Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 17911 del 22/01/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 17911 Anno 2018
Presidente: PRESTIPINO ANTONIO
Relatore: PACILLI GIUSEPPINA ANNA ROSARIA

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
BONFANTI MANOLO nato a Bergamo il 28.7.1971
GHILARDI CRISTIAN nato a Bergamo 1’8.2.1976
RUGGIERO RAFFAELE nato a Napoli il 12.11.1967
avverso la sentenza n. 2825/2016 della Corte d’Appello di Brescia del
17.10.2016
Visti gli atti, la sentenza e i ricorsi;
Udita nella pubblica udienza del 22.1.2018 la relazione fatta dal Consigliere
Giuseppina Anna Rosaria Pacilli;
Udito il Sostituto Procuratore Generale in persona di Franca Zacco, che ha
concluso chiedendo l’annullamento con rinvio ad altra sezione della Corte
d’appello di Brescia limitatamente alla confisca ex art. 474 bis c.p.p. in relazione
a Ghilardi Cristian e alla confisca ex art. 12

sexies

D.L. n. 306/1992

dell’immobile acquistato nel 2005 in relazione a Bonfanti Manolo;
Uditi l’avv. Matteo Bodo, in sostituzione dell’avv. Basilio Foti, difensore di
Ruggiero Raffaele, e l’avv. Marco De Cobelli, in sostituzione dell’avv. Roberto
Bruni, difensore di Bonfanti Manolo

RITENUTO IN FATTO
Con sentenza del 17 ottobre 2016 la Corte d’appello di Brescia ha
confermato la sentenza emessa il 9.11.2015 dal GUP presso il Tribunale della
stessa città, con cui BONFANTI MANOLO, GHILARDI CRISTIAN e RUGGIERO

Data Udienza: 22/01/2018

RAFFAELE, in atti generalizzati, sono stati condannati alla pena ritenuta di
giustizia perché responsabili dei reati loro ascritti e, in sintesi, per essersi
associati tra loro (quali promotori ed organizzatori) e con altre persone per le
quali si era proceduto separatamente nonché per avere acquistato e introdotto
nel territorio dello Stato, a fine di profitto, numerosi prodotti (calzature,
accessori e capi di abbigliamento) con marchi contraffatti, commissionati dagli
stessi e realizzati in Cina.
Avverso la sentenza d’appello hanno proposto ricorsi per cassazione i

Il difensore di BONFANTI Manolo ha dedotto:
1)

omessa motivazione in ordine all’indeterminatezza del programma

criminoso dell’associazione per delinquere, contestata al ricorrente, che è
requisito diverso dalla stabilità del vincolo associativo e necessario per la
sussistenza del reato associativo;
2) manifesta illogicità della motivazione in relazione alla conferma della
penale responsabilità del ricorrente per i reati di cui ai capi 1) e 2)
dell’imputazione, per non avere la Corte territoriale considerato che la
collaborazione di Ghilardi e Bonfanti con Diana Ciro, avuta nei primi mesi del
2011, non comporterebbe il necessario concorso di costoro in ogni e qualsiasi
importazione illecita di merce contraffatta, effettuata dal Diana;
3) contraddittorietà e/o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla
conferma della confisca di alcuni beni immobili di proprietà del ricorrente. In
particolare, quanto al fabbricato sito in Misano Gera d’Adda, Vicolo Chiuso, n. 5,
la Corte d’appello avrebbe erroneamente affermato che il bene era stato
acquistato nel 2009 anziché nel 2005, ossia oltre cinque anni prima rispetto
all’epoca di commissione del primo reato di cui il Bonfanti è stato ritenuto
responsabile, con conseguente difetto della ragionevolezza temporale; quanto ai
beni immobili siti in Misano Gera d’Adda, Vicolo Chiuso n. 10, e al veicolo, la
Corte di merito avrebbe illogicamente affermato che sarebbero stati acquistati
nel 2009 (prima dei fatti in contestazione) ma nell’aspettativa di entrate per le
attività illecite, oggetto di contestazione.

Il difensore di GHILARDI CRISTIAN ha dedotto:
1) violazione degli artt. 192, 2 co., e 533 c.p.p. nonché vizi di motivazione
in ordine alla condanna per i capi 1) e 2) dell’imputazione. Secondo il ricorrente,
la sentenza impugnata partirebbe dal presupposto che Diana Ciro e Ghetti Luca
sono persone in stretto contatto con Ghilardi e Bonfanti per finalità di
fabbricazione e importazione di capi di abbigliamento e scarpe contraffatte e per
tale motivo addebiterebbe anche a Ghilardi condotte alle quali egli sarebbe

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difensori degli imputati.

estraneo e che non potrebbero essergli attribuite solo per aver concorso in
precedenza o successivamente alla commissione di reati similari, considerata
altresì la comprovata operatività di una struttura attrezzata in capo a Diana e
Ghetti ;
2) violazione dell’art. 12 sexies D.L. n. 306 del 1992 sotto il profilo della
sproporzione tra il valore dei beni confiscati e la capacità reddituale
dell’imputato. Violazione dell’art. 603 c.p.p. nonché illogicità manifesta del
rigetto della perizia, tesa ad accertare la proporzione tra la capacità reddituale

acquisizione della consulenza tecnica del dr Mauro Razzino. In particolare, la
motivazione del rigetto sarebbe palesemente illogica, atteso che il giudizio di
superfluità sarebbe espresso in sentenza esclusivamente in forza delle
emergenze dell’indagine condotta dalla GDF, le quali, dove non riferirebbero veri
e propri dati errati (indicazione dei redditi significativamente inferiore a quanto
documentato), ignorerebbero le acquisizioni documentali difensive. La Corte di
merito affermerebbe poi erroneamente che il guadagno di 80.000 euro, derivato
dalla vendita dei fabbricati di Misano, non sarebbe utile a giustificare la
legittimità della provvista, utilizzata per l’acquisto di altri immobili, in quanto
“non consente di affermare che tale liquidità sia stata utilizzata proprio per gli
investimenti in parola”. Anche la richiesta di perizia verrebbe tacciata di inutilità
ma immotivatamente, senza qualsiasi valutazione degli elementi difensivi,
attestanti una capacità reddituale superiore a quella documentata dal reddito
dichiarato;
3) violazione dell’art. 474 bis, 2° co, c.p. e vizi di motivazione quanto alla
denegata perizia volta ad accertare l’attualità del valore complessivo dei beni
confiscati per equivalente;
4) violazione dell’art. 474 bis, 2° co, c.p. e vizi di motivazione inerente
l’erroneo calcolo del valore del profitto ai fini della confisca per equivalente: il
valore del profitto, pari ad euro 240.000,00, sarebbe viziato in quanto
sommerebbe al numero di scarpe importate e vendute anche quelle sequestrate
in occasione dell’intervento degli organi di Polizia mentre il presupposto per
disporre la confisca per equivalente dei beni, di cui il reo ha la disponibilità per
un valore corrispondente al profitto, sarebbe l’impossibilità di eseguire la
confisca diretta delle cose.

Il difensore di RUGGIERO RAFFAELE ha dedotto:
1) manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata in merito
all’entità della pena, sensibilmente superiore al minimo edittale a fronte della

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dell’imputato e il valore degli immobili confiscati, ovvero, della richiesta di

personalità dell’imputato, del suo comportamento processuale, della sua
situazione familiare e della risalenza dei fatti di reato;
2) manifesta illogicità della motivazione della sentenza nelle forme del
travisamento della prova quanto alla confisca operata. In particolare: a) quanto
all’immobile nel comune di Faule, la Corte avrebbe ritenuto che il bene,
acquistato nel 2011, sarebbe diverso da quello acquistato nel 2005, avendo
diversi dati catastali, mentre l’apparente diversità dei dati catastali sarebbe
frutto di aggiornamento catastale degli stessi immobili, effettuato nel 2011 (la

terreni e nel 2006 avrebbe edificato un immobile). Peraltro, si tratterebbe di un
bene di proprietà di un terzo e non sarebbe dimostrata la natura fittizia
dell’intestazione; b) quanto all’immobile del Comune di Polonghera, confiscato ex
art. 474 bis. 2 co., c.p., vi sarebbe contrasto tra il reddito ritenuto dall’Agenzia
delle entrate e quello considerato dalla Corte d’appello; quanto all’autovettura
BMW la Corte di merito non avrebbe considerato che il bene non sarebbe
confiscabile perché intestato alla società ARCA di Ruggiero Raffaele & C., che è
soggetto giuridico diverso dal ricorrente e che avrebbe acquistato il bene (come
da documentazione prodotta).
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso proposto da Ghilardi Cristian è fondato limitatamente ai motivi
concernenti le confische dei beni disposte nei confronti del medesimo mentre è
inammissibile nel resto; i ricorsi proposti da Bonfanti Manolo e Ruggiero Raffaele
sono inammissibili.
1.1 Prendendo le mosse dal ricorso di Ghilardi Cristian, deve rilevarsi che il
primo motivo, con cui si censura l’affermazione di responsabilità in ordine ai reati
di cui ai capi 1) e 2) dell’imputazione, è privo del requisito della specificità, non
confrontandosi il ricorrente con la motivazione della sentenza impugnata, che ha
ritenuto provati – sulla base delle intercettazioni telefoniche, delle dichiarazioni
di Ghetti Luca e Rendina Adolfo e “principalmente delle convergenti dichiarazioni
degli stessi imputati” – i contatti e gli affari tra Diana Ciro, da una parte, e
Bonfanti e Ghilardi, dall’altra, aggiungendo in particolare che questi ultimi “sono
coloro che per conto del Diana si occupavano della fabbricazione di scarpe e capi
di abbigliamento in Cina e delle importazioni dei beni, passando per il Marocco
attraverso la frontiera spagnola”.
A fronte della motivazione della sentenza impugnata, le doglianze di cui al
primo motivo sono inammissibili perché sostanzialmente deducono questioni di
merito, sollecitando una rivisitazione, esorbitante dai compiti del giudice di
legittimità, della valutazione del materiale probatorio che la Corte distrettuale ha

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convivente del ricorrente avrebbe acquistato nel 2005 la nuda proprietà dei

operato, sostenendola con motivazione coerente ai dati probatori richiamati e
immune da vizi logici.
1.1.2 Sono invece fondati i motivi del ricorso del Ghilardi relativi alle
disposte confische dei beni immobili.
A) Quanto alle confische disposte ai sensi dell’art. 12

sexies D.L. n.

306/1992, va premesso che la menzionata diposizione non ha come presupposto
la derivazione dei beni dall’episodio criminale per cui la condanna è intervenuta
ma impone la confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il

dei reati elencati nel medesimo articolo non può giustificare la provenienza e di
cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulta essere titolare o avere
la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito,
dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica.
Siffatti presupposti applicativi della confisca rendono evidente che la scelta
di politica criminale del legislatore è stata operata con

“l’individuare delitti

particolarmente allarmanti, idonei a creare un’accumulazione economica, a sua
volta possibile strumento di ulteriori delitti, e quindi col trarne una presunzione,
iuris tantum, di origine illecita del patrimonio “sproporzionato” a disposizione del
condannato per tali delitti” (in questi termini Sez. un. n. 920 del 17 dicembre
2003 – Montella).
La ragionevolezza in sé di tale presunzione è stata confermata dalla Corte
Costituzionale, che al riguardo ha ritenuto manifestamente infondato il dubbio
sull’arbitrarietà della scelta legislativa (ordinanza n. 18 del 1996), rimarcando
che essa trova ben radicata base nella nota capacità dei delitti individuati dal
legislatore – quali, per indicarne alcuni, l’associazione per delinquere di stampo
mafioso, la riduzione in schiavitù e la tratta e il commercio di schiavi, l’estorsione
ed il sequestro di persona a scopo di estorsione, l’usura, la ricettazione, il
riciclaggio nelle sue varie forme o il traffico di stupefacenti – ad essere perpetrati
in forma quasi professionale e a porsi quali fonti di illecita ricchezza. La congruità
della scelta legislativa – secondo le parole della citata sentenza Montella – “è poi
rafforzata dal fatto che il giudice non è autorizzato ad espropriare un patrimonio
quando comunque sia di ingente valore, ma deve invece accertarne la
sproporzione rispetto ai redditi ed alle attività economiche del condannato e ciò,
come s’è visto, attraverso una ricostruzione storica della situazione esistente al
momento dei singoli acquisti”.
La scelta legislativa è stata ritenuta anche non contrastare con il diritto di
difesa, poiché, dimostrata la sproporzione tra il valore dei beni, da un lato, e i
redditi e le attività economiche, dall’altro, il soggetto inciso potrà indicare le
proprie giustificazioni, esponendo fatti e circostanze di cui il giudice valuterà la

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condannato o colui al quale è stata applicata la pena ex art. 444 c.p.p. per uno

rilevanza e verificherà in definitiva la sussistenza (v. ordinanza Corte Cost. n. 18
del 1996).
Alla luce di tali principi, deve osservarsi, innanzitutto, che, nel caso in
esame, la Corte d’appello, al fine di ritenere sussistente la sproporzione tra il
valore dei beni confiscati e il reddito del ricorrente, ha affermato di non potere
tener conto della somma di euro 80.000,00, ricavata dalla vendita di altri
fabbricati, non essendovi prova che “tale liquidità fosse stata utilizzata per gli
investimenti immobiliari in parola”.

nell’omessa valutazione di un bene integrante il patrimonio del soggetto inciso,
come tale da prendere in considerazione al fine di verificare la sussistenza o
meno della sproporzione tra il valore dei beni e la capacità patrimoniale del
medesimo soggetto.
Va poi considerato che, nel disattendere la richiesta di acquisizione della
consulenza del dr Razzino e di svolgimento di una perizia di ufficio, in quanto
superflue in ragione delle emergenze dell’indagine, condotta dalla GDF, la Corte
territoriale non ha offerto alla parte interessata la possibilità di dedurre fatti e
circostanze idonee in tesi a mutare il ritenuto giudizio di sproporzione.
B) Anche la motivazione posta a base delle confische, disposte ex art. 474
bis c.p., è viziata, atteso che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte
d’appello, il valore dei beni da confiscare deve essere determinato con
riferimento al momento della confisca e non dell’acquisto.
Questa Corte (Sez. 2, n. 36464 del 21/7/2015, Rv. 265059; Sez. 3, n. 9146
del 14/10/2015, Rv. 266453) ha già avuto modo di affermare che, in tema di
sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, il valore dei beni
da sottoporre a vincolo deve essere adeguato e proporzionato al prezzo o al
profitto del reato e il giudice, nel compiere tale verifica, deve fare riferimento alle
valutazioni di mercato degli stessi, avendo riguardo al momento in cui il
sequestro viene disposto.
1.1.3

La sentenza impugnata va dunque annullata limitatamente alle

disposte confische con rinvio alla Corte d’appello di Brescia per nuovo giudizio sul
punto.

1.2 Passando al ricorso di Bonfanti Manolo, deve rilevarsi che i motivi, in
esso formulati, sono privi del requisito della specificità, in quanto reiterano
doglianze già insindacabilmente disattese dalla Corte territoriale.
1.2.1 Quanto al primo motivo, deve osservarsi che, contrariamente a
quanto sostenuto dal ricorrente, la Corte d’appello ha motivato (v. f. 13)
sull’esistenza di “una struttura organizzata di mezzi e di uomini, preordinati alla

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Siffatta argomentazione si appalesa viziata, risolvendosi sostanzialmente

realizzazione del progetto illecito ovvero di una serie indeterminata di delitti, con
la consapevolezza in capo ai partecipanti di appartenere ad una compagine
stabile, rendendosi disponibili ad operare per l’attuazione del programma
criminoso comune”.
Con specifico riferimento all’indeterminatezza del programma criminoso, la
Corte anzidetta ha rimarcato che

“risultava provata la stabilità del sodalizio

criminoso vista la programmata protrazione nel tempo dell’attività di illecita
produzione di scarpe recanti segni contraffatti”.

desumere la stabilità del sodalizio dalla programmata protrazione nel tempo
dell’illecita produzione di scarpe ma anche affermare l’esistenza di un
programma criminoso indeterminato, ossia la previsione di una serie
indeterminata di delitti integranti un’illecita e reiterata produzione di scarpe.
1.2.2 Anche il secondo motivo è privo di specificità.
Per esso, che contiene doglianze sovrapponibili a quelle formulate nel primo
motivo del ricorso di Ghilardi Cristian, valgono le stesse argomentazioni espresse
riguardo al primo motivo del ricorso di quest’ultimo imputato.
1.2.3 Quanto al motivo relativo alle disposte confische, deve rilevarsi che la
sentenza impugnata sfugge ad ogni rilievo censorio.
A)

La Corte di merito ha ritenuto che il fabbricato sito in Misano Gera

D’Adda, Vicolo Chiuso n. 5, di proprietà del ricorrente, fosse stato acquistato nel
2009 e non fosse stato disatteso il criterio della ragionevolezza temporale.
A fronte di tale argomentazione il ricorrente ha prodotto un atto di
compravendita notarile del 22 dicembre 2005, che non può dirsi afferente al
medesimo bene oggetto di ablazione. Nella prodotta documentazione si indica
l’immobile sito in Vicolo Chiuso n. 7, mappale 80, sub 704, categoria C/2, classe
2, rendita euro 83,67, e, in difetto di qualsivoglia altra allegazione sul punto, tale
documentazione è relativa a un bene diverso da quello in esame, che è ubicato
al civico n. 5 e ha diversi dati catastali, quali il sub, la rendita catastale e la
categoria.
Non può, quindi, ritenersi che il bene de quo sia stato acquistato nel 2005
anziché nel 2009, come invece affermato dal giudice d’appello.
B) Secondo il ricorrente, inoltre, la Corte di merito avrebbe affermato che
alcuni beni sarebbero stati acquistati nel 2009 (prima dei fatti in contestazione)
nell’aspettativa di entrate per le attività illecite oggetto di contestazione ma ciò
sarebbe manifestamente illogico, atteso che la Società Safety Stand Company di
cui il Bonfanti era socio, non sarebbe stata in crisi all’epoca di acquisto dei beni.
Il rilievo difensivo non può essere condiviso, dovendosi di contro ritenere
che l’affermazione in questione non è inficiata da vizi, censurabili in questa sede,

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Così argomentando, è evidente che la Corte di merito ha inteso non solo

come appare evidente se solo si consideri che il medesimo ricorrente – a fronte
della ritenuta sproporzione tra il valore dei beni e i suoi redditi – si è limitato ad
affermare che la crisi della società è iniziata dopo l’acquisto degli immobili ma
non ha neppure dedotto l’entità delle risorse in ipotesi disponibili da parte sua o
della società S.C.C., tali da giustificare l’acquisto dei beni.
1.3 Passando al ricorso proposto da Ruggiero Raffaele, deve rilevarsi che i
motivi in esso contenuti sono privi del requisito della specificità.
Riguardo alla determinazione della pena la Corte d’appello ha

condiviso la motivazione del giudice di primo grado, che aveva evidenziato

“lo

spessore criminale degli imputati che avevano dato vita ad un’articolata
organizzazione criminale, operativa in più stati e in più continenti, con la
partecipazione di un numero cospicuo di soggetti ed adozione di importanti
cautele per sottrarsi alle indagini”.
Giova ricordare che questa Corte ha affermato

(Sez.

4, n. 21294 del

20/03/2013, Rv. 256197) che la determinazione della pena tra il minimo ed il
massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito ed è
insindacabile nei casi in cui la pena sia applicata in misura media e, ancor più, se
prossima al minimo, anche nel caso il cui il giudicante si sia limitato a richiamare
criteri di adeguatezza, di equità e simili, nei quali sono impliciti gli elementi di cui
all’art. 133 cod. pen.
Nel caso di specie, la pena base, censurata dal ricorrente, è stata
determinata in misura prossima alla media edittale, valorizzandosi gli elementi
sopra indicati e così facendosi corretto uso del potere discrezionale del giudice.
1.3.2 Nessun rilievo censorio meritano anche le argomentazioni poste a
base delle confische dei beni, disposte nei confronti del ricorrente.
A) Quanto all’immobile sito nel comune di Faule, va evidenziato che la Corte
territoriale ha adeguatamente motivato sul punto, ritenendo che la
documentazione prodotta fosse afferente ad altro bene e che l’imputato, quale
usufruttuario, ne avesse la disponibilità. Ad ogni modo, deve rilevarsi che,
secondo le stesse allegazioni del ricorrente, il fabbricato, sottoposto a confisca, è
stato costruito nel 2011, sia pure su terreno in precedenza acquistato.
B)

Con riferimento al fabbricato di Polonghera, la cui confisca è stata

disposta ai sensi dell’art. 474 bis c.p., devesi rimarcare che tale misura è stata
applicata ai sensi dell’art. 474 bis c.p. mentre le deduzioni del ricorrente fanno
riferimento ad un’asserita inesistenza di sproporzione tra i suoi redditi e il valore
del bene, che tuttavia non costituisce presupposto applicativo della confisca ex
art. 474 bis c.p.
Tale norma, infatti, stabilisce che, nel caso in cui non sia possibile eseguire
direttamente la confisca delle cose che costituiscono il profitto del reato, si possa

8

1.3.1

procedere a quella di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore
corrispondente ad esso.
C) Quanto all’autovettura, la Corte territoriale ha incensurabilmente
motivato sulla disponibilità del bene da parte dell’imputato (v. f. 37),
richiamando anche i principi enunciati da questa Corte in relazione alla nozione
di disponibilità, richiesta dall’art. 474 bis c.p.
2) La declaratoria di inammissibilità totale dei ricorsi proposti da Bonfanti
Manolo e Ruggiero Raffaele comporta, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna

che essi hanno proposto i ricorsi determinando la causa di inammissibilità per
colpa (Corte cost., 13 giugno 2000 n. 186) e tenuto conto della rilevante entità
di detta colpa – della somma di euro duemila ciascuno in favore della Cassa delle
Ammende a titolo di sanzione pecuniaria.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alle confische disposte nei
confronti di Ghilardi Cristian, con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di
Brescia per nuovo giudizio sul punto. Dichiara inammissibile nel resto il ricorso
del predetto Ghilardi. Dichiara inammissibili i ricorsi di Bonfanti Manolo e
Ruggiero Raffaele e condanna gli stessi ricorrenti al pagamento delle spese
processuali e della somma di euro duemila ciascuno a favore della Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, udienza pubblica del 22 gennaio 2018
Il Consigliere estensore
Giuseppina Anna Rosaria Pacilli
,

n
Il Presidénte

Ant io Prestipino

degli stressi al pagamento delle spese processuali, nonché – apparendo evidente

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