Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 173 del 19/11/2015


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 173 Anno 2016
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: ROCCHI GIACOMO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
DI MAGGIO GASPARE N. IL 29/03/1961
avverso l’ordinanza n. 7855/2014 TRIB. SORVEGLIANZA di ROMA,
del 30/01/2015
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. GIACOMO ROCCHI;

Data Udienza: 19/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con l’ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Sorveglianza di Roma
rigettava il reclamo proposto da Gaspare Di Maggio avverso il decreto del
Ministro della Giustizia che aveva prorogato per anni due il regime differenziato
di cui all’art. 41 bis ord. pen..
Secondo il Tribunale, il decreto, all’esito di una ampia istruttoria, aveva
evidenziato la elevatissima pericolosità sociale del detenuto, appartenente alla

all’area corleonese. Recentemente era stato condannato alla pena di anni dieci di
reclusione per il delitto di estorsione aggravata; i collaboratori di giustizia lo
avevano indicato come reggente della famiglia mafiosa; alcuni pizzini sequestrati
al latitante Lo Piccolo lo riguardavano; il padre Procopio Di Maggio era
attualmente libero, con conseguente evidente pericolo di ripresa dei contatti con
l’associazione mafiosa. Nessuna prova di una dissociazione era stata acquisita.
In definitiva, sussistevano i presupposti della pericolosità attuale di Di
Maggio e della sua capacità di mantenere i contatti con l’organizzazione
criminale.

2. Ricorre per cassazione il difensore di Di Maggio Gaspare, deducendo
violazione di legge.
La motivazione era apparente e riportava acriticamente quella del decreto
ministeriale nonché quella della precedente ordinanza del 2013; il Tribunale
faceva riferimento ad un allarmante quadro probatorio senza specificare quale
fosse; era stata menzionata la confisca dei beni, senza menzionare la circostanza
che quasi tutti i beni erano stati restituiti; si era dato atto della mancata
collaborazione o dissociazione, con un vizio di motivazione lapalissiano.
In definitiva, non vi era stato nessun vaglio critico effettivo al decreto
ministeriale.
Il ricorrente conclude per l’annullamento dell’ordinanza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza dei motivi.

Il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di
Roma che decide sul reclamo avverso il decreto di applicazione del regime di cui
all’art. 41 bis ord. pen. è ammesso solo per violazione di legge. Come riconosce
lo stesso ricorrente, tale vizio può essere riconosciuto, con riferimento alla

2

famiglia mafiosa di Cinisi, articolazione di Cosa Nostra, storicamente legata

motivazione del provvedimento, quando essa sia del tutto assente o priva dei
requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidonea a
rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice.

Tale itinerario è, al contrario, perfettamente comprensibile dalla lettura
dell’ordinanza impugnata: alla luce del ruolo giudizialmente accertato di reggente
della famiglia mafiosa di Cinisi, dei contatti accertati a seguito dell’arresto del
latitante Lo Piccolo, della valutazione recente espressa dalla Corte di appello di

mancata dissociazione dall’associazione mafiosa, è stato ritenuto permanente il
pericolo di ripresa di contatti con esponenti della criminalità mafiosa, la cui
attuale operativita e indiscussa.

Le censure mosse dal ricorrente, quindi, non dimostrano affatto che la
motivazione è mancante o apparente, ma si rivolgono piuttosto verso una
motivazione asseritamente insufficiente o illogica: ad esempio quando criticano il
provvedimento che trae dalla mancata collaborazione o dissociazione un
elemento di appartenenza attuale al clan o contestano il contenuto del decreto
della Corte di appello di Palermo in materia di confisca di prevenzione (che,
peraltro, è stato riportato nell’ordinanza del Tribunale nelle parti che potevano
interessare per il provvedimento che doveva essere adottato).

In definitiva, la violazione di legge denunciata è palesemente insussistente.

2. Alla declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione consegue ex lege, in
forza del disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese del procedimento ed al versamento della somma, tale
ritenuta congrua, di euro 1.000 (mille) in favore delle Cassa delle Ammende, non
esulando profili di colpa nel ricorso (v. sentenza Corte Cost. n. 186 del 2000).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di euro 1.000 alla Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 19 novembre 2015
DE PDS eireser.”

Palermo in sede di applicazione della misura della sorveglianza speciale e della

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