Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18153 del 23/01/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 18153 Anno 2018
Presidente: DI TOMASSI MARIASTEFANIA
Relatore: FIORDALISI DOMENICO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
RUKO DRITAN nato il 10/02/1980 a FIER( ALBANIA)

avverso la sentenza del 05/07/2016 della CORTE ASSISE APPELLO di
CATANZARO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere DOMENICO FIORDALISI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ROBERTO
ANIELLO
che ha concluso per

Il Proc. Gen. conclude per il rigetto del ricorso.
Udito il difensore
E’ presente l’avvocato ZAGARESE GIOVANNI del foro di CASTROVILLARI in difesa
di RUKO DRITAN che conclude insistendo per l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 23/01/2018

RITENUTO IN FATTO

1.

Ruko Dristan ricorre avverso la sentenza della Corte di assise di appello di

Catanzaro del 05/07/2016, che ha confermato la condanna a 14 anni di
reclusione inflitta nei suoi confronti in sede di giudizio abbreviato dal Giudice
dell’udienza preliminare del Tribunale di Castrovillari in data 18/06/2015 per i
delitti a) di rissa aggravata (art. 588 commi 1 e 2 cod. pen.), b) di omicidio con
quattro fucilate del cittadino rumeno Ciobanu Dumitrache (art. 575 cod. pen.), c)

avvenuti per la gestione della prostituzione fuori del locale “Cuba Libre” nel
territorio di Corigliano nella notte del 15 agosto 2013; d) del tentativo di
estorsione aggravata ai danni di Ispas Roxana e Ciobanu Andrea per indurle a
lasciare il posto ove le stesse esercitavano la prostituzione oppure a
corrispondere la somma di 50 euro al giorno (artt. 56, 629 commi 1 e 3 n. 1 cod.
pen.) dal 20 maggio al 16 agosto 2013 a Corigliano.
Secondo la concorde ricostruzione dei fatti accolta dai giudici di merito,
all’esterno di detto locale, un gruppo formato dal cittadino albanese Ruko
Dristan, dal coimputato rumeno Tighiliu Claudiu Florin e da tali Mona e Seferi si
contrapponeva al gruppo costituito dal rumeno Ciobanu Dumitrache, Antohe
Stefan e altri soggetti rimasti non identificati, colpendosi a vicenda. Ad un certo
punto il Ruko allontanandosi dal locale, inseguito dal Ciobanu Dumitrache,
avrebbe raggiunto la sua auto Citroen Saxo parcheggiata a 30 metri dal locale,
avrebbe prelevato un fucile e sparato quattro fuciliate cal. 12 contro il Ciobanu
che decedeva. I giudici di merito hanno raggiunto il proprio convincimento sulla
colpevolezza del Ruko sulla base di varie testimonianze tra le quali hanno
assunto un ruolo centrale quello delle due persone offese del tentativo di
estorsione Ispas Roxana e Ciobanu Simona, le quali avrebbero anche assistito ai
momenti antecedenti l’omicidio ed avrebbero poi descritto le fasi
dell’inseguimento tra Ruko e la vittima Ciobanu, udito i colpi di fucile e visto il

di detenzione e porto di fucile (artt. 2 e 4 legge 2 ottobre 1967 n. 895); fatti

Ciobanu cadere in terra.

2. Deduce il ricorrente come primo motivo, ai sensi dell’art. 606 lett c) cod. proc.
pen. che, nel corso del giudizio abbreviato condizionato all’assunzione del teste
Lazzarano Giorgio, sui fatti accaduti la notte dell’omicidio, lo stesso pubblico
ministero non avrebbe inteso esercitare la facoltà di richiedere prova contraria,
mentre nel corso dell’udienza istruttoria avrebbe chiesto al G.u.p. di acquisire
delle nuove prove raccolte a carico del Ruko in altro e diverso procedimento
penale, avviato per il delitto di favoreggiamento nei confronti del detenuto
Filadoro Cristian, coinvolto nel tentativo di far uscire dal carcere un messaggio

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del Ruko, per far pervenire al suddetto Lazzarano istruzioni sul contenuto della
deposizione testimoniale da effettuare nel procedimento.
Il Giudice, d’ufficio, con ordinanza del 11/02/2015, aveva disposto
l’acquisizione dell’esito delle nuove indagini, ai sensi dell’art. 441 comma 5, cod.
proc. pen., così rigettando l’opposizione della difesa ed aveva respinto la
richiesta del medesimo Ruko, di sentire a controprova lo stesso Filadoro e di
effettuare una perizia calligrafica sul biglietto.
Lamenta, quindi, il ricorrente che, con tale rigetto, sarebbe stato limitato il

pen., in riferimento agli artt. 6 par. 3 lett. d) CEDU, del Patto Interinale dei diritti
civili e politici e dell’art. 111 terzo comma Cost.
Secondo il ricorrente la circostanza avrebbe inciso in modo netto sulla
decisione dei giudici di merito, come si legge a pag. 46 della sentenza di primo
grado, in cui si affronta il tema del tentativo di Ruko di trovare testi compiacenti
ed a pagg. 19, 20, 21, 22 e 29 della sentenza di appello.
Deduce il ricorrente, altresì, ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen.,
che in tale ordinanza, emessa ai sensi dell’art. 441 cod. proc. pen., difetterebbe
la motivazione del rigetto della controprova chiesta dalla difesa, essendosi il
Giudice limitato a qualificarla come “non necessaria”.

3. Col secondo motivo, ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen., il ricorrente
deduce vizi della motivazione della sentenza per inadeguatezza, contraddittorietà
e illogicità dell’apparato giustificativo dei risultati acquisiti e del rispetto dei
criteri di valutazione della prova (art. 192 commi 1, 2, e 3 cod. proc. pen.); della
disattenzione degli elementi di prova contraria (art. 546 lett. e) cod. proc. pen.);
del travisamento della prova e dell’omessa rappresentazione del percorso logicoargomentativo di superamento di ogni ragionevole dubbio sulla verità
dell’assunto di condanna del Ruko, per i reati di omicidio aggravato (art. 575,
576 cod. pen. capo b) della rubrica) e di porto e detenzione dell’arma (legge
895/1967, capo c) della rubrica).
Evidenzia il ricorrente che, nei confronti di altri coimputati della medesima
rissa aggravata, la Corte di assise di Cosenza e lo stesso G.u.p. avrebbero
ricostruito in modo diverso i fatti con separate pronunce.
I Giudici non avrebbero considerato le dichiaranti persone offese Ispas Roxana
e Ciobanu Simona, come indagati corrissanti e, in ogni caso, non avrebbero
effettuato un’attenta verifica, più penetrante e rigorosa rispetto ad un qualsiasi
altro testimone, della loro credibilità soggettiva e dell’attendibilità intrinseca
(come ribadito da Cass. Sez. 3 n. 46179 del 23/10/2013), soprattutto perché i
giudici avrebbero proceduto ad una valutazione frazionata della loro credibilità ed

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diritto della difesa, in violazione degli artt. 190, 438 comma 5 e 495 cod. proc.

avrebbero immotivatamente disatteso le circostanze non confermative
dell’avvenuta diretta percezione visiva del Ruko come armato di fucile ed autore
dell’esplosione dei colpi.
La Corte di merito, alle pagg. 14 e 29 della sentenza, pur riconoscendo il
contesto di complessiva dichiarata inaffidabilità dei due testimoni principali,
espresso a pag. 37 della sentenza del G.u.p., non avrebbe espresso adeguate
considerazioni per dare credibilità alla tesi accusatoria, ma avrebbe fatto
riferimento in modo generico a carenze di comprensione della lingua, allo stress,

citati testi ai Carabinieri nell’immediatezza.
Le circostanze obiettive, inoltre, sarebbero in insanabile conflitto con la
ricostruzione della dinamica dei fatti operata sulla base di dette dichiarazioni,
perché il corpo della vittima era a meno di cinque metri dalla discoteca, mentre
le dichiaranti avrebbero riferito di un inseguimento della vittima all’aggressore.
Nell’allontanarsi dal locale, questi avrebbe preso il fucile in auto, a una distanza
di trenta metri e poi avrebbe fatto fuoco sull’inseguitore: situazione non chiarita
nella sentenza.
Altra contraddizione, in questo senso, deriverebbe dalle risultanze delle
attività medico legali che avrebbero permesso di concludere che il colpo mortale
fosse stato sparato a distanza ravvicinata (pag. 252 perizia dr. Barbaro),
circostanza incompatibile con detto inseguimento, col tempo di prendere
dall’auto il fucile a trenta metri di distanza dal locale, voltarsi ed azionarlo nei
confronti dell’inseguitore fuori della discoteca, che cadeva vicino il locale e non
vicino l’auto.
Altro errore dei giudici di appello, nonostante le specifiche censure difensive
(pagg. 41/45 sentenza Gup e 19 sentenza di appello) consisterebbe nel fatto di
aver ritenuto che il Ruko sarebbe stato indicato anche da Anthone e dal Tighiliu
come colui che aveva sparato al Ciobanu, quando invece il Tighiliu avrebbe
dichiarato nell’interrogatorio del 16 agosto 2013 dinanzi al pubblico ministero,
che il fucile era stato imbracciato da un soggetto col pizzetto: fatto che, al
contrario di quanto ritenuto dai Giudici, escluderebbe la responsabilità
dell’imputato che era privo del pizzetto.
Tali circostanze sarebbero poi confermate dalla ricognizione fotografica, dove
il Tighiliu riconosce un albanese (diverso dal Ruko) col pizzetto.
L’Anthone, invece, non avrebbe visto il momento dell’omicidio, ma solo quello
antecedente e quello successivo; pertanto, il sillogismo operato dal Giudice
sarebbe carente di motivazione sul fatto che Ruko avrebbe preso l’arma e
sparato.

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al tempo trascorso, per giustificare le gravi discrasie rispetto a quanto detto dai

Altra inadeguatezza della motivazione consisterebbe nella ritenuta valenza
probatoria dell’assenza dopo i fatti dell’auto e del Runko, rintracciato solo alle
ore dodici del giorno dopo nello studio di un avvocato; l’assenza del Runko dal
domicilio sarebbe stata normale stante il giorno lavorativo, mentre non risulta
mai documentata la ricerca dell’auto.
Inadeguata sarebbe, altresì, la motivazione dei giudici di merito
sull’inattendibilità dei testi della difesa Veronese e della compagna Lagozzo (pag.
21 sentenza di appello) basata sul fatto che il Veronese sarebbe stato nella

certificato del 3 maggio 2014 dell’Amministrazione carceraria.
Infine, vi sarebbe inadeguata motivazione sul fatto che, in un primo tempo,
vi sarebbe stato il sospetto di un tentativo di Ruko di procurarsi una
testimonianza (situazione che automaticamente non significa che il contenuto
della deposizione pilotata fosse falso) e, in un secondo tempo, senza alcuna
argomentazione specifica, la stessa circostanza sarebbe stata elevata da
sospetto a prova.

4. Col terzo motivo il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 606 lett. b) cod. proc.
pen., erronea interpretazione ed applicazione di legge penale in riferimento agli
artt. 52 e 55 cod. pen. e, ai sensi dell’art. 606 lett. e), cod. proc. pen., vizio
motivazionale di inadeguatezza, contraddittorietà ed illogicità dell’apparato
giustificativo delle censure dell’appellante.
In particolare, i giudici di merito avrebbero escluso la legittima difesa e
l’eccesso colposo per la mancanza del requisito della necessità della difesa a
fronte dell’asserita possibilità del Ruko di darsi alla fuga (commodus discessus),
mentre la reiterazione dei colpi escluderebbe la volontà di difendersi (pag. 53
della sentenza del G.u.p. confermata in appello).
La contraddittorietà della motivazione consisterebbe nel fatto che,
nell’esposizione della vicenda, a pag. 52 della sentenza del Gup, il Ruko viene
indicato come in una situazione “difficile”, per lo scontro con il più consistente
gruppo dei rumeni, alcuni dei quali ubriachi ed armati di bastone, sicché solo
sparando, gli albanesi sarebbero riusciti a scappare.
Lo stesso G.u.p. (pag. 52) ha scritto che il Ruko temeva per la sua
incolumità e per la propria vita, nonché ha indicato lo stato di timore e di
estrema tensione dell’imputato.
Sarebbe, quindi, carente la motivazione sull’assenza delle condizioni di
legittima difesa o dell’eccesso colposo.

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stessa cella dell’imputato, mentre tale circostanza sarebbe stata smentita da un

5. Col quarto motivo, il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod.
proc. pen., inadeguatezza, contraddittorietà ed illogicità della motivazione in
riferimento all’art. 192 commi 1, 2 e 3 cod. proc. pen., in ordine al capo d) di
imputazione sulla tentata estorsione ascritta al Ruko, sia per i contrasti tra le
versioni della Ipsas e della Ciobano sull’autore (Ruko o Marco o entrambi) o sulla
vittima (Ispas o Ciobano o entrambe) (a pag. 27 della sentenza di appello), sia
per l’assenza del requisito del delitto di estorsione, consistente nel profitto
economico, in quanto lo scopo sarebbe stato quello di mandare via le prostitute

posto sulla strada lungo la quale le stesse stazionavano, mentre nel reato di
estorsione il danno non può non essere di natura patrimoniale (Sez. 1 n. 417 del
07/11/1989).

6. Col quinto motivo, il ricorrente deduce gli stessi vizi di cui al quarto motivo
con rifermento al delitto di rissa aggravata (capo A della rubrica), in quanto lo
stesso G.u.p. avrebbe attribuito al Ruko un comportamento meramente
difensivo, mentre vi sarebbe contrasto con gli esiti delle sentenze della Corte di
assise e dello stesso G.u.p. del Tribunale, per altri presunti corrissanti, sentenze
criticate solo in modo vago dai Giudici, i quali avrebbero quindi finito per
ricostruire la rissa sulla base dei testi che, a detta degli stessi giudici di merito,
sarebbero stati reticenti e contraddittorei. Infatti, la Corte di assise di appello di
Catanzaro nella sentenza impugnata avrebbe evidenziato delle contraddizioni e
delle reticenze sulla scaturigine della lite (a pag. 15 e a pag. 16) dove i testi
avrebbero cambiato versione nel corso dell’incidente probatorio.
A pag. 18 i giudici avrebbero evidenziato contraddizioni con altri testi al
momento degli spari.
Anche a pag. 5 della sentenza della Corte di assise di appello, su Seferi e
Antohe sarebbe stato sottolineato che l’incidente probatorio, anziché delineare
con precisione i dettagli della vicenda, avrebbe creato dubbi e sovrastrutture
probatorie non prevedibili sulle dichiarazioni di Ispas Roxana: opinione che
sarebbe stata condivisa dal Pubblico Ministero nella propria memoria scritta.
L’Ispas, a pag. 7 della medesima sentenza, avrebbe detto che Ciobano
aveva inseguito Tano, raggiungendo la sua auto sino a quando quest’ultimo,
preso il fucile dal cofano, aveva esploso 3 o 4 colpi in suo danno a distanza
ravvicinata, provocandone la morte. Secondo la sentenza, Seferi lo avrebbe
accompagnato presso la sua auto (pag. 7 della sentenza).
L’Ispas si sarebbe contraddetta, negando in sede di controesame che ciò
possa mai essere accaduto; la stessa, risentita in dibattimento, sembrerebbe
confessare la presenza del Seferi.

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soggette ai rumeni, per far posto alle proprie e, quindi, di ottenere la libertà del

In udienza l’Ispas avrebbe detto che solo il Ruko si era recato verso l’auto
ma non lo aveva mai visto imbracciare il fucile, notando solo la vittima cadere
inerme al suolo.
Il giudicante all’esito dell’incidente probatorio quindi avrebbe manifestato
seri dubbi circa la credibilità dei dichiaranti.

7. Con il sesto motivo il ricorrente, ai sensi dell’art. 606, lett. b), cod. proc. pen.,
in merito alla denuncia sul trattamento sanzionatorio denuncia erronea

606 lett.

e),

cod. proc. pen., inadeguatezza e contraddittorietà della

motivazione, perché i Giudici sono partiti da una pena di anni ventidue, superiore
al minimo, ed hanno contenuto la riduzione per la concessione delle attenuanti
generiche, in considerazione della ritenuta propensione a delinquere del Ruko,
dimostrata con la pronta reperibilità di un’arma e con la pervicacia omicidiaria,
risultante dalla reiterazione dei colpi esplosi contro la vittima.
Non sarebbe stata data, invece, una motivazione distinta per i singoli
aumenti di pena relativi a ciascun reato, sicché l’omessa indicazione dei criteri di
determinazione della pena configurerebbe mancanza di motivazione, perché
impedirebbe all’imputato il controllo sull’uso da parte del giudice del suo potere
discrezionale (Sez. 1 n. 3100 del 27/01/2009 e sez. 2 n. 33566 del 05/05/2010).

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.

Osserva il Collegio che il ricorso appare, nel complesso, quantomeno

infondato.

2.

Irrilevanti sono, in particolare, le censure sviluppate Ylkk primo motivo di

ricorso concernenti (a) l’asserita illegittimità della acquisizione degli atti del
procedimento a carico del Filadoro per il reato di cui all’art. 378 cod. pen. e (b) il
diniego della controprova su tali acquisizioni. In realtà, in relazione al primo
aspetto, deve ritenersi che l’acquisizione di detti atti è stata legittimamente
disposta a norma dell’art. 441 cod. proc. pen., ma la sentenza di appello,
espressamente non si fonda su di essi (v. pag. 29 della sentenza impugnata).
Sicché, anche se l’assunto secondo cui su tali atti non sarebbe ammessa
controprova è errato, la errata decisione sul punto è anch’essa irrilevante,
perché la Corte di appello ha motivato sulla superfluità, in concreto, di quanto
richiesto (pagg. 29 e 30 della sentenza impugnata). Analoga irrilevanza è stata
ineccepibilmente affermata sulla richiesta di perizia calligrafica (pag. 20). E con
tali considerazioni il ricorso neppure si confronta.

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interpretazione ed applicazione degli artt. 132 e 133 cod. pen. e, ai sensi dell’art.

11A

Tutte le altre Gelgekl~ci-riassunte in fatto ai punti 3, 4, 5 e 6 appaiono

3.

al Collegio consistenti in una ampia confutazione del merito della vicenda,
approfonditamente istruita e valutata, invece, in primo grado e nel giudizio di
appello dai giudici di merito, che hanno spiegato in modo complessivamente
ineccepibile le ragioni essenziali del proprio convincimento di colpevolezza
dell’imputato, senza incorrere nei vizi denunciati.
3.1.

In particolare, la sentenza affronta tutti i temi e chiarisce tutti i punti dei

motivi di appello del Ruko avverso la sentenza di primo grado, prospettati in

essenziali, al fine di ricostruire la penale responsabilità del Ruko.
L’imputato (insieme a Seferi Sokol) nei mesi di giugno o luglio precedenti si
era avvicinato alla Ispas ed alla Ciobanu, avanzando la richiesta di 50,00 euro al
giorno per l’esercizio della prostituzione nelle strade in cui aveva il controllo;
anche quella sera si era avvicinato alle due donne ribadendo la richiesta.
Poi aveva afferrato la Ispas per un braccio. Era intervenuto allora il Ciobanu per
difenderla; il Ruko gli dava uno spintone, correndo subito dopo verso la propria
auto, inseguito dal Ciobanu e dagli altri presenti.
La Ispas aveva osservato la scena, affacciandosi all’esterno dell’ingresso del
lido. Anche la Ciobanu aveva visto tale inseguimento a piedi.
Il Ruko raggiunta la sua auto (a 30 metri dall’ingresso del locale) aveva preso il
fucile dal cofano. La Ispas, vista la scena, per paura si era ritirata all’interno
della discoteca. Aveva sentito i colpi di fucile e visto poi il Ciobanu a terra.
Analoga versione ha fornito la Ciobanu (pag. 23, 24, 25, 26 e 27 della
sentenza di primo grado) con una parziale rettifica, durante l’incidente
probatorio, in ordine al fatto di non aver visto di persona il Ruko imbracciare il
fucile come inizialmente dichiarato (pag. 24 citata), ma di aver immaginato ciò,
dopo aver sentito gli spari.
Tale ricostruzione ha convinto anche i giudici di appello (pagg. 18 della
sentenza impugnata e 37 della sentenza di primo grado), che hanno spiegato in
modo adeguato l’assenza di contrasto tra quanto direttamente percepito e
riferito dai due testi sulla scena iniziale e la logica deduzione che a sparare sia
stato il Ruko, perché tale conclusione è coerente col fatto che la Ispas aveva
visto il Ruko imbracciare il fucile pochi istanti prima dell’esplosione dei colpi.
Ogni lieve divergenza nelle dichiarazioni rese dalle due testimoni, nella fase
delle indagini preliminari è stata giustificata a pag. 39 della sentenza di primo
grado (poi richiamata dalla sentenza impugnata), valorizzando il fatto che le
testimonianza di Ispas e Ciobanu si sono svolte nel corso dell’incidente
probatorio, mediante l’esame incrociato, che ha costituito per i due testi un

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contrasto con le risultanze istruttorie, che invece convergono su alcuni punti

evidente stimolo in un momento di maggiore serenità e che ha permesso agli
stessi di chiarire meglio quanto era stato direttamente percepito dalla Ispas
(Ruko che imbracciava il fucile) e quanto era invece frutto della loro personale
deduzione (Ruko che sparava al Ciobanu).
I giudici di merito, pertanto, correttamente hanno fondato il loro
convincimento sulla descrizione dei fatti fornita dalle due testimoni principali nel
corso dell’incidente probatorio.
Il richiamo a pag. 45 della sentenza di appello al fatto che anche Tighiliu

concreta incidenza e non ha contribuito certo a determinare il convincimento dei
giudici sulla colpevolezza dell’imputato, come si evince dal tenore complessivo
della motivazione della sentenza impugnata e di quella conforme di primo grado;
basti leggere pag. 39 di quest’ultima, in cui tali testimonianze vengono sempre
considerate sufficienti alla formazione della determinazione dei giudici, perché
permettono di riconoscere un “nucleo di incontestabile verità in ordine ai
principali fatti denunciati che sono stati ripetuti costantemente nelle dichiarazioni
rese secondo la medesima successione”.
Ogni critica del ricorrente sulle parziali reticenze in merito a tutti i soggetti che
avrebbero partecipato al litigio (o, come ritiene il ricorrente, alla rissa) all’interno
del locale, sono ben spiegabili con i rapporti vissuti in un’ambiente che ruota
intorno alla figura dell’Antohe Stefan, protettore delle due donne (testi
principali), che si sono manifestate in stato di soggezione nei suoi confronti, per
l’attività dalle stesse svolte (pag. 18 della sentenza di primo grado).
Circostanza che i giudici spiegano in modo persuasivo, ai fini del
riconoscimento della loro credibilità nella ricostruzione dell’omicidio, che avviene
subito dopo l’inseguimento a piedi fatto dalla vittima Ciobanu Dumitrache nei
confronti di Ruko Dristan fuori dal locale (pag. 11, 12 e 28 della sentenza di
primo grado), come dichiarato dalle medesime testimoni, Ispas Roxana e
Andreea Ciobanu Simona.
La vicinanza tra vittima ed aggressore (indicata in due o tre metri a pag. 27
nella sentenza di primo grado) ed il fatto che la cartuccia più vicina al cadavere
sia a 28,40 metri dall’ingresso del locale non ha bisogno di particolari spiegazioni
da parte della Corte di merito, per come preteso dalla difesa, perché l’unico a
prendere il fucile è stato il Ruko che non è stato osservato direttamente negli
istanti successivi; sicché proprio al momento dell’omicidio era plausibile la
modifica della posizione dei due durante l’inseguimento successivo del Ruko
armato dietro il Ciobanu che evidentemente cercava di tornare di corsa verso il
locale per trovare un riparo.

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Claudiu Florin avrebbe detto che a sparare sia stato il Ruko, non ha avuto alcuna

La seconda fase inizia proprio dal momento in cui il Ruko ha raggiunto l’auto e
si è armato. D’altronde i giudici di merito hanno evidenziato che i colpi di fucile
sono stati 4 o 5 ed il medico legale ha riferito (pag. 19 della sentenza di primo
grado) che il Ciobanu è stato attinto solo da due colpi: il primo a 7/10 metri di
distanza ed il secondo – sicuramente l’ultimo – con una fucilata esplosa ad un
metro.
Il ricorrente, quindi, non si confronta in modo effettivo con la combinazione di
questi due dati oggettivi indicati nelle sentenze di merito, mentre si ferma a

della corsa fuori dal locale.
Dopo l’inseguimento descritto dai testi, la distanza si è inevitabilmente
modificata, in una fase in cui i testimoni non hanno assistito direttamente e che,
con tutta evidenza, è stata determinata dalla circostanza che il Ruko era riuscito
ad armarsi ed il Ciobanu (disarmato) chiaramente aveva invertito subito la
direzione della corsa, cercando immediatamente di ritornare nel locale per
ripararsi dai vari colpi sparati verso di lui.
Non vi sono, quindi, elementi derivanti dalla collocazione del corpo e dei
reperti sul luogo dell’omicidio che possano inficiare la credibilità della versione
dei fatti fornita dai due testimoni rumene.
3.2. Del tutto verosimilmente, inoltre, è stato ritenuto che la Ciobanu e la Ispas
che avevano accusato l’imputato, fossero in uno stato di “soggezione” verso il
loro protettore presente nel locale, tale Anthoe, che inizialmente (pag. 18 della
sentenza) aveva dichiarato di aver visto il Ruko sparare, e che non era stato più
sentito in incidente probatorio, perché si era reso irreperibile (pag. 28 della
sentenza del G.i.p.). Ed è altresì corretta l’osservazione della Corte di merito, per
la quale si è formata la convergenza di una pluralità di dichiarazioni accusatorie
idonee nel loro complesso a sorreggere la motivazione di condanna; le lievi
incertezze e discrasie sono state spiegate in modo ineccepibile dai giudici di
merito, anche nelle pagg. 26 e 27 della sentenza impugnata; effettivamente fa
parte della comune esperienza il fatto che le limitate conoscenze della lingua ed
il tempo trascorso possano ingenerare lievi differenze nelle espressioni da parte
di soggetti stranieri e di verbalizzazione del rispettivo contenuto.
L’analisi dell’attendibilità intrinseca ed estrinseca dei testi è stata svolta,
quindi, con attenzione dai giudici, ponendo le sentenze al riparo dei vizi
denunciati.
3.3. La Corte di merito ha evidenziato che i testi di accusa si erano presentati
spontaneamente in caserma il 21.8.2013 (sei giorni dopo i fatti del 15.8.2013)
per denunciare cosa avevano ricordato dopo la prima escussione (pag. 19
sentenza), circa la presenza di un rumeno Zugravu Andrei, che era in compagnia

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considerare solo la distanza di due o tre metri avuta tra Ruko e Ciobanu, all’inizio

dei due albanesi, Ruko e Seferi, e che si era messo a gridare dopo la sparatoria
“vi ammazzo a tutti ve lo faccio vedere io”. Anche tale elemento non si pone in
contrasto con gli altri, atteso che non era stato possibile sentire il rumeno,
perché mai reperito.
3.4. La sentenza di primo grado, a pag. 15, richiamata dalla sentenza di appello,
esamina tutte le prove sullo svolgimento della rissa ed approfondisce la versione
del coimputato Tighiliu, che aveva riferito che il fucile era stato imbracciato
dall’altro albanese, Seferi, svolgendo nel resto della sentenza una puntuale e

dei testi principali che comunque non erano risultati effettivamente coinvolti
nella rissa, sicché la dedotta necessità che gli stessi dovessero essere sentiti
come coindagati è infondata.
Il problematico proscioglimento di alcuni corrissanti (pag. 25 della sentenza
impugnata) in separato procedimento, a fronte di una sentenza che ne ha fatto
espressa considerazione, ritenendo con motivazione adeguata di non
condividerlo, non è suscettibile di censure in questa sede (e potrà semmai
costituire motivo di revisione del processo).
3.5. A pagg. 37 e 38 della sentenza di primo grado, lo stesso giudice affronta le
altre possibili incongruenze nelle dichiarazioni dei testi di accusa e le supera in
modo argomentato anche a pag. 40.
I giudici di merito non mostrano mai di dubitare dell’attendibilità complessiva
di Ispas e Ciobanu sulle fasi dell’omicidio, le perplessità si incentrano invece solo
sulla completezza delle loro dichiarazioni in ordine ai soggetti che avrebbero
partecipato al diverbio iniziale all’interno del locale.
Il fine evidente dei testi sarebbe quello di tutelare Antohe; tanto che il
G.u.p. scrive: “si osserva una sorta di consegna del silenzio in relazione a tale
fase della vicenda e soprattutto intorno alla persona dell’Antohe che viene
descritto come un soggetto del tutto passivo che neppure esce dal locale”; tale
situazione obiettiva, ben comprensibile nel contesto in cui si svolge la vicenda,
non è tale comunque da inficiare l’attendibilità delle testi rumene, laddove le
stesse hanno fornito una pluralità di dichiarazioni complessivamente convergenti
sul nucleo centrale del comportamento del Ruko sia durante il tentativo di
estorsione posto in essere nei loro confronti sia durante i concitati momenti
dell’inseguimento, che ha preceduto gli spari risultati fatali per il Ciobanu.
3.6. Tutte le altre questioni sollevate dal ricorrente ed inerenti lo svolgimento
dei fatti nella notte di ferragosto 2013 all’esterno del locale costituiscono una
rivalutazione nel merito delle risultante istruttorie, hanno un contenuto
confutativo ed appaiono avere ad oggetto mere interpretazioni difensive, che
oltretutto si presentano in forma non autosufficiente, laddove vengono citati

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convincente ricostruzione complessiva della vicenda, utilizzando le dichiarazioni

stralci di dichiarazioni dibattimentali, documenti fotografici e atti comunque non
allegati al ricorso, che non possono essere in questa sede riesaminati.
Il Collegio, pertanto, non può spingersi oltre la constatazione della loro
improponibilità in questa sede, a fronte di una convergente ricostruzione dei fatti
ad opera dei giudici di merito che appare completa e immune da vizi logici.

4.

Almeno infondate sono quindi le censure in punto di un riconoscimento

della esimente della legittima difesa, reale o putativa, o dell’eccesso colposo di

che il Ruko aveva avuto di allontanarsi dal luogo della rissa, una volta raggiunta
la propria auto (commodus discessus).

5.

Non appare fondata nemmeno la questione sollevata sull’insussistenza del

reato di tentata estorsione per assenza di un contenuto patrimoniale delle
richieste dell’imputato alle persone offese, in quanto è stato comunque
prospettato nello stesso capo di imputazione, in considerazione delle
dichiarazioni delle persone offese, il tentativo del Ruko di ottenere dalle predette
Ispas e Ciobanu la somma di 50,00 euro per ogni giorno, sia pure in via
alternativa all’abbandono del posto occupato abitualmente sulla strada.

6. In merito al trattamento sanzionatorio, infine, appare congrua ed immune da
vizi la motivazione dei giudici di merito nel determinare l’entità della pena base e
dell’aumento per la continuazione dei reati sulla base della propensione a
delinquere del Ruko, dimostrata con la pronta reperibilità di un’arma e per la
pervicacia omicidiaria, risultante dalla reiterazione dei colpi; si tratta di fatti
concreti che, oggettivamente, dimostrano una maggiore capacità a delinquere
del reo e che giustificano la valutazione effettuata su ogni aspetto relativo alla
determinazione della pena.

7.

Il ricorso pertanto non può trovare accoglimento, con la conseguente

statuizione sulle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese process
Così deciso il 23/01/2018.

legittima difesa, se non altro per la evidente possibilità, correttamente ribadita,

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