Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18036 del 19/12/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 18036 Anno 2018
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: ROCCHI GIACOMO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI TORINO
MICENE MARIO nato il 03/08/1970 a POTENZA
nel procedimento a carico di quest’ultimo

avverso l’ordinanza del 15/03/2017 del TRIB. SORVEGLIANZA di TORINO
sentita la relazione svolta dal Consigliere GIACOMO ROCCHI;
lette le conclusioni del PG che ha chiesto il rigetto del ricorso del P.M.

Data Udienza: 19/12/2017

T

RITENUTO IN FATTO

1. Con l’ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Sorveglianza di Torino
rigettava la richiesta di Micene Mario di concessione dell’affidamento in prova al
servizio sociale in relazione alla residua pena da espiare di anni uno, mesi sette e
giorni 17 di reclusione; gli concedeva, invece, la misura della detenzione
domiciliare “tenuto conto della misura di pena da espiare e della sussistenza di

2. Ricorre per cassazione il Procuratore Generale della Repubblica presso la
Corte di appello di Torino, deducendo mancanza e manifesta contraddittorietà
della motivazione.
La specifica motivazione sopra riportata risultava contraddittoria con i rilievi
indicati per rigettare la domanda di affidamento in prova al servizio sociale: il
comportamento non collaborativo del condannato, la gravità e non episodicità
del reato, l’omesso risarcimento del danno nonostante l’entità ingente delle
somme sottratte.
La misura della detenzione domiciliare può essere concessa purché sia
idonea ad evitare il pericolo di recidiva: tale previsione deve essere effettuata
alla luce del comportamento del condannato, in vista della finalità di
reinserimento sociale che anche la detenzione domiciliare persegue.
La motivazione risultava carente e contraddittoria.

3. Ricorre per cassazione anche il difensore di Micene Mario, deducendo
violazione dell’art. 47 ord. pen. e vizio della motivazione.
Il ricorrente sottolinea, in primo luogo, che parte del presofferto che era
stato detratto ai fini della quantificazione della pena residua da espiare era stato
sopportato in regime di affidamento in prova al servizio sociale dal 30/6/2011 al
29/1/2013, concluso con esito positivo, tanto che il Tribunale di Sorveglianza di
Milano aveva dichiarato estinta la pena.
Alla luce di questo provvedimento, il Tribunale di Sorveglianza di Torino
avrebbe dovuto fornire espressa motivazione in ordine alla non meritevolezza di
Micene ad usufruire della medesima misura alternativa, se del caso valorizzando
circostanze sopravvenute al provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di
Milano; il criterio della gravità dei reati giudicati non era sufficiente, tenuto conto
che la pena inflitta dall’A.G. di Milano derivava da un troncone della stessa
indagine che aveva portato alla condanna del Tribunale di Pavia e della Corte
d’appello di Torino; analogamente, il mancato risarcimento del danno era
precedente al provvedimento di esito positivo dell’affidamento in prova e,

riferimenti abitativi ed affettivi, nonché dell’assenza di titoli ostativi”.

I

comunque, non costituisce circostanza ostativa alla concessione della misura.
Il ricorrente nega la mancata collaborazione del condannato evidenziata nel
provvedimento impugnato: Micene si era limitato a far presente con un ritardo di
due mesi il cambio di indirizzo e i carabinieri di Gorgonzola avevano accertato
che il nuovo domicilio era effettivamente esistente; del resto, Micene non aveva
ricevuto alcuna convocazione da parte dell’UEPE.
Il condannato aveva anche riferito di gestire un’attività stagionale di vendita
di bibite e panini, affermazione su cui il Tribunale di Sorveglianza non aveva

documentazione, pur dando atto nel provvedimento dell’assenza di un’attività
lavorativa.

4. Il Procuratore Generale presso questa Corte, nella requisitoria scritta,
conclude per il rigetto del ricorso del P.M..

CONSIDERATO IN DIRITTO

Entrambi i ricorsi sono fondati e impongono l’annullamento con rinvio
dell’ordinanza impugnata.

1. La motivazione del diniego della misura alternativa dell’affidamento in
prova al servizio sociale appare illogica.
In particolare, non si comprende perché l’argomento del condannato di
avere già ottenuto e positivamente eseguito per fatti analoghi la misura
dell’affidamento in prova sia “di nessun pregio”: da una parte, i fatti per i quali
Micene è stato condannato con sentenza della Corte d’appello di Torino del 2014
sono precedenti al lungo periodo trascorso in affidamento in prova, dall’altra come chiarisce il ricorrente – si tratta di fatti connessi a quelli per i quali le prime
sentenze di condanna erano divenute più rapidamente irrevocabili, non a caso
commesse negli stessi anni (2006 – 2008).
Se la misura dell’affidamento in prova è disposta quando si ritiene che essa
possa “contribuire alla rieducazione del reo e assicurare la prevenzione del
pericolo che egli commetta altri reati” (art. 47, comma 2 ord. pen.), l’esito
positivo della misura comporta inevitabilmente un giudizio favorevole sulla
rieducazione e sul pericolo di reiterazione dei reati: in effetti, nel corso della
misura, il soggetto viene aiutato a superare le difficoltà di adattamento alla vita
sociale e la misura può essere revocata in caso di comportamento contrario alla
legge e alle prescrizioni.
Anche se l’estinzione della pena conseguente al buon esito del periodo di

svolto alcun accertamento, negando la produzione della relativa

affidamento in prova al servizio sociale non comporta l’automatico venir meno
della pericolosità sociale del condannato, come è stato ripetutamente affermato
con riferimento ai rapporti tra l’esito positivo della prova e l’applicazione delle
misure di sicurezza (Sez. 1, n. 41460 del 18/07/2013 – dep. 07/10/2013, Arena,
Rv. 257536), il Tribunale di Sorveglianza non poteva ignorare il giudizio espresso
nel corso della misura al fine di stabilire se la misura sarebbe stata nuovamente
utile alla rieducazione del condannato e a prevenire il pericolo di reiterazione dei
reati; non poteva nemmeno non valutare se il diniego della misura potesse

confronti del condannato.
In definitiva, la valutazione da parte del Tribunale di Sorveglianza riguarda
la persona del condannato – che è unica – con la conseguente necessità di
correggere, sotto il profilo del trattamento, le disarmonie derivanti dalla durata
differente dei vari processi penali, che nel caso di specie sembrano evidenti.

Il Tribunale di Sorveglianza, inoltre, sembra aver sopravvalutato la
questione del mutamento di residenza del soggetto, effettivamente avvenuto,
mentre il deposito di documentazione relativa allo svolgimento di attività
lavorativa avrebbe dovuto essere permesso, atteso che la produzione di
documenti, se effettuata nel rispetto del contraddittorio, non incontra il limite
temporale dei cinque giorni antecedenti all’udienza di cui all’art. 666, comma 3
cod. proc. pen. (Sez. 5, n. 43382 del 19/09/2013 – dep. 23/10/2013, Punturiero
e altro, Rv. 258661).

2. Anche il ricorso del Procuratore Generale è fondato.
In effetti, la motivazione dell’ordinanza in punto di concessione della misura
della detenzione domiciliare è sostanzialmente assente, limitandosi il Tribunale a
valutare come sussistenti “riferimenti abitativi ed affettivi”, senza rapportarsi alle
considerazioni svolte per il diniego della misura dell’affidamento in prova al
servizio sociale.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di
Sorveglianza di Torino.
Così deciso il 19 dicembre 2017

incidere negativamente sull’opera di rieducazione svolta in precedenza nei

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