Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 17611 del 06/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 17611 Anno 2018
Presidente: IASILLO ADRIANO
Relatore: DI PISA FABIO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
GAUDENZI NICOLA nato il 07/08/1975 a FANO

avverso la sentenza del 31/10/2016 della CORTE APPELLO di ANCONA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere FABIO DI PISA;

Data Udienza: 06/03/2018

R.G. 31215/2017

FATTO E DIRITTO

1. GAUDENZI Nicola ha proposto, a mezzo difensore, ricorso per cassazione avverso la
sentenza in epigrafe – in forza della quale è stata confermata la statuizione di condanna a suo
carico per vari episodi di rapina – deducendo tre motivi:
a) violazione di legge e difetto di motivazione non risultando la prova della responsabilità in
ordine ai reati contestati non potendo valere le dichiarazioni confessorie dell’ imputato a fronte

b) violazione di legge quanto al applicazione della contestata aggravante della minorata difesa;
c) violazione di legge e difetto di motivazione in ordine alla applicata recidiva.
1.1. Con ulteriore ricorso a mezzo altro difensore ha lamentato violazione di legge e difetto di
motivazione in ordine alla dosimetria della pena.
Con dichiarazione pervenuta presso questa Corte in data 6/3/2018 il ricorrente ha dichiarato
di “rinunciare al ricorso”.

2. Entrambi i ricorsi devono ritenersi inammissibili in quanto manifestamente infondati,
dovendosi precisare che non risulta accertato se il ricorrente abbia inteso effettivamente
rinunziare a tutti e due i ricorsi, tenuto conto del tenore della menzionata istanza.
Le censure proposte con il primo motivo vanno ritenute, infatti, null’altro che un modo
surrettizio di introdurre, in questa sede di legittimità, una nuova valutazione di quegli elementi
fattuali già ampiamente presi in esame dalla corte territoriale la quale nell’esaminare i
medesimi motivi di doglianza dedotti con l’ odierno ricorso – con motivazione congrua, del tutto
coerente con gli indicati elementi probatori acquisiti e corretta in diritto – ha puntualmente
disatteso le tesi difensiva, correttamente ritenendo integrata la responsabilità del ricorrente in
ordine ai reati di rapina contestati sulla scorta delle dichiarazioni confessorie rese dallo stesso e
ritenute correttamente pienamente utilizzabili nonché sulla scorta delle ulteriore emergenze
processuali (v. ff. 2/5).
Va, invero, osservato che in tema di sindacato del vizio di motivazione non è certo compito del
giudice di legittimità quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici
di merito ne’ quello di “rileggere” gli elementi di fatto posti a fondamento della decisione la cui
valutazione è compito esclusivo del giudice di merito: quando, come nella specie, l’obbligo di
motivazione è stato esaustivamente soddisfatto dal giudice di merito, con valutazione critica di
tutti gli elementi offerti dall’istruttoria dibattimentale e con indicazione, pienamente coerente
sotto il profilo logico- giuridico, degli argomenti dai quali è stato tratto il proprio
convincimento, la decisione non è censurabile in sede di legittimità.
2.1. Occorre, ancora, rilevare che il giudizio sulla rilevanza ed attendibilità delle fonti di prova è
devoluto insindacabilmente ai giudici di merito e la scelta che essi compiono, per giungere al
proprio libero convincimento, con riguardo alla prevalenza accordata a taluni elementi
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della insussistenza di elementi idonei a consentire l’ individuazione dell’ autore dei reati;

probatori, piuttosto che ad altri, ovvero alla fondatezza od attendibilità degli assunti difensivi,
quando non sia fatta con affermazioni apodittiche o illogiche, si sottrae al controllo di
legittimità della Corte Suprema. Si è in particolare osservato che non è sindacabile in sede di
legittimità, salvo il controllo sulla congruità e logicità della motivazione, la valutazione del
giudice di merito, cui spetta il giudizio sulla rilevanza e attendibilità delle fonti di prova, circa
contrasti testimoniali o la scelta tra divergenti versioni e interpretazioni dei fatti. (Sez. 2, n.
20806 del 05/05/2011 – dep. 25/05/2011, Tosto, Rv. 25036201).

alla affermazione della penale responsabilità in ordine al reato di cui sopra, le censure, essendo
incentrate tutta su una nuova rivalutazione di elementi fattuali e, quindi, di mero merito,
appaiono del tutto infondate avendo la corte compiutamente esaminato i fatti oggetto di causa.

3. Anche il secondo motivo di censura è manifestamente infondato dovendosi ritenere
incensurabile in questa sede il ragionamento della corte territoriale in ordine alla ritenuta della
configurabilità della contestata aggravante in ragione degli accadimenti (rapina in danno di
persona quasi settantenne intenta a guidare una bicicletta).
Invero in tema di minorata difesa, la circostanza aggravante di aver approfittato di circostanze
di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa, a seguito della
modifica normativa introdotta dalla legge n. 94 del 2009, deve essere specificamente valutata
anche in riferimento all’età senile e alla debolezza fisica della persona offesa, avendo voluto il
legislatore assegnare rilevanza ad una serie di situazioni che denotano nel soggetto passivo
una particolare vulnerabilità della quale l’agente trae consapevolmente vantaggio. (Sez. 2, n.
8998 del 18/11/2014 – dep. 02/03/2015, Genovese, Rv. 26256401)

4. Va, infine, osservato che la censura con il quale il ricorrente lamenta il difetto di motivazione
sulla rilevanza della recidiva è generico, mancando una specifica confutazione alle
argomentazioni del giudice di primo grado, richiamate dalla Corte territoriale la quale ha posto
I’ accento sulle condanne dell’ imputato soggetto aduso alla violazione di norme come
confermato dalle rapine seriali (ben sette) poste in essere dal medesimo in un breve arco
temporale indice univoco di una spiccata pericolosità sociale del medesimo.

5. Le censure relative al trattamento sanzionatorio sono del tutto generiche ed specifiche
dovendosi del resto rilevare che la graduazione della pena rientra nella discrezionalità del
giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi
enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel
giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui
determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del
30/09/2013 – 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie – non ricorre.

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2.2. Non essendo evidenziabile alcuno dei vizi motivazionali deducibili in questa sede quanto

6. Occorre chiarire, infine, che la rinunzia, anche ove riferita ad entrambi i ricorsi, implica
comunque una declaratoria di inammissibilità degli stessi.

7. Per le considerazioni esposte, dunque, i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili. Alla
declaratoria d’inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché al pagamento alla Cassa
delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dai ricorsi pur

P.Q.M.
dichiara inammissibili i ricorsi e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
al versamento della somma di duemila euro alla Cassa delle Ammende.
Così deciso in Roma, il 6 Marzo 2018
consigliere estensore

H presidente

valutata la intervenuta rinunzia, si determina equitativamente in euro duemila.

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