Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 17707 del 19/12/2017


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 17707 Anno 2018
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: DE CRESCIENZO UGO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
FESTA BARTOLOMEO N. IL 28/04/1949
avverso l’ordinanza n. 2180/2017 TRIB. LIBERTA’ di NAPOLI, del
13/07/2017
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. UGO DE CRESCIENZO;
;<:., -17 7{ lette/sentite le conclusioni del PG Dott. - e: zUdit i difensor Avv.; 2 Data Udienza: 19/12/2017 i RITENUTO IN FATTO FESTA Bartolomeo, sottoposto alla misura cautelare in carcere per la violazione degli artt. 416 bis, 353 bis cod. pen., 7 I. 203/1991, tramite il difensore ricorre per Cassazione avverso l'ordinanza 15.6.2017 con la quale il Tribunale di Napoli ex art. 310 cod. proc. pen. ha rigettato l'appello volto ad ottenere la revoca o la sostituzione della misura cautelare in carcere. La difesa chiede l'annullamento della decisione impugnata deducendo i seguenti 1) ex art. 606 comma 1 lett. b), d) ed e) cod. proc. pen., violazione degli artt. 275 comma 3 e 274 lett. c) cod. proc. pen., nonché violazione del diritto di difesa, illogicità e carenza assoluta di motivazione. La difesa mette si duole del fatto che il Tribunale, con motivazione illogica ed apparente ha ritenuto ricorrente la presunzione di pericolosità sociale insita nella condotta di partecipazione all'associazione camorristica ascritta all'imputato, senza tenere conto che: a) il ricorrente ha dismesso la funzione pubblica e l'attività professionale, con la conseguenza che sarebbe materialmente impossibile la reiterazione della specifica condotta illecita lui ascritta; b) sulla base della decisione della sentenza di primo grado l'imputato sarebbe stato coinvolto nella indagine esclusivamente per il suo ruolo di Ingegnere dell'Ospedale di Caserta; c) l'Azienda ospedaliera di Caserta è stata commissariata; d) l'imputato ha sofferto un lungo periodo di carcerazione preventiva; e) manca la possibilità di inquinare le fonti probatorie; f) vi è un fratello disponibile ad ospitarlo in esecuzione del regime degli arresti domiciliari; g) taluni soggetti coinvolti nella vicenda sono deceduti. La difesa sostiene che tutte le suddette circostanze di fatto portano a ritenere una sostanziale modificazione del quadro cautelare ai fini del giudizio di cui all'art. 275 comma 3 cod. proc. pen. La difesa afferma ancora che l'ordinanza cautelare avrebbe fatto leva sulla gravità presunta della condotta di appartenenza all'associazione camorristica tradottasi nella contestazione del delitto di cui all'art. 416 bis cod,. pen. Ad avviso della difesa si tratterebbe di un'inammissibile arretramento dell'accusa con violazione del diritto di difesa siccome pregiudicata dalla possibilità di dimostrare la dissoluzione del vincolo associativo. 2) La difesa sostiene che la permanenza in vigore della misura cautelare della custodia in carcere viola il disposto dell'art. 274 comma 3 cod. proc. pen., così come modificato dalla legge 16.4.2015 n. 47, dovendo il giudice dare indicazione dell'attualità delle esigenze cautelari che non possono essere desunte dalla gravità del titolo del reato. La difesa sostiene inoltre che il riferimento all'art. 292 comma 2 lett. c) cod. proc. pen. impone una valuta- motivi così riassunti entro i limiti previsti dall'art. 173 disp. att. cod. proc. pen. zione del tempo trascorso dalla commissione del reato, sicchè le esigenze cautelari devono essere attualizzate come impone l'articolo 2 comma 1 lett. a) della legge 16.4.2015 n. 28 che ha inciso sull'art. 274 comma 1 lett. c) cod. proc. pen. La difesa sostiene che nell'ordinanza impugnata non è stato affrontato il tema dell'attualità del pericolo di reiterazione della condotta criminosa omettendo di tenere presente quanto affermato dalla Corte di Cassazione sez. VI nella sentenza 23.3.2017 con la quale era stata annullata la precedente decisione del Tribunale del riesame in funzione di giudice RITENUTO IN DIRITTO Dal testo del provvedimento impugnato si evince che l'imputato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere per i delitti di cui agli articoli 416 bis e 353 bis codice penale aggravati dall'articolo 7 legge 203/1991. Le vicende illecite contestate afferiscono al sistema di gestione monopolistica degli appalti pubblici dell'ospedale Sant'Anna e San Sebastiano di Caserta, attuato dal clan camorristico dei Casalesi-gruppo Zagaria, attraverso l'insediamento, ai vertici direttivi amministrativi e tecnici dell'organizzazione sanitaria, di uomini di fiducia dell'associazione, ed essere così in grado di pilotare l'assegnazione degli appalti in favore di determinati operatori economici intranei e graditi al clan. In ordine i suddetti reati con decreto del 13 luglio 2015 del GUP veniva disposto il rinvio a giudizio dell'imputato avanti il tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il 20 ottobre 2016 il tribunale di Napoli, in diversa composizione, respingeva l'appello proposto avverso l'ordinanza 25 luglio 2017 con la quale il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva rigettato l'istanza di revoca o sostituzione della custodia cautelare in carcere. Sul ricorso della difesa il 23 luglio 2014 la Corte di Cassazione (sentenza n. 16501/17 della sezione sesta) annullava l'ordinanza 20 ottobre 2016 del tribunale di riesame con rinvio al detto tribunale per un nuovo esame relativo alla attualità delle esigenze cautelari dovendosi tenere conto del tempo trascorso tra l'epoca di realizzazione dei fatti contestati e quella dell'applicazione della misura. Il tribunale, riesaminata la questione, ha rigettato l'appello confermando l'ordinanza cautelare e mettendo in evidenza, con riferimento alla fattispecie di cui all'art. 275 comma 3 cod. proc. pen., che il ricorrente è accusato della violazione dell'articolo 416 bis cod. pen. fondata su fonti di prova dichiarative, intercettazioni telefoniche e acquisizioni documentali dimostrative: a) della appartenenza del ricorrente al sodalizio criminoso dei Casalesi; b) del rapporto fiduciario intercorrente tra lo stesso e la famiglia ZAGARIA nonché con gli imprenditori intranei all'organizzazione; c) del ruolo primario rivestito in concreto all'interno del sodali- dell'appello. zio criminoso e della sua capacità di ideare ed attuare strumenti fraudolenti incidenti sulla redazione di bandi (di gara di appalto) e sull'espletamento delle gare, indipendentemente dal fatto che abbia dismesso la carica pubblica presso la azienda sanitaria. Sulla base dei suddetti elementi di fatto il Tribunale del riesame ha messo in evidenza le ragioni in forza delle quali non ha ritenuto determinanti ad un affievolimento delle esigenze cautelari sia il tempo trascorso tra i fatti e la data di emissione della misura cautelare, sia la dismissione di incarichi pubblici da parte del ri- Il Tribunale ha inoltre messo in rilievo che la natura e l'intensità dei rapporti intercorrenti (e riscontrati) fra l'imputato e gli appartenenti al clan ZAGARIA, in assenza di elementi di fatto di segno contrario (dissociazione dall'organizzazione o dissoluzione della stessa) impediscono di ritenere che il legame illecito, che si traduce in appartenenza a clan di stampo camorristico, sia venuto meno o si sia affievolito al punto tale da permettere di ritenere cessata la causa giustificativa della presunzione relativa di appartenenza all'organizzazione criminale di cui all'art. 275 comma 3 cod. proc. pen. Con riferimento alla disciplina dell'art. 274 lett. c) cod. proc. pen. in particolare, il Tribunale ha ritenuto l'attuale esistenza del pericolo di reiterazione della condotta criminosa alla luce del principio già affermato da Cass. sez. 2 n. 26093 del 2016. Il Tribunale del riesame ha quindi affermato che il tempo decorso dalla concreta partecipazione alle attività associative, l'intervenuta cessazione di qualsivoglia rapporto lavorativo con l'azienda ospedaliera, il commissariamento dell'ente, il sequestro delle attività associative, l'intervenuta cessazione di qualsivoglia rapporto lavorativo con l'azienda ospedaliera, il commissariamento dell'ente, il sequestro delle imprese colluse con il clan ZAGARIA non consentono di ritenere superata la presunzione di pericolosità prevista dall'art. 275 comma 3 cod. proc. pen. non integrando i detti fatti, la la prova di un effettivo ed irreversibile allontanamento del prevenuto dal sodalizio camorristico di appartenenza. Con particolare riferimento al dato del decorso del tempo computato dal momento dell'inizio della custodia cautelare, che la Corte remittente ha sottolineato come elemento di fatto sul quale ponderare, il Tribunale ha fatto richiamo alla costante giurisprudenza di legittimità. Passando all'esame dei motivi di ricorso alla luce della motivazione del provvedimento impugnato, il Collegio osserva quanto segue. Nei motivi di ricorso non si ravvisa alcuna ipotesi di violazione di legge riconducibile all'art. 606 comma 1 lett. b) e d) cod. proc. pen. In particolare il riferimento alla lettera d) non ha nessun riscontro sul piano argomentativo e il riferimento alla lettera b) non si sostanzia in alcuna specifica censura che involga l'applicazione di corrente. norme penali sostanziali. Sotto questo due profili il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Permane l'aspetto di cui all'art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc. pen. Anche per questo profilo il ricorso è inammissibile. In particolare la difesa deduce alternativamente i vizi di manifesta illogicità e di contraddittorietà della motivazione. L'alternativa e perplessa individuazione della natura del vizio di motivazione, si traduce in una doglianza di carattere generico, non rientrando fra i compiti del giudice della legittimità la selezione del tipo di illegittimità astrattamente riscon- venuta meno al compito di indicare il punto della decisione dal quale sia desumibile il vizio denunciato, dovendosi tenere conto del limite imposto dall'art. 606 cod. proc. pen., ove si prevede che il vizio di motivazione deve essere desumibile dal testo del provvedimento impugnato o da atti del processo che devono essere oggetto di specifica indicazione. Nel caso in esame la difesa è venuta meno all'onere imposto dalla legge. Il ricorso è inoltre inammissibile nel punto in cui denuncia la carenza di motivazione del provvedimento. Contrariamente a quanto dedotto dalla difesa, il Tribunale ha preso in considerazione gli tutti gli aspetti sottoposti al suo esame [il tempo decorso dalla concreta partecipazione alle attività associative, l'intervenuta cessazione di qualsivoglia rapporto lavorativo con l'azienda ospedaliera, il commissariamento dell'ente, il sequestro delle attività associative, l'intervenuta cessazione di qualsivoglia rapporto lavorativo con l'azienda ospedaliera, il commissariamento dell'ente, il sequestro delle imprese colluse con il clan ZAGARIA] li ha comparati con gli aspetti relativi alla partecipazione dell'imputato all'associazione criminosa (pag. 8 della ordinanza) ed è pervenuta ad escludere che i suddetti elementi di fatto siano idonei a ritenere superata la presunzione di cui all'art. 275 comma 3 cod. proc. pen. Da ultimo va ancora osservato che il tribunale, ha preso in considerazione l'aspetto del decorso del tempo, così come indicato dalla Corte remittente e, con motivazione insindacabile nel merito ha indicato le ragioni per le quali non ha ritenuto che il decorso del tempo (peraltro neppure apprezzabile per la sua estensione: il ricorrente è detenuto da gennaio 2015 ed è in corso il giudizio di primo grado) non abbia avuto incidenza sul decremento dell'aspetto della pericolosità sociale. La decisione è corretta in diritto e conforme al principio ancora recentemente affermato da questa sezione per il quale in tema di custodia cautelare in carcere disposta per il reato previsto dall'art.416 bis cod. pen., ai fini del superamento della presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari di cui all'art. 275, comma terzo, cod. proc. pen., occorre distinguere tra associazioni mafiose storiche o comunque caratterizzate da particolare stabilità, in relazione alle quali è necessaria la dimostrazione del recesso dell'indagato dalla consorteria, trabile nel provvedimento impugnato. La censura inoltre è inammissibile essendo ed associazioni mafiose non riconducibili alla categorie delle mafie "storiche", per le quali possono rilevare anche la distanza temporale tra la applicazione della misura ed i fatti contestati, nonché elementi che dimostrino la instabilità o temporaneità del vincolo [Sez. 2, n. 26904 del 21/04/2017 - dep. 30/05/2017, Politi, Rv. 27062601]. L'ordinanza del Tribunale del riesame, in questa sede impugnata è inoltre conforme ad altra dell'11.4.2017 del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, deputato alla valutazione del merito della vicenda, che ha disatteso analoga istanza difensiva proposta nell'interesse del ricorrente, evidenziando a sua volta l'assenza di elementi di novità idonei a superare le presunzioni di cui all'art. 275 Va infine messo in rilievo che l'ordinanza in esame il Tribunale ha ritenuto di mantenere il regime di custodia cautelare in atto non in funzione di una astratto riferimento al titolo del reato, ma a seguito di un apprezzamento in concreto degli elementi indizianti. Per le suddette ragioni, l'ordinanza, non sindacabile nel merito, corretta in diritto sfugge alle censure mosse e il ricorso è inammissibile; il ricorrente va pertanto condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di C 2.000 alla Cassa delle Ammende, così equitativamente determinata la sanzione amministrativa prevista dall'art. 616 cod. proc. pen., ravvisandosi nella condotta del ricorrente gli estremi della responsabilità ivi stabilita. Ex art. 94 disp. att. cod. proc. pen. si manda al sign. Cancelliere per le comunicazioni di legge. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di C 2.000,00 alla Cassa delle ammende. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti diu all'art. 94 comma 1 ter disp. att. cod. proc. pen. Così deciso in Roma il 19.12.2017 Il giudi {/ estnsore Ugo e Fescienzo t il Presidente illo DAVIGO Pierc a...__ , — comma 3 cod. proc. pen.

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