Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16850 del 20/03/2018


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 16850 Anno 2018
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: TRONCI ANDREA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CONCAS ANTONIO nato il 05/10/1958 a GONNOSFANADIGA
avverso la sentenza del 04/04/2017 della CORTE di APPELLO di MILANO

udita, in pubblica udienza del 20/03/2018, la relazione svolta dal Consigliere ANDREA
TRONCI;
sentite le conclusioni del PG, in persona del Sostituto Procuratore PAOLO CANEVELLI, che ha
chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;
sentito il difensore della parte civile, avv. ALBERTO MARELLI, del Foro di Milano, il quale ha
depositato conclusioni scritte e nota spese;
sentito il difensore dell’imputato, avv. GUIDO FERDINANDO CESERANI, del Foro di Milano, che
ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

RITENUTO IN FATTO

1.

Con sentenza del 19.01.2015, emessa all’esito del relativo processo

celebrato con le forme del rito abbreviato, il g.i.p. del Tribunale di Monza — per
quanto qui d’interesse — dichiarava Antonio CONCAS colpevole del delitto

Data Udienza: 20/03/2018

previsto e punito dall’art. 318 cod. pen., così diversamente qualificato il fatto in
origine ascrittogli ai sensi dell’art. 319 dello stesso codice, sub S), per avere
messo “a disposizione dell’Impresa SANGALLI il proprio ruolo di sindaco del

comune di Pioltello, con interventi diretti ed indiretti finalizzati affinché alla
stessa impresa venisse deliberato il rinnovo del contratto di appalto relativo al
servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, raccolte differenziate e
servizi collegati del comune di Pio/te/lo, stipulato in data 15.06.2010”,

rinnovo

– tecnicamente definito come “ripetizione” – in effetti avvenuto fino al

C 5.000,00 in data 27.07.2012 ed C 20.000,00 in data 01.03.2013. Per l’effetto,
ne disponeva la condanna, con le concesse attenuanti generiche, alla pena di
anni due di reclusione, sospesa alle condizioni di legge, oltre statuizioni civili in
favore del su menzionato comune, costituitosi parte civile.
Affermava, infatti, il g.i.p. che, stante “la accertata legittimità

(rectius: la

mancanza di prova circa la illegittimità) della scelta della P.A. di rinnovare
l’appalto senza indizione di un nuovo bando di gara” – così come contestato nel
capo d’imputazione, che espressamente qualifica tale condotta “in contrasto con i

doveri di correttezza ed imparzialità che debbono sempre sottintendere alle
azioni della Pubblica Amministrazione” – non potesse ravvisarsi nella deliberata
ripetizione/rinnovo di tale contratto un atto contrario ai doveri d’ufficio, di
conseguenza pervenendo, tenuto conto altresì della “complessiva disamina del
contesto ambientale” e delle “manovre dei corruttori SANGALLO”, all’anzidetta
derubricazione ai sensi dell’art. 318 cod. pen., definito corruzione impropria, in
accoglimento della richiesta formulata in via di subordine nell’interesse
dell’imputato.
2.

Interposta impugnazione, la Corte d’appello di Milano confermava la

declaratoria di colpevolezza, pur reputando conforme a giustizia ridurre la pena
irrogata al CONCAS, con il riconoscimento dell’ulteriore beneficio della non
menzione della condanna.
3.

Avversa detta ultima pronuncia il succitato CONCAS, con atto a propria

firma, ha proposto tempestivo ricorso per cassazione.
3.1 Secondo l’impostazione difensiva, la statuizione di condanna confermata
dalla Corte distrettuale sarebbe sucettibile di censura per violazione di legge, ai
sensi dell’art. 606, co. 1 lett. b), cod. proc. pen., in ragione dell’errata
applicazione della norma incriminatrice di cui al più volte richiamato art. 318
cod. pen. Ciò per un molteplice ordine di ragioni:

29.10.2016, percependo la complessiva somma di C 25.000,00, di cui

a)

innanzitutto perché, ferma la non contestata dazione delle somme di denaro
di cui al capo d’accusa, il loro versamento – così come accertato dallo stesso
giudice d’appello – non risulta correlato “ad una specifica attività o
comportamento amministrativamente rilevante del sindaco”, vero essendo
semmai come la prima corresponsione fosse legata alla sponsorizzazione di
un meeting comunale e la seconda costituisse un prestito personale, onde
consentire all’odierno ricorrente l’acquisto di un immobile: donde l’assenza di
qualsivoglia nesso con l’esercizio della funzione sindacale e, quindi, la

rilevando, in senso contrario, le ininfluenti ed irrilevanti convinzioni e
motivazioni dei componenti della famiglia SANGALLI;
b)

in secondo luogo, in ragione della piena legittimità della delibera di conferma
dell’affidamento dell’appalto alla cordata facente capo ai SANGALLO per un
ulteriore triennio, legittimità sulla quale il ricorso ampiamente si diffonde
– valorizzando, tra l’altro, la specificità e puntualità della motivazione posta a
base della decisione assunta, incentrata sul positivo rapporto qualità/prezzo
medio, tale da far qualificare la gestione svolta fra le meno dispendiose “in
termini di risorse economiche e soddisfacente per il servizio svolto” ponendo in luce la competenza funzionale esclusiva, in capo ai dirigenti, dei
procedimenti di affidamento dei contratti di servizi, in ossequio alle previsioni
dell’art. 107 d. Igs. n. 267/2000, con conseguente irrilevanza della
“frettolosa” affermazione del giudice di secondo grado basata “sull’assunto
della completa dipendenza del dirigente dalle direttive della giunta
comunale”, compiuta senza alcun approfondimento sulla questione nodale
– da risolversi nei termini sopra anticipati – “se la discrezionalità dell’Ente
circa il rinnovo di un contratto d’appalto per la gestione del servizio dovesse
radicarsi su valutazioni politiche piuttosto che ragioni di congruità tecnicoamministrativa”. Non senza aggiungere “come sia il giudice di primo grado
che la Corte d’appello – ma anche la polizia giudiziaria investigativa abbiano completamente omesso di verificare e stabilire se l’odierno
ricorrente, sfruttando la propria posizione di sindaco, avesse esercitato
pressioni sul dirigente al fine di indurlo all’assunzione del provvedimento di
ripetizione,

non

trovando

infatti

fondamento

normativo

giurisprudenziale la teoria secondo cui i responsabili della gestione dei
contratti siano meramente ‘deputati a tradurre le indicazioni di politica

amministrativa’ “, neppure risultando, per altro verso, che l’imputato abbia
tenuto comportamenti tali da “infondere nell’appaltatore la convinzione che

mancata integrazione della ritenuta fattispecie incriminatrice, a nulla

con la dazione di denaro si sarebbe perfezionato il negoziato di concessione
della ripetizione”;

c) ancora, perché “l’esiguità della somma in questione (venticinquemila euro)
impedisce il riconoscimento del rapporto di sinallagmaticità in relazione ad un
contratto di importo superiore ad otto milioni di euro”, alla luce del requisito
della proporzionalità richiesto dalla norma di cui all’art. 318 cod. pen., in
conformità alla giurisprudenza di legittimità a tal fine richiamata, senza che
possa asseritamente riconoscersi pregio all’annotazione della Corte

ripetizione del servizio”, in quanto dimentica “che la conformità dell’atto
d’ufficio è sempre e comunque un elemento essenziale della corruzione
impropria e che della medesima, conseguentemente, non si deve tener conto
al fine della dimostrazione della ‘proporzione’ necessaria al fine
dell’integrazione della fattispecie ex art. 318 c.p.”.
3.2 Le considerazioni che precedono sono sinteticamente ribadite e poste a
sostegno dell’ulteriore censura mossa, ai sensi dell’art. 606, co. 1 lett. c), cod.
proc. pen., per via della dedotta violazione dell’art. 530 del codice di rito, a
proposito della doverosità della sentenza assolutoria anche “per
mancanza/insufficienza della prova della responsabilità penale a carico del
ricorrente”.
3.3 Il

terzo

ed

ultimo

profilo

di

critica

concerne

la

denunciata

“contraddittorietà/illogicità della motivazione”, ex art. 606, co. 1 lett. e), cod.
proc. pen.: ciò per aver riconosciuto che “dall’esame degli atti non risulta nessun
intervento determinante e finalizzato alla rinnovazione dell’appalto”, salvo poi
assumere essere evidente, con riferimento al sindaco, “come lo stesso possa
influenzare gli assessori nelle loro determinazioni, ben prima e al di fuori del
dibattito formale”, fermo in ogni caso il difetto di pertinenza di tale pretesa
influenza, che avrebbe dovuto dimostrarsi essere stata semmai esercitata “nei
confronti del dirigente comunale”.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.

Il ricorso proposto va dichiarato inammissibile, alla stregua delle

considerazioni di cui in fra.
2.

Giova premettere che nessun dubbio può fondatamente coltivarsi in ordine

al fatto che la statuizione di condanna emessa nei confronti del CONCAS e qui
contestata concerna il reato di corruzione per l’esercizio della funzione.

territoriale circa la “solida legittimità del provvedimento di concessione della

Il capo d’imputazione individua l’epoca di commissione del reato nell’arco di
tempo compreso tra il 2012 ed il marzo 2013, coincidendo giusto con
1’01.03.2013 – secondo quanto si è già avuto modo di ricordare in precedenza la dazione finale di C 20.000,00 effettuata dai corruttori a beneficio dell’odierno
ricorrente: vale a dire che il segmento ultimo della condotta oggetto di addebito
si colloca in un momento in cui già era entrata in vigore la legge n. 190 del 2012
e, per l’effetto, il nuovo testo dell’art. 318 cod. pen., quale tutt’oggi risultante.

ovvio, in coerenza con l’impostazione cui è improntato, ai sensi dell’art. 319 cod.
pen. – puntualizza che la contestazione del reato di corruzione propria deve
intendersi compiuta ai sensi dello “art. 319 c.p. nuova formulazione L. 190/2012
relativamente alla dazione effettuata in Pioltello nel marzo 2013”.
Dunque, il riferimento al reato di corruzione impropria, che in effetti
compare nel corpo della motivazione della sentenza di primo grado – ma non,
sintomaticamente, nel dispositivo della pronuncia medesima – deve ricondursi ad
un mero refuso ad opera del primo giudice (che, d’altra parte, non avrebbe certo
potuto limitarsi ad affermare l’avvenuta consumazione di un reato non più
esistente, ma avrebbe dovuto dare atto anche dell’inquadramento della condotta
nella nuova figura criminosa, sulla scorta della pacificamente ritenuta continuità
normativa). Essendo appena il caso di osservare che la giurisprudenza di
legittimità ha già ripetutamente e condivisibilmente avuto modo di affermare
(cfr. Sez. 6, sent. n. 3043 del 27.11.2015 – dep. 2016, Rv. 265619; prima
ancora, nello stesso senso, v. Sez. 6, sent. n. 49226 del 25.09.2014, Rv.
261352) che, “In tema di corruzione, l’art. 318 cod. pen. (nel testo introdotto
dalla legge 6 novembre 2012, n. 190) ha natura di
reato eventualmente permanente se le dazioni indebite sono plurime e trovano
una loro ragione giustificatrice nel fattore unificante dell’asservimento della
funzione pubblica (In applicazione del principio, la Corte ha qualificato in termini
di corruzione per l’esercizio della funzione la condotta di un indagato che aveva
stabilmente asservito le proprie funzioni di consigliere comunale, nonché di
presidente e vicepresidente di commissioni comunali, agli scopi di società
cooperative facenti capo ad altro coindagato)”:

invero, pur essendo fuor di

dubbio che l’accettazione della promessa della dazione di denaro o altra utilità è
elemento idoneo ad integrare la consumazione del reato, ben può accadere – ed
è anzi l’eventualità nella prassi più frequente – che la condotta illecita non si
arresti a tale stadio e prosegua mediante l’effettiva ricezione di plurime dazioni
indebite provenienti dal privato corruttore, nel qual caso rimane comunque
fermo il fattore unificante dell’esercizio della funzione pubblica (e,

A tal fine non è irrilevante segnalare che lo stesso capo d’accusa – com’è

correlativamente, della vendita della stessa), onde non si avranno tanti reati
quante sono le dazioni intervenute, bensì un unico ed unitario reato, di cui la
prima dazione varrà ad individuare il momento iniziale della consumazione,
mentre l’ultima coinciderà con quello terminale (v. anche, in senso conforme,
Sez. 6, sent. n. 40237 del 07.07.2016, in parte motiva).
Ebbene, nel caso di specie, il riferimento all’asservimento della funzione
pubblica è contenuto nello stesso testo dell’imputazione – avendo tale significato
inequivocabile il riferimento alla messa “a disposizione dell’Impresa SANGALLI

ritenuta poi assorbita dalla pretesa sussistenza di un atto contrario ai doveri
d’ufficio, secondo l’insegnamento consolidato di questa Corte: cfr., da ultimo e
fra le tante, Sez. 6, sent. n. 46492 del 15.09.2017, Rv. 271383 – ed in tal senso
esso è stato inteso dalla Corte distrettuale, esplicita nell’affermazione della
sussistenza del “rapporto sinallagmatico fra le dazioni di denaro e la funzione di
sindaco del comune di Pioltello”. D’altro canto, la trascrizione del vigente testo
dell’art. 318 cod. pen., che compare nell’incipit dello svolgimento del primo
motivo di ricorso (v. la quarta facciata dell’atto d’impugnazione in esame), non
lascia spazio a perplessità di sorta in ordine alla corretta individuazione, anche
da parte della difesa, della fattispecie criminosa per cui è intervenuta condanna.
3.

La premessa anzidetta è densa di rilevanti ricadute, in relazione alla

vicenda in esame.
E’ noto che l’attuale art. 318 cod. pen. – la cui rubrica recita “Corruzione
per l’esercizio della funzione” – rappresenta senza meno una significativa
innovazione introdotta con la novella di riforma del 2012, grazie alla quale è
stato recepito, a livello di esplicita normazione positiva, il dato

di fondo

dell’insegnamento giurisprudenziale in materia, così ponendosi termine a mai del
tutto sopite polemiche.
Di fronte alla realtà empirica emersa in plurime esperienze processuali,
connotata dall’emergere di modelli di scambio corruttivo basati sulla c.d. “messa
a libro paga” del pubblico ufficiale, che in tal modo vendeva la propria funzione,
la giurisprudenza penale, posta di fronte alla problematica relativa all’esistenza,
o meno, di una “casella normativa” in cui collocare siffatta allarmante pratica,
ebbe ad affermare la perseguibilità di detti fatti ai sensi dell’allora vigente art.
319 cod. pen., secondo una linea interpretativa che, manifestatasi fin con i primi
arresti di questa Corte risalenti alla metà degli anni ’90 (cfr. Sez. 6, sent. n.
4108 del 17.02.1996, Cariboni, Rv. 204440; n. 5340 del 05.03.2006, Magnano,
Rv. 205076; n. 2006 del 13.08.1996, Pacifico, Rv. 206122), è poi proseguita

(de)/ proprio ruolo di sindaco del comune di Pioltello” da parte del CONCAS, pur

ininterrotta e costante, malgrado le critiche, anche aspre, della prevalente
dottrina.
Si disse, segnatamente, ricadere nel reato di corruzione propria non solo
l’accordo illecito contrassegnato dallo scambio tra il denaro o altra utilità, da un
lato, e un ben determinato o determinabile atto contrario ai doveri d’ufficio,
dall’altro, bensì anche l’accordo avente ad oggetto una pluralità di atti non
previamente fissati e però “determinabili per genus mediante il riferimento alla
sfera di competenza o all’ambito di intervento del pubblico ufficiale”, ovvero i

stregua delle funzioni esercitate. Ciò in forza della interpretazione estensiva della
relazione tra promessa-dazione ed atto d’ufficio, che costituiva il fulcro intorno al
quale il legislatore risultava aver costruito tutte le fattispecie in tema di
corruzione, incentrata sull’assunto per cui la relazione sinallagmatica, che deve
necessariamente ricorrere fra i due anzidetti termini strutturali del delitto di
corruzione, può ravvisarsi anche in presenza della semplice individuazione del
genere di atti da compiersi dal pubblico ufficiale agente, purché caratterizzata
“dalla competenza o dalla sfera di intervento del medesimo e suscettibile di
specificarsi in una pluralità di atti singoli non singolarmente prefissati e
programmati sin dall’inizio, ma pur sempre appartenenti al “genus” previsto.
Anche in tal caso infatti può ritenersi che la consegna di denaro al pubblico
ufficiale sia stata eseguita in ragione delle funzioni dello stesso e per retribuirne i
favori” (cfr. la succitata sentenza n. 4108/96).
3.1 La riformulazione dell’art. 318 cod. pen. ha consentito il superamento di
detta contrastata, ancorché consolidata, interpretazione del dato normativo:
viene meno ogni riferimento all’atto d’ufficio ed alla sua compravendita e, per
l’effetto, anche al rapporto temporale tra lo stesso e la sua retribuzione. Il nucleo
centrale della disposizione diviene l’esercizio della funzione pubblica, svincolato
da ogni connotazione ulteriore e per il quale vige il divieto assoluto di
qualsivoglia retribuzione da parte del privato, se si fa eccezione dei “regali d’uso,
purché di modico valore e nei limiti delle normali relazioni di cortesia”, secondo
l’indicazione che compare nel comma 44 dell’unico articolo di cui in sostanza si
compone la novella del 2012, ivi prevista quale disposizione di fondo del codice
di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni rimesso alla
redazione ad opera del Governo.
Dunque, una nuova figura criminosa, nella previsione del legislatore
funzionale ad una risposta più adeguata ai fenomeni di corruzione c.d.
“sistemica”, emersi nella concreta fenomenologia criminale e, in quanto tali,
svincolati da riferimenti al singolo atto; figura che realizza una sorta di fusione

pagamenti compiuti per retribuire i favori assicurati dal pubblico ufficiale, alla

delle due fattispecie della “messa a libro paga” del funzionario infedele (come
qualificata in via giurisprudenziale) e della corruzione impropria, con
l’individuazione di un livello sanzionatorio autonomo, intermedio fra quello, più
elevato, della corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio (la pregressa
“corruzione propria”) e quello, sensibilmente più ridotto, della corruzione per atto
d’ufficio (o “corruzione impropria”) di cui al testo antecedente dell’art. 318 cod.
pen. Con l’ulteriore rilievo della punibilità, in ogni caso, del privato corruttore,
che la normativa previgente, per contro, escludeva, sia pur solo nell’ipotesi di

3.2

Di qui la sicura centralità della nuova figura criminosa – di cui da subito la

giurisprudenza di legittimità ha significato l’ampliamento dell’area di punibilità,
per effetto della continuità rispetto alle condotte oggetto della pregressa
formulazione dell’art. 318 cod. pen., con esclusione, pertanto, di qualsivoglia
effetto abrogativo – giacché essa, nel regime delineato dalla legge n. 190 del
2012, si propone come la fattispecie base del sottosistema relativo alle
disposizioni codicistiche in tema di corruzione, costituendo la norma di portata
generale, rispetto alla quale l’asservimento della funzione che sia sfociato
(anche) nella commissione di un atto contrario ai doveri d’ufficio, ovvero
nell’omissione o nel ritardo di un atto dovuto, si configura come norma speciale
– specialità unilaterale per specificazione – che sanziona una tipologia specifica
di atti a fronte del più generale e generico mercimonio della funzione, ferma
l’applicazione, in tale ultima eventualità, del temperamento sanzionatorio che si
ricollega all’art. 2 cod. pen., per il caso di fatti posti in essere in epoca
antecedente all’entrata in vigore del più gravoso art. 319 cod. pen., nella vigente
formulazione.
4.

Tirando le fila del discorso fin qui svolto, è quindi agevole osservare quanto

segue.
4.1 La sottolineatura difensiva circa la mancata istituzione di un solido nesso
causale fra le riconosciute dazioni di denaro di cui ha beneficiato il CONCAS ed “il
compimento di una specifica condotta” da parte dello stesso, non riveste affatto
– in ossequio, appunto, alle argomentazioni che precedono – il rilievo decisivo
che il ricorso le attribuisce. Semmai va qui rilevato che il collegamento operato
dal ricorso medesimo fra le predette dazioni e, nell’ordine, il finanziamento di un
imprecisato meeting comunale (versamento di C 5.000,00) e l’effettuazione di un
prestito personale all’odierno imputato (versamento di C 20.000,00) si risolve in
enunciazioni non solo apodittiche, ma apertamente smentite dalle diffuse e
congrue considerazioni – che l’atto d’impugnazione neppure prende in esame, sia
pur solo per confutarle – spese sul punto dalla sentenza impugnata.

g-

corruzione c.d. “impropria susseguente”.

Vi si legge in proposito che “del tutto priva di riscontri è … la tesi della
sponsorizzazione, non menzionata da nessuno dei testi, né inserita, neppure a
livello progettuale, in alcun documento scritto”, per non dire della pronuncia di
primo grado – senz’altro più diffusa sul punto – ove, per un verso, viene
riportata la conversazione intercettata in cui Giancarlo SANGALLI mette a parte
le figlie Daniela e Patrizia di aver ricevuto dal sindaco la richiesta di un contributo
“sotto i seimila euro”,

la cui causale viene indicata genericamente come

“qualcosa lì per i consiglieri”,

e, per altro verso, si annota, quanto alle

accennato alla sponsorizzazione di un “seminario/convegno”, non era stato “in
grado di produrre alcuna documentazione” al riguardo, né aveva saputo
precisare le finalità perseguite, essendosi limitato a sostenere che si sarebbe
trattato di un ” ‘incontro di studio’ (senza precisazioni sull’argomento), non
organizzato dal comune di Pioltello o da altro comune, e nemmeno da un
comitato o da un’associazione …”, bensì, del tutto genericamente ed in termini
non chiari – per usare un eufemismo – da “un’associazione di persone che si
ritrovano … “. Mentre, per ciò che attiene al ben più corposo versamento di
€ 20.000,00 – che il g.i.p., ancora una volta sulla base delle risultanze oggettive
delle intercettazioni in atti, puntualizza essere stato così circoscritto dal già citato
Giancarlo SANGALLI, a fronte della richiesta di C 30.000,00 proveniente dal
sindaco – la Corte distrettuale è esplicita nel significare che la sua pretesa natura
di prestito a favore del CONCAS, da destinare all’acquisto di un appartamento
per i propri figli, non ha alcun pregio, “dal momento che sia le intercettazioni
telefoniche che le stesse indicazioni dei chiamanti in correità portano ad
escludere con certezza che si possa essere trattato di un mero prestito”, non
senza osservare, di più, che “neppure l’imputato chiarisce in che termini e con
quali garanzie sarebbe dovuta avvenire la restituzione”, avendo anzi posto in
essere comprovati tentativi di inquinamento probatorio al riguardo.
Così esclusa, in termini del tutto tranquillizzanti, la genesi dei versamenti
indicata dalla difesa, il collegamento con la funzione sindacale istituito dai giudici
di merito risulta ineccepibile: tanto non solo

a contrario,

sulla scorta di

considerazioni di ordine logico, in assenza di qualsivoglia giustificazione plausibile
che valga a dare conto delle pacifiche dazioni di denaro di cui si è detto, ma
altresì sulla scorta delle valorizzate ammissioni di compiacere il sindaco,
particolarmente in vista dell’approssimarsi della iniziale scadenza triennale del
contratto di appalto, provenienti, grazie alle già ricordate intercettazioni in atti,
dai componenti della famiglia SANGALLI, che dalla sentenza di primo grado
emerge essere al centro “di un collaudato ‘sistema corruttivo’ e di una capillare

dichiarazioni in tal senso rese dal CONCAS, che lo stesso, pur avendo in effetti

rete di ‘contatti’ e di ‘appoggi’ che, nel corso degli anni, hanno consentito alla

‘Impresa SANGALLI Giancarlo & C. s.r.l.’ …

di inserirsi, attraverso

l’aggiudicazione di gare di rilevante e strategica importanza, nel ristretto numero
di aziende ‘leaders’ a livello nazionale nel settore …”, giusta le risultanze di
un’indagine ad ampio raggio di cui il presente processo costituisce solo un
limitato spaccato, a seguito dell’opzione per il rito abbreviato esercitata dal
CONCAS e da altri tre imputati, parimenti condannati.
Né la linearità del ragionamento qui sintetizzato può essere inficiata dalla

vero, sarebbero sufficienti i rilievi appena richiamati, circa il ruolo ed il “peso”
dell’Impresa SANGALLI a livello nazionale, onde destituire di ogni fondamento
logico – in assenza di elementi concreti, che non risultano in alcun modo essere
stati forniti – l’assunto difensivo. Ma vi è di più, poiché – contrariamente a
quanto si asserisce ex adverso – i giudici della Corte distrettuale danno conto di
come “l’imputato abbia speso la sua carica e il suo intervento attivo di fronte ai
propri corruttori, i quali vi fanno riferimento specialmente nella già citata
intercettazione ambientale del 26 febbraio 2013 … in cui, riportando quanto
riferito dallo stesso CONCAS, SANGALLI Giorgio sottolinea la resistenza da parte
del medesimo all’opposizione che chiedeva una nuova gara, che sarebbe
avvenuta proprio attraverso la rivendicazione del proprio potere legato alla carica
di sindaco e l’imposizione sulla stessa propria giunta attraverso l’assessore
FINAZZI”. Non senza aggiungere quanto rimarcato dal primo giudice – la cui
pronuncia costituisce un unico corpo motivazionale con quella d’appello, in
presenza di una doppia conforme, basata sull’apprezzamento dell’identico
materiale probatorio e sulla valutazione delle medesime critiche difensive – a
proposito di un viaggio in Olanda compiuto dal CONCAS unitamente ai
SANGALLI, all’assunzione nell’impresa del fratello del sindaco – con la
precisazione che tanto era avvenuto esclusivamente per il rapporto di parentela
con l’odierno ricorrente – e, ancora e soprattutto, in relazione a numerose
sollecitazioni a questi ultimi rivolte dall’odierno ricorrente per l’acquisto di un
terreno comunale, circostanza apprezzata come indicativa, pur a ritenere la
liceità dell’episodio, “di un contesto di

‘interdipendenza’,

per così dire, tra

pubblico amministratore e privato appaltatore in ragione di una reciprocità di
favori … ” – il riferimento è all’intercettazione in cui Giancarlo SANGALLI riferisce
che, a fronte dell’impegno economico per l’acquisto di detto terreno, il sindaco
aveva dato rassicurazioni che non si sarebbe trattato di soldi “buttati”, “perché,

dice, dopo io glieli faccio guadagnare in un altro modo” – “… che rende del tutto
superflua quella individuazione di un ‘preciso rapporto sinallagmatico’ fra dazione

pretesa valenza meramente soggettiva del convincimento dei SANGALLO: per

di denaro e atto di pubblica amministrazione favorevole al privato, pretesa dalla
difesa tecnica dell’imputato …”.
4.2 Analogamente, non risultano conferenti le ampie ed approfondite
dissertazioni in ordine alla legittimità della disposta prosecuzione del rapporto
contrattuale con l’Impresa SANGALLI: la circostanza è infatti alla base della
intervenuta derubricazione, in senso favorevole all’imputato ed in termini
conformi alla pur subordinata richiesta avanzata dalla sua difesa tecnica, ed
essa, alla stregua dei limitati dati fattuali accertati, non può certo esser posta in

rilevare che avrebbe opportunamente richiesto indagini ed una disamina più
approfondite, sol che si consideri che il processo di merito ha visto la contestuale
ed ormai definitiva condanna per corruzione propria e truffa aggravata di altro
imputato, dirigente del medesimo comune di Pioltello, anch’egli “a libro paga” dei
SANGALLI, per aver preordinatamente omesso di effettuare le dovute verifiche
circa la regolare esecuzione del capitolato relativo al medesimo appalto di cui si è
fin qui detto ed aver inserito nei S.A.L. dati ideologicamente falsi, a beneficio
della società appaltatrice.
4.3 Manifestamente infondata è, poi, l’argomentazione difensiva in tema di
difetto di proporzionalità tra le somme percepite ed il contratto in questione,
dell’ammontare di circa otto milioni di euro.
Detto requisito è stato dedotto dalla giurisprudenza con riferimento alla
pregressa formulazione dell’art. 318 cod. pen. – cui si riferiscono, infatti, le
risalenti massime richiamate dal ricorrente – sulla scorta del riferimento,
contenuto nel testo di quella norma, alla indebita ricezione di una “retribuzione”
da parte del pubblico ufficiale, per compiere od aver compiuto un atto del suo
ufficio. Laddove, coerentemente alle caratteristiche dell’attuale figura criminosa,
sulla quale ci si è ampiamente soffermati in precedenza, è scomparso ogni
riferimento a qualsivoglia indebita “retribuzione” dal tenore della norma vigente,
che sanziona invece, tout court, la ricezione o l’accettazione della promessa di
“denaro o altra utilità” non dovuti ad opera del soggetto agente.
Consegue da ciò che il cenno compiuto dalla Corte ambrosiana alla
legittimità dell’atto, onde dar conto dell’ammontare delle dazioni – non
indifferente in assoluto, ma certo privo di rapporto diretto con il valore del
contratto di appalto – non introduce alcun elemento distonico nella motivazione
della sentenza impugnata, atteso che esso deve essere apprezzato come
giustificazione (peraltro non necessaria) in punto di fatto e non già come
incongrua spiegazione di un inesistente requisito giuridico della fattispecie.

discussione in sede di legittimità, pur non potendosi esimere il Collegio dal

5.

E’ appena il caso di rilevare, conclusivamente, che le argomentazioni svolte

valgono anche in relazione alla pretesa violazione dell’art. 530 cpv. del codice di
rito, del tutto priva di fondamento, come pure in ordine al dedotto vizio di
motivazione, del pari assolutamente inconsistente.
All’anticipata declaratoria seguono le statuizioni di legge previste dall’art.
616 cod. proc. pen., nella misura di giustizia di seguito indicata.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 2.000,00 in favore della cassa delle
ammende, nonché alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute
nel presente giudizio dalla parte civile Comune di Pioltello, che liquida in
complessivi C 3.500,00 oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 20 marzo 2018
I Consigl• re est.

P.Q.M.

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