Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18096 del 09/02/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 18096 Anno 2018
Presidente: SABEONE GERARDO
Relatore: MAZZITELLI CATERINA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
SAMB MBARGOU nato il 13/09/1971 a LOUGA( SENEGAL)

avverso la sentenza del 10/10/2016 della CORTE APPELLO di LECCE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere CATERINA MAZZITELLI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ANTONIETTA
PICARDI
che ha concluso per

Il Proc. Gen. conclude per l’annullamento senza rinvio limitatamente alla pena
accessoria della pubblicazione sui periodici, rigetto nel resto.
Udito il difensore
l’avvocato FERRA FRANCESCA MARIA, si riporta ai motivi del ricorso.

Data Udienza: 09/02/2018

Il Procuratore Generale, nella persona del Sost. Proc. Gen. dott. ssa Picardi Antonietta, ha
concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio limitatamente alla pena accessoria della
pubblicazione sui periodici e il rigetto nel resto.
Il difensore dell’imputato, avv. Ferra Francesca Maria, sost. dell’avv. Colella Monica, ha
concluso riportandosi ai motivi di ricorso.

RITENUTO IN FATTO

sentenza del Tribunale di Lecce, Sezione di Casarano, emessa in data 28 gennaio 2013, con la
quale Samb Mbargou, previa concessione delle attenuanti generiche, era stato condannato alla
pena di mesi due di reclusione ed C 2.000,00 di multa, in relazione al reato, di cui all’art. 474
cod. pen., per aver detenuto al fine di vendere e per aver effettivamente posto in vendita n. 3
borse, recanti il marchio “Louis Vitton”, palesemente contraffatto( fatto commesso, in Torre
San Giovanni di Ugento, il 2 agosto 2010 ).
2. L’imputato, tramite difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione, con cui allega
vizi di legittimità, ex art. 606, c. n. 1, lett. b) ed e), codice di rito. Segnatamente, parte
ricorrente deduce carenze argomentative, in relazione a motivi svolti nell’atto d’appello. A
fronte delle doglianze difensive, circa la contraddittorietà tra la pronuncia di assoluzione del
prevenuto, dal delitto di cui all’art. 648 cod. pen., e la condanna del medesimo, per lo smercio
di articoli con marchi contraffatti, la Corte territoriale aveva escluso un’assenza di
consapevolezza dell’imputato, stante la scarsa qualità della merce, senza risolvere le questioni
sollevate dalla difesa. Del resto, l’inidoneità ingannatoria del presunto falso era stata
confermata dal teste, agente di P.G.., il che indurrebbe a ritenere prospettabile la fattispecie di
cui all’art. 49, cod. pen., relativa al reato impossibile. Ulteriore profilo di illogicità sarebbe poi
ravvisabile, sia con riferimento alla mancata concessione dell’attenuante, di cui all’art. 62 n. 4
cod. pen., costituente già oggetto di specifico motivo d’appello, stante l’esiguo numero degli
oggetti sottoposti a sequestro, sia con riferimento all’esclusione della causa di non punibilità,
ex art. 131 bis cod. pen., entrata in vigore dopo la proposizione dell’appello, nel marzo 2016,
ma suscettibile di applicazione, ex officio, al momento dell’emissione della sentenza di secondo
grado di giudizio. Da ultimo, parte ricorrente lamenta la violazione dell’art. 36 cod. pen.,
essendo stata disposta la pubblicazione, per estratto della sentenza, a spese dell’imputato, su
quotidiani, anziché sul sito del Ministero di Grazia e Giustizia, come invece previsto dalla
normativa vigente.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato.

1

1. Con sentenza, emessa in data 10 ottobre 2016, la Corte d’Appello di Lecce confermava la

I motivi, dedotti dall’odierno ricorrente, attengono, sotto vari aspetti, alle problematiche,
relative al c.d. falso grossolano e alla concedibilità della circostanza attenuante ex art. 62 n. 4
cod. pen..
In relazione al primo profilo, va rammentato l’orientamento giurisprudenziale di legittimità,
secondo il quale integra il delitto, di cui all’art. 474 cod. pen., la detenzione per la vendita di
prodotti, recanti marchio contraffatto, senza che abbia rilievo la configurabilità della
contraffazione grossolana, considerato che l’art. 474 cod. pen. tutela, in via principale e
diretta, non già la libera determinazione dell’acquirente, ma la fede pubblica, intesa come

prodotti industriali e ne garantiscono la circolazione anche a tutela del titolare del marchio; si
tratta, pertanto, di un reato di pericolo, per la cui configurazione non occorre la realizzazione
dell’inganno, non ricorrendo quindi l’ipotesi del reato impossibile qualora la grossolanità della
contraffazione e le condizioni di vendita siano tali da escludere la possibilità che gli acquirenti
siano tratti in inganno (Sez. 5, n. 5260 del 11/12/2013 – dep. 03/02/2014, Faje, Rv.
25872201).
Con ciò si vuol dire che la considerazione della

rado, sottesa al reato in questione,

riconducibile in via essenziale alla tutela dei marchi industriali e della circolazione dei beni così
contraddistinti, richiede in via esclusiva la contraffazione del segno distintivo dei prodotti, posti
in vendita, senza che, al riguardo, possa venire in considerazione l’idoneità o meno
ingannatoria del marchio, oggetto di contraffazione, con conseguente esclusione a priori del
reato c.d. impossibile, stante l’avvenuta realizzazione del reato a seguito della contraffazione
stessa.
Con riferimento poi alla circostanza attenuante, legata al riscontro di un danno di speciale
tenuità, va rammentato che, secondo la giurisprudenza di legittimità, l’applicazione della
circostanza attenuante prevista dall’art. 62, n. 4, cod. pen. presuppone che il pregiudizio
causato sia di valore economico pressochè irrisorio, sia quanto al valore in sè della cosa
sottratta, che per gli ulteriori effetti pregiudizievoli subiti dalla parte offesa (Sez. 2, n. 50660
del 05/10/2017 – dep. 07/11/2017, Calvio, Rv. 27169501).
Sul punto specifico, il giudice del merito motiva congruamente, richiamando la mancata
prova dello scarso valore della merce, il che, peraltro, va congiunto alle considerazioni esposte,
circa la lesività della contraffazione del marchio, rispetto al valore di tale segno distintivo
registrato e all’inganno del pubblico affidamento su medesimo, fattori valutati in via implicita in
relazione al pregiudizio patrimoniale complessivamente considerato.
Altrettanto infondato va considerato il motivo concernente la causa di non punibilità ex art.
131 bis c.p., considerata la preclusione derivante dalla mancata proposizione dell’istanza, ad
opera della difesa dell’imputato, nel corso del dibattimento di secondo grado.
Infine, in relazione alla pena accessoria della pubblicazione della sentenza di condanna, ai
sensi dell’art. 36 cod. pen., secondo la più recente giurisprudenza di legittimità, dovendosi
applicare la legge più favorevole all’imputato, la richiesta di sostituzione della pubblicazione
2

affidamento dei cittadini nei marchi e segni distintivi, che individuano le opere dell’ingegno e i

t

della sentenza di condanna, anziché con la carta stampata, in via telematica, sul sito del
Ministero di Giustizia, è sprovvista di un effettivo interesse dell’imputato, avuto riguardo alla
maggiore diffusione e capillarità della pubblicità in via telematica e della conseguente non
ravvisabilità, in siffatte modalità di pubblicazione, della normativa più favorevole al reo (Sez II
n. 14768/20017).
2. Alla luce delle considerazioni esposte, si deve, pertanto, rigettare il ricorso, ponendo a
carico del ricorrente le spese processuali.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 9/02/2018

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Caterina Mazzitelli

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P.Q.M.

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