Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18068 del 23/03/2018


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 18068 Anno 2018
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: CORBO ANTONIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Hernandez Gladys, nata a Roma il 04/08/1990

avverso la sentenza del 07/02/2017 della Corte d’appello di Roma

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Antonio Corbo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Paola
Filippi, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con sentenza emessa in data 7 febbraio 2017, la Corte di appello di Roma
ha confermato la sentenza pronunciata dal Tribunale di Latina che, all’esito di
giudizio abbreviato, aveva dichiarato la penale responsabilità di Gladys
Hernandez per aver illecitamente detenuto, in data 23 settembre 2015, in
concorso con suo marito Doria Duque Jefferson, sostanza stupefacente di tipo

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Data Udienza: 23/03/2018

shaboo per un peso complessivo pari a grammi 4,75, di cui 3,73 grammi circa di
principio attivo, utile per circa 148 dosi medie, a norma dell’art. 73, comma 1 e
1-bis, d.P.R. n. 309 del 1990, e l’aveva condannata alla pena di tre anni, sei
mesi e venti giorni di reclusione ed euro 11.555,00 di multa, previa concessione
delle circostanze attenuanti generiche.

2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di
appello indicata in epigrafe l’avvocato Gian Domenico Caiazza, articolando un

73, comma 1-bis, d.P.R. n. 309 del 1990, nonché vizio di motivazione, a norma
dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo al
mancato riconoscimento della fattispecie di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n.
309 del 1990. Si deduce che, ai fini del riconoscimento della fattispecie di cui
all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990, si erano evidenziati nell’atto di
appello elementi significativi – precisamente: la scarsa qualità della sostanza,
consumata prevalentemente da persone di etnia filippina, il modesto
quantitativo, utile a confezionare meno di 150 dosi complessive, le modalità della
condotta, caratterizzata esclusivamente dalla disponibilità di due bilance di
precisione e di carta stagnola, e l’assenza di denaro – e che, però, il giudice di
secondo grado ha fornito una risposta «stringata», incentrata sulla
conservazione unitaria e non frazionata della sostanza, per di più affermando che
la lieve entità sarebbe configurabile solo in relazione al «piccolo spaccio al
minuto tra tossici», in contrasto con la previsione di cui all’art. 74, comma 6,
d.P.R. n. 309 del 1990.

3. Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato.
La sentenza impugnata ha escluso la fattispecie della lieve entità
evidenziando che: -) la sostanza stupefacente sequestrata consentiva la
preparazione di 148 dosi medie droganti; -) lo shaboo ha un potere stimolante
pari a 10 volte la cocaina; -) la droga era custodita in due pezzi unici; -) la
ricorrente ed il marito avevano la disponibilità di due bilancini di precisione e di
materiale utile per il confezionamento delle dosi; -) sostanza utile per preparare
dodici dosi era stata trasportata via treno dal marito dell’imputata da Cisterna di
Latina a Roma, dopo essere stato accompagnato alla stazione ferroviaria dalla
moglie, la quale, nell’occasione, gli aveva consegnato l’involucro contenente la
droga. La motivazione esposta risulta immune da vizi logici o giuridici, stante la
valorizzazione del cospicuo quantitativo di sostanza psicotropa rinvenuta e
dell’efficacia drogante del tipo di stupefacente, e l’attento esame di tutte le
circostanze fattuali emerse.
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unico motivo, con il quale si denuncia violazione di legge, in riferimento all’art.

4. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue la condanna della
ricorrente al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi
profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al
versamento a favore della Cassa delle ammende della somma di Euro duemila,
così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso in data 23 marzo 2018

P.Q.M.

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