Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 17725 del 05/04/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 17725 Anno 2018
Presidente: GALLO DOMENICO
Relatore: PARDO IGNAZIO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

VANNUZZI DEA nato il 29/04/1952 a ROMA
nel procedimento a carico di quest’ultimo

avverso l’ordinanza del 21/12/2017 del TRIB. LIBERTA di ROMA
sentita la relazione svolta dal Consigliere IGNAZIO PARDO;
sentite le conclusioni del PG GIANLUIGI PRATOLA che conclude per
l’inammissibilita’

del ricorso.

Udito il difensore avv.to Vincenzo Perticaro che si riporta ai motivi chiedendo
l’annullamento del provvedimento impugnato.

Data Udienza: 05/04/2018

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

1.1 II TRIBUNALE della LIBERTA’ di ROMA, con ordinanza in data 21/12/2017, rigettava l’istanza di
riesame presentata da VANNUZZI DEA avverso l’ordinanza del G.I.P. del Tribunale di Roma del 10
luglio 2017, che aveva applicato il sequestro preventivo in relazione a beni pertinenti il reato di cui
all’ art. 633 CP contestato alla predetta.
1.2 Propone ricorso per cassazione l’imputata, deducendo il seguente motivo: violazione di legge e
vizio di motivazione con riferimento alla sussistenza del fumus commissi delicti poiché la
circostanza che l’indagata aveva inizialmente fatto ingresso nell’abitazione in quanto convivente del
precedente legittimo assegnatario ed altresì l’avvenuto trasferimento di residenza presso tale

condotta. Chiedeva pertanto l’annullamento del disposto sequestro e la restituzione del bene
all’indagata.

2.1 Il ricorso è inammissibile perché proposto in carenza di interesse e comunque, anche,
manifestamente non fondato.
Ed infatti risulta dagli atti, e comunque la circostanza non è contestata dalla ricorrente, che lo
stabile di causa, sottoposto a vincolo, non appartenga alla stessa e che essa è anche priva di
titolarità ad occuparlo né nel ricorso si deduce la ricorrenza di alcun diritto personale alla
restituzione dell’immobile.

indirizzo, regolarmente accertato dall’ufficiale dell’anagrafe, manifestavano la piena legittimità della

E’ dunque evidente che il presente ricorso (come peraltro anche la richiesta di riesame), debba
intendersi proposto in carenza di interesse giuridicamente rilevante, posto che l’interesse tutelato
dall’ordinamento, in materia di impugnazioni reali, è quello volto alla reintegrazione patrimoniale di
chi abbia subito l’imposizione del vincolo: poiché, anche in caso di accoglimento delle prospettazioni
difensive, í beni andrebbero restituiti all’ente proprietario e non già alla ricorrente, consegue
logicamente che manca l’interesse al ricorso e mancava quello al gravame (in tal senso, si vedano

da ultimo Sez. 3, n. 47313 del 17/05/2017, Rv. 271231 e molte altre massime conformi : n. 470
del 1986 rv. 172572, n. 7292 del 2013 rv. 259412, n. 20118 del 2015 rv. 263799, n. 50315 del
2015 rv. 265463, n. 9947 del 2016 rv. 266713, n. 35072 del 2016 rv. 267672).
Né l’interesse può essere desunto dalla semplice qualità di indagata, in considerazione del fatto che

l’accoglimento delle doglianze in punto di fumus criminis o di revoca del titolo cautelare potrebbe
comportare una qualche utilità concreta e immediata, incidendo sull’impianto probatorio implicante

un giudizio di “probabile responsabilità” e questa conseguenza sarebbe da sola sufficiente a
integrare quell’utilità concreta che, in generale, fa sorgere in capo ad ogni persona sottoposta ad
indagine, l’interesse a proporre richiesta di riesame avverso un provvedimento ablativo.
Infatti, è ben vero che l’articolo 322 cod. proc. pen., in tema di riesame dei provvedimenti
cautelari reali, prevede che “contro il decreto di sequestro emesso dal giudice l’imputato ed il suo
difensore, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla loro
restituzione possono proporre richiesta di riesame, anche nel merito, a norma dell’articolo 324”.
Tuttavia, in conformità al condivisibile orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità con

riferimento al previgente articolo 343-bis cod. proc. pen. del 1930 (Sez. 3, n. 470 del 07/03/1986,
Pascucci, Rv. 172572), deve ritenersi, sulla base della pressoché omologa formulazione delle
corrispondenti disposizioni processuali (l’articolo 343-bis cod. proc. pen. del 1930, da un lato, e
l’articolo 322 cod. proc. pen. vigente, dall’altro), che, nell’indicazione dei soggetti legittimati, “la
persona … che avrebbe diritto alla … restituzione” non si pone in posizione alternativa rispetto agli
altri soggetti indicati, ma costituisce una espressione sintetica riferibile a tutti i soggetti legittimati

alla restituzione (argomentando ex articolo 323 cod. proc. pen.), sicché l’imputato e l’indagato, in
quanto tali, non possono chiedere il riesame in base ad un loro preteso interesse, ma solo in quanto
provino di aver diritto alla restituzione del bene della vita che sia stato oggetto del vincolo imposto
a seguito dell’emanazione di un provvedimento cautelare reale.
Da ciò consegue, che l’interesse concreto ed attuale alla proposizione del gravame deve
corrispondere al risultato tipizzato dall’ordinamento per lo specifico schema procedinnentale e va
pertanto individuato in quello alla restituzione della cosa come effetto del dissequestro (Sez. 3, n.
35072 del 12/04/2016, Held, Rv. 267672; Sez. 3, n. 9947 del 20/01/2016, Piances, Rv. 266713;
Sez. 2, n. 50315 del 16/09/2015, Mokchane, Rv. 265463; Sez. 5, n. 20118 del 20/04/2015,
Marenco, Rv. 263799; Sez. 1, n. 7292 del 12/12/2013, dep. 2014, Lesto, Rv. 259412).

il suo difensore, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto
alla loro restituzione”) possano conseguire, a seguito del riesame, la restituzione del bene.
Nel caso in esame, l’indagata, pur rivestendo una qualifica compresa tra quelle abilitate al riesame
dall’articolo 322 del codice di procedura penale, non aveva, come implicitamente ammesso con il
silenzio al riguardo, alcun diritto alla restituzione delle cose in sequestro.
Ciò posto, neppure è ipotizzabile che l’interesse possa essere sostenuto sulla base delle
ripercussioni derivanti dalla possibile disarticolazione, in sede di impugnazione cautelare, del fumus
delicti, avendo la Corte di cassazione affermato che non è configurabile un interesse ad impugnare
identificabile con quello volto ad ottenere una pronunzia favorevole in ordine all’insussistenza del
“fumus commissi delicti”, giacché questa non determinerebbe alcun effetto giuridico vincolante nel
giudizio di merito, stante l’autonomia del giudizio cautelare (Sez. 5, n. 22231 del 17/03/2017,
Paltrinieri, Rv. 270132).

2.2 Peraltro se anche dovesse ritenersi sussistere l’interesse ad impugnare, deve essere ricordato
che in tema di provvedimenti cautelari reali il ricorso per cassazione è consentito solo per violazione
di legge ex art. 325 cod. proc. pen. e che tale vizio ricomprende, secondo l’insegnamento delle
Sezioni Unite di questa Corte, sia gli ‘errores in iudicando’ o ‘in procedendo’, sia quei vizi della
motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento
o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi
inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. U. n. 25932 del
29/05/2008, Rv. 239692). Orbene, nel caso in esame, non ricorre alcuno dei vizi radicali della
motivazione denunciabili con ricorso poiché il Tribunale del riesame reale ha spiegato con
argomenti logici e conducenti per quale ragione ritenere che il sequestro sia stato operato in
assenza di qualsiasi titolo legittimante da parte della odierna ricorrente poiché l’avvenuto
trasferimento della residenza presso l’abitazione non ha certamente determinato alcuna legittimità
dell’occupazione della stessa che rimane effettuata dalla parte della ricorrente in assenza di
qualsiasi titolo senza che alcun rilievo assuma ancora la circostanza delle modalità iniziali
dell’occupazione.

Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese
processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della
causa di inammissibilità emergenti dal ricorso (Corte Cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento
della somma, che ritiene equa, di euro duemila a favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Quindi, l’articolo 322 del codice di procedura penale implica che i soggetti legittimati (“l’imputato ed

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e
della somma di euro duemila in favore della cassa delle ammende.
Sentenza a motivazione semplificata.

Così deciso il 05/04/2018
IlInsigliere Estens

Il Presidente

NICO GALLO

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