Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 17442 del 27/02/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 17442 Anno 2018
Presidente: SARNO GIULIO
Relatore: BIANCHI MICHELE

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
MIGLIONICO ANTONIO nato il 02/06/1963 a PIGNOLA

avverso la sentenza del 22/03/2016 del TRIBUNALE di CIVITAVECCHIA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere MICHELE BIANCHI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MARILIA DI
NARDO
che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso.

Data Udienza: 27/02/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza pronunciata in data 22.3.2016 il Tribunale di Civitavecchia
ha dichiarato la penale responsabilità di Miglionico Antonio in ordine alla
contravvenzione di cui all’art. 660 cod. pen., commessa dal giugno al settembre
2013, e lo ha condannato alla pena di C 300 di ammenda, oltre alle statuizioni
civili.
Il primo giudice ha fondato il giudizio di colpevolezza sulla testimonianza

2013, dall’imputato, coniuge separato, numerosi messaggi telefonici, a
contenuto offensivo e minaccioso, confermata’ dalla documentazione acquisita,
riproducente il contenuto dei messaggi e attestante l’orario notturno degli stessi.

2. Contro tale provvedimento, il difensore dell’imputato ha proposto
impugnazione, trasmessa a questa Corte ai sensi dell’art. 568, comma 5, cod.
proc. pen., deducendo i seguenti motivi, enunciati nei limiti strettamente
necessari per la motivazione, ai sensi dell’art. 173, comma 1, disp. att. cod.
proc. pen. :
– violazione di norme processuali, per non aver il Tribunale ammesso l’imputato
alla oblazione;
– violazione della legge penale, per aver il primo giudice ritenuto la sussistenza
del fatto nonostante l’assenza di pericolo per l’ordine pubblico;
– difetto di motivazione in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo del
reato.
CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è infondato e va perciò respinto.
Si deve innanzitutto rilevare che, esattamente, l’atto di impugnazione,
qualificato dalla parte come ” atto di appello”, è stato trasmesso a questa Corte,
essendo relativo a sentenza di condanna alla sola pena dell’ammenda e quindi
non impugnabile con appello, ai sensi dell’art. 593, comma 3, cod. proc. pen.,
ma solo con ricorso per cassazione.
E’ stato precisato che trattasi di mera qualificazione giuridica dell’atto
processuale e che la verifica delle condizioni di ammissibilità va compiuta alla
stregua delle norme che disciplinano il mezzo di impugnazione ammesso
dall’ordinamento ( Sez. Un. 31.10.2001, Bonaventura, Rv. 220221).

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della persona offesa, che aveva dichiarato di aver ricevuto, sino al settembre

1. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione di norme processuali
per aver il primo giudice negato l’ammissione all’oblazione, pur ricorrendone i
presupposti.
L’istituto previsto dall’art. 162 bis c.p. richiede la sussistenza di alcuni
requisiti di ammissibilità ( il titolo del reato, il pagamento della metà del
massimo edittale, le condizioni soggettive ed oggettive) e la positiva valutazione,
discrezionale, del giudice in ordine alla entità del fatto.
A fronte dell’ordinanza di rigetto, che ha fatto riferimento alla gravità del

motivazione data sul punto dal Tribunale, ma si è limitato a proporre una
propria, e alternativa, valutazione dell’entità del fatto, contestando non la
motivazione del rigetto, bensì il contenuto stesso della decisione.
Il motivo proposto risulta quindi formulato solo genericamente e
comunque per motivi non consentiti.

2.1. Il secondo motivo deduce che erroneamente sarebbe stata ritenuta la
sussistenza del fatto, pur in assenza di alcun pericolo per l’ordine pubblico.
Sul punto, è stato precisato che la fattispecie di cui all’art. 660 cod. pen.
è reato cd. plurioffensivo, in quanto tutela la pubblica tranquillità dai negativi
riflessi che possono derivare dalle offese alla quiete della singola persona ( Sez.
1, 4.5.2016, Calò, Rv. 267112; Sez. 1, 27.6.2014, Terzi, Rv. 261234; Sez. 1,
28.2.2002, Nurcaro, Rv. 221373).
Il ricorrente ha sostenuto che il Tribunale avrebbe affermato il pericolo
per l’ordine pubblico, e quindi la sussistenza del fatto, solo sulla base della
percezione, da parte della persona offesa, del carattere ambivalente dei
messaggi telefonici.
In realtà, la sentenza impugnata ha dato atto del turbamento patito dalla
persona offesa per il carattere ambiguo delle comunicazioni dell’imputato, ma ha
anche evidenziato che quelle comunicazioni avevano interferito ”
sgradevolmente nella sfera privata della persona offesa, comprensibilmente
privata della possibilità di vivere una quotidianità serena, attesa l’invadenza e
l’intromissione continua da parte dell’ex coniuge” .

2.2. Il motivo denuncia anche il difetto di motivazione in ordine
all’elemento soggettivo del reato, che il Tribunale avrebbe desunto
esclusivamente dall’accertato turbamento della tranquillità della persona offesa .
In realtà, dalla esposizione dei fatti compiuta dalla sentenza impugnata
emerge coerenza piena tra il contenuto dei messaggi, gravemente offensivi, e la
reazione di turbamento provata dalla persona offesa: la consapevolezza e

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fatto, il motivo di ricorso non ha proposto alcuna critica specifica alla

volontà dell’imputato di recare disturbo non è provata dalla reazione soggettiva
della persona offesa, bensì dalla condotta stessa posta in essere, dalle
caratteristiche che chiaramente rivelano una volontà finalizzata a creare disturbo
al destinatario dei messaggi.
Il motivo risulta quindi infondato.

3. Il ricorso va quindi respinto, con condanna del ricorrente al pagamento

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 27.2.2018.

delle spese processuali.

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