Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 17535 del 23/03/2018


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Penale Ord. Sez. 6 Num. 17535 Anno 2018
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: CORBO ANTONIO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da
lana Giuseppina, nata a Reggio Calabria il 27/11/1980

nel procedimento nei confronti di:
1. Scarcella Antonio
2. Scarcella Giovanni

avverso l’ordinanza in data 29/11/2017 del Tribunale di Roma

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Antonio Corbo.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza emessa in data 25 ottobre 2017, il Tribunale di Palmi ha
dichiarato inammissibile il reclamo proposto, a norma dell’art. 410-bis cod. proc.
pen., da Giuseppina Tana avverso il decreto di archiviazione emesso, nonostante
l’opposizione della stessa, quale persona offesa, nei confronti di Antonio/

Data Udienza: 23/03/2018

Scarcella e Giovanni Scarcella per il reato di esercizio arbitrario delle proprie
ragioni con violenza sulle cose.
L’ordinanza indicata ha dichiarato inammissibile il reclamo ritenendo che
questo atto non si confronta, se non del tutto genericamente, con le
argomentazioni poste dal G.i.p. a base della decisione di archiviazione e
dell’inconferenza degli accertamenti istruttori richiesti.

2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso l’ordinanza indicata in

di Giuseppina Tana, articolando due motivi.
2.1. Con il primo motivo, si denuncia violazione di legge, in riferimento agli
artt. 178, comma 1, lett. c), e 410-bis cod. proc. pen. e 3, 24 e 111 Cost., a
norma dell’art. 606, comma 1, lett. a) e b), cod. proc. pen., avendo riguardo
all’omesso avviso della data di fissazione dell’udienza per la decisione del
reclamo, previa, eventualmente, rinnessione alla Corte costituzionale della
questione di legittimità costituzionale dell’art. 410-bis cod. proc. pen., in
riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., nella parte in cui non prevede la
possibilità di proporre impugnazione in presenza di una palese violazione del
diritto di difesa.
Si deduce che l’ordinanza impugnata è stata adottata nonostante l’omessa
notifica dell’avviso al reclamante della data di fissazione dell’udienza di decisione
sul reclamo e della comunicazione della facoltà di presentare memorie fino a
cinque giorni prima dell’udienza. Si rileva che, sebbene l’art. 410-bis cod. proc.
pen., qualifichi l’ordinanza in questione come «non impugnabile», tale non
impugnabilità deve ritenersi prevista «con esclusivo riferimento alla fondatezza
delle doglianze e non già relativamente al rispetto del contraddittorio e del diritto
di difesa, esercitabile in questo caso attraverso il deposito di memorie». Si
aggiunge che, se si ritenesse la non impugnabilità riferita anche alla costituzione
del contraddittorio, si determinerebbe un contrasto gli artt. 3, 24 e 111 Cost.,
per violazione del diritto di difesa, con conseguente incostituzionalità dell’art.
410-bis cod. proc. pen., nella parte concernente tale previsione.
2.2. Con il secondo motivo, si denuncia violazione di legge, in riferimento
agli artt. 392 e 633 cod. pen., a norma dell’art. 606, comma 1, lett. c), cod.
proc. pen., avendo riguardo alla configurabilità del reato di esercizio arbitrario
delle proprie ragioni con violenza sulle cose.
Si deduce che, quand’anche fosse ipotizzabile una condotta di invasione di
terreni da parte dell’opponente, i soggetti danneggiati da tale condotta non sono
comunque legittimati a farsi giustizia da soli; di conseguenza, anche ad

2

epigrafe l’avvocato Giuseppe Panuccio, difensore di fiducia e procuratore speciale

ammettere tale situazione, è comunque configurabile il reato di cui all’art. 392
cod. pen. nei confronti degli indagati.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. L’ordinanza emessa in sede di reclamo a norma dell’art. 410-bis cod.
proc. pen. avverso il decreto o l’ordinanza di archiviazione è provvedimento non
impugnabile, anche quando si faccia questione di violazioni del diritto al

principi costituzionali e sovranazionali.

2. L’art. 410-bis cod. proc. pen. dispone espressamente, al comma 3, che il
provvedimento con il quale il tribunale decide il reclamo avverso il decreto o
l’ordinanza di archiviazione costituisce «ordinanza non impugnabile».
Di conseguenza, stante l’assenza di previsioni derogatorie a questa
disposizione, il principio di tipicità dei mezzi di impugnazione e della
legittimazione ad impugnare, direttamente desumibile dall’art. 568 cod. proc.
pen., impone di escludere che il provvedimento di decisione del reclamo sia
impugnabile, e, quindi, per quello che interessa specificamente in questa sede,
ricorribile per cassazione.

3.

La soluzione adottata dal legislatore deve ritenersi perfettamente

conforme ai principi costituzionali e sovranazionali.

4. La questione della compatibilità con i principi costituzionali della disciplina
escludente l’impugnabilità della decisione sul reclamo deve essere esaminata
innanzitutto alla luce dell’art. 111, settimo comma, primo periodo, Cost.,
secondo il quale «contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà
personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre
ammesso ricorso per violazione di legge».
Precisamente, occorre valutare se il provvedimento emesso in materia di
archiviazione di un procedimento penale, e che certamente non può dirsi «sulla
libertà personale», sia qualificabile, in senso sostanziale, e agli effetti dell’art.
111 Cost., come «sentenza».
4.1. La giurisprudenza penale di legittimità ha ripetutamente escluso
l’operatività della garanzia prevista dell’art. 111 Cost. con riferimento alle
ordinanze ed ai decreti di archiviazione.
In particolare, già poco dopo l’entrata in vigore del nuovo codice di
procedura penale è stata dichiarata manifestamente infondata la questione di /(f__)
3

/.-1

contraddittorio, per effetto di una disciplina che deve ritenersi conforme ai

legittimità costituzionale dell’art. 409, comma 6, cod. proc. pen., nella parte in
cui limita il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza di archiviazione ai soli casi
di violazione del contraddittorio, evidenziandosi, tra l’altro, e per quello che più
specificamente rileva in questa sede, che «nessun contrasto può ritenersi
sussistente con l’art. 111 Cost., stante l’intrinseca differenza fra le sentenze e
altri provvedimenti sforniti di uno specifico valore decisorio che non sia quello
rebus sic stantibus, come l’ordinanza o il decreto di archiviazione» (così la
massima ufficiale di Sez. 5, n. 1159 del 04/05/1992, Di Salvo, Rv. 191455; cfr.,

Sez. 6, n. 3018 del 20/09/1991, Di Salvo, Rv. 189619, nonché, con riferimento
al decreto di archiviazione, Sez. 1, n. 4163 del 20/10/1992, Borgese, Rv.
192398).
Questo insegnamento è rimasto costante e risulta riproposto anche di
recente, in termini assolutamente identici persino sotto il profilo letterale (v., da
ultimo, tra le decisioni massimate, Sez. 6, n. 12522 del 24/02/2015, M., Rv.
262954, e, in precedenza, Sez. 6, n. 436 del 05/12/2002, dep. 2003, Mione, Rv.
223330, ma anche, sostanzialmente, Sez. 6, n. 3896 del 26/10/1995, dep.
1996, Ronchetti, Rv. 204002).
Può essere utile aggiungere che, come ripetutamente osservato dai giudici
di legittimità, proprio in ragione della limitata efficacia di accertamento del
provvedimento di archiviazione, la persona offesa non solo può sollecitare una
riapertura delle indagini anche sulla base di investigazioni difensive, ma,
nonostante la decisione di non esercizio dell’azione penale, conserva «l’intatta
facoltà di esercitare i propri diritti d’azione e difesa, ampiamente e senza
preclusione alcuna, nella sede (civile) propria» (cfr., per questa osservazione,
Sez. 1, n. 9440 del 03/02/2010, Di Vincenzo, Rv. 246779, successivamente
ripresa da numerose altre decisioni, tra le quali, da ultimo, Sez. 4, n. 50067 del
10/10/2017, Del Rio, Rv. 271351, in motivazione).
4.2. L’esclusione della garanzia prevista dall’art. 111 Cost. con riguardo ai
provvedimenti in materia di archiviazione alle «sentenze» risulta coerente anche
con la elaborazione della giurisprudenza costituzionale.
Numerose decisioni del Giudice delle Leggi hanno sottolineato la natura
«interlocutoria e sommaria… finalizzata a un controllo di legalità sull’esercizio
dell’azione penale e non a un accertamento sul merito dell’imputazione» (C. cost.
ord. nn. 153 del 1999, 150 del 1998, 54 del 2003; sent. n. 319 del 1993),
dell’archiviazione e la ratio, esclusivamente servente il controllo di legalità e
obbligatorietà dell’azione penale, che tradizionalmente si riconosce assistere lo
ius ad loquendum e gli strumenti di tutela dell’offeso («negli stretti limiti in cui
ciò risponda» a tale funzione di controllo: C. cost. ord. n. 95 del 1998).
4

per le medesime conclusioni, sempre in relazione all’ordinanza di archiviazione,

Alcune pronunce della Consulta, inoltre, hanno specificamente approfondito i
rapporti tra i provvedimenti di archiviazione e le sentenze, anche di non luogo a
procedere, escludendone decisamente l’assimilabilità. In particolare, Corte cost.,
n 134 del 1993, pronunciando in materia di condanna alle spese del querelante,
e alla legittimità della differenza di disciplina in materia tra decreto di
archiviazione e sentenza, ha osservato: «Ove, infatti, si consideri che fin quando
è possibile l’archiviazione della

notitia criminis non vi è esercizio dell’azione

penale, che il provvedimento di archiviazione può sempre essere superato da

nuove investigazioni), emergono agevolmente le differenze di effetti, di
connotati, e di stabilità del decreto di archiviazione, da un lato, e della sentenza
di non luogo a procedere o di proscioglimento, dall’altro; differenze che rendono
le situazioni in raffronto non utilmente paragonabili e valgono a giustificare una
differente disciplina.». Corte cost., n. 319 del 1993, poi, decidendo in tema di
inapplicabilità della misura di sicurezza con decreto di archiviazione, ha escluso
l’incostituzionalità della relativa disciplina rilevando che «Il decreto di
archiviazione, invero, ha natura procedimentale e si sostanzia in un mero
accertamento di superfluità del processo […]», e che, proprio per questa ragione,
detto provvedimento non può implicare quell’accertamento – della sussistenza
del fatto, della sua riferibilità al soggetto, e della qualificazione dello stesso in
termini di quasi reato – costituente necessario presupposto per l’applicazione
della misura di sicurezza. Ancora, Corte cost., n. 150 del 1998, giudicando della
mancata previsione del potere del giudice di dichiarare in sede di archiviazione la
falsità di un documento, ha rappresentato che: -) «la censura del giudice a quo è
priva di fondamento, per la ragione assorbente che il provvedimento di
archiviazione non è assimilabile alla sentenza di non luogo a procedere, diversi
essendone la natura e gli effetti»; -) «la giurisprudenza di questa Corte ha
ripetutamente messo in rilievo che le differenze tra il decreto (o l’ordinanza) di
archiviazione e la sentenza di non luogo a procedere giustificano una diversa
disciplina dei contenuti e degli effetti dei due provvedimenti, precisando, in
particolare, che il primo, consistendo nel controllo da parte del giudice per le
indagini preliminari sulla scelta del pubblico ministero di non esercitare l’azione
penale e sostanziandosi quindi in un “mero accertamento di superfluità del
processo” (sentenza n. 88 del 1991), è privo di “stabilità”, in quanto può sempre
essere superato da una successiva riapertura delle indagini (sentenza n. 134 del
1993)»; -) «erroneamente il giudice a quo censura la mancata previsione del
potere del giudice di dichiarare in sede di archiviazione la falsità di un
documento, in quanto tale dichiarazione presuppone un accertamento sul fatto,
giuridicamente estraneo al contenuto decisorio del provvedimento di
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una successiva riapertura delle indagini (motivata dalla semplice esigenza di

archiviazione»; -) «la persona offesa interessata alla dichiarazione della falsità di
un documento non rimane priva di tutela, in quanto le è data la possibilità di
proporre querela di falso a norma degli artt. 221 e seguenti del codice di
procedura civile».
4.3. La mancata estensione della garanzia prevista dall’art. 111 Cost. in
materia di provvedimenti di archiviazione sembra confortato anche dalla
elaborazione della giurisprudenza civile in ordine alla nozione “costituzionale” di
«sentenza».

legge come ordinanza o decreto in tanto può […] essere impugnato con ricorso
per Cassazione ai sensi dell’art 111 della Costituzione, in quanto abbia natura e
carattere sostanziale di sentenza e, cioè, decida, con efficacia di giudicato, su
una domanda proposta da una parte nei confronti dell’altra, riconoscendo o
negando un diritto soggettivo oggetto di controversia, sì che la eventuale
ingiustizia comporterebbe per la parte un pregiudizio definitivo ed irreparabile,
se non fosse assicurato quel controllo di legittimità della Corte di Cassazione sui
provvedimenti giurisdizionali decisori, che la norma costituzionale ha inteso
inderogabilmente garantire» (così Sez. 1 civ. n. 377 07/02/1973, Rv.
362326/01; in termini sovrapponibili, successivamente, tra le altre: Sez. 3 civ.,
n. 1893 del 03/04/1981, Rv. 412577/01; Sez. 2 civ., n. 10771 del 03/12/1996,
Rv. 501006/01; Sez. 1 civ., n. 5377 del 11/03/2006, Rv. 590892/01; Sez. 1 civ.,
n. 24155 del 12/11/2014, Rv. 633257/01).
4.4. Alla luce della elaborazione giurisprudenziale, sembra corretto
concludere nel senso che anche alle ordinanze non impugnabili pronunciate in
sede di reclamo ex art. 410-bis cod. proc. pen., non si applichi la garanzia del
ricorso per cassazione prevista dall’art. 111, settimo comma, primo periodo,
Cost. per le «sentenze».
In effetti, l’ordinanza adottata in sede di reclamo, in quanto funzionale alla
verifica dell’esistenza di nullità inficianti il decreto o l’ordinanza di archiviazione
impugnati, ripete da questi provvedimenti il proprio fondamento sistematico di
carattere generale, e non può avere rispetto ad essi – a maggior ragione per il
suo ristretto ambito di cognizione, limitato esclusivamente ai profili
procedimentali specificamente indicati dai commi 1 e 2 dell’art. 410-bis cod.
proc. pen. – una più ampia efficacia di accertamento sui fatti oggetto di
investigazione.
Di conseguenza, detta ordinanza, se respinge o dichiara inammissibile il
reclamo, è anch’essa, per riprendere le parole di Corte cost., n. 150 del 1998,
provvedimento «privo di “stabilità”, in quanto può sempre essere superato da
una successiva riapertura delle indagini». Del resto, si può aggiungere, non vi
6

Invero, da lungo tempo si osserva che «un provvedimento qualificato dalla

sono preclusioni, nemmeno di tipo letterale, alla possibilità di procedere alla
riapertura delle indagini ex art. 414 cod. proc. pen. anche dopo il rigetto o la
dichiarazione di inammissibilità del reclamo di cui all’art. 410-bis cod. proc. pen.
Se, poi, il reclamo è accolto, l’ordinanza impone semplicemente una nuova
valutazione sulla richiesta di archiviazione. In questa ipotesi, infatti, l’indagato
non subisce alcun pregiudizio nel merito delle sue ragioni dalla decisione, posto
che questa attiene esclusivamente a profili procedimentali, e potrà difendersi
pienamente davanti al Giudice per le indagini preliminari cui spetta di valutare la

decreto o dell’ordinanza di archiviazione per effetto di sentenza della Corte di
cassazione.

5. Una volta esclusa l’applicabilità dell’art. 111, settimo comma, Cost., è
agevole aggiungere che la disciplina della non impugnabilità delle ordinanze ex
art. 410-bis cod. proc. pen. non può dirsi in contrasto con le disposizioni ed i
principi di cui agli artt. 3, 24 e 25 Cost.
In particolare, per quanto attiene alla pretesa violazione dell’art. 3 Cost.,
non è indicata, né appare rilevabile, una disciplina omogene che possa fungere
da idoneo tertium comparationis, ai fini di un giudizio che pervenga ad affermare
una costituzionalmente ingiustificata disparità di trattamento.
Per quanto concerne, pui, la pretesa violazione dell’art. 24 Cost., può essere
utile rilevare che il reclamo di cui all’art. 410-bis cod. proc. pen. è già esso
strumento di verifica della correttezza della decisione del giudice per le indagini
preliminari di accogliere la richiesta di archiviazione presentata dal pubblico
ministero. Ciò posto, ritenere violato il diritto di difesa, al di là di quanto previsto
dall’art. 111, settimo comma, Cost., solo perché avverso una decisione in
“seconda battuta” non sia previsto un ulteriore controllo significa prefigurare
come costituzionalmente necessaria la proponibilità di impugnazioni
tendenzialmente all’infinito.

6. La disciplina preclusiva dell’impugnabilità della decisione sul reclamo va
poi ritenuta compatibile con i principi sovranazionali.
6.1. Per quanto concerne la compatibilità con la Convenzione EDU, deve
osservarsi che nessuna disposizione convenzionale, neppure gli artt. 6 e 13
CEDU, prevede la garanzia della possibilità di sottoporre a verifica ogni
provvedimento giudiziario.
Si può inoltre aggiungere, sotto il profilo sistematico, che la garanzia del
doppio grado di giurisdizione è espressamente prevista per il solo caso di
condanna «in materia penale», ed è stata specificamente introdotta solo dall’art.
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richiesta di archiviazione, così come avveniva nel caso di annullamento del

2 del VII Protocollo addizionale alla CEDU, il quale, per di più, ha riconosciuto la
facoltà per il legislatore sia di delimitare i motivi di impugnazione (par. 1), ad
esempio confinandoli alle sole questioni di diritto (così, da ultimo, Corte EDU, 25
luglio 2017, Rostovtsev c. Ucraina, § 27), sia di prevedere «eccezioni per i reati
minori, quali sono definiti dalla legge, o quando l’interessato è stato giudicato in
prima istanza da un tribunale della giurisdizione più elevata o è stato dichiarato
colpevole e condannato a seguito di un ricorso avverso il suo proscioglimento»
(par. 2).

va evidenziato che la giurisprudenza di legittimità ha più volte ritenuto il sistema
vigente in materia di archiviazione in epoca anteriore alla operatività della
riforma recata dalla legge 23 giugno 2017, n. 103, non in contrasto con la
disciplina euro-unitaria di tutela della vittima.
In particolare, è stata esaminata la compatibilità del sistema italiano con la
disciplina di cui all’art. 11 della Direttiva 2012/29/UE del 25 ottobre 2012, il
quale stabilisce: «Gli Stati membri garantiscono alla vittima, secondo il ruolo di
quest’ultima nel pertinente sistema giudiziario penale, il diritto di chiedere il
riesame di una decisione di non esercitare l’azione penale. Le norme procedurali
per tale riesame sono determinate dal diritto nazionale». La Corte di cassazione
ha ritenuto manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale
degli artt. 409, comma 6, e 127, comma 5, cod. proc. pen. e del d.lgs. 15
dicembre 2015, n. 212, in relazione agli artt. 10, 11 e 117, comma 1, Cost. con
riferimento all’art. 11 della Direttiva 2012/29/UE del 25 ottobre 2012, nella parte
in cui non prevedono il diritto della persona offesa, sancito nella direttiva citata,
di ottenere il «riesame» della decisione sul non esercizio dell’azione penale anche
in relazione a vizi concernenti la motivazione (cfr., tra le altre, Sez. 4, n. 50067
del 10/10/2017, Del Rio, Rv. 271351, e Sez. 2, n. 25754 del 09/05/2017,
Landolfo, Rv. 270663). A fondamento di tale conclusione si è osservato che
l’ordinamento interno prevede un equilibrato sistema di controllo in ordine alla
decisione del pubblico ministero di non esercitare l’azione penale, che si
compendia nel provvedimento motivato che un diverso organo, il Giudice per le
indagini preliminari, emette a seguito di riesame dei fatti, anche a seguito di
interlocuzione della persona offesa.
Le conclusioni appena indicate possono essere riproposte anche con
riferimento al sistema introdotto dalla legge n. 103 del 2017. La nuova disciplina,
infatti, non ha modificato il sistema del controllo sulla decisione del pubblico
ministero di non esercitare l’azione penale, ed ha conservato intatta la possibilità
di chiedere la verifica del rispetto dei diritti della persona offesa di formulare le
proprie osservazioni e richieste al Giudice per le indagini preliminari, ampliando,
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6.2. Per quanto attiene alla compatibilità con il diritto dell’Unione Europea,

anzi, i termini per proporre tempestivamente l’impugnazione funzionale a tale
sindacato. L’unica modifica recata attiene all’organo giudiziario deputato al
controllo: non più la Corte di cassazione, ma il tribunale in composizione
monocratica; si tratta, però, di profilo sicuramente indifferente alla garanzia
assicurata dall’art. 11 della Direttiva 2012/29/UE del 25 ottobre 2012, che non
opera alcun riferimento alla necessità di assicurare un sindacato da parte del
giudice di legittimità.

a norma dell’art. 410-bis cod. proc. pen., è doveroso esaminare se siano
ipotizzabili rimedi nel caso in cui il provvedimento di controllo è stato
pronunciato, come accaduto nella specie, con violazione del diritto al
contraddittorio dell’istante.
8.1. Ad avviso del Collegio, la risposta deve essere positiva, per esigenze di
effettività della tutela giurisdizionale, e, quindi, del diritto di difesa.
Invero, se la legge prevede un rimedio avverso una decisione, il soggetto
alla quale il mezzo è attribuito deve poterne effettivamente fruire. A tal fine, è
necessario che a detto soggetto, se e nella misura in cui sia prevista dalla legge
la sua partecipazione al procedimento instaurato per il controllo sulla decisione
contestata, venga assicurata la possibilità di esercitare le relative facoltà. Né
questa conclusione trova ostacoli perché la decisione sul reclamo si pone in una
fase nella quale non vi è esercizio dell’azione penale: a norma dell’art. 24,
secondo comma, Cost., «La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del
procedimento».
In questa prospettiva, quindi, siccome l’art. 410-bis cod. proc. pen. prevede
che le parti debbono essere avvisate dell’udienza fissata per decidere sul reclamo
almeno dieci giorni prima della stessa e, pur non avendo la facoltà di
intervenirvi, possono però presentare memorie fino a cinque giorni prima della
data stabilita, è necessario assicurare al reclamante la possibilità di interloquire
con memoria prima che il giudice adito avverso il provvedimento di archiviazione
assuma la decisione richiesta.
Si può anche aggiungere, sotto altro connesso profilo, che la violazione del
diritto al contraddittorio nel procedimento di cui all’art. 410-bis cod. proc. pen.
comporta una nullità di ordine generale, la quale, in caso di rigetto o
dichiarazione di inammissibilità del reclamo, e in assenza di rimedi esperibili, non
potrebbe essere mai dedotta.
8.2. Il rimedio che appare ipotizzabile al Collegio è quello della richiesta di
revoca del provvedimento adottato dal giudice del reclamo in difetto di
contraddittorio, invocata sul presupposto di tale vizio.

8. Affermata la non impugnabilità dell’ordinanza emessa in sede di reclamo

Innanzitutto, può osservarsi che l’ordinanza prevista dall’art. 410-bis cod.
proc. pen. è definita come «non impugnabile», ma questo non significa “non
revocabile”. In altri termini, il testo normativo, se esclude l’ammissibilità
dell’esperimento di un mezzo di impugnazione, come appunto il ricorso per
cassazione, non risulta testualmente ostativo ad una istanza di revoca.
In secondo luogo, i provvedimenti in materia di archiviazione sono non già
irrevocabili, bensì privi di stabilità, anche perché, a norma dell’art. 414 cod. proc.
pen., dopo un provvedimento di archiviazione è sempre possibile la riapertura

l’ordinanza adottata in sede di reclamo ripete dai provvedimenti impugnati
fondamento sistematico di carattere generale e limiti di efficacia in ordine
all’accertamento sui fatti oggetto di investigazione.
8.3. Il Collegio è consapevole che numerose decisioni hanno ritenuto
abnorme il provvedimento, con il quale il G.i.p. revoca per violazione del
contraddittorio il decreto di archiviazione, emesso

de plano

sull’erroneo

presupposto che l’opposizione proposta dalla persona offesa fosse intempestiva,
in quanto gli effetti del provvedimento archiviativo sono suscettibili di essere
rimossi solo tramite ricorso per cassazione o tramite la riapertura delle indagini
disposta ex art. 414 cod. proc. pen. (così, tra le più recenti pronunce massimate,
Sez. 3, n. 35440 del 01/07/2016, Siccardo, Rv. 268001, e Sez. 4, n. 33691 del
05/07/2016, Biasolo, Rv. 267485).
Tuttavia deve ritenersi che questo orientamento non sia ostativo alla
soluzione accolta.
Invero,

l’orientamento

giurisprudenziale

richiamato

ha

escluso

l’ammissibilità di provvedimenti di “autotutela” in relazione a violazioni che,
comunque, potevano essere efficacemente denunciate con successivo ricorso per
cassazione. Nell’ipotesi della decisione sul reclamo adottata in assenza di
contraddittorio, invece, la violazione non è deducibile mediante alcuna
impugnazione. Né l’ostacolo può essere superato facendo riferimento allo
strumento della riapertura delle indagini: quest’ultimo è rimedio di tipo
sostanziale, ancorato espressamente alla «esigenza di nuove investigazioni», e,
come tale, privo di concreta utilità per far valere violazioni formali; ciò, anzi, a
maggior ragione se le violazioni si sono verificate non davanti al Giudice per le
indagini preliminari, bensì nell’ambito del procedimento di reclamo.
In altri termini, la soluzione dell’inammissibilità di una revoca del
provvedimento di archiviazione disposto dal Giudice per le indagini preliminari
per violazioni della disciplina relativa alla costituzione del contraddittorio non
impedisce alla persona offesa di far rilevare la nullità, stante la possibilità

di

proporre, in passato, ricorso per cassazione e, oggi, reclamo. La medesima
10

delle indagini preliminari. Ora, come si è in precedenza rilevato (v. supra § 4.4.),

soluzione, però, se riferita alla decisione che respinge o dichiara inammissibile il
reclamo, impedirebbe in assoluto all’istante di far rilevare una nullità di ordine
generale comunque verificatasi, precludendogli così in radice l’esercizio del diritto
di difesa.
8.4. Il Collegio, ancora, ritiene che non appaiono utilizzabili, come rimedi
alla violazione del diritto al contraddittorio dell’istante nel procedimento di
reclamo, gli istituti della restituzione nel termine e dell’incidente di esecuzione.
L’istituto della restituzione nel termine, infatti, a norma dell’art. 175 cod.

ministero, le parti private o i difensori non hanno «potuto osservare per caso
fortuito o forza maggiore». Nel caso di violazione del diritto al contraddittorio
dell’istante nel procedimento di reclamo, invece, il soggetto che non ha
osservato il termine è il giudice e, con riferimento al giudice, il termine violato
non è certo stabilito a pena di decadenza.
L’istituto dell’incidente di esecuzione, poi, non sembra pertinente, perché la
decisione sul reclamo non costituisce provvedimento cui deve essere data
esecuzione e, ancor meno, può essere qualificata come «titolo esecutivo».

9. Constatata la non impugnabilità dell’ordinanza di reclamo ex art. 410-bis
cod. proc. pen., e la manifesta infondatezza della questione di legittimità di tale
disciplina in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 111 e 117 Cost., anche
relativamente agli artt. 6 e 13 CEDU, deve rilevarsi che ricorre la causa di
inammissibilità prevista dall’art. 591, comma 1, lett. b), cod. proc. pen.
Di conseguenza, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, senza che
sia possibile esaminare la questione di merito posta nel secondo motivo dell’atto
di impugnazione, ed il ricorrente deve essere condannato alle spese del
procedimento.
Deve però escludersi la condanna del medesimo ricorrente al pagamento di
una somma a favore della cassa delle ammende, tenuto conto della sentenza
della Corte costituzionale n. 186 del 2000, che ha dichiarato l’illegittimità
costituzionale dell’art. 616 cod. proc. pen., nella parte in cui non prevede che la
Corte di cassazione, in caso di inammissibilità del ricorso, possa non pronunciare
la condanna in favore della cassa delle ammende, a carico della parte privata che
abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa
di inammissibilità, stante la novità e rilevanza della questione posta nel primo
motivo del ricorso esaminato.

/ rI/- )’
11

proc. pen., attiene al «termine stabilito a pena di decadenza» che il pubblico

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali.
Così deciso in data 23 marzo 2018

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Ant nio Corbo

4,47/K-I

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