Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 17186 del 30/01/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 17186 Anno 2018
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: VANNUCCI MARCO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PRIVITERA DOMENICO N. IL 25/03/1972
avverso l’ordinanza n. 1340/2016 TRIB. LIBERTA’ di CATANIA, del
20/07/2016
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. MARCO VANNUCC1;

Data Udienza: 30/01/2017

Udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale dott. Felicetta Marinelli, che ha chiesto il rigetto del ricorso.
Per il ricorrente nessuno è comparso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza emessa il 20 luglio 2016 il Tribunale di Catania, in funzione dì
giudice di appello cautelare, ha rigettato l’impugnazione di Domenico Privitera
volta alla riforma dell’ordinanza con cui, il 7 giugno 2016, il Giudice per le indagini

3, cod. proc. pen., di retrodatazione del titolo coercitivo alta data di esecuzione di
altre misure cautelari in carcere con deciaratoria di inefficacia, per intervenuta
decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare, dell’ordinanza dispositiva
della custodia cautelare in carcere emessa il 17 novembre 2015 per il delitto dì
partecipazione all’associazione per delinquere di mafia.
Questa, in sintesi, la motivazione alla base delta decisione: la contestazione
dell’aggravante mafiosa quanto ai reati di associazione per delinquere finalizzata
all’Illecito commercio di cocaina, di illecite detenzioni, ai fini di spaccio, di cocaina
(artt. 74 e 73 del d.P.R.« n. 309 del 1990), nonché di concorso in omicidio (artt.
110, 575 cod. pen.), oggetto delle tre precedenti ordinanze cautelar’ emesse nei
confronti di Privitera non implica «l’identità dei relativi fatti con la condotta
associativa mafiosa da ultimo ascritta all’appellante»; le condotte indicate in
ciascuna ordinanza cautelare erano diverse anche per oggetto giuridico e lesione
di interessi giuridici; inoltre, dai rispettivi contenuti delle quattro ordinanze
cautelari non emerge vincolo di connessione qualificata fra i fatti, ascritti a
coindagati diversi; in ogni caso, i fatti diversi di cui alla terza ordinanza non erano
desumibili dagli atti, prima dell’emissione della prima e della seconda ordinanza
riguardanti fatti anteriori a quelli oggetto dell’ultima contestazione; infatti,
Privitera era stato arrestato nel 2011 e nel 2012 mentre l’informativa di reato
relativa al reato associativo di mafia era stata depositata il 12 marzo 2014; è
dunque sostenibile che prima di tate data non era a conoscenza del pubblico
ministero il materiale investigativo, costituito prevalentemente da dichiarazioni di
collaboranti e dalle attività di riscontro compiute dalla polizia giudiziaria, la cui
disamina avrebbe portato ad elaborare la contestazione associativa e i reati fine
per più di venti indagati; orbene, il pubblico ministero non avrebbe potuto
formulare una richiesta cautelare immediata, necessitando di un congruo tempo
per valutare le posizioni di tutte le persone indiziate di essere parte
dell’associazione alla luce di un ponderoso compendio indiziario; nel caso concreto,
inoltre, «i fatti di cui all’ultima ordinanza, compendiati successivamente al rinvio a
giudizio relativo ai fatti di cui alle ordinanze per fatti di cui all’art. 74 D.P.R.
309/90, in seno all’informativa depositata nel marzo 2014, afferendo a un’indagine

preliminari del Tribunale di Catania aveva rigettato l’istanza, ex art. 297, comma

complessa, riguardante numerosi soggetti e plurimi fatti delittuosi, richiedevano
necessariamente, da parte del Pubblico Ministero, una disamina – finalizzata
all’individuazione di una situazione indiziaria idonea a giustificare l’adozione della
misura cautelare – che non avrebbe potuto comunque essere immediata».
2. Per la cassazione di tale ordinanza Privitera ha proposto ricorso (atto
sottoscritto dal difensore, avvocato Salvatore Patané) con il quale si deduce: a)
violazione del precetto contenuto nell’art. 297, comma 3, primo periodo, cod.

3, secondo periodo, cod. proc. pen.
2.1 In primo luogo si sostiene che: ad esso ricorrente viene contestato solo il
reato dì associazione per delinquere di mafia commesso in Catania fino al mese di
marzo 2010; la prova della sussistenza di tale rapporto associativo deriva dalle
dichiarazioni rispettivamente rese dai quattro collaboratori di giustizia
nominativamente indicati nel ricorso; inoltre, i reati fine da costoro richiamati
«sono stati oggetto dei precedenti procedimenti, già passati in giudicato»; il
periodo temporale dei reati indicati nelle precedenti ordinanze cautelari coincide
sostanzialmente con quello associativo; nei reati fine era stata contestata la
circostanza aggravante di cui all’art. 7 della legge n. 203 del 1991 in riferimento
alla medesima associazione indicata nell’ordinanza del 17 novembre 2015; nei
procedimenti precedenti era stata giudizialmente esclusa la sussistenza della
circostanza aggravante in questione; il medesimo fatto (l’agevolazione delle
attività del clan di mafia) era stato preso in considerazione dall’ultima ordinanza,
con conseguente sussistenza,
2.2 Quanto alla seconda censura, il ricorrente deduce che: le dichiarazioni rese
dai quattro collaboratori di giustizia (nel ricorso specificamente indicate) risalivano
ad epoca remota ed erano già state utilizzate, sia pure in maniera parcellizzata e
parziale (per scelta strategica del pubblico ministero), come base delle altre
ordinanze di custodia cautelare; è dunque errato il riferimento al dato formale del
deposito, il 12 marzo 2014, dell’informativa di reato, dal momento che «occorre
considerare il contenuto dell’informativa stessa, proprio per scongiurare il
fenomeno della c.d. contestazione a catena, obiettivo che si prefigge la norma».

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo di ricorso, per come dal ricorrente formulato, è infondato, in
quanto, contrariamente a quanto con esso dedotto, non sussiste identità del fatto,
rilevante ai fini dell’applicazione della regola di retrodatazione di cui all’art. Ca9,
comma 3, prima proposizione, cod. proc. pen., quanto alle, rispettivamente
contestate, appartenenza del ricorrente: alla specifica associazione di mafia
descritta nel capo provvisorio di accusa contenuto nell’ordinanza del 17 novembre

proc. pen.; b) in subordine, violazione del precetto contenuto nell’art. 297, comma

2015; alla specifica associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di
cocaina, aggravata dalla finalità di agevolazione della medesima associazione di
mafia, nonché commissione, in concorso con altre persone di plurimi delitti dì
illecito commercio di cocaina, anch’essi aggravati dalla finalità di agevolazione
della medesima associazione di mafia (al ricorrente contestati con precedenti
ordinanze cautelari).
Invero, la medesimezza del fatto (di cui alla norma del codice di rito da ultimo

ha in presenza dei medesimi elementi costitutivi del reato (condotta, evento e
nesso causale), considerati non solo nella loro dimensione storico-naturalistica ma
anche in quella giuridica, potendo una medesima condotta violare
contemporaneamente più disposizioni di legge (in questo senso, dr., da ultimo,
Cans. Sez. 2, n. 19712, del 6 febbraio 2015, Alota, Rv. 263543); con la
conseguenza che la circostanza aggravante speciale, di natura soggettiva, prevista
dall’art. 7 della legge n. 203 del 1991 non può considerarsi siccome evidenziante
la sussistenza dei reato di cui all’art. 416-bis cod. pen., postulante invece la
sussistenza di rapporto, di natura organica, fra associato ed associazione (che
l’aggravante non presuppone necessariamente).

2. Non sussiste, poi, la dedotta (secondo motivo del ricorso) violazione della
t)

-2. q

norma contenuta nell’art. 279, comma 3, seconda proposizione, cod. proc. pen.,
costituendo principio interpretativo consolidato nella giurisprudenza dì legittimità
quello secondo cui il concetto di “desumibilite delle fonti indiziarle, poste a
fondamento dell’ordinanza cautelare successiva dagli atti relativi alla prima
ordinanza cautelare, richiede la sussistenza di indizi univoci e idonei a fondare una
compiuta affermazione di responsabilità cautelare; con la conseguenza che la
pregressa esistenza di una serie di dichiarazioni di uno o più collaboratori di
giustizia, ovvero di uno o più coindagati, non possono essere ritenute rilevanti se
al momento delle dichiarazioni medesime non risultavano già concreti elementi di
riscontro ai contenuti delle dichiarazioni stesse (in questo senso, cfr., da ultimo,
Cass. Sez. 2, n. 13834 del 16 dicembre 2016, dep. 2017, Valerioti, Rv. 269680).
In tale ordine di concetti, non può non osservarsi che:
a) il ricorrente si limita ad affermare che le dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia specificamente indicate nel ricorso, alla base dell’ultima (in ordine di
tempo) ordinanza cautelare erano da tempo conosciute dal pubblico ministero ed
utilizzate in funzione delle precedenti ordinanze;
b) nessuna contestazione specifica il ricorrente rivolge all’ordinanza impugnata
nella parte in cui afferma che «i fatti di cui all’ultima ordinanza, compendiati
successivamente al rinvio a giudizio relativo ai fatti di cui alle ordinanze per fatti dì
3

menzionata e di quella contenuta nell’art. 649, comma 1, dello stesso codice), si

Trasmessa copia ex art. 23
n. 1 ter L. 8 5 r5 n. 332

egina, lì

.11 APR. 201U ,

cui all’art. 74 D.P.R. 309/90, in seno all’informativa depositata nel marzo 2014,
afferendo a un’indagine complessa, riguardante numerosi soggetti e plurimi fatti
delittuosi, richiedevano necessariamente, da parte del Pubblico Ministero, una
disamina – finalizzata all’individuazione dì una situazione indiziaria idonea a
giustificare l’adozione della misura cautelare – che non avrebbe potuto comunque
essere immediata»;
c) in buona sostanza, secondo l’ordinanza, l’informativa di notizia di reato

dalla mera riepilogazione ovvero rielaborazione dei contenuti di atti di indagine già
acquisiti al fascicolo del pubblico ministero, bensì conteneva elementi indiziari
costituenti riscontro di quelli già acquisiti a tale fascicolo;
d) la conseguenza è che non può utilmente predicarsi che le fonti indiziarie sulla
base delle quali è stata emessa l’ordinanza del 17 novembre 2015 fossero, per il
solo fatto della pregressa esistenza delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
menzionati nel ricorso, desumibili dal contenuto dei pregi-essi atti dì indagine, dal
momento che l’atto di polizia giudiziaria da ultimo citato contiene, secondo
l’ordinanza impugnata, anche riscontri al contenuto di tali dichiarazioni ed il
ricorrente non contesta specificamente tale asserzione.
Anche il secondo motivo di ricorso è dunque infondato.

3. Dall’infondatezza del ricorso deriva la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese processuali (art. 616 cod. proc. pen.).

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Dispone trasmettersi, a cura della cancelleria, copia del provvedimento al direttore
dell’istituto penitenziario ai sensi dell’ari 94, comma 1-ter, disp. att. c. p. p.
Così deciso in Roma il 30 gennaio 2017.

depositata il 12 marzo 2014 non era, quanto all’odierno ricorrente, caratterizzata

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