vicenda delle armi, la cui detenzione e porto sono le uniche

2.3. Violazione dell’art. 606, comma 1 lett. b) ed e), cod. proc. pen. in
relazione agli artt. 274 e 275 cod. proc. pen.
In tema di esigenze cautelari, l’ordinanza impugnata è nulla per difetto di
motivazione.
I fatti risalgono a quattro anni or sono, Blago è incensurato, la moglie ha
ceduto la tabaccheria che egli gestiva e Cianci è ristretto in carcere: in ragione di
questi elementi non sussiste il requisito dell’attualità del pericolo di recidiva.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza di tutti i motivi
proposti.

2. Correttamente il Tribunale ha escluso che l’ordinanza emessa dal
G.i.p. fosse priva di motivazione e di una autonoma valutazione dei gravi indizi di
colpevolezza.
Secondo il diritto vivente, il requisito introdotto all’art. 292, comma 1,
lett. c), cod. proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47 impone al giudice di
esplicitare le ragioni per cui egli ritiene di poter attribuire al compendio indiziario
un significato coerente all’integrazione dei presupposti normativi per l’adozione
della misura, ma non implica la necessità di una riscrittura “originale” degli
elementi indizianti o di quelli riferiti alle esigenze cautelari (Sez. 6, n. 13864 del
16/03/2017, Marra, Rv. 269648; Sez. 3, n. 2257 del 18/10/2016, dep. 2017,
Burani, Rv. 268800; Sez. 3, n. 28979 del 11/05/2016, Sabounjian, Rv. 267350;
Sez. 5, n. 11922 del 02/12/2015, dep. 2016, Belsito, Rv. 266428; Sez. 1, n.
5787 del 21/10/2015, Calandrino, Rv. 265984).
Detto obbligo non è violato per il solo fatto che il giudice riporti – pure in
maniera pedissequa – atti del fascicolo per come riferiti o riassunti nella richiesta
del pubblico ministero, riguardando tali elementi esclusivamente i profili

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condotte per le quali sussiste la gravità indiziaria.

espositivi del fatto (Sez. 6, n. 46792 del 11/09/2017, Hasani, Rv. 271507; Sez.
2, n. 13838 «de1 16/12/2016, dep..2017, Schetter, Rv. 269970).
In proposito è stato efficacemente osservato che il concetto di autonoma
valutazione espresso dal legislatore «non può che essere inteso come
valutazione “non condizionata” che è cosa ben diversa da una valutazione “non
conforme” in quanto, se così non fosse, si dovrebbe giungere al paradosso di
sostenere che il Giudice potrebbe dimostrare la propria “autonomia” (così da
evitare vizi dell’emittendo provvedimento cautelare) solo non accogliendo (in

di fatti di palese evidenza e di univoca interpretazione, a motivazioni distoniche
rispetto a quelle del Pubblico Ministero che però portino comunque al medesimo
condiviso risultato» (Sez. 2, n. 5497 del 29/01/2016, Pellegrino, Rv. 266336).
Nel caso di specie, il G.i.p. del Tribunale di Lecce, dopo avere riportato le
risultanze delle attività di indagine, in larga parte costituite dagli esiti delle
intercettazioni, ha dato dimostrazione di avere compiuto un’autonoma
valutazione della gravità indiziaria, trattata in un autonomo capitolo
dell’ordinanza.
Una conferma che, in generale, il G.i.p. ha compiuto detta valutazione è
data anche dal fatto che la richiesta del Pubblico Ministero sia stata respinta
integralmente per sei indagati per difetto dei gravi indizi di colpevolezza e per
altri sei per mancanza delle esigenze cautelari. In proposito, si è affermato che
l’obbligo dell’autonoma valutazione deve ritenersi assolto «quando l’ordinanza,
benché redatta con la tecnica del cd. copia-incolla, accolga la richiesta del P.M.
solo per talune imputazioni cautelari ovvero solo per alcuni indagati, in quanto il
parziale diniego opposto dal giudice costituisce di per sé indice di una
valutazione critica, e non meramente adesiva, della richiesta cautelare,
nell’intero complesso delle sue articolazioni interne» (Sez. 2, n. 25750 del
04/05/2017, Persano, Rv. 270662; Sez. 6, n. 51936 del 17/11/2016, Aliperti,
Rv. 268523; Sez. 2, n. 3289 del 14/12/2015, dep. 2016, Astolfi, Rv. 265807).

3. In ordine al secondo motivo, il ricorrente ha trascurato il principio, da
tempo consolidato in giurisprudenza, secondo il quale il controllo di legittimità
relativo ai provvedimenti de libertate è circoscritto all’esame del contenuto
dell’atto impugnato per verificare, da un lato, le ragioni giuridiche che lo hanno
determinato e, dall’altro, l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle
argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento.
3.1. In particolare, la insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza ex art.
273 cod. proc. pen. è rilevabile in Cassazione soltanto se si traduce nella

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tutto od in parte) la richiesta del Pubblico Ministero o ricorrendo, pur in presenza

violazione di specifiche norme di legge o in mancanza o manifesta illogicità della
motivazione, risultante dal testo del provvedirrenio impugnato.
Il controllo di legittimità non può riguardare né la ricostruzione dei fatti
né l’apprezzamento del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e la
rilevanza e concludenza dei dati probatori, per cui non sono consentite le
censure, che pur investendo formalmente la motivazione, si risolvono nella
prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice
di merito; ne consegue che, ove venga denunciato il vizio di motivazione in

merito la valutazione del peso probatorio degli stessi, mentre alla Corte di
Cassazione spetta solo il compito di verificare se il decidente abbia dato
adeguatamente conto delle ragioni che lo hanno indotto ad affermare la gravità
del quadro indiziario a carico dell’indagato, controllando la congruenza della
motivazione riguardante la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni
della logica e ai principi di diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze
probatorie (Sez. 2, n. 31553 del 17/05/2017, Paviglianiti, Rv. 270628; Sez. 4, n.
18795 del 02/03/2017, Di Iasi, Rv. 269884; Sez. 3, n. 20575 del 08/03/2016,
Berlingeri, Rv. 266939; Sez. F, n. 47748 dell’11/08/2014, Rv. Contarini, Rv.
261400; Sez. 6, n. 11194 del 08/03/2012, Lupo, Rv. 252178).
Inoltre, la deduzione del vizio di motivazione, pur ammessa dal legislatore
anche per i ricorsi in materia cautelare, non può che risentire intensamente della
struttura del controllo di legittimità. In proposito si è acutamente osservato che
non può essere quella del ricorso per cassazione avverso i provvedimenti
cautelari la sede dell’approfondita indagine probatoria che comporti la
rivalutazione e la discussione del valore probatorio specifico e collettivo dei
singoli elementi che compongono la provvista probatoria. Pertanto «il rilievo del
singolo dato probatorio (in ipotesi difensiva travisato o omesso o apprezzato in
termini di manifesta illogicità o contraddittorietà) non può avvenire direttamente
in sede di ricorso, ma deve passare necessariamente attraverso una specifica

ordine alla consistenza dei gravi indizi di colpevolezza, è demandata al giudice di

deduzione scritta (o in sede di richiesta di riesame o in sede di memoria
tempestiva presentata al Tribunale in tempo utile per la decisione) che proprio
quel determinato elemento di fatto richiami e valorizzi. Perché è solo il Tribunale
che ha la competenza per l’apprezzamento adeguato di quell’elemento all’interno
del complesso probatorio che è a sua possibile conoscenza, un tale
apprezzamento essendo radicalmente incompatibile con la struttura del giudizio
di legittimità e con i limiti della cognizione di questa Corte suprema» (Sez. 6, n.
22333 del 06/06/2012, Lagravanese, Rv. 252885).
3.2. I rilievi concernenti il giudizio di gravità indiziaria contrastano
apertamente con i ricordati principi e si sostanziano in una lettura degli elementi

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L.

probatori alternativa a quella operata dal Tribunale, che ha dato specifica
risposta, con adeguatainotivazione, alle dodlianze riproposte in questa sede.
L’ordinanza impugnata ha richiamato numerosi elementi indiziari indicativi
della partecipazione di Salvatore Blago all’associazione finalizzata al traffico di
sostanze stupefacenti ed a quella di tipo mafioso, quale soggetto che custodisce
la droga, le armi e fornisce stabile supporto per l’attività estorsiva del sodalizio.
Il ricorso per lo più si esprime in termini “perplessi”, deducendo anche la
insussistenza di prove certe della responsabilità di Blago, sovrapponendo

per pronunziare una sentenza di condanna, con quello della “qualificata
probabilità” di colpevolezza che deve guidare il giudizio in ordine alla gravità
indiziaria (ex plurimis v. Sez. 2, n. 22968 del 08/03/2017, Carrubba, Rv.
270172; Sez. 4, n. 6660 del 24/01/2017, Pugiotto, Rv. 269179; Sez. 4, n.
53369 del 09/11/2016, Jovanovic, Rv. 268683; Sez. 4, n. 22345 del
15/05/2014, Francavilla, Rv. 261963; Sez. 4, n. 38466 del 12/07/2013, Kolgjini,
Rv. 257576).
Il ricorrente non contesta la sussistenza della gravità indiziaria per i reati
di detenzione e porto di armi, ma implicitamente ne svaluta il rilievo ai fini di una
valutazione della condotta di Blago nel contesto associativo: l’ordinanza ha
ricordato che il 22 luglio 2014 nella sua proprietà furono rinvenute, in sei luoghi
diversi, munizioni ed armi (tra cui “un paio di fucili che stanno in tutte le rapine”)
e che da conversazioni precedenti fra lo stesso e Vincenzo Cianci emerge la
piena intraneità del ricorrente, la cui condotta è stata tutt’altro che occasionale o
marginale.
Anche le intercettazioni relative alla vicenda estorsiva denotano un ruolo
attivo di Blago, la cui attività non fu solo quella di intermediazione evocata nel
ricorso, che in ogni caso di per se stessa costituisce concorso nel reato.
Il Tribunale del riesame ha spiegato in modo logico per quale ragione
dalla conversazione del 25 giugno 2014 si evince che Cianci e Ballarino
consegnarono a Blago la vaschetta contenente la droga (630 grammi di
marijuana), oltre alla pistola, circostanza avvalorata dal sopralluogo
successivamente eseguito dalla polizia giudiziaria, che recuperò il contenitore
con residui di detta sostanza stupefacente.
Nell’ordinanza, poi, vi sono varie altre conversazioni intercettate,
trascurate dal ricorrente, indicative dell’inserimento stabile nei sodalizi criminosi
di Blago, strettamente legato a Cianci, che in Sogliano ha avviato una redditizia
attività di spaccio, uno dei campi in cui operava l’associazione mafiosa.
Alle conversazioni intercettate il giudice di merito ha attribuito un
significato plausibile e comunque non illogico; anche in questo caso va

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indebitamente il criterio del superamento del “ragionevole dubbio”, necessario

richiamata la costante giurisprudenza di legittimità sul tema: l’interpretazione del
linguaggio adoperato dai soggetti interCettati, anche quando . sia criptico o cifrato
(e nella fattispecie quasi mai lo è stato), costituisce questione di fatto, rimessa
alla valutazione del giudice di merito, la quale, se risulta logica in relazione alle
massime di esperienza utilizzate, non può essere sindacata in sede di legittimità
se non nei limiti della manifesta illogicità ed irragionevolezza della motivazione
con cui esse sono recepite (Sez. U., n. 22471 del 26/2/2015, Sebbar, Rv.
263715; Sez. 2, n. 50701 del 04/10/2016, D’Andrea, Rv. 268389; Sez. 3, n.

4. Manifestamente infondato è anche il motivo proposto in tema di
esigenze cautelari.
La motivazione dell’ordinanza impugnata non è affatto mancante,
essendosi richiamata la presunzione di cui all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen.,
accompagnata dai rilievi circa la stabilità del vincolo associativo, esistente
almeno sono al marzo 2015, e la scelta di vita deviante intrapresa da Salvatore
Blago, coinvolto in molteplici attività delittuose del sodalizio mafioso, disponibile
a custodire armi, droga ed il denaro profitto delle estorsioni.
Sotto altro profilo, la doglianza difensiva inerente al difetto di attualità
delle esigenze cautelari, in ragione del tempo trascorso dai fatti, contrasta con il
principio ripetutamente affermato dalla Suprema Corte, condiviso dal Collegio,
secondo il quale «il requisito dell’attualità, pur non costituendo una mera
ripetizione di quello di concretezza, richiama necessariamente l’esigenza di
elevata probabilità di suo verificarsi rispetto tuttavia non già all’occasione del
delinquere, ma alla sua occasionalità; in questo senso dunque deve ritenersi che
il pericolo non è attuale se la condotta criminosa si appalesa del tutto sporadica
ed occasionale, mentre sussiste laddove l’illecito possa ripetersi in ragione delle
modalità del suo estrinsecarsi, della personalità del soggetto, indipendentemente
dalla imminenza di sua verificazione (Sez. 6, 9894/2016, rv. 266421). Deve
dunque affermarsi che il requisito dell’attualità del

periculum libertatis può

individuarsi a prescindere dalla positiva ricognizione di effettive ed immediate
opportunità di ricadute a portata di mano dell’inquisito, essendo necessario e
sufficiente formulare un giudizio prognostico che sulla base dei criteri di cui
all’art. 133 cod. pen., si riconnetta alla realtà emergente dagli atti del
procedimento ed alle valutazioni della persistente pericolosità che è dato trarne,
dovendosi comunque effettuare una previsione correlata alla situazione
esistenziale e socio ambientale in cui verrà a trovarsi l’indagato, nell’ipotesi in cui
venga meno lo stato di detenzione» (così Sez. 2, n. 44946 del 13/09/2016,
Draghici, Rv. 267965; in senso conforme cfr., ad es., Sez. 2, n. 11511 del

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35593 del 17/05/2016, Folino, Rv. 267650).

14/12/2016, Verga, dep. 2017, Rv. 269684; Sez. 2, n. 47891 del 07/09/2016,
Vicini, Rv. 2 6
. 8366; Sez. 2, n. 18744 del 14/04/2016, *Foti, Rv. 266421; Sei. 2,
n. 26093 del 31/03/2016, Centineo, Rv, 267264).
La cessione della tabaccheria da parte della moglie, circostanza evocata
dal ricorrente, non è idonea a far ritenere cessate le esigenze cautelari, poiché il
concorso di Blago nell’attività estorsiva non era certamente dipendente in modo
determinante dalla disponibilità di detto luogo, pure utilizzato per gli incontri con
Cianci, la cui restrizione in carcere (allo stato) non è neppure essa, ovviamente,

5. All’inammissibilità dell’impugnazione proposta segue, ai sensi dell’art.
616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento nonché, ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della
causa di inammissibilità, al pagamento a favore della cassa delle ammende della
somma di C 2.000, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.
Poiché dalla presente decisione non consegue la rimessione in libertà del
ricorrente, deve disporsi – ai sensi dell’articolo 94, comma 1 ter delle norme di
attuazione del codice di procedura penale, che copia della stessa sia trasmessa al
direttore dell’istituto penitenziario in cui l’indagato si trova ristretto, perché
provveda a quanto stabilito dal comma 1 bis del citato articolo 94.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di euro duemila alla cassa delle ammende.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 co. i-ter disp.
att. cod. proc. pen.
Così deciso il 27/2/2018.

Il Consigliere estensore
Piero Messini D’Agostini

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Il Presidente
Matilde Cammino
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circostanza da sola idonea ad elidere il pericolo di recidiva.

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