Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 17415 del 23/01/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 17415 Anno 2018
Presidente: PICCIALLI PATRIZIA
Relatore: BELLINI UGO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:

WASEEM Ahmed nato in Pakistan il 1.3.1969
Avverso la ordinanza della Corte di Appello di Brescia in data 19.2.2016

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere dott.Ugo Bellini;

udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore Generale il quale ha chiesto pronunciarsi la inammissibilitàrigetto del ricorso.

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Data Udienza: 23/01/2018

RITENUTO IN FATTO

1.La Corte di Appello di Brescia con la ordinanza impugnata escludeva
il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione reclamato ai sensi
dell’art.314 cod.proc.pen. da Waseem Ahmed in relazione alla custodia
sofferta nell’estate 2009 (90 giorni) in relazione ai reati di associazione
per delinquere al fine di commettere una serie di truffe informatiche e
abusivo accesso a sistemi di protezione onde acquisire i codici di accesso

A distanza di quasi sei anni dalla sofferta cautela il giudice disponeva
l’archiviazione nei confronti del WASSEM rappresentando la impossibilità
di sostenere l’accusa in relazione al reato associativo e la intervenuta
prescrizione degli altri reati.
2. Il giudice della riparazione riteneva l’elemento preclusivo della colpa
grave in capo al Waseem rappresentando come, sulla base di una
valutazione ex ante della condotta extra processuale del ricorrente, lo
stesso, alla stregua degli elementi di indagine posti a fondamento della
misura cautelare, aveva realizzato condotte antidoverose del tutto
coerenti con le ipotesi criminose contestate quali reati fine emergendo
inoltre, alla stregua del patrimonio intercettivo, che lo stesso aveva
mantenuto indebiti collegamenti con tale ZAMIR. Era infatti emerso,
anche attraverso indagini internazionali, che quest’ultimo, a sua volta,
era collegato con sodali filippini, da cui aveva acquisito i codici che
consentivano a gestori di cali center, quali l’odierno ricorrente, di gestire
il traffico telefonico, di fatto collegandosi, attraverso i suddetti codici, a
compagnie telefoniche estere, in particolare americane, le quali, senza
saperlo, sostenevano i costi tariffari delle comunicazioni internazionali
attivate dal cali center.
2.1 Assumeva pertanto il giudice della riparazione che, pur in presenza
di provvedimento di archiviazione, peraltro fondato sulla intervenuta
prescrizione dei reati fine, rimaneva dimostrato un comportamento del
ricorrente del tutto coerente con la prospettazione accusatoria in
relazione ai reati di truffa informatica, rispetto ai quali nessuna censura
era stata neppure prospettata dalla difesa e di assoluto rilievo indiziario
anche in relazione alla ipotesi associativa, stante i collegamenti tenuti dal
ricorrente con lo ZAMIR e le triangolazioni con gli hacker filippini.

3. Avverso la suddetta ordinanza ricorreva la difesa del WASEEM
denunciando vizi motivazionale laddove il giudice si era limitato a
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a sistemi centralizzati di collegamenti internazionali.

valorizzare gli elementi indiziari posti a fondamento della cautela piuttosto
che rappresentare i motivi per i quali il giudice aveva ritenuto

la

insussistenza della ipotesi associativa. Con una seconda articolazione
denunciava ulteriore vizio nel ragionamento del giudice della riparazione
ove aveva riconosciuto ipotesi di colpa grave nel comportamento del
WASEEM improntato al silenzio in sede di interrogatorio di garanzia,
trattandosi di mera espressione di una strategia difensiva e in mancanza di

alla tenuta di quadro indiziario.

4. Il Sostituto Procuratore generale concludeva per il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN DIRITTO

1.

Va premesso che è principio consolidato nella giurisprudenza di

questa Corte Suprema che nei procedimenti per riparazione per ingiusta
detenzione la cognizione del giudice di legittimità deve intendersi limitata
alla sola legittimità del provvedimento impugnato, anche sotto l’aspetto
della congruità e logicità della motivazione, e non può investire
naturalmente il merito. Ciò ai sensi del combinato disposto di cui all’articolo
646 secondo capoverso cod. proc. pen., da ritenersi applicabile per il
richiamo contenuto nel terzo comma dell’articolo 315 cod. proc. pen. L’art.
646 c.p.p. stabilisce semplicemente che avverso il provvedimento della
Corte di Appello, gli interessati possono ricorrere per Cassazione:
conseguentemente tale rimedio rimane contenuto nel perimetro tracciato
dai motivi di ricorso enunciati dall’art. 606 cod. proc. pen., con tutte le
limitazioni in essi previste (cfr. ex multis, sez. 4, n. 542 del 21.4.1994,
Bollato, rv. 198097, che, affermando tale principio, ha dichiarato
inammissibile il ricorso avverso ordinanza del giudice di merito in materia,
col quale non si deduceva violazione di legge, ma semplicemente ingiustizia
della decisione con istanza di diretta attribuzione di equa somma da parte
della Corte).

2. La Corte d’Appello ha fatto corretta applicazione della legge penale
laddove non ha potuto che evidenziare che lo stesso decreto di
archiviazione aveva riconosciuto che, in relazione ad alcune delle fattispecie
ascritte al prevenuto, quali le truffe informatichg, per cui la cautela era
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stata disposta, non era [stato disposto il proscioglimento, ovvero
l’archiviazione con una delle formule che giustificavano il ricorso al giudizio
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dimostrazione che un tale comportamento processuale avesse contribuito

riparatorio bensì in/(a,$1’o)x dyy’a ilYer2ie7.GA prescrizione, medio tempore
maturata, mantenendo pertanìo un rilievo.-& -antigiuridicità delle stesse.
In tema di riparazione per l’ ingiusta detenzione, il diritto all’indennizzo
può essere riconosciuto anche in ipotesi di archiviazione per manifesta
infondatezza della notizia di reato, vale a dire perché il fatto non sussiste,
per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non
è previsto dalla legge come reato. (Fattispecie nella quale la Corte ha
negato la riparazione in presenza di un decreto di archiviazione per

3.

La detenzione per essere ingiusta presuppone la adozione della

custodia cautelare per titoli di reato per cui sia stata accertata la ingiustizia
sostanziale tramite l’applicazione di determinate formule assolutorie.
Se la custodia cautelare subita dall’indagato è stata disposta per titoli di
reato solo in parte riconosciuti come infondati non è configurabile il diritto
alla riparazione per l’ingiusta detenzione in caso di estinzione del reato per
prescrizione del reato, a meno che la durata della custodia cautelare
sofferta risulti superiore alla misura della pena astrattamente irrogabile, o
a quella in concreto inflitta nei precedenti gradi di giudizio, ma solo per la
parte di detenzione subita in eccedenza, ovvero quando risulti accertata in
astratto la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’ingiustizia
formale della privazione della libertà personale. (Fattispecie in cui è stata
esclusa la configurabilità del diritto all’indennizzo nell’ipotesi di
contestazione di una pluralità di reati dichiarati estinti per prescrizione in
grado di appello, in relazione ai quali erano stati applicati gli arresti
domiciliari e successivamente, per uno soltanto di essi, era stata disposta
l’archiviazione per prescrizione del reato all’esito della trasmissione degli
atti al P.M. sez.III, 9.10.2014, Damia Rv 262396; sez.IV, 10.6.2010,
Maugeri, Rv.248976).

4. Ma anche qualora fosse accertato che la cautela non sia stata disposta
per le ipotesi di reato fine (truffe informatiche) così da escludere la colpa in
relazione a tali specifiche condotte, non pare dubbio che il patrimonio
indiziario acquisto nella fase di indagine, ove risultavano accertati i
collegamenti tra il ricorrente con lo ZAMIR e la intermediazione gestione da
parte di questi di triangolazioni con una pluralità di hacker filippini che
fornivano codici di accesso per consentire a titolari di call center, quale
quello gestito dal ricorrente, di insinuarsi nel traffico telefonico gestito da
distinti operatori internazionali, aveva determinato una apparenza di
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prescrizione del reato; sez.IV, 10.7.2013, Paternò, Rv.256207).

antidoverosità nella condotta del Waseem, tale da integrare ipotesi di colpa
grave sia in relazione al fatto che il call center di quest’ultimo risultava
essersi collegato alle centraline hackerate tramite i codici forniti dallo Zamir
(condotta extra processuale connotata da finalità illecite), sia laddove il
WASEEM, chiamato a giustificare i collegamenti con lo ZAMIR e il passaggio
delle comunicazioni provenienti dal call center attraverso i centralini delle
aziende hackerate, aveva omesso di fornire alcun tipo i chiarimento in

5. D’altro canto la giurisprudenza del S.C. ha ravvisato ipotesi di
esclusione della riparazione per un comportamento processuale non escluso
dal giudice della cognizione, gravemente negligenze, quale quello
rappresentato da una auto incolpazione, da un alibi risultato falso, ovvero
anche dal silenzio consapevole su possibili temi di difesa, in ordine alla cui
attribuzione all’interessato e alla relativa incidenza sulla determinazione
della detenzione il giudice è tenuto a motivare specificamente (sez.IV,
21.10.2014, Garcia De Medina, Rv.263197). Invero la persona indagata è
portatrice di una conoscenza personale dei fatti che la riguardano coevi e
precedenti il fatto reato e, sebbene essa non sia obbligata a rivelarli
all’autorità giudiziaria, a fronte di un quadro indiziario che (come nel caso
in specie) si fondi su specifiche circostanze, va ricondotta a colpa grave non
tanto la circostanza indiziante, ma il mancato tempestivo chiarimento sul
fatto indiziante, chiarimento che sarebbe risultato idoneo ad una lettura
alternativa della posizione dell’indagato.
5.1 Quale specifica declinazione di questo assunto è stato affermato, in
tema di riparazione per l’ingiusta detenzione, che il silenzio, la reticenza e il
mendacio dell’indagato in sede di interrogatorio, pur costituendo esercizio
del diritto di difesa, possono rilevare sotto il profilo del dolo o della colpa
grave nel caso in cui l’interrogato sia in grado di indicare specifiche
circostanze, non note all’organo inquirente, idonee a prospettare una logica
spiegazione al fine di escludere o di caducare il valore indiziante degli
elementi acquisiti in sede investigativa, che determinarono l’emissione del
provvedimento cautelare (Cass. Sez.IV, 28.1.2009 n.4159 Lafranceschina;
24.1.2008 n.15140). Si è infatti sostenuto che l’interessato ha l’onere di
fornire con assoluta tempestività le spiegazioni del caso e che la mancanza
di un tale contegno processuale, pure riconosciuto legittimo dal legislatore
in quanto intervenuto nell’esercizio del diritto di difesa, possa comunque
essere valutato, sulla base del diverso piano prognostico che sovraintende
il procedimento di cui all’art.314 e ss. c.p.p., quale fattore impeditivo del
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proposito, rifiutandosi di rispondere all’interrogatorio di garanzia.

diritto alla riparazione della ingiusta detenzione e pertanto quale
comportamento valutabile, come nel caso in specie, come sintomo di colpa
grave a fini riparativi, quando esso si inserisca in termini contributivi alla
tenuta del quadro indiziario (sez.III, 2.4.2014 n. 29967, Bertuccini;
sez.IV, 9.11.2011 n.44090, Messina; 18.11.2008 n.47047, Marzola;
12.11.2008 n.47041, Calzetta e altri).

rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al

pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione delle spese
sostenute dalla amministrazione resistente, le cui difese sono risultate
pertinenti e fondate, spese liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali nonché alla rifusione delle spese sostenute dal Ministero
resistente che liquida in euro 1000,00.

Così deciso a Roma nella camera di consiglio del 23.1.2018

Il consigliere estensore
Ugo Bellini
\

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Il Presidente
Patrizr piccia I

6. Al

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