Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1792 del 09/11/2012


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 1792 Anno 2013
Presidente: GIORDANO UMBERTO
Relatore: ROCCHI GIACOMO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
1) DARIONE GAETANO N. IL 04/03/1955
avverso il decreto n. 97/2010 CORTE APPELLO di NAPOLI, del
08/03/2011
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. GIACOMO ROCCHI;
lette/s9attfe le conclusioni del PG Dott. 0~-4liza

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Uditi dife or Avv.;

Data Udienza: 09/11/2012

RITENUTO IN FATTO

1. Con decreto dell’8/3 – 8/10/2011 la Corte d’Appello di Napoli, decidendo
in sede di rinvio, dopo l’annullamento di precedente decreto emesso nei confronti
di Darione Gaetano, revocava la misura di prevenzione personale della
sorveglianza speciale a lui applicata con un decreto del 23/6/1998 e rigettava nel
resto l’istanza, confermando la misura di prevenzione reale della confisca
applicata con il predetto decreto.

disposto la confisca in danno del Darione di un appezzamento di terreno,
formalmente intestato a Di Caterino Clelia e Di Caterino Raffaele, e delle tre ville
abusive costruite su quel terreno ed oggetto di istanze di condono presentate dal
Darione, dalla moglie e da Diana Antonio, nonché di due autovetture. La Corte
rilevava il pregresso inserimento del Darione nel clan dei casalesi e riteneva
ancora sussistente la pericolosità sociale del soggetto.

Nel 2006 Darione aveva chiesto la revoca delle misure di prevenzione, e
quindi la restituzione ai proprietari dei beni sottoposti a confisca, alla luce
dell’esito del processo cd. Spartacus, nel quale egli era stato condannato per il
reato di cui all’art. 416 bis cod. pen. solo per il periodo maggio 1988 – febbraio
1991, mentre era stato assolto per il periodo successivo. La Corte revocava solo
ex nunc

la misura personale, mentre confermava la confisca dei beni,

richiamando gli orientamenti giurisprudenziali concernenti l’autonomia tra misure
di prevenzione personali e misure di prevenzione reali.
Il decreto veniva annullato da questa Corte: quanto alla confisca dei beni,
sul presupposto che la Corte territoriale non aveva minimamente motivato
l’affermazione secondo cui l’acquisizione illecita dei beni confiscati si era
verificata nel pieno della intraneità del Darione al sodalizio facente capo alla
famiglia Schiavone.

La Corte, con il decreto oggi impugnato, sottolinea che il comma

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dell’art. 2 bis legge 31 maggio 1965, n. 575, introdotto nel 2008 ed applicabile
retroattivamente, trattandosi di misure di prevenzione estranee all’ambito
penalistico, ha confermato che le misure di prevenzione patrimoniale possono
essere disposte indipendentemente dall’attualità della pericolosità sociale del
soggetto proposto.
Il terreno confiscato era stato acquistato dal Darione nel 1985 e gli edifici
abusivi erano stati edificati immediatamente dopo: quindi i beni erano entrati
nella disponibilità del proposto nella seconda metà degli anni ’80, allorché egli

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Nel decreto del 1998 la Corte, oltre ad applicare la misura personale, aveva

aveva aderito al clan camorristico, adesione per la quale aveva riportato
condanna. Si richiamava il decreto del 1998 in ordine al punto della riferibilità dei
beni al Darione e all’insussistenza, all’epoca, di capacità economica lecita dello
stesso nel procurarsi tali beni, acquisiti pressoché contestualmente
all’assegnazione in suo favore di appalti controllati dall’organizzazione
camorristica. Di conseguenza, mentre la misura di prevenzione personale doveva
revocarsi per venir meno della pericolosità sociale del soggetto, la confisca dei

2. Ricorre per cassazione il difensore di Darione Gaetano, deducendo la
violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) e c) cod. proc. pen. in relazione agli
artt. 7 legge 1423 del 1956 e 2 ter legge 575 del 1965, per erronea applicazione
di legge e per inosservanza di norma processuale prevista a pena di nullità,
nonché violazione dell’art. 125, comma 3, cod. proc. pen. per mancanza assoluta
di motivazione ovvero motivazione apparente.
Il dies a quo del reato di associazione mafiosa era stato individuato nella
sentenza “Spartacus” nel maggio 1988: prima di tale epoca non esisteva alcun
clan dei casalesi facente capo a Francesco Schiavone; quindi i beni erano stati
acquisiti prima dell’epoca in cui il Darione era stato ritenuto intraneo
all’associazione camorristica, così da doversi escludere che l’acquisto potesse
essere stato effettuato con profitti provenienti dall’attività illecita del predetto
clan.
La motivazione era, poi, apparente nel riferimento agli appalti che la Corte
indicava essere stati ottenuti dal Darione per intercessione del clan, non essendo
stato specificato di quali appalti si trattava.
Infine, integrava l’assenza di motivazione il rinvio, per quanto riguarda la
prova della disponibilità in capo al Darione dei beni confiscati e l’assenza di
capacità di reddito al momento dell’acquisto, al provvedimento genetico del
1998, tenuto conto che esso era stato emesso prima della sentenza di condanna
che aveva delimitato il periodo di appartenenza all’associazione ad un’epoca
successiva all’acquisto.
Il ricorrente conclude per l’annullamento, con o senza rinvio, del decreto
impugnato.

3.

Il Procuratore generale, nella requisitoria scritta, osserva che la

motivazione della Corte d’appello sul tema dell’epoca dell’acquisto dei beni
confiscati non è affatto omessa e correttamente applica la giurisprudenza, più
volte ribadita da questa Corte, circa la possibilità di confisca di beni la cui
acquisizione non coincida con il perimetro cronologico di accertata pericolosità

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beni era legittima.

personale del soggetto che ne ha la disponibilità, dovendosi ritenere che il
positivo accertamento di pericolosità personale imprime ai beni in disponibilità di
tali soggetti uno stigma di pericolosità quando, per ciascuno di

essi, sono

dimostrati la sproporzione rispetto al reddito dichiarato o all’attività economica
svolta ovvero la natura di frutto o di reimpiego di attività illecita.
La Corte aveva dato conto di avere svolto una valutazione indiziaria,
conforme alla logica delle misure di prevenzione, in ordine all’origine illecita del

Il ricorrente ha depositato memoria il 2/11/2012, nella quale riassume e
ribadisce i motivi di ricorso già esposti.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è infondato.

La principale censura mossa avverso il decreto impugnato concerne l’epoca
di acquisizione dei beni sottoposti a confisca: la sentenza di annullamento di
questa Corte aveva cassato il precedente decreto proprio in quanto non aveva
fornito adeguata motivazione in ordine alla asserita coincidenza temporale tra
acquisizione dei beni e partecipazione al sodalizio criminoso facente capo alla
famiglia Schiavone.

La Corte individua l’epoca dell’acquisto del terreno nell’anno 1985 e la
costruzione degli edifici abusivi in epoca immediatamente successiva, in tempo
utile per usufruire del condono edilizio; conclude, pertanto, che i manufatti sono
prevenuti nella disponibilità del Darione nella seconda metà degli anni ’80,
quando egli aderiva al clan camorristico.

Il ricorrente sottolinea come l’anno di nascita del clan Schiavone sia
successivo: esso è stato individuato nel 1988, cosicché si deve escludere che i
beni possano essere stati acquistati con profitti derivanti dall’attività illecita di
quel clan camorristico.

La prospettazione della difesa contrasta con la giurisprudenza costante di
questa Corte, secondo cui, in tema di misure di prevenzione antimafia, sono
soggetti a confisca anche i beni acquisiti dal proposto, direttamente od
indirettamente, in epoca antecedente a quella cui si riferisce l’accertamento della
pericolosità, purché ne risulti la sproporzione rispetto al reddito ovvero la prova

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bene confiscato. Il Procuratore conclude per il rigetto del ricorso.

della loro illecita provenienza da qualsivoglia tipologia di reato. (Sez. 5, n. 27228
del 21/04/2011 – dep. 12/07/2011, Cuozzo e altro, Rv. 250917; Sez. 1, n.
39798 del 20/10/2010 – dep. 11/11/2010, Stagno e altro, Rv. 249012; Sez. 6,
n. 4702 del 15/01/2010 – dep. 03/02/2010, Quartararo, Rv. 246084).

In effetti, l’art. 2 ter, comma 3, legge 31 maggio 1965, n. 575 contempla
due ipotesi autonome di confisca, la cui autonomia è ben evidenziata dall’utilizzo
della parola “nonché”: quella dei beni di cui il titolare non possa giustificare la

titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al
proprio reddito o alla propria attività economica; e quella dei beni che risultino
essere frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego.

Le disposizioni sulla confisca mirano a sottrarre alla disponibilità
dell’indiziato di appartenenza a sodalizi di tipo mafioso tutti i beni che siano
frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego; non ha pregio, quindi,
distinguere se tali attività siano o meno di tipo mafioso e pertanto non assume
rilievo, nel provvedimento ablativo, l’assenza di motivazione in ordine al nesso
causale fra presunta condotta mafiosa ed illecito profitto, essendo sufficiente la
dimostrazione dell’illecita provenienza dei beni confiscati, qualunque essa sia;
quindi è legittima la confisca di beni acquistati dal sottoposto alla misura di
prevenzione della sorveglianza speciale di P.S. anche prima dell’inizio
dell’appartenenza mafiosa, purché i beni stessi costituiscano presumibile frutto di
attività illecite o ne costituiscano il reimpiego; l’unico presupposto di legge per
l’adozione dei provvedimenti di sequestro e confisca è l’inizio di un procedimento
d’applicazione di misura di prevenzione personale nei confronti di persona
pericolosa che disponga di beni in misura sproporzionata rispetto al reddito, e di
cui non sia provata la legittima provenienza in tal senso. (Sez. 1, n. 35466 del
29/05/2009 – dep. 14/09/2009, Caruso e altro, Rv. 244827)

Si noti che la Corte territoriale evidenzia entrambi i profili contemplati dal
citato art. 2 ter: in particolare il primo quando, rinviando al decreto del 1998, fa
riferimento all’assenza all’epoca di capacità economica lecita del Darione nel
procurarsi tali beni.

Del resto, l’autonomia tra misure di prevenzione patrimoniali e processo
penale si coglie anche sotto il profilo probatorio: nel procedimento di
prevenzione, il coinvolgimento in vicende di mafia può essere ritenuto anche in
base a semplici elementi indiziari, neppure gravi, precisi e concordanti. Quindi

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legittima provenienza e di cui, anche per interposta persona, risulti essere

l’accertamento giudiziale penale costituisce un dato imprescindibile e
condizionante dell’accertamento della pericolosità del proposto, della quale può e
deve tenersi conto nel procedimento di prevenzione, ma l’area dell’indizio può
estendersi anche a epoca diversa e anteriore dal periodo di appartenenza alla
associazione accertato giudizialmente, onde, sotto questo aspetto, la confisca di
prevenzione appare ammissibile anche per beni acquisiti anteriormente a tale
accertamento giudiziale.

stato correttamente applicato; dall’altra la motivazione non è affatto apparente,
anche nella parte in cui – del tutto legittimamente, trattandosi di provvedimento
definitivo – fa richiamo al decreto del 1998 con riferimento ai profili della
disponibilità in capo al ricorrente dei beni confiscati e dell’assenza di capacità di
reddito al momento dell’acquisto – profili, in realtà, non contestati dal ricorrente
e la cui prova è del tutto indipendente dall’esito del processo penale cui il
ricorrente è stato sottoposto.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.

Così deciso il 9 novembre 2012

Il Consigliere estensore

Il Presidente

I motivi di ricorso sono, quindi, infondati: da una parte l’art. 2 ter citato è

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