Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1721 del 28/11/2016

Penale Sent. Sez. 5 Num. 1721 Anno 2017
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: VESSICHELLI MARIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI ROMA
TAORMINA CARLO
DEL SIGNORE MARIA CELESTINA
nei confronti di:
B.B.
F.F.

avverso la sentenza del 22/03/2016 della CORTE APPELLO di ROMA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 28/11/2016, la relazione svolta dal Consigliere
MARIA VESSICHELLI
Udito il Procuratore Generale in persona del MARIO FRATICELLI
che ha concluso per

RITENUTO IN FATTO

Hanno proposto ricorso per cassazione
– il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma nonché
– a mezzo di procuratore speciale, le parti civili Carlo Taormina e Maria
Celestina Del Signore
avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma in data 22 marzo 2016
con la quale è stata confermata l’assoluzione pronunciata dal locale Tribunale,

F.F..
Costoro erano stati tratti a giudizio per rispondere del reato di furto
aggravato, commesso in concorso, nella abitazione delle predette parti civili,
impossessandosi di gioielli e denaro contante per un valore complessivo di C
2.300.000. Il fatto era stato contestato come commesso con mezzo fraudolento
(precedente impossessamento della combinazione numerica del congegno di
apertura della cassaforte) e con abuso di prestazione d’opera, essendo la
F.F., all’epoca dei fatti, “colf” alle dipendenze delle parti civili, i coniugi
Taormina, ed essendo il B.B., genero della coimputata per averne sposato la
figlia Jessica.
Il furto è stato commesso il 28 maggio 2009 e la formula di proscioglimento
utilizzata è quella del non aver commesso il fatto.
La F.F.è stata chiamata a rispondere anche del reato di cui al capo
B), e cioè quello di simulazione di reato consistita nell’avere falsamente
denunciato subito dopo il furto, alla PG intervenuta, di essere stata vittima del
reato di rapina nella suddetta abitazione, ad opera di soggetto ignoto, reato del
quale simulava anche le tracce.
Per tale imputazione la formula utilizzata è stata quella che il fatto non
sussiste.

Il giudice dell’appello ha convalidato pienamente il ragionamento del
Tribunale essenzialmente così sintetizzato:
– mancato espletamento di prove scientifiche aventi ad oggetto le impronte
lasciate da chi aveva commesso il reato nel bagno ove si trovava la cassaforte ed
altresì le tracce biologiche facilmente rilevabili su oggetti lasciati dal colpevole sul
luogo del delitto;
– mancato rinvenimento di alcuna traccia del reato nella disponibilità degli
imputati;

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con sentenza del 10 gennaio 2012, nei confronti di B.B. e Ivana

-non indispensabilità del contributo della F.F. per la conoscenza
della combinazione della cassaforte, rappresentato dalla data di nascita di una
delle parti civili e quindi facilmente intuibile da chiunque;
– rilevazione sul corpo della F.F. di contusioni compatibili anche con
la semplice condotta della sua immobilizzazione;
– scarsa significatività della deposizione della teste Frattari sul fatto che
l’imputata si presentasse tremante, molto agitata e col viso rosso subito dopo il
fatto;

dall’interno portamento, ad opera dell’imputata, la quale poteva agire in tal
senso anche essendo legata, avvalendosi magari dei piedi;
-scarsa significatività del fatto che l’imputata, qualche tempo dopo il furto che non ne aveva comportato l’immediato licenziamento – si era resa
responsabile di altri prelevamenti illegittimi (un indumento di tessuto pregiato e
un braccialetto) nella casa dei suoi datori di lavoro;
– non conducenza di colloqui intercettati in carcere, fra F.F.
Giuseppe – fratello dell’imputata – ed altro soggetto;
-scarsa attendibilità del riconoscimento operato da Gasparini Tommaso
(figliastro dell’imputata) e da A.A., sua fidanzata, riguardo ad alcuni
gioielli provento del furto che essi, a distanza di un anno dal reato, affermarono
di aver visto nella disponibilità di F.F. , dovendosi anche
considerare il carattere comune di uno di essi (un ciondolo a forma di cuore);
– irrilevanza della tesi del miglioramento delle condizioni patrimoniali degli
imputati dopo il maggio 2009 considerato che B.B. poteva aver ricevuto un
aiuto economico dai familiari e che la coimputata disponeva di una somma di
denaro derivante da polizze assicurative.

Sugli appelli proposti dal Pubblico ministero e dalle Parti civili, la Corte
d’appello ha formulato – nel rigettarli – considerazioni del tutto analoghe
aggiungendo
– che non potevano dirsi contraddittori i contenuti della denuncia fatta dalla
F.F. e della integrazione di questa, ma semmai indicativi di buona fede;
– che non vi era contrasto fra la ricostruzione dei fatti operata dall’imputata
e le indicazioni provenienti dai tabulati telefonici, avendo costei terminato di fare
la spesa alle 13,04;
-che l’abbandono da parte del ladro, nella stessa abitazione, di denaro
contante e di alcuni orologi di valore non poteva considerarsi necessariamente
indicativo della volontà della F.F. di allontanare i sospetti da sé

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– scarsa significatività del fatto che la porta fu aperta, dopo il reato,

lasciando trapelare l’idea che quell’abbandono fosse dovuto alla fretta del
malvivente, ingenerata dal suo sopraggiungere nella casa;
– che gli altri furti verificatisi in casa Taormina, in epoca successiva compreso quello di una borsa di marca di proprietà della parte civile ed invece
fatta oggetto di dono, da parte dell’imputata, alla della fidanzata del figlio – non
potevano costituire prova di responsabilità anche del furto di cui si tratta,
avvenuto due anni prima ma, tutt’al più, di responsabilità per il reato, diverso, di
ricettazione;

giudiziaria la quale si era limitata a verificare che le impronte acquisite sul luogo
del delitto non erano corrispondenti a quelle conservate nell’archivio
istituzionale, al quale sono notoriamente estranee le impronte di soggetti non
schedati;
– che le dichiarazioni di Gasparini (il quale aveva riferito di avere visto in
casa di B.B. un contenitore pieno di banconote di taglio elevato provenienti,
secondo il racconto di quest’ultimo, del reato in casa di Taormina) e le
dichiarazioni di A.A., fidanzata del primo (che aveva a sua volta
dichiarato di avere riconosciuto taluni gioielli provenienti dal furto – come
riprodotti nelle fotografie che le erano state sottoposte dalla polizia – nella
abitazione di F.F. ) erano prive di attendibilità, come già
riconosciuto dal giudice di primo grado: le prime in ragione del fatto che
Gasparini era poi entrato in rapporto di affari con B.B. e quindi sospettabile
di beneficiare degli effetti del furto oppure, al contrario, di avere rapporti
confliggenti con il B.B. che era il genero della F.F., mentre lui ne era
il figliastro. Sulle dichiarazioni di A.A., la Corte d’appello ribadiva fedelmente
le osservazioni del primo giudice sopra ricordate;
– che il mutamento delle condizioni economiche degli imputati era
un’affermazione priva di prova in quanto le disponibilità di B.B. potevano
spiegarsi con l’aiuto economico che lo stesso avrebbe potuto ricevere dai
familiari per l’avvio di un’attività economica mentre le disponibilità di
F.F. si spiegavano anche con risparmi cumulati fino all’importo di C
50.000 a partire dal 2006;
– che la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per
l’espletamento di perizia sulle impronte e sulle tracce biologiche, non disposta
dal giudice di primo grado nell’esercizio dei poteri discrezionali, non poteva
essere accolta per la mancanza dei presupposti di legge: e cioè in quanto non si
rappresentava l’indispensabilità di quell’accertamento, escluso dal primo giudice
con una motivazione implicita;

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– che sulla assoluzione pesava anche lo scarso operato della Polizia

– che la combinazione della cassaforte poteva essere desunta, dall’altro, dai
documenti d’identità della parte civile, presenti nell’appartamento;
– che l’apertura della porta di casa, da parte dell’imputata, ai soccorritori era
compatibile anche con la sua condizione di soggetto legato;
– che le dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria dalla sorella dell’imputata,
Sonia, aventi contenuto accusatorio nei confronti della prima e del coimputato,
ma non ripetute in udienza, ove la Sonia si era avvalsa della facoltà di non
rispondere (art. 199 cpp), non potevano essere acquisite né ai sensi dell’articolo

accordato al congiunto o all’affine degli imputati, dall’articolo 199 citato;
-che le dichiarazioni dei testi Pietrarelli e Pidia, sulla condizione di agitazione
dell’imputata prima del furto, nulla dimostravano in punto di responsabilità;
-che le intercettazioni ambientali riguardanti G.G. non
presentavano contenuto utile all’accusa.

Deducono le Parti civili, osservando come la sentenza impugnata presenti
una motivazione del tutto apparente, in molti punti manifestamente illogica e, in
altri, contenente travisamento di prove decisive

1) il vizio di motivazione sulla affermata non contraddittorietà delle
dichiarazioni della imputata F.F. alla Polizia a proposito delle modalità di
svolgimento della presunta aggressione subita, modalità descritte in maniera
sostanzialmente diversa nella denuncia originaria e nella successiva integrazione
di questa: in particolare, posto che la donna aveva affermato di aver preso
l’ascensore, diretta a casa delle vittime del furto, alle 13,30 e che il furto era
durato dai 45 ai 60 minuti e posto altresì che alle 14,16 conversava al telefono
con il proprio coniuge, fuori dallo stabile, il tutto renderebbe evidente il mendacio
del suo racconto atteso che, secondo questo, all’ora della conversazione con il
marito essa si sarebbe dovuta trovare sotto i colpi del rapinatore. In alternativa
si sarebbe dovuto pensare – evenienza del tutto implausibile data l’ampiezza
dell’appartamento e la quantità dei posti da rovistare – che l’azione del furto
sarebbe durata poco più di 15 minuti.
La Santnastasi era soggetto sicuramente falso come dimostravano anche le
false dichiarazioni rese alla teste Pidia a proposito del fatto che avrebbe dovuto
recarsi in fretta nella casa dei suoi datori di lavoro in quanto l”avvocato” stava
per tornare mentre era circostanza pacificamente emersa nel processo che la
parte civile non rientrava per pranzo; falsa era la descrizione del borsone
utilizzato dal ladro per portare via i gioielli che invece erano custoditi, dalla
proprietaria, in numerosi trolley.

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500 comma 4 cpp né ai sensi dell’articolo 512 cpp, per la prevalenza del diritto

In secondo luogo si denuncia il vizio totale della motivazione riguardo alle
dichiarazioni accusatorie di Gasparini e A.A.che hanno affermato di avere
visto in casa del B.B., dopo il furto, banconote, anche estere, che costui
rivelava essere state trafugate dalla casa dei Taormina, descrivendo la modalità
di azione: la tesi, pure sostenuta in quel contesto, dell’essere, le banconote, il
frutto di una truffa all’assicurazione, sembrava in contrasto con la qualità delle

2) il vizio della motivazione riguardo alla rilevanza del furto della borsa di
marca, pacificamente regalata dalla imputata alla A.A. nonostante che
appartenesse alla parte civile Del Signore e non fosse stata da questa donata alla
prima: un furto incredibilmente ignorato nella motivazione della sentenza
impugnata, così come lo erano state le altre sottrazioni, di gioielli (un bracciale di
smeraldi) e di indumenti pregiati, effettuate ai danni della Del Signore, sia pure
in epoche successive rispetto al reato in esame;

3) la illogicità manifesta della motivazione e la violazione di legge con
riferimento al punto dell’omesso espletamento di perizia su impronte e tracce
biologiche: una omissione che invero derivava anche dal fatto che l’accertamento
non era stato ritenuto necessario dalla PC dal momento che l’ imputata
frequentava abitualmente la casa ove era avvenuto il furto. Peraltro, se la perizia
fosse stata ritenuta – dal giudice- fondante per il completamento delle indagini,
la sua omissione non poteva ridondare a favore degli imputati ma comportare
l’attivazione dei poteri d’ufficio di cui all’articolo 507 e, in appello, la rinnovazione
dell’istruttoria dibattimentale – puntualmente sollecitata dalla parte civile quantomeno con riferimento alle tracce lasciate sul guanto di lattice e sul nastro
adesivo utilizzato per legare la F.F.;

4) il vizio della motivazione anche nella forma del travisamento della prova
con riferimento alle deposizioni di A.A. e Gasparini.
Le considerazioni svolte in sentenza per porre nel nulla le dichiarazioni
accusatorie di costoro erano del tutto prive di logica oltre che destituite di
fondamento storico.
Inoltre era stata tralasciata la affermazione di Gasparini di avere visto in
possesso di B.B., il giorno di Natale del 2009, una penna d’oro e radica
recante le iniziali della parte civile Taormina.

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stesse, anche di provenienza estera;

Era stata tralasciata l’affermazione della A.A. circa la più volte
manifestata volontà dell’imputata che si lasciassero i cellulari fuori dal balcone
quando vi erano incontri conviviali.
Le condizioni di vita degli imputati erano d’altronde migliorate in maniera
vistosa come dimostrato dal fatto che uno di loro – il B.B., sostanzialmente
nullatenente seppure beneficiario di un bonifico del padre di C 20.000, comunque
risalente ad epoca successiva al reato – si era concesso una costosa vacanza in
Sardegna con prenotazione di uno yacht mentre, in precedenza, la F.F.

dalla A.A.- evenienze tutte confortate da dichiarazioni omologhe di
numerosissimi testi escussi – per poi, dopo il maggio del 2009 offrire ricche cene
di pesce ed alloggiare in hotel di lusso soprattutto a Vicenza ove la donna si era
trasferita per avviare attività commerciali (così la deposizione della
commercialista Lunardelli) con denari che – a detta della A.A.- erano stati
definiti “sporchi” dall’imputata la medesima. La donna era solita – secondo i testi
– esibire il possesso di grandi quantitativi di danaro liquido ed affermare di
essere diventata ricca. Aveva acquistato anche numerose automobili ed aveva
effettuato una proposta di transazione per un importo assolutamente
incompatibile con le sue assai misere disponibilità (come desumibile dalla
documentazione del nucleo valutario della guardia di finanza).
Era poi stata omessa la valutazione dell’ampia documentazione versata in
atti, riguardante l’investimento di cospicue somme di danaro da parte della
F.F.;

5) il vizio della motivazione con riferimento al tema delle condizioni
economiche del B.B. prima del fatto e a quelle, del tutto floride, successive al
reato: le prime, in particolare, erano state ricostruite dal giudice dell’appello
come non negative sulla base di ipotesi e congetture che nessun riscontro
avevano negli atti del processo.

In secondo luogo la difesa sottolinea i molti elementi che dimostrerebbero il
carattere assolutamente mendace delle dichiarazioni difensive di B.B. e
l’abbandono dell’elemento rappresentato dalla conversazione di G.G. in carcere, nel contesto della quale si era parlato della necessità di
far sparire un Rolex che era la prova di un reato; era stato anche ingiustamente
ignorato l’interrogatorio reso da G.G. a proposito del

aveva fatto ricorso a prestiti della sua datrice di lavoro e ai buoni pasto forniti

6)

il vizio della motivazione riguardo alle dichiarazioni dell’imputata a

proposito del fatto che ad agire sarebbe stato un fantomatico uomo dal volto
travisato;

7) la violazione degli articoli 500 comma 4 e 512 cpp, norme che avrebbero
consentito l’utilizzazione delle dichiarazioni accusatorie di F.F.,
rese nelle indagini preliminari e non più ripetute in dibattimento, essendo, tale
comportamento processuale, l’inequivocabile frutto di minacce ricevute e

allegate all’atto di impugnazione e comunque indicate nella loro collocazione nel
fascicolo (trascrizione del verbale di udienza del 13 ottobre 2011, pagina 74 e
seguenti).
La Sonia aveva dichiarato, il 6 maggio 2010, di avere appreso direttamente
da sua sorella Ivana – l’imputata- che essa era l’autrice del furto insieme a
B.B. e che per questo motivo doveva spostarsi a Vicenza per sottrarsi alle
indagini della polizia ed investire i soldi provenienti dal furto ai danni dei
Taormina.
La donna doveva ritenersi successivamente minacciata anche perché,
durante le indagini preliminari, l’avvertimento della facoltà di astenersi dal
deporre non le aveva impedito di parlare.
Tutto ciò premesso, avrebbe dovuto essere rilevata la violazione di legge ed
annullata l’ordinanza della Corte d’appello che aveva rigettato l’istanza di
rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale volta all’acquisizione di tali
dichiarazioni;

8)

il vizio di motivazione con riferimento all’apprezzamento delle

dichiarazioni della Frattari sullo stato emotivo dell’imputata, dopo la commissione
del reato e delle dichiarazioni di altri testi sullo stesso stato emotivo precedente
la commissione del reato;

9) il vizio della motivazione nella forma del travisamento della prova con
riferimento alle conversazioni intercettate in carcere a carico di Giuseppe
F.F. con tale Edgardo a proposito di comportamenti tenuti da B.B. la
sera del furto, indicativi della sua connpromissione.

Il Procuratore generale ha fatto proprie letteralmente le ragioni e le censure
delle parti civili, impugnando la sentenza agli effetti penali.

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documentate da intercettazioni che, per l’autosufficienza del ricorso venivano

Alla odierna udienza la difesa ha chiesto la derubricazione del reato,
contestato ai sensi dell’art. 624 bis cp, come reato di furto non qualificato, ai
sensi cioè dell’art. 624 cp: e ciò in quanto il fatto reato sarebbe stato commesso
– secondo la stesa ipotesi accusatoria- da soggetto abilitato ad entrare
nell’appartamento in ragione della attività lavorativa prestata in favore dei
proprietari e quindi senza realizzare la lesione del bene giuridico tutelato
dall’art. 625 cp . Inoltre, ad avviso della difesa, difetta la circostanza aggravante
del mezzo fraudolento, con la conseguenza che entrambi i reati dovrebbero

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi sono fondati e devono essere accolti.
1.1 Occorre in via preliminare dare atto della non condivisibilità della
prospettazione sulla qualificazione giuridica del reato di cui al capo A), formulata
dalla difesa per la prima volta durante la discussione orale alla odierna udienza.
Invero, tenuto conto che la sentenza impugnata è di assoluzione, è evidente
che l’intervento della difesa non impugnante era volto a sollecitare poteri diretti
e immediati della Cassazione, attivabili di ufficio, sulla qualificazione del fatto in
termini di minore gravità: potere riconosciuto generalmente, in estensione di
quello espressamente attribuito al giudice del merito (art. 521 cpp) e in quanto
riconducibile (a differenza della riqualificazione ex officio in termini peggiorativi,
che richiede la apertura di una discussione sul punto tra le parti) al perimetro
delle questioni rilevabili dalla Cassazione in ogni stato e grado del processo (art.
609 cpp).
Il potere officioso della Cassazione, però, presuppone la assoluta
chiarezza della situazione di fatto, posto che, diversamente, la lacuna
motivazionale, sul punto rilevante, non potrebbe essere dichiarata in assenza di
apposito motivo di impugnazione da parte dell’interessato.
Ebbene, la tesi della impossibilità giuridica di configurare il reato di furto in
abitazione ex art. 624 bis ad opera della colf addetta alla casa, e dunque entrata
legittimamente nell’appartamento per assolvere mansioni ad essa affidate – pure
in sè astrattamente sostenibile alla luce della giurisprudenza consolidata ( v. RV
246886, Rv 260225) – non può operare con efficacia nel caso di specie, nel quale
il reato contro il patrimonio si assume eseguito anche da soggetto (il B.B.)
nei confronti del quale era perfettamente configurabile il nesso finalistico – e non
un mero collegamento occasionale – fra l’ingresso nell’abitazione e
l’impossessamento della cosa mobile. Pertanto la F.F., nel concorrere e
nel coadiuvare l’azione di costui, ha versato in una situazione di fatto e di diritto

8

comunque reputarsi prescritti alla data odierna del 28 novembre 2016.

del tutto omologa, apparendo la sua penetrazione nell’appartamento, in
compagnia del B.B., esclusivamente finalizzata, nella situazione in esame, al
furto come contestato e non risultando da alcuna emergenza processuale che
essa fosse autorizzata, nell’esercizio delle sue mansioni, a consentire ad estranei
l’ingresso nell’appartamento dei Taormina.
Non si pone pertanto il tema della possibile prescrizione del reato di furto,
comunque aggravato dall’art. 61 n. 11 e quindi punito con pena edittale
massima di anni 10.

riferirsi alla mezzanotte della data odierna) è destinato soltanto a condizionare in
ipotesi i poteri del giudice del rinvio.

Tornando ai motivi di impugnazione, va rilevata, nei ricorsi in esame, una
consistente quantità di censure inammissibili perché versate in fatto ed dunque
diverse da quelle consentite dinanzi alla Corte di cassazione (vedi motivo 1,
prima parte, 6, 8, 9 etc): ciò che non impedisce a questo giudice di legittimità di
evidenziare altresì come vi siano nei medesimi atti di impugnazione denunce di
violazione di legge e di vizio della motivazione invece fondate e tali da
comportare la necessità, a carico del giudice del rinvio, di rinnovare anche il
complessivo percorso valutativo delle prove secondo un iter diverso da quello
che qui si censura e attenendosi ai principi di diritto che saranno formulati.
Ed invero, a spiegazione dell’affermazione appena formulata, vale la pena
ricordare che non è possibile dedurre alla Corte di cassazione l’omessa o
l’erronea valutazione di singole prove in quanto tali e cioè sganciando l’eccezione
dall’onere di attestare concretamente che il tema in questione era stato devoluto
ritualmente alla Corte d’appello posto che, nel caso appena descritto, non
sarebbe l’interpretazione, in sé, del risultato di prova a venire in considerazione
ma il carattere eventualmente manifestamente illogico o decisamente carente
della risposta data dal giudice al motivo di appello dedotto.
Pertanto, tutte le parti dei ricorsi dedicate alla pura e semplice indicazione
del contenuto di prove asseritamente tralasciate dalla Corte d’appello si
atteggiano a pure censure di fatto, inammissibili, in quanto non illustrano, con le
modalità previste dall’articolo 581 CPP, di quale natura e qualità sarebbe il vizio
in cui, rispetto alle prove stesse, sia caduto il giudice dell’appello, ammesso che
fosse stato adeguatamente sollecitato con puntuali motivi di .4‘ ,LAA-purtetA-t Laddove invece tale prospettiva risulta illustrata, la censura è ammissibile e,
come anticipato, in concreto risulta nel caso di specie anche accoglibile.
Orbene, mentre le critiche riguardanti la pretesa inattendibilità del racconto
della F.F., quale denunciante, rientrano nel novero delle esposizioni di

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Il diverso tema della prescrizione del reato di cui al capo B) (comunque da

natura puramente fattuale, come tali non ricevibili dalla Cassazione, dal
momento che la prospettiva della manifesta illogicità della motivazione sul punto
è pretestuosa e volta a mascherare la richiesta rivolta, direttamente alla
Cassazione, di una diversa valutazione delle circostanze di fatto già apprezzate,
diversa è la situazione per quanto riguarda il contenuto valutativo della sentenza
relativo alle dichiarazioni accusatorie di Gasparini e A.A..
Fondatamente nel primo motivo di entrambi i ricorsi, ultima parte, viene
denunciato il carattere assolutamente apparente e sostanzialmente apodittico

Al netto di ogni indicazione sulle procedure da seguire in caso di eventualità
del ribaltamento della sentenza assolutoria di primo grado dipendente dalla
diversa valutazione di deposizioni testimoniali decisive – procedure cristallizzate
da ultimo dalle Sezioni unite nella sentenza n. 27620 del 2016 i cui principi si
condividono integralmente – questa Corte rileva che la scarna e del tutto illogica
motivazione utilizzata nella sentenza impugnata per disattendere il contributo
probatorio derivante dalle richiamate prove dichiarative, incappi del vizio di
motivazione di cui all’articolo 606 lett. e cpp.
La Corte d’appello si è infatti limitata ad un rilievo insanabilmente
contraddittorio con riferimento alle dichiarazioni di Gasparini, riguardo alle
banconote che avrebbe visto nella abitazione di B.B., da questi riferite al
reato in casa Taormina, disattendendole ora in ragione di presunti rapporti di
affari con l’imputato ora in ragione di possibili conflittualità.
A parte l’evidente inconciliabilità logica dei due assunti pure offerti in forma
alternativa, non può non rilevarsene l’assoluto disancoraggio rispetto a qualsiasi
circostanza di fatto e dunque il carattere sostanzialmente autoreferenziale.
Per quanto poi riguarda le dichiarazioni, utili per l’accusa, rese da A.A., si
rileva un evidente discrasia logica fra il carattere fortemente circostanziato delle
stesse e l’affermazione della Corte d’appello secondo cui il decorso del tempo
avrebbe reso non attendibile il ricordo della teste.

Anche il secondo motivo introduce e rappresenta un vizio della motivazione
effettivamente sussistente.
Del tutto illogicamente e ingiustificatamente la Corte d’appello classifica
come estranea alla trama indiziaria del processo, la deposizione dell’A.A. circa
il fatto di avere ricevuto in regalo dalla imputata una borsa di notevole valore
che risulterebbe sottratta dalla casa della PC, seppure in circostanze diverse da
quelle del furto in esame. Un episodio che, invece, presenta caratteristiche
(quelle del trattarsi di un furto di un bene prezioso della parte civile custodito
nella sua abitazione, senza segni di effrazione o di scasso) che non possono dirsi

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della attestazione di inattendibilità delle dichiarazioni dei detti testi.

disomogenee rispetto a quelle dell’azione descritta nel capo a); e che, essendo
riferibile all’iniziativa dell’imputata (che avrebbe donato la borsa della Del
Signore alla fidanzata del figlio), è da valutare nella sua portata indiziaria, ove
convergente col resto del materiale raccolto.

Manifestamente illogica, in accoglimento del terzo motivo di ricorso, è poi la
motivazione con la quale la Corte d’appello ha respinto la richiesta di
rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale volta all’espletamento di perizia su

È corretto il rilievo dei ricorrenti secondo cui il mancato espletamento di una
perizia che il giudice poi ritenga di fondamentale importanza per l’accertamento
del reato impone quantomeno l’accoglimento della richiesta istruttoria
corrispondentemente formulata in appello e rende censurabile l’ordinanza di
rigetto che si trinceri, con clausola di stile, dietro l’affermazione, a questo punto
illogica, della non indispensabilità della perizia.

In accoglimento del quarto e quinto motivo di ciascuno dei ricorsi, deve
definirsi assolutamente insufficiente ed anzi liquidatoria la motivazione del
giudice dell’appello riguardo alla asserita non significatività del mutamento delle
condizioni economiche degli imputati, come ricavabili dalle deposizioni
testimoniali e dalla documentazione versata in atti, dopo la consumazione del
furto e con riferimento alle condizioni anteatte dei medesimi soggetti.
Chiaramente dimostrativo del vizio in questione è il passo della motivazione
nel quale il giudice dell’appello, riportandosi alle affermazioni del primo giudice,
le convalida affermando che l’imputato B.B. “ben potrebbe avere ricevuto in
quello stesso periodo consistenti somme di denaro dei suoi familiari al fine di
avviare un’attività imprenditoriale”: una affermazione strutturata in maniera
evidente in modo soltanto congetturale e quindi del tutto inidonea, dal punto di
vista della logicità e della completezza della motivazione, a bilanciare i risultati
della istruttoria dibattimentale sulla quantità e qualità delle iniziative economiche
alle quali l’imputato si era interessato – al pari della F.F.- dopo che il
furto era stato commesso, secondo quanto appreso attraverso le prove
dichiarative, in particolare quelle di Gasperini e A.A..

Il 7° motivo è invece infondato.
Non sono utilizzabili le dichiarazioni, rese dai prossimi congiunti in sede di
indagini di polizia giudiziaria, non confermate al dibattimento a seguito di loro
esercizio della facoltà di astensione o di loro assenza.

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impronte e tracce biologiche repertate sulla scena del reato.

Al riguardo si è espressa la Corte costituzionale con sentenza n. 440 del
2000 che ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale
dell’art. 512 cod. proc. pen., impugnato in riferimento all’art. 111 della
Costituzione, come modificato dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n.
2. L’interpretazione estensiva dell’art. 512 cod. proc. pen. contenuta nella
precedente sentenza n. 179 del 1994 (secondo cui doveva, invece, ritenersi
consentita la lettura dei verbali delle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria o al
pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari da prossimi congiunti

sensi dell’art. 199 cod. proc. pen) non è più compatibile con il nuovo quadro
normativo determinato dall’entrata in vigore delle modifiche dell’art. 111 Cost.
(in particolare, con i commi quarto e quinto di tale disposizione e con il principio
del contraddittorio nella formazione della prova nel processo penale cui essi si
ispirano). Ne consegue che, poiché i precetti costituzionali prima ancora che
come parametri di legittimità si pongono come punti di riferimento
dell’interpretazione conforme a Costituzione della disciplina sottoposta a scrutinio
di costituzionalità, la prospettata questione può risolversi in via interpretativa
assumendo che, alla luce della nuova formulazione dell’art. 111 Cost., l’art. 512
cod. proc. pen. deve essere interpretato nel senso che non è consentito dare
lettura delle dichiarazioni in precedenza rese dai prossimi congiunti dell’imputato
che in dibattimento si avvalgono della facoltà di astenersi dal deporre a norma
dell’art. 199 cod. proc. pen., in quanto tale situazione non rientra tra le cause di
natura oggettiva di impossibilità di formazione della prova in contraddittorio
previste dalla nuova normativa.
L’art. 500 comma 4, d’altra parte, consente di veicolare nel fascicolo del
dibattimento dichiarazioni rese dal teste durante le indagini preliminari, sul
presupposto della falsità soggettiva o oggettiva di quelle rese in dibattimento per
comportamenti di terzi costituenti reato: sul presupposto, però, che il teste
avesse l’obbligo di espletare il proprio ufficio. Non anche con riferimento al caso,
come quello dell’art. 199, in cui è il legislatore a porre il teste nella condizione di
essere sollevato dalla descritta situazione di doverosità, a prescindere dalle
motivazioni soggettive, e bilanciando, con l’interesse pubblico alla correttezza del
risultato processuale, il prevalente interesse del teste a non porsi nella
condizione scriminabile ai sensi dell’art. 384 cpp.
Il processo va rimesso al giudice del rinvio, in conclusione, affinchè,
emendando i vizi di motivazione evidenziati ed attenendosi ai principi di diritto
conseguentemente esposti, compia una rivalutazione globale del materiale a sua
disposizione, libero nella decisione finale.

12

dell’imputato che in dibattimento si avvalgano della facoltà di non deporre ai

PQM

annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte
d’appello di Roma, per nuovo esame.

Così deciso il 28 no embre 2016

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