Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 18018 del 27/04/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 18018 Anno 2018
Presidente: CORTESE ARTURO
Relatore: SANDRINI ENRICO GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI
TORINO
nei confronti di:
SPAGNOLO ANTONIO N. IL 31/03/1960
NAPOLI GAETANO N. IL 07/04/1970
ALIGI SANTO GIUSEPPE N. IL 04/12/1969
inoltre:
TRIMBOLI NATALE N. IL 25/12/1968
MARANDO ROSARIO N. IL 18/10/1968
avverso la sentenza n. 22/2014 CORTE ASSISE APPELLO di
TORINO, del 17/12/2015
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 27/04/2017 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ENRICO GIUSEPPE SANDRINI
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. U1/4 .4 Gi o
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Data Udienza: 27/04/2017

Conclusioni dei difensori degli imputati:
– l’avv. Francesco Lojacono, per Trinnboli Natale, si riporta ai motivi di ricorso e
ne chiede l’accoglimento;
– l’avv. Mauro Anetrini, per Aligi Santo Giuseppe, chiede la inammissibilità o il
rigetto del ricorso del Procuratore generale;
– l’avv. Giuseppe lemma, per Spagnolo Antonio, chiede il rigetto del ricorso del
Procuratore generale;
– l’avv. Giovanna Araniti, per Napoli Gaetano, chiede la inammissibilità del
ricorso del Procuratore generale;

– l’avv. Giovanna Araniti, per Marando Rosario, si riporta ai motivi di ricorso e ne
chiede l’accoglimento;

l’avv. Giovanni Aricò, per Trimboli Natale e Marando Rosario, chiede

l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 19.03.2014 la Corte d’assise di Torino condannava
Napoli Gaetano, Trimboli Natale, Marando Rosario e Aligi Santo Giuseppe alla
pena dell’ergastolo, oltre pene e statuizioni accessorie, nonché al risarcimento
dei danni cagionati alla parte civile costituita Stefanelli Maria (con assegnazione
di una provvisionale di 150.000 euro), per il delitto di omicidio continuato di
Mancuso Francesco, Stefanelli Antonino e Stefanelli Antonio, uccisi con colpi di
arma da fuoco dopo averli attirati in un agguato nell’abitazione di Marando
Domenico, in Volpiano, 1’1.06.1997, delitto commesso in concorso con Leuzzi
Giuseppe e Marando Domenico (già definitivamente condannati per il medesimo
fatto) e coi correi deceduti Marando Pasquale e Trimboli Rosario; il triplice
omicidio, al quale aveva fatto immediato seguito l’occultamento dei cadaveri
delle vittime in località non identificata, era stato consumato per vendicare il
precedente omicidio di Marando Francesco (fratello di Domenico, Pasquale e
Rosario Marando), con la contestazione delle aggravanti della premeditazione e
del fine di rafforzare il predominio in territorio piemontese del sodalizio di
ndrangheta facente capo alla cosca Marando; al Napoli era stato altresì
contestato l’incendio, commesso subito dopo l’azione omicidiaria, in concorso con
Marando Rocco, dell’autovettura Fiat 500 in uso a Mancuso Francesco, reato
dichiarato estinto per prescrizione dal giudice di primo grado.
Con la medesima sentenza la Corte d’assise di Torino aveva condannato
Spagnolo Antonio alla pena di anni 30 di reclusione, oltre pene e statuizioni
accessorie, per l’omicidio di Romeo Roberto (testimone del triplice omicidio
dell’1.06.1997, avendo accompagnato le vittime, con funzioni di guardaspalle,
sul luogo del delitto restando fuori dall’abitazione di Marando Domenico, dove
era stato visto e inseguito, allora senza esito, dagli autori dell’omicidio),
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1

commesso in concorso con Marando Domenico il 30.01.1998, attingendo la
vittima con più colpi di pistola, reato parimenti aggravato ex art. 7 legge n. 203
del 1991 dalla finalità di agevolazione dell’associazione mafiosa.
A seguito di appello degli imputati, la Corte d’assise d’appello di Torino, con
sentenza in data 17.12.2015, ha assolto Napoli Gaetano, Aligi Santo Giuseppe e
Spagnolo Antonio dai delitti di omicidio rispettivamente ascritti per non aver
commesso il fatto, confermando la condanna all’ergastolo di Trimboli Natale e
Marando Rosario, previa esclusione per entrambi dell’aggravante contestata di
cui all’art. 61 n. 1 cod.pen..

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Torino e gli
imputati Trimboli Natale e Marando Rosario, a mezzo dei rispettivi difensori.
2.1. Il ricorso del Procuratore generale della Repubblica censura l’assoluzione di
Napoli Gaetano e Aligi Santo Giuseppe dall’omicidio di Mancuso Francesco,
Stefanelli Antonino e Stefanelli Antonio, e quella di Spagnolo Antonio
dall’omicidio di Romeo Roberto, deducendo violazione di legge e vizio di
motivazione, anche sotto il profilo del travisamento della prova.
Quanto all’assoluzione di Napoli Gaetano, il ricorrente rileva che la sentenza
d’appello aveva ritenuto non probanti, a carico dell’imputato, le dichiarazioni del
collaboratore Marando Rocco e non univoco l’elemento di riscontro risultante dai
tabulati telefonici; censura, sul primo punto, l’omessa considerazione del fatto
che la fonte diretta del Marando su quanto accaduto all’interno della casa del
fratello Domenico era rappresentata dal narrato del cognato Napoli Gaetano, ciò
che spiegava le incertezze del collaboratore nel riferire a distanza di anni quanto
appreso da altri e non costituente frutto di scienza diretta; deduce che il luogo di
sepoltura dei cadaveri (in zona Vauda) indicato da Marando Rocco aveva trovato
riscontro nelle dichiarazioni del coimputato Marando Rosario, valorizzate dalla
Corte distrettuale a carico di quest’ultimo; anche il luogo in cui era stata
incendiata l’autovettura del Mancuso, descritto dal collaboratore, aveva trovato
rispondenza nelle risultanze d’indagine dell’epoca del fatto relative al
rinvenimento dei resti della Fiat 500, così da evidenziare il travisamento in cui
era incorsa la sentenza d’appello nell’escludere l’esistenza del relativo riscontro;
con riguardo ai tabulati telefonici, attestanti i contatti avvenuti il giorno del
delitto tra il Napoli e i coimputati, il ricorrente censura la violazione dei principi di
diritto in materia di concorso di persone nel reato in cui era incorsa la sentenza
impugnata, laddove non aveva ritenuto che la disponibilità preventivamente
assicurata dal Napoli ai correi, già nella telefonata delle 00.19, a partecipare alle
operazioni di occultamento dei cadaveri e di eliminazione delle tracce del delitto,
era idonea ad apportare un contributo agevolativo alla realizzazione del reato(‘

2

2. Avverso la sentenza d’appello hanno proposto ricorso per cassazione il

integrante concorso nello stesso; anche la successiva telefonata delle 18.19, che
si inseriva in un omicidio premeditato, contemplante una suddivisione dei ruoli
riguardante (anche) le fasi successive all’esecuzione materiale del delitto,
confermava l’esistenza di un’attività concorsuale dell’imputato, immotivatamente
esclusa dal giudice d’appello; il ricorrente censura la valorizzazione delle
dichiarazioni del coimputato Marando Rosario escludenti la partecipazione del
Napoli alle operazioni di seppellimento, in realtà funzionali a escludere il
coinvolgimento nel delitto degli appartenenti alla propria cerchia parentale e a

Quanto all’assoluzione di Aligi Santo Giuseppe, il ricorrente censura la ritenuta
assenza dei requisiti di costanza e precisione nella chiamata in reità operata a
carico dell’imputato da Marando Rocco, che non aveva alcuna ragione di rendere
dichiarazioni calunniose nei confronti dell’Aligi; contesta l’insufficienza dei
riscontri rappresentati dalla dimora dell’Aligi, all’epoca del fatto, in Forno
Canavese, a circa 25 km di distanza da Volpiano, dal suo stato di libertà alla data
dell’omicidio, dai suoi rapporti di conoscenza con Trimboli Natale, Marando
Domenico e Marando Pasquale dovuti ai comuni periodi di detenzione in carcere,
dai contatti telefonici con Trinnboli Natale e Marando Domenico il giorno
dell’omicidio e quello precedente; lamenta l’omessa contestualizzazione e lettura
sinergica delle relative risultanze tecniche, dalle quali emergeva che le telefonate
dell’imputato erano temporalmente connesse a quelle intercorse tra i coimputati
Trimboli e Napoli, nonché la mancata valutazione dell’inverosimiglianza delle
spiegazioni fornite dall’Aligi in ordine a tali contatti, di breve durata e avvenuti
anche in ora notturna, circa la loro casualità e il riferimento all’attività
commerciale dell’imputato; anche i contatti telefonici del giorno precedente tra
Aligi e i correi riscontravano il racconto di Marando Rocco, risultando coerenti
all’agguato organizzato per il giorno successivo; il ricorrente censura la mancata
individuazione di un riscontro individualizzante della chiamata del collaboratore
nell’assenza di plausibili spiegazioni alternative dei contatti avvenuti tra i correi
in luoghi e momenti significativi ai fini dell’accertamento del reato.
Quanto all’assoluzione dello Spagnolo dall’omicidio del Romeo, il ricorrente
censura la motivazione con cui la sentenza impugnata aveva ritenuto le
dichiarazioni eteroaccusatorie di Varacalli Rocco prive di attendibilità intrinseca e
di riscontri adeguati.
Deduce l’erronea e incoerente applicazione, sotto più profili, dei criteri indicati da
questa Corte Suprema per la valutazione della chiamata in reità, censurando la
mancata disamina della credibilità del Varacalli, che non era mai stata messa in
discussione nelle sentenze di merito e di legittimità che avevano giudicato il
chiamante per altri fatti, e l’omesso apprezzamento della relativa scelta ,

3

svalutare la credibilità dei collaboratori di giustizia.

collaborativa, che doveva essere contestualizzata nell’ambito dell’appartenenza
del propalante alla criminalità organizzata e del suo ruolo subordinato allo
Spagnolo nella ndrangheta; rileva che la Corte distrettuale aveva ritenuto
credibili le affermazioni del collaboratore di aver agito da intermediario tra lo
Spagnolo e il Romeo, su impulso degli esponenti della famiglia Marando, al fine
di condurre la vittima, che si fidava del Varacalli, sul luogo del delitto, ma aveva
ritenuto inverosimili le allegazioni del chiamante di non essersi reso conto di aver
concorso, con la sua condotta, all’omicidio del Romeo, senza tuttavia indicare gli
elementi che smentivano la versione del collaboratore o inficiavano la

correttamente inquadrato nelle dinamiche dell’associazione mafiosa di
appartenenza, risultava lineare e credibile, anche nella parte in cui aveva riferito
di non aver accompagnato il Romeo nel tratto finale del percorso verso io
Spagnolo; censura come frutto di immotivato convincimento personale del
giudice di merito l’affermazione secondo cui non poteva ritenersi superata
l’eventualità che fosse stato lo stesso collaboratore a commettere l’omicidio,
rilevando che il relativo sospetto non trovava alcun riscontro sul terreno della
prova e che il Varacalli, autore di un’ampia collaborazione con la giustizia, priva
di smentite o ritrattazioni, non avrebbe avuto ragione di negare la partecipazione
all’uccisione del Romeo, una volta deciso di rivelare agli inquirenti il proprio ruolo
nello specifico episodio delittuoso.
Il ricorrente lamenta il mancato apprezzamento delle dichiarazioni dibattimentali
di Marando Rosario come elemento di riscontro dell’attendibilità del Varacalli,
laddove il Marando aveva riferito di essere stato rimproverato da Trinnboli
Antonio per aver schiaffeggiato il Varacalli nonostante quest’ultimo fosse colui
che ne aveva vendicato il fratello Francesco, consentendo ai Marando di uccidere
il Romeo; nel contesto di tali dichiarazioni Marando Rosario aveva precisato che il
Varacalli non aveva concorso materialmente all’omicidio del Romeo, ma aveva
“dato una mano”.
Il ricorrente censura altresì la svalorizzazione e il travisamento dell’ulteriore
elemento di riscontro esterno, di natura individualizzante, rappresentato dalle
dichiarazioni del collaboratore Marando Rocco sul conferimento allo Spagnolo del
mandato di uccidere il Romeo da parte del fratello Marahdo Pasquale, secondo
una circostanza affermata in termini di certezza dal propalante pur non essendo
egli a conoscenza di chi avesse poi materialmente eseguito l’omicidio; deduce la
natura particolarmente qualificata dell’informazione fornita da Marando Rocco,
proveniente da un soggetto intraneo alla ndrangheta e avente rapporti di stretta
frequentazione e confidenza con gli organizzatori dell’omicidio, appartenenti alla
sua famiglia; rileva l’autonomia genetica della propalazione del Marando rispetto
4

congruenza logica del suo racconto; ribadisce che il narrato del Varacalli,

a quella del Varacalli e la sua idoneità ad attribuire allo Spagnolo un ruolo
essenziale e determinante nel delitto.
Più in generale, il ricorrente contesta la correttezza dei criteri logico-giuridici
seguiti nella valutazione dei riscontri esterni della chiamata in reità, che non
aveva tenuto conto dei principi, affermati da questa Corte Suprema, per cui il
riscontro non deve essere munito di un’attitudine probatoria autosufficiente,
equivalente alla fonte di prova da riscontrare, non può valere come elemento
negativo di valutazione della prova dichiarativa in caso di sua neutralità, non
deve necessariamente confermare ogni aspetto e contenuto delle dichiarazioni

collaborative, nè può essere assunto elettivamente dal giudice come elemento
determinante di conferma delle dichiarazioni del collaboratore a scapito di altri
riscontri, vigendo sul punto il principio della libertà dei riscontri.
Deduce la neutralità dell’assenza di un riscontro positivo della presenza dello
Spagnolo sulla scena del delitto, e contesta l’importanza decisiva attribuita a tale
dato dalla sentenza impugnata, a fronte dell’assenza di alibi dell’imputato; rileva
la neutralità della mancata conferma del narrato del Varacalli da parte di Cimino
Piero, appartenente al medesimo contesto criminale e portatore di vincoli di
omertà; anche il fatto che la moglie del Varacalli, Staltari Maria, non avesse
confermato la presenza dello Spagnolo a Torino la sera del 29.01.1998, non
poteva valere a smentire le dichiarazioni del marito, avendo anzi la donna
ricostruito l’omicidio del Romeo, nelle sue dichiarazioni, in termini conformi a
quelli a lei riferiti dal coniuge all’epoca del fatto; il dato che Agostino Domenico
avesse negato di aver ospitato lo Spagnolo non escludeva che quest’ultimo
avesse soggiornato altrove.
Il ricorrente lamenta la parcellizzazione degli elementi probatori su cui la Corte
distrettuale aveva fondato l’assoluzione dell’imputato, nonché l’omessa
considerazione dell’ulteriore elemento apportato in giudizio dal Varacalli,
rappresentato dalla confessione extraprocessuale da lui ricevuta dallo Spagnolo e
da Marando Domenico; censura l’inaffidabilità attribuita dalla sentenza
impugnata alle dichiarazioni, sul punto, del collaboratore, anche sotto il profilo
della loro natura circolare, rilevando l’esistenza di fatti adeguati a spiegare il
rapporto fiduciario tra il Varacalli e i confidenti, giustificativo della rivelazione,
rappresentati dal comune coinvolgimento in reati di narcotraffico e dal rapporto
di comparaggio esistente tra il collaboratore e Marando Domenico.
2.2. Trimboli Natale ha proposto due distinti atti di impugnazione, col patrocinio
rispettivo dell’avv. Francesco Lojacono e dell’avv. Enrico Bucci, che deducono
sostanzialmente le medesime censure, supportate da argomentazioni tra loro
.

sovrapponibili e complementari, che possono perciò essere riportate e riassunte,
congiuntamente.

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5

Con un primo gruppo di motivi, il ricorso del Trinnboli lamenta vizi di motivazione
e violazioni di legge nelle regole di valutazione della prova con riguardo alle
dichiarazioni accusatorie di Marando Rocco e di Stefanelli Maria, sotto il profilo
dell’omessa, erronea, contraddittoria o manifestamente illogica valutazione della
sussistenza dei requisiti della credibilità soggettiva dei propalanti, della
attendibilità intrinseca del loro narrato e dell’esistenza di riscontri esterni in
grado di confermarne l’attendibilità con riferimento alla persona del Trimboli e
alla sua partecipazione allo specifico episodio delittuoso costituito dal triplice
omicidio di Volpiano dell’1.06.1997, lamentando in particolare l’omessa risposta

della sentenza impugnata alle specifiche censure che, su tali punti, la difesa
aveva rivolto nei motivi d’appello alla decisione di primo grado.
Premesso che per il suddetto triplice omicidio era già stato celebrato un
processo, nelle forme del rito abbreviato, a carico di Marando Domenico e Leuzzi
Giuseppe, conclusosi con la condanna definitiva degli stessi, nel quale era stato
accertato che le vittime erano state attirate con l’intermediazione del Leuzzi
nell’abitazione di Marando Domenico in Volpiano, dove erano state uccise per
vendicare l’omicidio, alle stesse attribuito, del fratello del Marando, Francesco,
avvenuto l’anno prima, i motivi di ricorso rilevano che la maggior parte degli
elementi indiziari valorizzati nel presente giudizio a carico del Trimboli erano già
emersi all’epoca del precedente processo e non erano stati ritenuti allora
sufficienti per procedere nei suoi confronti (e nemmeno per iscriverlo nel registro
degli indagati); si trattava, in particolare, delle dichiarazioni della Stefanelli, dei
contatti del Trimboli coi coimputati emersi dai tabulati telefonici, dei colloqui in
carcere con Marando Pasquale, ritenuto il mandante del delitto, in data prossima
all’omicidio.
L’unico elemento di novità sopravvenuto era rappresentato dalla chiamata in
reità de relato operata a carico del Trimboli da Marando Rocco, imputato di reato
connesso e fratello degli imputati Domenico e Rosario (nonchè di Marando
Francesco), le cui dichiarazioni, riguardanti lo specifico episodio delittuoso e la
posizione del ricorrente, erano già state valutate da questa Corte Suprema in
sede di accoglimento del ricorso proposto dal Trimboli avverso l’ordinanza di
custodia cautelare emessa nei suoi confronti per il medesimo fatto, e ritenute (in
quella sede) ad “alto rischio” di credibilità, perché provenienti da un soggetto a
dichiarata conoscenza (non solo da fonti giornalistiche, ma avendone
direttamente seguito la vicenda processuale) dei fatti oggetto del processo in cui
il fratello Domenico era stato definitivamente condannato.
Il ricorrente deduce che entrambe le fonti di prova dichiarativa, rappresentate
dalle propalazioni del Marando e da quelle di Stefanelli Maria, testimone di
giustizia costituita parte civile nel presente processo, sulle quali la sentenza

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impugnata aveva fondato la condanna dell’imputato, avevano la caratteristica
comune di provenire da persone animate da un profondo astio nei confronti del
Trimboli e di avere natura di dichiarazioni de relato, non asseverate dalle fonti
primarie, necessitanti perciò di una doppia valutazione di attendibilità
coinvolgente tanto la fonte diretta quanto quella de auditu (nonché esigenti
l’approfondimento dei rapporti esistenti tra la fonte primaria e quella
secondaria), da compiersi con maggior rigore proprio perché connotate
strutturalmente da minore affidabilità in quanto non confermate (o non

Il ricorso lamenta che la duplice, necessaria, valutazione di attendibilità era stata
completamente pretermessa dalla sentenza impugnata; censura il diverso metro
di giudizio utilizzato dalla Corte distrettuale nello svalutare le medesime fonti
accusatorie nei confronti dei coimputati assolti Aligi e Napoli, in relazione ai quali
la chiamata in reità del Marando era stata ritenuta priva di costanza e precisione,
frutto di una tangibile labilità del ricordo e di una difficoltà di indicare le fonti di
conoscenza, secondo caratteri comuni alle propalazioni concernenti il Trimboli;
censura l’erronea applicazione del criterio della valutazione frazionata della prova
dichiarativa, che presuppone il preventivo apprezzamento della credibilità del
dichiarante e l’individuazione di una pluralità scindibile di contenuti del racconto,
tra loro disgiuntamente valutabili, mentre il Marando e la Stefanelli avevano
offerto, nel caso di specie, la rappresentazione concatenata di un’unica vicenda.
Il ricorrente contesta la valorizzazione automatica dell’attendibilità riconosciuta al
narrato dei propalanti nel processo conclusosi con la condanna definitiva del
Trimboli per il reato di cui all’art. 416 bis cod.pen., in qualità di partecipe del
sodalizio mafioso capeggiato da Marando Pasquale, anche con riferimento allo
specifico episodio delittuoso oggetto dei presente giudizio, senza che fosse stato
individuato il rapporto (in ipotesi) sussistente tra tale delitto e il ruolo ricoperto
dall’imputato nella cosca; rileva che il collaboratore Varacalli Rocco, il cui
racconto era stato ritenuto inverosimile e innplausibile dalla sentenza impugnata
con riguardo al connesso omicidio di Romeo Roberto, nulla aveva riferito
sull’omicidio del Mancuso e degli Stefanelli, salvo il particolare secondo cui
Marando Rocco sarebbe stato depositario di un foglietto nel quale erano annotati
i nomi delle persone coinvolte nell’uccisione di Marando Francesco, rivelati dalle
vittime in punto di morte, particolare tuttavia negato da Marando Rocco.
Con specifico riguardo alle dichiarazioni di quest’ultimo, il ricorrente rileva che il
Marando aveva collocato il Trimboli tra i soggetti presenti sulla scena del delitto
sulla base di quanto appreso dal fratello Rosario e da Napoli Gaetano; l’unico
elemento di novità introdotto dal collaborante, nella ricostruzione del fatto
omicidiario, rispetto a quelli già emersi (e a lui noti) nel processo definito a
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confernnabili) dalla fonte diretta.

carico del Leuzzi e del fratello Domenico, era rappresentato dall’incendio della
Fiat 500 sulla quale era arrivata una delle vittime, episodio nel quale il Marando
era stato, a suo dire, direttamente coinvolto, avendo scortato il Napoli sul luogo
dell’incendio (mai individuato dagli inquirenti) con un’altra autovettura; il
Marando era tuttavia incorso in vistose contraddizioni anche nel racconto di tale
episodio, avendo riferito al dibattimento di aver utilizzato per accompagnare il
Napoli la Peugeot nera del Portolesi, mentre in sede di interrogatorio aveva
dichiarato trattarsi di una Lancia Prisma; anche l’indicazione del luogo di
seppellimento delle vittime, proveniente dal collaboratore, non aveva sortito

alcun riscontro all’esito delle infruttuose ricerche espletate.
Il ricorrente rileva l’inverosimiglianza del fatto che il collaborante fosse stato
informato dell’omicidio dal fratello Rosario, pur avendo sia la Stefanelli (moglie
del defunto Marando Francesco) che lo stesso Marando affermato che egli era
sostanzialmente emarginato dagli affari della famiglia, non avendo i fratelli
fiducia in lui; inoltre il collaboratore nutriva un forte, e dichiarato, rancore nei
riguardi sia del fratello Rosario che dei fratelli Trimboli, questi ultimi da lui
ritenuti responsabili della morte dei propri fratelli Francesco e Pasquale (secondo
una circostanza, tra l’altro, inconciliabile con la partecipazione dei Trimboli alla
vendetta nei confronti degli uccisori di Marando Francesco), in forza di
un’opinione mantenuta nel tempo anche dopo l’individuazione negli Stefanelli e
nel Mancuso degli autori dell’omicidio di Marando Francesco, avendo indicato
proprio nella volontà di perseguire gli autori dell’omicidio dei suoi congiunti la
ragione della sua collaborazione con la giustizia; il Marando rimproverava al
fratello Rosario di aver affidato ai Trimboli la gestione del patrimonio del fratello
Pasquale allorchè questi era detenuto, consentendo agli stessi di approfittarne.
Il ricorrente deduce che l’incostanza e la contraddittorietà dei contenuti della
propalazione di Marando Rocco era emersa per tabulas nel corso dell’esame
dibattimentale reso alle udienze del 28.11.2011 e 16.02.2012, laddove, in
particolare, alla prima delle due udienze il collaboratore non aveva indicato
l’imputato come presente nell’abitazione di Marando Domenico al momento
dell’esecuzione dell’omicidio, né sul luogo di sepoltura dei cadaveri (indicando
invece presenti i cognati di Marando Rosario, Francesco e Rocco Trimboli, diversi
dai fratelli Trimboli cognati di Marando Pasquale), mentre alla successiva udienza
aveva collocato il ricorrente sulla scena del delitto, pur non attribuendogli alcun
ruolo specifico, rifiutando di continuare l’esame; il narrato del Marando era stato
scandito da una sconcertante progressione accusatoria già nel corso delle
indagini, posto che nei quattro interrogatori resi nell’arco di diciotto mesi aveva
successivamente collocato sulla scena del delitto ben tredici soggetti diversi, tutti
risultati estranei salvo il ricorrente e Marando Rosario, senza spiegare al (
8

—3

dibattimento le ragioni del dilazionamento progressivo della rivelazione
accusatoria; in particolare, a seguito della contestazione da parte del pubblico
ministero di quanto dichiarato il 17.03.2009 sul fatto che a sparare alle vittime
erano stati il Trimboli e il fratello Rosario, il Marando aveva affermato di aver
riferito sul punto solo supposizioni personali, non avendo appreso dalle fonti
dirette nulla di preciso su chi fosse presente e avesse sparato in occasione
dell’esecuzione dell’omicidio; le dichiarazioni del collaboratore erano dunque
prive del requisito della linearità e della costanza, rivelandosi intrinsecamente
contraddittorie e inattendibili.

valorizzarne le propalazioni anche come elemento di riscontro di quelle della
Stefanelli, rispetto alle quali sussisteva circolarità, avendone il collaborante già
conosciuto il contenuto nell’ambito del processo a carico del fratello Domenico.
Quanto alle propalazioni, anch’esse de relato, di Stefanelli Maria, il ricorrente
rileva l’impossibilità di riscontrare la notizia riferita dalla teste come appresa da
Romeo Roberto circa quindici giorni dopo l’omicidio, avendo la Stefanelli reso le
dichiarazioni al pubblico ministero soltanto dopo l’uccisione del Romeo; rileva la
sopravvenuta scomparsa del fratello Stefanelli Francesco che, secondo il narrato
della teste, l’aveva accompagnata all’incontro col Romeo (incontro peraltro
negato dal fratello, allorchè era stato sentito durante le indagini, e da Copelli
Elisa, cugina del Romeo, anch’essa indicata come presente all’incontro); anche il
racconto dei contenuti dell’incontro con la madre del Romeo avvenuto il giorno
successivo al triplice omicidio, nel corso del quale la Stefanelli aveva appreso
quanto riferito dal Romeo alla madre, alle sorelle e alla fidanzata sull’episodio
delittuoso, era privo di credibilità, in quanto i relativi contenuti divergevano
significativamente da quelli riferiti dai congiunti del Romeo (e da quanto
dichiarato da Marando Rocco) sul numero e sulle caratteristiche fisiche dei
soggetti che il Romeo aveva visto uscire dall’abitazione di Marando Domenico,
nonché sulle autovetture con le quali gli stessi si erano allontanati; la sentenza
impugnata, sul punto, aveva omesso di indicare le ragioni per cui doveva
privilegiarsi la versione della Stefanelli, proveniente da una persona estranea alla
cerchia parentale del Romeo (e alla quale quest’ultimo, coinvolto nell’omicidio del
marito Marando Francesco, non aveva ragione di rivelare notizie confidenziali) e
animata da ragioni di rancore nei confronti di coloro che riteneva coinvolti
nell’omicidio del fratello e dello zio, rispetto a quella dei congiunti della fonte
primaria, della quale neppure era stata sondata l’affidabilità; il ricorrente censura
l’apodittico recepimento delle dichiarazioni de relato della Stefanelli sulla
circostanza – appresa dal Romeo – relativa alla presenza tra i tre soggetti usciti
di corsa dall’abitazione dove era stato commesso l’omicidio di un ragazzo piccolo,
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L’assenza di credibilità intrinseca di Marando Rocco e del suo narrato impediva di

magro e con gli occhi a mandorla, portatore di caratteristiche somatiche ritenute
corrispondere a quelle del Trimboli, che non era stata confermata dagli altri
destinatari della confidenza del Romeo.
Il ricorrente lamenta l’omessa valorizzazione di un elemento decisivo di smentita
dell’affidabilità del racconto della Stefanelli sull’incontro col Romeo e sul
contenuto della confidenza ricevuta, rappresentato dalla falsità della circostanza,
riferita dalla teste, secondo cui nell’occasione il Romeo le avrebbe fatto vedere il
foro sul parabrezza della sua autovettura Golf bianca prodotto da uno dei

Marando Domenico dopo l’omicidio; tutti gli altri testi sentiti sul punto avevano
infatti concordemente riferito (confermando quanto già dichiarato nel processo a
carico del Leuzzi e di Marando Domenico) che 1’1.06.1997 il Romeo si era recato
a Volpiano con la vettura Y10 della fidanzata Chiappero Patrizia, che non aveva
riportato alcun danno, precisando che il Romeo aveva loro raccontato che
nessuno dei colpi esplosi aveva attinto la vettura sulla quale si trovava.
Anche l’individuazione delle caratteristiche fisiche del Trimboli, da parte della
teste, sulla scorta della descrizione sommaria fornita dal Romeo di quanto
percepito da distante in una situazione di tensione, non era stata valutata dalla
Corte distrettuale sotto il profilo della sua affidabilità, pur avendo la Stefanelli
inizialmente dichiarato, in epoca prossima ai fatti, di essere certa solo della
individuazione di Marando Domenico sulla base della descrizione del cognato
operata dal Romeo, esprimendo solo una supposizione sull’identità degli altri due
soggetti visti dalla fonte primaria.
Il ricorrente contesta l’attribuzione della qualità di autonomo elemento di prova a
carico del Trimboli al narrato della Stefanelli, in quanto privo di autosufficiente
capacità dimostrativa della colpevolezza dell’imputato, come confermato dal fatto
che il relativo apporto dichiarativo era già stato acquisito nel precedente
processo a carico del Leuzzi e di Marando Domenico e ritenuto inidoneo a
supportare l’esercizio dell’azione penale nei confronti del Trinnboli; l’unico dato
sopravvenuto di conferma del racconto della teste, valorizzato dalla sentenza
impugnata, rappresentato dalla diretta constatazione in udienza di una
particolarità fisica degli occhi del Trinnboli (“a mandorla”) corrispondente a quella
di uno dei soggetti visti dal Romeo, non era idoneo a integrare un riscontro
esterno del narrato della Stefanelli, perché la stessa conosceva il Trimboli da
epoca precedente l’omicidio, e dunque i tratti fisici dell’imputato le erano già
noti; inoltre il collaboratore Marando Rocco non aveva riscontrato il racconto
della teste sulla presenza all’omicidio dei fratelli del ricorrente, Toto e Rocco
Trimboli (neppure indagati per tale reato).
Il ricorrente deduce pertanto l’inidoneità delle dichiarazioni accusatorie del

10

proiettili esplosi al suo indirizzo da uno dei soggetti usciti dall’abitazione di

Marando e della Stefanelli a riscontrarsi reciprocamente, sia per le rilevate
discrasie che ne escludevano la convergenza, sia per il difetto di autonomia
genetica, avendo Marando Rocco reso le dichiarazioni quando era a conoscenza
del processo a carico del fratello Domenico nel quale la Stefanelli aveva reso
testimonianza.
Quanto all’elemento di riscontro tratto dalle risultanze del traffico telefonico
relativo all’utenza cellulare del Trimboli, il giorno del triplice omicidio e quelli
immediatamente precedenti e successivi, il ricorrente rileva che i contatti,

svuotati di valenza indiziaria dall’assoluzione dei predetti, mentre dovevano
ritenersi ininfluenti quelli con soggetti (Perre Francesco, Perre Giuseppe e
Portolesi Vincenzo) neppure imputati nel presente processo; nessun contatto era
intercorso tra il ricorrente e Leuzzi Giuseppe il giorno del delitto; la circostanza
che 1’1.06.1997 il Trimboli, e la sua utenza, si trovassero a Volpiano, dove
l’imputato risiedeva insieme alla propria famiglia, integrava un elemento del
tutto neutrale, al pari del viaggio in Calabria del giorno successivo, motivato
dalla visita ai genitori e ai fratelli ivi residenti; anche il mancato utilizzo del
telefono cellulare da parte del Trimboli nell’arco temporale compreso tra le 16.42
e le 18.17, nel quale doveva collocarsi l’omicidio, integrava un elemento neutrale
e suggestivo, privo di significato accusatorio.
Il ricorrente deduce l’assenza di valenza probatoria dei colloqui in carcere con
Marando Pasquale, che erano abituali e trovavano spiegazione nel fatto che i due
erano cognati, mentre nessun riscontro era stato acquisito dell’ipotesi che il
mandato omicidiario fosse stato conferito proprio da Marando Pasquale, essendo
il preteso movente vendicativo comune all’intero gruppo familiare dei Marando;
lamenta l’omessa valorizzazione del dato, emerso dall’analisi del traffico
telefonico, per cui l’utenza della moglie del Trimboli, Barbaro Marianna, aveva
agganciato nelle giornate dell’i e 2 giugno 1997 la cella radio servente il
territorio di Volpiano, interloquendo con l’utenza del coniuge, secondo una
circostanza che riscontrava la presenza in loco della donna il giorno dell’omicidio
e quello successivo, smentendo le dichiarazioni di Marando Rocco sul fatto che le
mogli dei soggetti coinvolti si fossero allontanate da Volpiano in previsione del
compimento dell’azione delittuosa.
Con un ulteriore motivo, il ricorrente lamenta violazione di legge e vizio di
motivazione con riguardo alla sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 legge n.
203 del 1991, contestata esclusivamente nella forma agevolatrice
dell’associazione mafiosa e invece ritenuta anche sotto il profilo della sussistenza
del metodo mafioso, in violazione del principio di corrispondenza tra accusa e
sentenza; deduce che l’esclusione dell’aggravante di cui all’art. 61 n. 1 cod. pen.,
11

ritenuti rilevanti dalla pubblica accusa, coi coimputati Napoli e Aligi, erano stati

operata dai giudici di merito, sotto il profilo dell’individuazione della causale del
delitto in un movente di vendetta personale, rendeva contraddittoria la
motivazione con cui la sentenza impugnata aveva ritenuto sussistente la finalità
di agevolare il sodalizio criminale, incompatibile con le ragioni esclusivamente
familiari dell’omicidio; ciò trovava conferma nella mancata contestazione
dell’aggravante ad effetto speciale nel processo a carico del Leuzzi e di Marando
Domenico e nell’assenza di riscontro di un contrasto mafioso tra i sodalizi degli
Stefanelli-Mancuso, da un lato, e dei Marando-Trimboli, dall’altro.

delle attenuanti generiche e sulla dosimetria della pena, lamentando l’omessa
considerazione della giovane età dell’imputato al momento del fatto e della
mancata commissione di reati in epoca successiva al 1997.
2.3. Marando Rosario ha proposto ricorso per cassazione, col patrocinio dell’avv.
Giovanna Araniti, deducendo i seguenti motivi.
Coi primi due motivi lamenta violazione di legge, in relazione agli artt. 192
commi 3 e 4, 195 comma 7, 403, 495, 238-bis cod.proc.pen., 6 CEDU, nonché
vizio di motivazione, con riguardo alla valutazione di credibilità dei collaboratori
di giustizia e di attendibilità intrinseca delle loro dichiarazioni, nonchè
all’esistenza di riscontri esterni individualizzanti.
Il ricorrente, anche mediante il richiamo di precedenti giurisprudenziali di questa
Corte Suprema, lamenta che la sentenza impugnata si era limitata a riproporre
acriticamente le medesime argomentazioni della decisione di primo grado, senza
tenere conto delle censure dedotte dalla difesa nei motivi d’appello; premesso
che la posizione di Marando Rosario non era stata attinta dalle indagini
riguardanti il fratello Domenico, censura l’efficacia probatoria attribuita dalla
Corte distrettuale alle statuizioni contenute nelle sentenze pronunciate nei
riguardi di altri soggetti in altri processi ai quali il ricorrente era rimasto
estraneo, senza poter esercitare i diritti di contraddire e difendersi, in particolare
nel processo conclusosi con la condanna definitiva di Marando Domenico per lo
stesso delitto oggetto del presente giudizio; censura il giudizio di credibilità
formulato nei confronti del collaboratore Marando Rocco sulla base delle
risultanze di una sentenza pronunciata in altro procedimento, rilevando che la
condanna riportata da Marando Rosario nel processo c.d. Minotauro era ancora
sub iudice, essendo pendente il ricorso per cassazione proposto dall’imputato
avverso la sentenza d’appello che aveva riformato la decisione assolutoria di
primo grado; contesta la formazione di un giudicato sulla credibilità intrinseca
dei collaboratori di giustizia, tratto dall’esito di altri processi, in assenza di uno
specifico vaglio da compiersi nel presente giudizio sulla scorta delle risultanze
probatorie nello stesso acquisite; deduce l’altalenanza e l’incostanza del narrato
12

Con un ultimo motivo, infine, il ricorrente censura la motivazione dul diniego

di Marando Rocco, emerse anche nel procedimento Minotauro, e la natura de
relato delle relative propalazioni, basate su conoscenze apprese dalle stesse
persone accusate, così da renderne impossibile il riscontro; rileva che il quadro
probatorio a carico del ricorrente era rimasto sostanzialmente invariato rispetto
al giudizio cautelare conclusosi con l’esclusione dei gravi indizi di colpevolezza,
essendo rappresentato l’unico elemento sopravvenuto dalle dichiarazioni rese
dallo stesso imputato, illogicamente ritenute credibili dai giudici di merito solo
nella parte ritenuta in grado di riscontrare il narrato di Marando Rocco.
Quanto agli elementi di riscontro valorizzati dalla sentenza gravata, il ricorso

partecipe dell’omicidio, limitandosi a riferire la presenza sul luogo del delitto,
appresa da Romeo Roberto, di una VW Golf color amaranto targata Torino, sulla
quale si era allontanato, dopo l’omicidio, un soggetto individuato dalla teste in
uno dei fratelli Trimboli; anche gli altri due soggetti che il Romeo aveva visto
uscire dall’abitazione in cui era stato commesso il delitto, e dei quali aveva
descritto alla Stefanelli le fattezze fisiche, erano stati ricondotti a persone diverse
da Marando Rosario; la motivazione con cui la Corte distrettuale aveva ritenuto
che l’autovettura vista nell’occasione dal Romeo fosse quella in uso al ricorrente,
basata sul fatto che quest’ultimo era stato controllato dai carabinieri a bordo di
una VW Golf color “bordò” tg AB362BV, con la quale aveva verosimilmente
accompagnato alcuni parenti al colloquio in carcere con Marando Pasquale, era
illogica e contraddittoria, posto che Marando Rocco aveva attribuito al ricorrente
l’uso di una Twingo Nera, che la Golf guidata dal Marando in occasione del
controllo non era targata Torino, e che il ricorrente poteva non essere alla guida
della vettura il giorno del delitto; il ricorrente censura la valorizzazione
probatoria di dati incerti (come il colore della Golf) ovvero certamente contrari a
quanto riferito dalla Stefanelli con riguardo alla targa dell’autovettura.
Il ricorrente rileva che il collaboratore Stefanelli Rocco, nel riferire de relato
quanto appreso da una delle vittime dell’omicidio (Stefanelli Antonio) circa un
suo incontro con esponenti della famiglia Marando precedente il delitto, aveva
indicato Marando Rosario come colui che si era limitato ad accompagnare il
fratello Domenico, restando in disparte; censura l’identificazione del ricorrente in
uno dei soggetti presenti sulla scena del crimine sulla base del taglio dei capelli;
lamenta l’omessa valorizzazione del dato che il collaboratore Varacalli Rocco non
aveva mai menzionato il ricorrente come partecipe dell’omicidio, pur avendo
riferito confidenze apprese da Marando Domenico; lamenta che le dichiarazioni
dei collaboranti non erano state sottoposte allo stringente vaglio di attendibilità
richiesto dalla loro natura indiretta e dall’impossibilità di escutere le fonti di
riferimento, perché decedute o coincidenti con gli imputati.
13

rileva che Stefanelli Maria non aveva mai indicato Marando Rosario quale

Con altro motivo il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione
con riguardo alla valutazione frazionata delle dichiarazioni rese dall’imputato nel
dibattimento di primo grado; la sentenza impugnata aveva valorizzato come
elemento di prova a carico l’affermazione di Marando Rosario di essere arrivato
sul luogo del delitto dopo l’omicidio e di aver partecipato alla sepoltura dei
cadaveri insieme ad altri soggetti, senza sapere che gli Stefanelli erano
responsabili dell’omicidio del fratello Francesco e del conseguente movente
vendicativo; censura l’idoneità di riscontro della propalazione di Marando Rocco
attribuita alle dichiarazioni dell’imputato, e deduce la natura solo congetturale

nonché l’illogicità di assegnare valenza confessoria a dichiarazioni rese in una
situazione processuale in cui tutti gli altri elementi di giudizio erano favorevoli
alla posizione del Marando.
Con ulteriore motivo il ricorrente lamenta vizio di motivazione con riguardo alle
aggravanti di cui all’art. 7 legge n. 203 del 1991 e della premeditazione, nonché
al diniego delle attenuanti generiche, rilevando che l’aggravante speciale era
stata esclusa nel processo a carico del Leuzzi e di Marando Domenico, che i
presunti incontri con Stefanelli Rocco non erano idonei a supportare la natura
preordinata del delitto, che non poteva negarsi una volontà collaborativa
dell’imputato.
2.4. Con memoria di motivi nuovi a firma dell’avv. Araniti e dell’avv. Giovanni
Aricò, depositata 1’11.04.2017, i difensori di Marando Rosario hanno richiamato
la sopravvenuta decisione con cui questa Corte Suprema ha annullato con rinvio
la condanna dell’imputato nel processo Minotauro, evidenziandone l’effetto
rafforzativo delle censure rivolte alla credibilità del collaboratore Marando Rocco
anche nel presente giudizio, in ragione dei motivi di rancore e interesse che lo
avevano spinto ad accusare il fratello Rosario, non adeguatamente esaminate
dalla sentenza impugnata, ribadendo anche l’assenza di riscontri esterni.
2.5. Con la medesima memoria, l’avv. Araniti, in qualità di difensore di Napoli
Gaetano, ha replicato al ricorso del Procuratore generale avverso la sentenza
assolutoria pronunciata nei confronti dell’imputato, ribadendone l’estraneità alla
presunta cosca Marando, in epoca coeva all’omicidio, riscontrata dall’assoluzione
definitiva dall’imputazione associativa pronunciata nel processo Minotauro, che
rafforzava l’assenza di interesse del Napoli a ingerirsi nell’omicidio di Volpiano;
rileva la natura incostante, illogica e contraddittoria del narrato di Marando
Rocco nei confronti del Napoli e i riscontri negativi delle relative propalazioni,
concludendo per l’inammissibilità del ricorso del pubblico ministero.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I motivi di censura, dedotti tanto nel ricorso del Procuratore generale della
14

della conclusione tratte in ordine alla partecipazione del ricorrente all’omicidio,

Repubblica quanto nei ricorsi proposti nell’interesse degli imputati Trimboli
Natale e Marando Rosario, che lamentano la violazione da parte della sentenza
impugnata dei principi di diritto e delle regole legali che presiedono alla
valutazione della prova dichiarativa, rappresentata, in particolare, dalle
propalazioni accusatorie provenienti dai chiamanti in reità Marando Rocco e
Varacalli Rocco, nonché dalla testimone di giustizia Stefanelli Maria, sono fondati
per le ragioni e nei termini che seguono.
L’applicazione erronea dei canoni valutativi stabiliti dall’art. 192 cod.proc.pen., in
contrasto con la consolidata elaborazione giurisprudenziale di questa Corte in

della motivazione della sentenza d’appello in ordine alla validazione delle
risultanze della prova dichiarativa, alle quali i giudici di merito hanno attribuito
una rilevanza decisiva agli effetti dimostrativi – o meno – della responsabilità
degli imputati per gli omicidi loro ascritti, con la conseguenza che la motivazione
si rivela manifestamente illogica e intrinsecamente contraddittoria tanto nelle
statuizioni di condanna riguardanti gli imputati Trinnboli Natale e Marando
Rosario, quanto nelle pronunce assolutorie emesse nei confronti degli imputati
Aligi, Napoli e Spagnolo, travolgendo così l’intero impianto argomentativo della
decisione impugnata per ragioni che risultano sostanzialmente comuni a tutte le
parti ricorrenti e ne giustificano perciò una trattazione congiunta.
2. La sentenza impugnata ha giustificato, in via di premessa generale, il diverso
esito processuale, nei confronti dei singoli imputati, della valutazione giudiziale
del compendio probatorio di natura dichiarativa scaturente dalle medesime fonti
soggettive, in particolare con riguardo alla partecipazione al triplice omicidio
commesso in Volpianoll giugno 1997, sulla scorta dell’applicazione del principio
di “frazionabilità” delle dichiarazioni accusatorie rese dalla stessa persona, che è
stato ripetutamente affermato da questa Corte nei termini per cui l’esclusione
dell’attendibilità di una parte del racconto del propalante, specie ove si tratti di
una chiamata in correità, non implica (ex se) un giudizio di inattendibilità con
riferimento alle altre parti del medesimo racconto che risultino intrinsecamente
attendibili e adeguatamente riscontrate, a condizione da un lato che non sussista
interferenza fattuale e logica tra la parte del narrato ritenuta falsa (o comunque
inattendibile) e le rimanenti parti del racconto, e dall’altro che l’inattendibilità
non sia talmente macroscopica, per conclamato contrasto con altre sicure
emergenze probatorie, da compromettere la stessa credibilità del dichiarante
(Sez. 6 n. 35327 del 18/07/2013, Rv. 256097; Sez. 6 n. 6221 del 20/04/2005,
Rv. 233095).
La corretta applicazione del suddetto principio, di cui deve essere ribadita la
validità generale, esige dunque la puntuale spiegazione, da parte del giudice di

15

materia, si è risolta, infatti, nell’inficiare la coerenza e la tenuta complessiva

merito, delle ragioni (rappresentate, per esempio, dalla complessità dei fatti, dal
tempo trascorso dal loro accadimento, dalla volontà del propalante di non
coinvolgere nel reato un prossimo congiunto o una persona a lui legata da vincoli
affettivi o amicali) per le quali la parte della narrazione che è risultata smentita
non è idonea a inficiare il giudizio positivo sulla credibilità soggettiva del
dichiarante, che costituisce il primo e fondamentale momento valutativo della
affidabilità della fonte di prova.
3. Costituisce ius receptum, nell’elaborazione giurisprudenziale di questa Corte,
che la validazione probatoria delle dichiarazioni accusatorie dei collaboratori di

innanzitutto, la verifica della credibilità soggettiva del propalante – da compiersi
in relazione alla sua personalità, alle sue condizioni socio-economiche e familiari,
al suo passato, ai suoi rapporti coi soggetti accusati, nonché alle ragioni che ne
hanno indotto la scelta collaborativa – cui deve seguire o comunque
accompagnarsi la verifica dell’attendibilità oggettiva delle dichiarazioni rese, da
apprezzarsi nella loro consistenza intrinseca e nelle loro caratteristiche, con
riguardo alla spontaneità, all’autonomia, alla precisione, alla completezza della
narrazione dei fatti, alla loro coerenza e costanza; soltanto dopo aver sciolto in
senso positivo, alla stregua dei parametri appena indicati, il giudizio sulla
credibilità del collaboratore e delle sue propalazioni accusatorie, il giudice di
merito è legittimato – e tenuto – a verificare l’esistenza dei riscontri esterni, di
natura individualizzante, necessari a confermare l’attendibilità delle dichiarazioni
ai sensi dell’art. 192 comma 3 cod.proc.pen. (ex plurimis, Sez. 2 n. 21171 del
7/05/2013, Rv. 255553; Sez. 2 n. 2350 del 21/12/2004, depositata nel 2005,
Rv. 230716).
Se per quanto riguarda il vaglio di affidabilità intrinseca del collaboratore e delle
sue dichiarazioni le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che il relativo
percorso valutativo non deve necessariamente muovere attraverso passaggi
rigidamente separati, in quanto la credibilità soggettiva del propalante e
l’attendibilità oggettiva del suo narrato devono essere apprezzate unitariamente
(Sez. Un. n. 20804 del 29/11/2012, Rv. 255145, Aquilina), il riscontro estrinseco
di attendibilità prescritto dalla norma processuale di cui all’art. 192 comma 3 del
codice di rito deve invece costituire oggetto di un momento valutativo
logicamente successivo, in quanto non è possibile procedere a un apprezzamento
unitario della propalazione accusatoria e degli altri elementi di prova che ne
confermano l’attendibilità se prima non sono stati chiariti gli eventuali dubbi che
si addensino sulla propalazione in sé considerata, indipendentemente dagli
elementi di verifica esterni ad essa (Sez. 2 n. 21171 del 2013, sopra citata).
Non è, dunque, giuridicamente consentito sanare o supplire le carenze strutturali
16

giustizia deve procedere secondo un ordine logico-giuridico che prevede,

del giudizio di affidabilità soggettiva e intrinseca della propalazione accusatoria
mediante la valorizzazione degli (eventuali) elementi di riscontro estrinseco della
stessa, i quali possono – e debbono – essere apprezzati nella loro capacità di
concorrere a confermarne ab extemo i contenuti dichiarativi soltanto dopo
l’autonomo superamento, con esito positivo, del vaglio di credibilità soggettiva
della fonte e di attendibilità intrinseca delle sue dichiarazioni.
4. Nel suddetto errore di diritto è incorsa la sentenza impugnata, che, con
particolare riguardo all’episodio delittuoso costituito dal triplice omicidio di
Volpiano, ha sostanzialmente omesso di procedere alla valutazione preliminare

collaboratore di giustizia Marando Rocco – che era stata sollecitata dalle difese
nei motivi d’appello – le cui propalazioni accusatorie, essenzialmente de relato,
rappresentano, nel presente processo, l’elemento di prova fondamentale nella
ricostruzione delle responsabilità concorsuali ascritte agli imputati Trimboli
Natale, Marando Rosario, Napoli Gaetano e Aligi Santo Giuseppe.
Nonostante la corretta premessa metodologica secondo cui la singola fonte di
prova dichiarativa deve costituire oggetto di (apposita) verifica nella specifica
vicenda processuale in cui viene assunta e nella quale ha reso le proprie
dichiarazioni (pagina 9 della sentenza d’appello), la Corte distrettuale si è
limitata a dare genericamente atto, sul punto, del giudizio di attendibilità
formulato nei confronti delle dichiarazioni di Marando Rocco in altro processo,
definito con sentenza (n. 15412 del 23/02/2015) di questa Corte riguardante il
delitto associativo di cui all’art. 416 bis cod.pen. e altri reati-fine, senza
confrontarsi in modo specifico e argomentato con la credibilità dell’accusa, rivolta
dal Marando agli imputati, di partecipazione all’omicidio del Mancuso e degli
Stefanelli oggetto del presente giudizio; la relativa, puntuale, verifica si
imponeva, a maggior ragione, alla stregua della precedente decisione emessa in
sede cautelare da questa stessa Corte – di cui alla sentenza n. 21634 del
17/01/2011, evocata dagli imputati ricorrenti – che aveva annullato nei confronti
di Trimboli Natale, Marando Rosario e Aligi Santo Giuseppe il provvedimento di
conferma dell’ordinanza di custodia cautelare emessa a loro carico in relazione al
ridetto omicidio, censurando proprio (tra l’altro), agli effetti del giudizio ex art.
273 commi 1 e 1-bis cod.proc.pen. (da compiersi ormai secondo le stesse regole
valutative stabilite dall’art. 192 commi 3 e 4 del codice di rito per il processo di
merito), i vizi e le lacune motivazionali ravvisabili nel giudizio di credibilità
soggettiva e di attendibilità intrinseca della chiamata in reità operata da Marando
Rocco (sotto i profili principali della verifica della sua autonomia, dell’origine e
della causale delle conoscenze riferite, della collocazione temporale e del livello
di approfondimento, dell’influenza di altre fonti, della genuinità e del disinteresse
17

della credibilità soggettiva, in via generale e complessiva, delle dichiarazioni del

delle dichiarazioni, della loro tardività rispetto all’accadimento dei fatti e del loro
aggiustamento nel tempo), conducendo all’annullamento della misura cautelare
da parte del Tribunale del riesame di Torino all’esito del giudizio di rinvio.
Dalla lettura della sentenza impugnata emerge che – in assenza di un vaglio
preliminare e unitario delle ragioni della scelta collaborativa compiuta da
Marando Rocco e della genuinità e credibilità complessiva della chiamata in reità
dallo stesso operata con riguardo alla partecipazione degli imputati al triplice
omicidio commesso in Volpiano 1’1.06.1997, effettuata per la prima volta a dodici
anni di distanza dai fatti e soltanto dopo la conclusione del processo chiusosi con

Giuseppe per il concorso nel medesimo delitto – la Corte distrettuale ha
proceduto a esprimere un giudizio solo frazionato e parziale, posizione per
posizione, dell’attendibilità soggettiva delle dichiarazioni del propalante,
pervenendo, pur a fronte di una reciproca interferenza logico-fattuale dei
contenuti di una narrazione avente per oggetto la partecipazione unitaria di più
soggetti a un medesimo episodio delittuoso consumato nello stesso contesto
spazio-temporale (l’interno dell’abitazione di Marando Domenico, in cui le vittime
erano state attirate), a un divergente giudizio di affidabilità probatoria delle
propalazioni riguardanti i singoli chiamati, che ha condotto a esiti processuali
diversi e contrapposti per il Trimboli e Marando Rosario, da un lato, e per l’Aligi e
il Napoli, dall’altro (i primi due condannati all’ergastolo e i secondi due assolti dal
medesimo reato per non aver commesso il fatto), sulla scorta di un’anticipata
commistione, operata dalla Corte di merito, del giudizio di credibilità soggettiva
con quello (invece logicamente successivo) sull’esistenza di riscontri esterni alla
chiamata del collaborante in grado di confermare o meno l’attendibilità delle sue
dichiarazioni accusatorie.
4.1. Con riferimento alla posizione di Aligi Santo Giuseppe, la sentenza d’appello
ha giudicato la chiamata di Marando Rocco, che aveva indicato l’imputato tra i
soggetti presenti, insieme ai correi, all’interno dell’abitazione del fratello
Domenico al momento dell’esecuzione del delitto, priva di linearità e dei requisiti
della costanza e precisione, perché effettuata soltanto nel settembre 2009 e non
specificante il ruolo ricoperto dall’Aligi nell’omicidio; ha svalutato, nel contempo,
gli elementi di riscontro rappresentati dai legami parentali e di amicizia dell’Aligi
con taluni dei coimputati e dai contatti telefonici intercorsi con Marando
Domenico e con Trimboli Natale (entrambi condannati, invece, l’uno in altra sede
e l’altro nel presente processo, per il medesimo fatto) il giorno dell’omicidio e in
quello immediatamente precedente, anche in orario notturno, pur dando atto che
tali contatti – secondo il giudizio della stessa Corte distrettuale – non erano stati
adeguatamente giustificati, nelle ragioni e nei contenuti, dall’imputato in sede di

18

la condanna definitiva, nel 2004, del fratello Marando Domenico e di Leuzzi

interrogatorio.
Anche con riguardo alla posizione di Napoli Gaetano, la sentenza impugnata ha
svalutato l’affidabilità probatoria della chiamata di Marando Rocco – che aveva
collocato (parimenti) l’imputato all’interno dell’abitazione del fratello (Domenico)
al momento del triplice omicidio e lo aveva indicato come il soggetto che aveva
provveduto a bruciare, subito dopo l’esecuzione del delitto, l’autovettura Fiat 500
di una delle vittime (Mancuso Francesco) e che si era posto (senza successo)
all’inseguimento di Romeo Roberto allorché ne era stata notata la presenza
all’esterno dell’abitazione – sulla scorta di un giudizio di labilità del ricordo e di

nella fase attuativa dell’omicidio) commisto a quello di ritenuta inidoneità dei
riscontri esterni apportati dall’accusa a convalidare la presenza del Napoli sulla
scena del crimine e la sua partecipazione alla relativa esecuzione, piuttosto che
ad attribuirgli la veste di un mero autore di condotte post factum funzionali alla
eliminazione delle tracce del delitto appena commesso.
In particolare, i contatti telefonici dell’imputato, emersi dai relativi tabulati, con
Trimboli Natale avvenuti alle ore 00.19, 18.19 e 22.28 dell’1.06.1997 (il primo
dei quali facente immediato seguito alla chiamata telefonica effettuata, sempre
dal Trimboli, all’Aligi alle 00.06), il giorno stesso del delitto, in orari antecedenti
o di poco successivi alla sua esecuzione (collocabile, secondo i giudici di merito,
intorno alle 17.45), sono stati ritenuti alternativamente spiegabili, dalla Corte
distrettuale, con un reclutamento del Napoli (il quale all’epoca dei fatti non aveva
ancora contratto vincoli di affinità con la famiglia Marando) finalizzato alle sole
incombenze successive all’omicidio, quali l’incendio della vettura del Mancuso,
l’inseguimento del Romeo, la convocazione per la partecipazione alle operazioni
di occultamento dei cadaveri.
4.2. La motivazione della sentenza impugnata si rivela intrinsecamente
contraddittoria e incoerente nella misura in cui non spiega le ragioni della
contestuale credibilità attribuita, invece, alle dichiarazioni accusatorie di Marando
Rocco nei riguardi del Trimboli e del fratello Rosario, che non risultano connotate
(per quanto emerge dal dato testuale riportato dai giudici di merito) da requisiti
significativamente diversi in ordine alla loro collocazione e sequenza temporale e
alle caratteristiche dei relativi contenuti, essendo state rese, al pari di quelle
giudicate inaffidabili nei confronti dell’Aligi e del Napoli, per la prima volta nel
2009 a distanza di dodici anni dai fatti e dopo la conclusione (e la conoscenza)
del processo celebrato per il medesimo delitto a carico del Leuzzi e di Marando
Domenico, mediante l’indicazione indifferenziata, da parte del propalante, di tutti
e quattro gli (odierni) imputati come soggetti contemporaneamente presenti
sulla scena del crimine – senza una particolare attribuzione o diversificazione di
19

imprecisione del racconto (con particolare riguardo al ruolo effettivo del Napoli

ruoli – al momento della sua esecuzione avvenuta all’interno dell’abitazione di
Marando Domenico.

Il “frazionamento” del giudizio sull’attendibilità intrinseca della chiamata in reità
operata dal collaboratore a carico dei diversi imputati risulta dunque effettuato
dal giudice d’appello in termini essenzialmente assertivi e perciò manifestamente
illogici; ciò trova puntuale conferma, come si è detto, nell’erronea commistione in sede di giustificazione argomentativa della differente valutazione di affidabilità
probatoria attribuita alle singole propalazioni – dell’apprezzamento relativo
all’esistenza o meno di riscontri esterni quale elemento munito di decisiva

credibilità soggettiva del chiamante e delle sue dichiarazioni.
Un ulteriore elemento di contraddizione e incoerenza intrinseca, che concorre a
inficiare la tenuta logica complessiva della motivazione della sentenza gravata, è
ravvisabile, del resto, anche nella diversa – quanto ingiustificata – valenza
dimostrativa che è stata attribuita, sul piano della capacità di costituire idoneo
riscontro estrinseco della chiamata in reità, ai medesimi elementi di natura
obiettiva rappresentati dai contatti telefonici, più sopra riportati, intercorsi in
concomitanza temporale al giorno dell’omicidio tra i soggetti coinvolti dalle
dichiarazioni collaborative (Trimboli Natale, Napoli Gaetano e Aligi Santo
Giuseppe, oltre che Marando Domenico), che sono stati svalutati dalla Corte
distrettuale nella loro concludenza probatoria con riguardo alle posizioni del
Napoli e dell’Aligi, e nel contempo invece valorizzati a titolo di conferma della
attendibilità della chiamata a carico del Trimboli.
4.3. Con riguardo alla posizione di Napoli Gaetano è altresì fondata la doglianza
del Procuratore generale della Repubblica che censura l’erronea applicazione dei
principi di diritto in materia di concorso di persone nel reato, e comunque
l’incoerenza e l’incongruenza logica della motivazione con cui la sentenza
impugnata ha ritenuto significative di mere attività post factum le condotte
attribuite all’imputato relativamente all’incendio della Fiat 500 di Mancuso
Francesco, all’inseguimento del Romeo e al concorso prestato alle operazioni di
seppellimento dei cadaveri.
Costituisce principio acquisito, nella giurisprudenza di questa Corte, che l’attività
costitutiva del concorso (eventuale) di persone nel reato, ex art. 110 cod.pen.,
può essere rappresentata da qualsiasi comportamento esteriore che fornisca un
apprezzabile contributo – in tutte o alcune delle fasi di ideazione, organizzazione,
esecuzione – alla realizzazione collettiva del reato, anche soltanto mediante il
rafforzamento dell’altrui proposito criminoso o l’agevolazione dell’opera
dei concorrenti; da ciò consegue che, mentre rimane estranea alla figura
del concorso l’attività diretta a favorire gli autori del reato posta in essere dopo

20

incidenza nel giudizio, da compiersi invece in via preliminare ed autonoma, sulla

che questo fu commesso, la preventiva promessa o prospettazione di tale aiuto,
che abbia rafforzato l’altrui proposito criminoso, integra invece a pieno titolo una
condotta rilevante ai sensi dell’art. 110 cod.pen., così che il concorrente che
abbia svolto il compito assegnatogli risponde non solo del reato o dei reati alla
cui commissione abbia materialmente partecipato, ma anche di quelli eseguiti dai
complici nell’ambito dell’unitario programma criminoso nel quale le singole
condotte dei concorrenti risultino, con giudizio di prognosi postuma, integrate in
funzione del medesimo obiettivo perseguito in diversa misura dai correi

(ex

plurimis, Sez. 2 n. 18745 del 15/01/2013, Rv. 255260; Sez. 1 n. 6489 del

28/01/1998, Rv. 210757).
La responsabilità concorsuale di chi apporta il proprio contributo alla
realizzazione del fatto criminoso non presuppone la necessaria convergenza
psicologica sull’evento finale perseguito da altro o altri concorrenti, essendo
sufficiente che il relativo apporto sia stato prestato con la consapevole volontà di
contribuire con la propria condotta, anche solo agevolandola, alla verificazione
del reato (Sez. 1 n. 15860 del 9/12/2014, Rv. 263089), e dunque anche quando
il contributo causale del correo sia limitato alla fase esecutiva finale del
programma criminoso, in quanto nella fattispecie plurisoggettiva l’attività
antigiuridica di ciascuno, ponendosi inscindibilmente in rapporto con quella degli
altri correi, confluisce in un’azione delittuosa che va considerata unica e produce
l’effetto di rendere attribuibile a ciascuno dei concorrenti il risultato finale
dell’evento cagionato (vedi Sez. 1 n. 41177 del 24/11/2006, Rv. 235997).
Con tali principi la sentenza d’appello non si è confrontata in modo coerente e
adeguato.
La Corte distrettuale ha dato atto della potenziale funzione di preavviso ai
complici dell’imminente attuazione della programmata azione delittuosa,
attribuibile alle telefonate effettuate in successione da Trirnboli Natale all’Aligi e
al Napoli (rispettivamente) alle 00.06 e alle 00.19 dell’1.06.1997, prima
dell’esecuzione degli omicidi consumati nel pomeriggio di quello stesso giorno,
nonché della verosimile funzione informativa dell’avvenuta esecuzione del delitto
assolta dalla chiamata telefonica effettuata alle 18.19 successive dal Trimboli al
Napoli, finalizzata alla comunicazione della presenza in loco del Romeo e a
sollecitare al correo, nel contesto della suddivisione di ruoli presupposta
dall’organizzazione di un simile delitto, l’intrapresa delle operazioni materiali di
cancellazione delle tracce del reato appena commesso; ma ha poi escluso, con
motivazione contraddittoria e frutto di argomentazioni essenzialmente assertive,
l’idoneità dimostrativa dei suddetti elementi – postulanti sul piano logico-fattuale,
secondo la stessa rappresentazione offerta dalla sentenza impugnata, la
preventiva e consapevole acquisizione, da parte dei correi, della disponibilità ,
i
21

partecipativa del Napoli allo svolgimento di compiti aventi rilevante incidenza
nella riuscita complessiva del piano criminoso – a riscontrare la prova della
responsabilità concorsuale dello stesso Napoli nel delitto di cui all’art. 575
cod.pen., limitandone la rilevanza penale nei termini di una mera condotta post
factum, quale quella relativa all’incendio dell’autovettura del Mancuso per il quale
è stata dichiarata la prescrizione del reato.
4.4. Come si è detto, la motivazione della sentenza impugnata non fornisce
alcuna coerente spiegazione delle ragioni per le quali, diversamente da quanto

stata giudicata invece credibile e intrinsecamente attendibile con riguardo al
riferito concorso del Trimboli e di Marando Rosario nell’omicidio del Mancuso e
degli Stefanelli; nei confronti di tali ultimi due imputati, in realtà, le dichiarazioni
accusatorie del collaboratore sono state ritenute idonee a fondare il giudizio di
colpevolezza sulla scorta essenziale – come risulta claris verbis dal testo della
sentenza – dell’affermata esistenza di riscontri esterni di natura individualizzante,
ai quali è stata incongruamente attribuita la funzione di integrare il giudizio di
credibilità soggettiva del chiamante, prima ancora di costituire il necessario
elemento di conferma estrinseca dell’attendibilità delle sue dichiarazioni.
Quanto alla posizione del Trimboli, appare peraltro criticabile la stessa valenza di
riscontro individualizzante, nel senso della sua capacità di attingere non soltanto
il fatto-reato ma anche la sua specifica riferibilità all’imputato (Sez. 3 n. 44882
del 18/07/2014, Rv. 260607), riconosciuta dai giudici di merito all’appartenenza
dell’imputato alla ndrangheta, in qualità di associato al “locale” di Volpiano,
giudizialmente accertata con riferimento all’epoca dei fatti a seguito della
condanna definitiva del Trimboli per il reato di cui all’art. 416 bis cod.pen., ciò
che può valere solo a confermare – così come i contatti e i colloqui in carcere
intercorsi col capoclan (detenuto) Marando Pasquale – l’inserimento dell’imputato
nel circuito criminale in cui era maturato il triplice omicidio, il cui movente è
stato individuato nella vendetta per la precedente uccisione di Marando
Francesco (fratello dei concorrenti Domenico e Rosario e del collaborante Rocco),
di cui le vittime erano ritenute essere gli autori.
Gli ulteriori elementi di riscontro esterno che sono stati individuati dalla sentenza
impugnata nei contatti telefonici del Trimboli coi coimputati Aligi e Napoli,
nonché con Leuzzi Giuseppe e altri esponenti del “locale” di Volpiano, in
coincidenza temporale al giorno del delitto, nel “silenzio” serbato dall’utenza
cellulare dell’imputato nell’orario compreso tra le 16.42 e le 18.17 di quello
stesso giorno (ritenuto corrispondere al tempo di esecuzione dell’omicidio),
nell’aggancio da parte dell’utenza del Trimboli delle celle di copertura del
territorio di Catanzaro nel giorno successivo (2.06.1997), sintomatico del

22

ritenuto per l’Aligi e il Napoli, la chiamata in reità operata da Marando Rocco è

trasferimento del prevenuto in Calabria, oltre a evidenziare – in parte qua – le
contraddizioni motivazionali, già indicate, rispetto alla svalutazione del significato
dei medesimi contatti telefonici operata con riguardo alle posizioni dell’Aligi e del
Napoli, potevano assumere valenza dimostrativa agli effetti dell’art. 192 comma
3 cod.proc.pen. solo in quanto preventivamente supportati da una coerente e
congrua valutazione di credibilità della fonte i cui contenuti dichiarativi erano
chiamati a confermare, apprezzamento che risulta invece del tutto carente
(come si è visto) nei riguardi della chiamata di Marando Rocco.
Quanto alle dichiarazioni de relato della testimone di giustizia Stefanelli Maria

suo omicidio, circa i tratti somatici dei tre soggetti che questi aveva visto uscire
dall’abitazione di Marando Domenico subito dopo l’esecuzione del delitto, uno dei
quali – descritto come “un ragazzo piccolo magro, con gli occhi a mandorla” – è
stato riconosciuto dalla teste come corrispondente alle caratteristiche fisiche, a
lei note, di Trimboli Natale (caratteristiche che la Corte distrettuale ha dato atto
nella motivazione di avere direttamente apprezzato, quanto al particolare degli
“occhi a mandorla”, in occasione della comparizione dell’imputato in udienza), va
rilevato che la natura di prova autonoma, e non di mero riscontro della chiamata
in reità di Marando Rocco, attribuita dalla sentenza impugnata alle relative
dichiarazioni non esimeva i giudici di merito dal sottoporre a un penetrante
vaglio di affidabilità, oltre alla propalazione della fonte indiretta Stefanelli, anche
le riferite dichiarazioni della fonte primaria rappresentata dal Romeo, la cui
verifica doveva investire particolarmente la credibilità soggettiva di quest’ultimo
e i suoi rapporti personali con la Stefanelli, al fine di inferirne dati sintomatici dei
motivi della confidenza e della corrispondenza al vero dei relativi contenuti (Sez.
Un. n. 20804 del 29/11/2012, Aquilina), e ciò a maggior ragione in
considerazione dell’appartenenza del Romeo al medesimo contesto criminale di
tipo mafioso, tanto da essere a sua volta ucciso in un agguato qualche mese
dopo (il 30.01.1998).
Le carenze argomentative della sentenza d’appello sul punto integrano, dunque,
un ulteriore vizio motivazionale che inficia la tenuta logica complessiva della
condanna del Trimboli.
Anche con riguardo alla posizione di Marando Rosario occorre ribadire che la
strutturale lacuna motivazionale in ordine alle ragioni della credibilità intrinseca
attribuita alla chiamata in reità operata nei confronti dello stesso dal fratello
Rocco – la cui indagine valutativa doveva particolarmente investire la natura dei
rapporti tra i due fratelli, il contesto temporale e la genesi delle dichiarazioni
accusatorie, che trovano la loro fonte diretta, secondo il narrato di Marando
Rocco, proprio nelle confidenze ricevute dal fratello Rosario – è idonea a ,

23

(vedova di Marando Francesco) su quanto appreso da Romeo Roberto, prima del

pregiudicare in radice l’apprezzamento degli elementi di riscontro esterno sui
quali la sentenza impugnata ha fondato la condanna del ricorrente.
Per scrupolo di motivazione, va peraltro rilevata, anche nei riguardi di Marando
Rosario, la carenza di natura individualizzante dei riscontri tratti dal caratteristico
taglio di capelli (rasati a zero) dell’imputato, dalla sua ritenuta appartenenza alla
ndrangheta, peraltro neppure accertata in via definitiva (avendo la difesa
allegato il sopravvenuto annullamento della condanna del Marando per il reato di
cui all’art. 416 bis cod.pen. nell’ambito del c.d. processo “Minotauro”), dalla

risultante dalle dichiarazioni de relato del collaboratore Stefanelli Rocco.
La sentenza d’appello ha argomentato in termini prettamente assertivi anche
l’identificazione nell’autovettura VW Golf tg AB362VB, color “amaranto perla”, in
uso all’epoca dei fatti all’imputato (secondo quanto accertato in occasione del
controllo stradale del 9.05.1997), della VW Golf color amaranto targata Torino
sulla quale Romeo Roberto aveva riferito alla teste Stefanelli Maria, prima di
essere ucciso, di aver visto salire uno dei soggetti – diversi da Marando Rosario usciti dall’abitazione di Marando Domenico subito dopo l’esecuzione dell’omicidio
del Mancuso e degli Stefanelli; l’assenza di un’adeguata spiegazione delle ragioni
per le quali la teste de relato Stefanelli (o la sua fonte di riferimento Romeo)
sarebbero incorsi in errore nell’indicare un particolare così specifico, come la
presenza della sigla della provincia (anziché di un codice alfanumerico) nella
targa del veicolo, appare infatti in grado di inficiare l’esistenza stessa del
riscontro confermativo del racconto di Marando Rocco che i giudici di merito
hanno tratto dalla presenza sulla scena del delitto di un’autovettura ritenuta
riconducibile all’imputato.
Le dichiarazioni dibattimentali di Marando Rosario ricognitive della sua
partecipazione alle operazioni di seppellimento dei cadaveri dopo aver appreso,
soltanto ad esecuzione avvenuta, della commissione del triplice omicidio, infine,
sono state utilizzate dai giudici di merito come elemento di riscontro logico basato sull’inverosimiglianza dell’estraneità dell’imputato all’agguato mortale, in
ragione dei suoi legami e contatti coi correi, appartenenti alla medesima
consorteria criminale, antecedenti il delitto – che sconta, a sua volta, l’assenza di
un sottostante, coerente, giudizio di credibilità soggettiva e intrinseca della
propalazione di Marando Rocco, costituente la fonte di prova dichiarativa
soggetta alla conferma di attendibilità prescritta dall’art. 192 comma 3
cod.proc.pen.
5. Per le assorbenti ragioni sopra indicate la sentenza impugnata deve essere
annullata nei confronti degli imputati Napoli Gaetano, Trimboli Natale, Marando
Rosario e Aligi Santo Giuseppe, con rinvio ad altra Sezione della Corte d’assise

24

frequentazione con altri soggetti coinvolti nel triplice omicidio di Volpiano

d’appello di Torino per un nuovo giudizio a loro carico riguardante la
partecipazione al triplice omicidio commesso in Volpiano il

10 giugno 1997, che

non ricada nei medesimi errori di diritto e vizi motivazionali.
Restano di conseguenza assorbite le doglianze subordinate sulla sussistenza
dell’aggravante contestata di cui all’art. 7 legge n. 203 del 1991, sul diniego
delle attenuanti generiche e sulla dosimetria della pena, dedotte nei ricorsi
proposti nell’interesse degli imputati Trimboli Natale e Marando Rosario.
6. La motivazione della sentenza impugnata si rivela contraddittoria, incoerente
e manifestamente illogica, in relazione all’applicazione dei criteri di validazione

anche nella parte che riguarda la valutazione della prova dichiarativa a carico di
Spagnolo Antonio in ordine alla commissione (in concorso con Marando
Domenico) dell’omicidio di Romeo Roberto, rappresentata dalle propalazioni
accusatorie del collaboratore di giustizia Varacalli Rocco e dai relativi elementi di
riscontro; le censure rivolte, sotto tale profilo, nel ricorso del Procuratore
generale della Repubblica alla tenuta logica delle argomentazioni con cui la Corte
distrettuale, in riforma della sentenza di primo grado, ha assolto lo Spagnolo per
non aver commesso il fatto sono, quindi, fondate.
6.1. I giudici di merito hanno individuato la causale dell’omicidio del Romeo,
eseguito nel territorio torinese il 30.01.1998 dopo averlo attirato in un agguato,
nei suoi legami con le vittime del triplice omicidio commesso alcuni mesi prima in
Volpiano, che il Romeo aveva accompagnato all’incontro avvenuto nell’abitazione
di Marando Domenico, rimanendo in attesa all’esterno dell’edificio in funzione di
guardaspalle; la sua presenza era stata notata al momento dell’uscita
dall’abitazione dagli autori del delitto, i quali lo avevano inseguito (allora) senza
successo, secondo le circostanze che il Romeo, prima di essere ucciso, aveva
riferito a Stefanelli Maria, descrivendole anche i tratti somatici delle persone da
lui viste nell’occasione.
Il Romeo, consapevole della immanente situazione di pericolo derivante dalla
veste di testimone dell’omicidio del Mancuso e degli Stefanelli, aveva adottato
una serie di precauzioni nei suoi contatti personali, attestate dalle dichiarazioni
dei familiari; per tali ragioni Marando Domenico, al fine di rintracciare il Romeo e
attirarlo in un’imboscata, si era rivolto a Varacalli Rocco in quanto soggetto del
quale la vittima si fidava perché legato agli Stefanelli.
6.2. La sentenza d’appello ha ritenuto credibile e riscontrato il racconto del
Varacalli in ordine alle ragioni per le quali aveva contattato il Romeo e alle
modalità e circostanze secondo le quali egli si era prestato a fungere da
intermediario e accompagnare la vittima nel luogo in cui era stata uccisa.
In particolare, il Varacalli aveva riferito di essere stato contattato da Marando

25

probatoria della chiamata in reità stabiliti dall’art. 192 comma 3 cod.proc.pen.,

Domenico, il quale, incontrato prima a Volpiano e poi in Calabria in occasione di
un battesimo, gli aveva chiesto di rintracciare il Romeo; di essersi perciò recato,
in cerca di informazioni, da Cimino Pietro; di aver incontrato il Romeo, la sera
precedente l’omicidio, presso l’abitazione di quest’ultimo, alla presenza di
Martinelli Sylvain che aveva confermato la circostanza; di aver quindi ricevuto,
nel corso della notte, la visita dell’imputato Spagnolo Antonio (accompagnato da
D’Agostino Domenico), che gli aveva chiesto se fosse riuscito a rintracciare il
Romeo e di fissargli un appuntamento con la vittima la sera successiva; di

Romeo, fissandone l’incontro con lo Spagnolo – indicato alla vittima come un
latitante necessitante di aiuto – alle ore 18.00 in Orbassano; dopo aver
incontrato lo Spagnolo nelle prime ore del pomeriggio e avergli confermato l’ora
e il luogo dell’appuntamento col Romeo, il Varacalli si era recato insieme alla
vittima, a bordo dell’autovettura di quest’ultima, nel posto convenuto, dove,
raggiunta una stradina sterrata in comune di Piossasco, i due avevano affiancato
la vettura condotta dall’imputato; a quel punto il Varacalli si era allontanato a
piedi, lasciando solo il Romeo in compagnia dello Spagnolo; dopo circa dieci
minuti, il collaboratore aveva visto l’imputato arrivare di corsa, salire sulla sua
autovettura e fuggire; il Varacalli aveva rivisto il giorno successivo lo Spagnolo,
che gli aveva intimato di non riferire nulla dell’accaduto; qualche giorno dopo,
infine, il collaboratore aveva incontrato Marando Domenico e gli aveva
comunicato la notizia dell’uccisione del Romeo.
6.3. La sentenza impugnata ha ritenuto, peraltro, implausibile che il Varacalli
non si fosse reso conto del contributo consapevolmente apportato, con la
condotta sopra descritta, all’omicidio del Romeo; e ha conseguentemente
attribuito alla verosimile volontà del collaboratore di coprire, mediante l’accusa
rivolta allo Spagnolo, la propria responsabilità nell’esecuzione del delitto l’effetto
di inficiare l’attendibilità intrinseca del suo racconto, unitamente all’assenza di
riscontri sulla presenza effettiva dello Spagnolo a Torino in concomitanza
temporale all’omicidio, che non era stata confermata né dal D’Agostino, né dalla
moglie del Varacalli.
La motivazione della sentenza si rivela, al riguardo, intrinsecamente incoerente
ed incorre, anche nei riguardi della posizione dello Spagnolo, nel medesimo vizio
logico-giuridico di confondere e sovrapporre i due diversi momenti valutativi
concernenti l’attendibilità intrinseca e l’attendibilità estrinseca della propalazione
accusatoria, che devono invece essere tenuti (logicamente) distinti e separati,
avendo la Corte distrettuale attribuito alla (ritenuta) carenza di elementi di
riscontro esterno una valenza decisiva nel giudizio sulla (denegata) credibilità e
affidabilità soggettiva della chiamata in reità operata dal Varacalli, che doveva

26

essersi perciò recato, il giorno dopo, presso il laboratorio odontotecnico del

costituire oggetto di un proprio autonomo, adeguato, apprezzamento – che è
stato effettuato in termini carenti ed essenzialmente assertivi – alla stregua dei
criteri elaborati sul punto dalla giurisprudenza di questa Corte.
A fronte di un racconto preciso e dettagliato (che lo stesso giudice d’appello ha
ritenuto attendibile) della genesi e delle circostanze dell’omicidio del Romeo, e
del ruolo svolto dal collaboratore nel ricercare e rintracciare la vittima e
nell’accompagnarla sul luogo del delitto, in attuazione dell’incarico ricevuto da
Marando Domenico, la sentenza impugnata ha operato un ingiustificato
frazionamento della credibilità della propalazione del Varacalli, omettendo di

avrebbe accusato falsamente dell’esecuzione dell’omicidio proprio lo Spagnolo, in
assenza di una reale indagine – da compiersi con specifico riferimento alla
vicenda in esame – sulla personalità del dichiarante e sui suoi rapporti con
l’imputato (eventualmente caratterizzati da inimicizia o rancore), nonché sui
requisiti intrinseci della propalazione accusatoria, di cui non appaiono vagliate, in
particolare, la genesi spontanea, l’autonomia e la costanza nel tempo.
L’affermazione della Corte distrettuale secondo cui il Varacalli potrebbe essersi
indotto ad accusare lo Spagnolo per coprire la propria personale responsabilità
nel delitto, alla cui riuscita non poteva ignorare di aver apportato un contributo
causale, risulta dunque formulata in termini sostanzialmente immotivati, che non
paiono argomentati su obiettive risultanze processuali, ma costituiscono frutto di
un convincimento espresso in modo assertivo.
Detta affermazione appare altresì incoerente e intrinsecamente contraddittoria,
nella misura in cui non si confronta in modo adeguato col dato oggettivo per cui
gli elementi che varrebbero a rendere inverosimile, secondo la sentenza
d’appello, l’inconsapevolezza del collaboratore di aver apportato con la propria
condotta un contributo decisivo all’omicidio del Romeo, vincendone le cautele,
organizzando l’incontro col killer e accompagnandolo sul luogo dell’agguato,
emergono e traggono origine dagli stessi contenuti dichiarativi della propalazione
del Varacalli, che non avrebbe avuto perciò ragione di esternarli, così da rendere
illogico, anche sotto tale profilo, l’apprezzamento frazionato della chiamata in
reità, giudicata attendibile nella parte potenzialmente contra se, e invece
inaffidabile nella parte contenente l’accusa allo Spagnolo.
6.4. Le incongruenze logiche rilevate nel giudizio di validazione probatoria delle
dichiarazioni del Varacalli inficiano di per sé la tenuta della motivazione della
sentenza impugnata.
Va comunque rilevato che anche la valutazione dei riscontri della propalazione
accusatoria muniti di potenziale efficacia individualizzante – in particolare quello
rappresentato dalle dichiarazioni di Marando Rocco di aver appreso dal fratello e
27

spiegare in modo coerente e adeguato le ragioni per le quali il collaboratore

capo della cosca Marando Pasquale, al quale il collaboratore ha attribuito la
decisione di uccidere il Romeo, che il relativo incarico era stato conferito allo
Spagnolo, e la cui concludenza è stata svalutata dalla Corte distrettuale sul
presupposto che il collaboratore non era stato in grado di precisare se l’imputato
fosse effettivamente l’autore dell’omicidio – non appare esente da censure, sotto
il profilo dell’osservanza del principio per cui il riscontro esterno della chiamata in
reità, che può essere costituito da qualsiasi elemento o dato probatorio non
predeterminato nella specie e qualità (e quindi avente natura sia rappresentativa
che logica) a condizione che esso sia indipendente e autonomo dalla fonte

prova autosufficiente perché, altrimenti, la dichiarazione accusatoria non avrebbe
rilievo reale, in quanto la prova si fonderebbe sull’elemento esterno e non sulla
propalazione del chiamante (Sez. 3 n. 44882 del 18/07/2014, Rv. 260607).
Per tali ragioni la sentenza impugnata deve essere annullata anche nei confronti
di Spagnolo Antonio, con rinvio ad altra Sezione della Corte d’assise d’appello di
Torino per un nuovo giudizio riguardante la partecipazione dell’imputato
all’omicidio di Romeo Roberto, che non ricada nei medesimi errori di diritto e vizi
motivazionali.
7. La regolazione delle spese processuali nei riguardi della parte civile va rimessa
al giudice di rinvio, che terrà conto dei principi di causalità e soccombenza.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di tutti gli imputati e rinvia per
nuovo giudizio ad altra Sezione della Corte d’assise d’appello di Torino.
Così deciso il 27 aprile 2017

dichiarativa che occorre confermare, non deve avere natura o spessore di una

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