Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 17196 del 14/09/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 17196 Anno 2018
Presidente: CORTESE ARTURO
Relatore: ESPOSITO ALDO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI BRINDISI
nei confronti di:
GIANNOCCARO PASQUALE, n. il 27/12/1987;
avverso l’ordinanza n. 105/2017 del TRIB. LIBERTA’ di LECCE, del 10/03/2017;
sentita la relazione fatta dal Consigliere dott. Aldo Esposito;
udite le conclusioni del Procuratore generale, in persona della dott.ssa Maria Francesca Loy, che chiedeva l’annullamento dell’ordinanza impugnata con rinvio per
nuovo esame;
udito per il ricorrente l’avv. Ladislao Massari, che chiedeva dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.

Data Udienza: 14/09/2017

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RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 10/03/2017 il Tribunale di Lecce, in funzione di giudice del
riesame, in parziale riforma dell’ordinanza del G.I.P. del Tribunale di Brindisi del
15/02/2017, ai sensi dell’art. 309 cod. proc. pen., ha confermato la misura cautelare
della custodia in carcere nei confronti di Giannoccaro Pasquale in ordine ai reati di cui
agli artt. 624 bis (capo A), 628, commi primo e terzo, n. 1, cod. pen. (capo B – rapina

(capo c), 628, commi primo e terzo, (capo D – rapina ai danni della De Michele) ed
annullava il provvedimento impugnato limitatamente al reato di cui all’art. 575 cod.
pen. (capo e) (omicidio, in concorso con Fantasia Roberto, di Fiorile Gaetano, già
concorrente negli altri reati).
Ad avviso dell’organo giudicante emergeva una discrasia tra il fatto addebitato dal
P.M. (morte della vittima causata da colpo d’arma da fuoco) e fatto riconosciuto dal
G.I.P. (abbandono della vittima, già ferita, per strada), che aveva determinato
nell’ordinanza genetica una cesura tra chiesto e pronunciato.
La prova dell’esplosione del colpo da parte dei prevenuti e non, per errore, della
stessa vittima, peraltro, sarebbe stata desunta dal G.I.P. in ragione delle discordanze
tra le dichiarazioni rese dagli indagati in ordine alle modalità di custodia e di riparto
del danaro sottratto al Saracino e all’arma del delitto nonché della dimestichezza con
le armi dimostrata da Fiorile Gaetano. Essa, cioè, viene ricavata da elementi indiretti,
di carattere “logico – deduttivo”.
Il Tribunale ha ritenuto gli indizi, contrariamente a quanto previsto in caso di prove
indirette, non gravi e precisi, escludendo quindi l’esistenza di un grave quadro indiziario a carico del Giannoccaro.
Ha rilevato l’impossibilità di stabilire se il Fiorile fosse stato ucciso dal Giannoccaro
o dal Fantasia. Questi ultimi due, infatti, se avessero deciso di ucciderlo, avrebbero
potuto agevolmente esplodere nei confronti del ferito ulteriori colpi d’arma da fuoco
o completare l’azione con colpi a mezzo di oggetti contundenti. Non poteva neppure
escludersi che fosse partito involontariamente un colpo dalla pistola degli indagati.

2. Il Procuratore della repubblica presso il Tribunale di Brindisi propone ricorso per
Cassazione avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame per violazione degli artt.
273, 292 e 521 cod. proc. pen. e vizio di motivazione.
Il Procuratore rileva che già nella motivazione della richiesta di applicazione di
misura cautelare era stato evidenziato, a sostegno della responsabilità degli indagati,
che gli stessi, pur consapevoli delle gravissime condizioni del complice, lo avevano
abbandonato sulla pubblica via e si erano dati alla fuga, accettando il rischio del
verificarsi della morte.

ai danni di Saracino Antonlucio), 2 e ss. L. n. 895 del 1967, 23 L. n. 110 del 1975

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Osserva, inoltre, che non si era realizzata una violazione al principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, contenendo l’ordinanza genetica un organico e
dettagliato riferimento agli ulteriori fatti delittuosi considerati; la sommaria descrizione del fatto di cui all’art. 292, comma 2, lett. c), cod. proc. pen. non doveva essere
necessariamente riportata nel capo d’imputazione, potendo risultare anche dal contesto del provvedimento.

1. Il ricorso proposto dalla Procura della repubblica presso il Tribunale di Brindisi
è infondato.
1.1. In linea generale, va premesso il fondamentale principio di correlazione tra
l’imputazione contestata e la sentenza comporta l’esigenza di assicurare all’imputato
la piena possibilità di difendersi in rapporto a tutte le circostanze rilevanti del fatto,
che è oggetto dell’imputazione; il principio in parola non è violato ogni qualvolta siffatta possibilità non risulti sminuita.
Siffatta violazione non ricorre, quando nella contestazione, considerata nella sua
interezza, siano contenuti gli stessi elementi del fatto costitutivo del reato ritenuto in
sentenza (Sez. 4, n. 8612 del 24/05/1994, Tomasich, Rv. 199689; Sez. 2, n. 5907
del 11/04/1994, De Vecchi, Rv. 197831). Sussiste, invece, violazione del principio di
correlazione della sentenza all’accusa formulata, quando il fatto ritenuto in sentenza
si trovi, rispetto a quello contestato, in rapporto di eterogeneità o di incompatibilità
sostanziale, nel senso che si sia realizzata una vera e propria trasformazione, sostituzione o variazione dei contenuti essenziali dell’addebito nei confronti dell’imputato,
posto, così, di fronte – senza avere avuto alcuna possibilità di difesa – ad un fatto del
tutto nuovo.
Il fatto, di cui agli artt. 521 e 522 cod. proc. pen., va definito come l’accadimento
di ordine naturale dalle cui connotazioni e circostanze soggettive ed oggettive, geografiche e temporali, poste in correlazione tra loro, vengono tratti gli elementi caratterizzanti la sua qualificazione giuridica (Sez. 1, n. 4655 del 10/12/2004, dep. 2005,
Addis, Rv. 230771). La violazione del suddetto principio postula, quindi, una modificazione – nei suoi elementi essenziali – del fatto, inteso appunto come episodio della
vita umana, originariamente contestato.
Si ha, perciò, mancata correlazione tra fatto contestato e sentenza quando vi sia
stata un’immutazione tale da determinare uno stravolgimento dell’imputazione originaria.
1.2. Anche in materia de libertate vige il principio della immutabilità del fatto contestato, inteso come accadimento della realtà, sul quale l’indagato è stato chiamato
a difendersi, non già il principio dell’immutabilità della definizione giuridica data al

CONSIDERATO IN DIRITTO

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fatto stesso dal pubblico ministero (Sez. 2, n. 4638 del 20/10/1999, Schettino, dep.
2000, Rv. 216348).
Il G.I.P. e il Tribunale del riesame – pur avendo il potere rispettivamente di emettere o confermare il provvedimento applicativo della misura cautelare – trovano un
limite alla cognizione e alla conseguente decisione nella necessaria correlazione ai
fatti posti a fondamento della misura cautelare, che non possono essere sostituiti o
integrati da ipotesi accusatorie autonomamente formulate in base a dati di fatto di-

minari, in qualsiasi momento, alle modificazioni fattuali della contestazione (Sez. 3,
n. 24602 del 26/05/2015, Errico, Rv. 263883; Sez. 2, n. 29429 del 20/04/2011,
Scaccia, Rv. 251015).
Non sussiste un potere del giudice della cautela di formulare un giudizio su un’ipotesi di reato diversa rispetto a quella contenuta nel capo di imputazione e non
rientra fra i suoi poteri quello di modificare ex officio gli estremi del fatto sul quale è
stata chiamato a decidere (Sez. 2, n. 47443 del 17/10/2014, Crugliano, Rv. 260829).

2. Ciò chiarito, rilevasi che il P.M. ricorrente ha contestato la conclusione del Tribunale del riesame sulla ritenuta violazione del principio di correlazione tra accusa e
decisione, sull’assunto che la circostanza, valorizzata in modo particolare dal G.I.P.,
dell’abbandono della vittima ferita per strada, era stata già evidenziata nella richiesta
di applicazione della misura.
Anche a voler condividere tale rilievo del P.M. ricorrente, all’accoglimento del proposto ricorso osta la considerazione che il Tribunale del riesame ha ritenuto – con
argomentazione logica ed esauriente, per nulla censurata dal P.M. – che l’intero quadro indiziario ricostruito dal G.I.P. a sostegno del dolo omicidiario in capo al Giannoccaro è fondato su elementi deboli e indiretti, inidonei a confortare l’assunto accusatorio, per l’incertezza, allo stato insuperata, in ordine al reale andamento della vicenda (ivi compresa la stessa scaturigine del colpo di arma da fuoco) e alla connessa
verifica, natura e ascrivibilità degli illeciti.
Per tali ragioni il ricorso proposto dal P.M. va rigettato.

P. Q. M.

Rigetta il ricorso.

versi, spettando, invece, al P.M. il potere di procedere nella fase delle indagini preli-

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