Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16844 del 01/03/2018


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 16844 Anno 2018
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: CORBO ANTONIO

SENTENZA

sui ricorsi proposti da
1. Gangemi Antonino, nato a Saponara il 28/04/1962
2. Di Vasto Antonio, nato a Cassano Jonico il 10/09/1972

avverso la sentenza in data 09/03/2017 della Corte d’appello di Salerno

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Antonio Corbo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale
Antonietta Picardi, che ha concluso per l’inammissibilità dei ricorsi;
uditi, per i ricorrenti, gli avvocati Gabriele Capuano e Carmine Guadagno,
rispettivamente difensori di fiducia di Antonino Gangemi e Antonio Di Vasto, che
hanno chiesto l’accoglimento dei ricorsi.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza emessa in data 9 marzo 2017, la Corte di appello di
Salerno, in parziale riforma della sentenza pronunciata dal Tribunale di Nocera

Data Udienza: 01/03/2018

Inferiore, ha, per quanto di interesse in questa sede, confermato la dichiarazione
di penale responsabilità di Antonio Di Vasto per il reato di falso ideologico in atto
pubblico fidefaciente (capo O), e di Antonino Gangemi per i reati di peculato
(capo G) e di falso ideologico in atto pubblico fidefaciente (capo I),
rideterminando per entrambi la pena. Ha inoltre dichiarato non doversi procedere
nei confronti di Antonio Di Vasto in ordine al delitto di ritenzione di munizioni
(capo P) per estinzione del reato per prescrizione.
La sentenza impugnata ha ritenuto che Antonio Di Vasto, quale militare in

falsamente con annotazione di servizio datata 6 settembre 2008 e trasmessa alla
Procura della Repubblica di Nocera Inferiore, di aver rinvenuto in luogo pubblico,
in località Trivio di Castel San Giorgio, in data 5 settembre 2008, un contenitore
in plastica contenente n. 50 cartucce cal. 9 parabellum in realtà nella sua
personale disponibilità. Ha rideterminato la pena, previa concessione delle
circostanze attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante di cui al secondo
comma dell’art. 479 cod. pen., in otto mesi di reclusione.
La medesima sentenza, inoltre, ha ritenuto che Antonino Gangenni, anch’egli
quale militare in servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Castel San Giorgio,
si sia appropriato di armi, parti di armi, munizioni, e di sostanza stupefacente di
tipo hashish (un panetto di circa 250 grammi), avendone il possesso per ragioni
di servizio, ed abbia attestato falsamente con annotazione di servizio datata 6
settembre 2008 e trasmessa alla Procura della Repubblica di Nocera Inferiore, di
aver rinvenuto in luogo pubblico, in località Codola di Castel San Giorgio, nella
serata del 4 settembre 2008, gli oggetti indicati. Ha rideterminato la pena,
ritenuta la continuazione tra i reati, e previa concessione delle circostanze
attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti, in due anni e due mesi di
reclusione.

2. Hanno presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte
di appello indicata in epigrafe l’avvocato Carmine Guadagno, nell’interesse di
Antonio Di Vasto, e l’avvocato Gabriele Capuano, nell’interesse di Antonino
Gangemi.

3. Il ricorso presentato nell’interesse di Antonio Di Vasto è articolato in un
unico motivo con cui denuncia violazione di legge, in riferimento agli artt. 125,
192, 530, comma 2, cod. proc. pen., nonché vizio di motivazione, a norma
dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., avendo riguardo alla
configurabilità dei reati di falso ideologico in atto pubblico fidefaciente (capo O), A,

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servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Castel San Giorgio, abbia attestato

per il quale è stata pronunciata condanna, e di ritenzione di munizioni (capo P),
dichiarato estinto per prescrizione.
Si deduce che la motivazione della sentenza impugnata è meramente
apparente e incorre nel travisamento della prova anche per omissione.
Si rappresenta, innanzitutto, che la Corte d’appello, pur provvedendo a
riesaminare i testi Pievani e Colacicco, entrambi capitani dei Carabinieri i quali
avevano provveduto alle attività ispettive dalle quali era emersa la disponibilità
delle munizioni da parte di Antonio Di Vasto, non ha poi dato conto del contenuto

occasione del nuovo esame davanti alla Corte d’appello, ha affermato che
l’imputato, dopo il ritrovamento delle munizioni nella sua disponibilità, gli aveva
detto subito che le stesse erano state rinvenute «poco prima» davanti ad una
abitazione, e che egli gli aveva risposto di «stare tranquillo, perché ci vogliono
48 ore per cristallizzare il momento»; si aggiunge che il teste Pievani, nella
medesima sede, ha dichiarato che Di Vasto aveva immediatamente fornito la
giustificazione indicata dal teste Colacicco. Si rileva, pertanto, che vi è un vuoto
di motivazione sul punto, nonché un travisamento della prova per omissione.
Si denuncia, in secondo luogo, che questo rilievo assume ancora maggior
significato in quanto i presupposti per l’affermazione della penale responsabilità
di Antonio Di Vasto sono stati individuati dalla Corte d’appello nella natura delle
cartucce, siccome cartucce in dotazione dei Carabinieri, e nell’assenza di
spiegazioni dell’imputato in ordine alla sua disponibilità relativamente alle stesse.
Si precisa, a tale fine, che gli accertamenti tecnici eseguiti dai carabinieri hanno
evidenziato che le cartucce in questione sono anche, quindi non solo, in
dotazione all’Arma dei Carabinieri e che è impossibile stabilire quali fossero i lotti
di munizionamento e a chi fossero stati distribuiti.

4. Il ricorso presentato nell’interesse di Antonino Gangemi è articolato in
cinque motivi.
4.1. Con il primo motivo, si denuncia violazione di legge, in riferimento agli
artt. 244, 247, 250, 252, 177, 191, 352 e 356 cod. proc. pen., nonché 114 disp.
att. cod. proc. pen., a norma dell’art. 606, comma 1, lett. b) e c), cod. proc.
pen., avendo riguardo alla utilizzabilità degli esiti degli accertamenti dei capitani
dei Carabinieri Pievani e Colacicco.
Si premette che i capitani dei Carabinieri Pievani e Colacicco operarono una
ispezione all’interno della caserma della stazione di Castel San Giorgio in data 5
settembre 2008, sulla base di un esposto anonimo pervenuto al Comando
Provinciale dei Carabinieri di Salerno in data 23 agosto 2008, quindi al di fuori
dell’attività ordinaria, come ammesso espressamente da Pievani nell’esame reso
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delle due deposizioni in motivazione. Si osserva, inoltre, che il teste Colacicco, in

davanti alla Corte d’appello. Si deduce, perciò, che l’attività compiuta dai capitani
dei Carabinieri Pievani e Colacicco è riconducibile negli schemi di una
perquisizione o di una ispezione, per effettuare la quale era comunque
necessario un provvedimento dell’autorità giudiziaria, stante anche il tempo
trascorso dalla ricezione dell’anonimo, per di più da consegnare a Gangemi, in
quel momento in congedo e lontano dalla caserma, quale indagato e soggetto
avente la disponibilità dei luoghi, siccome maresciallo comandante della stazione
dei Carabinieri di Castel San Giorgio. Si aggiunge che non può richiamarsi la

di perquisizione e ispezione, non fu effettuata nell’immediatezza della ricezione
dell’esposto anonimo.
4.2. Con il secondo motivo, si denuncia violazione di legge, in riferimento
agli artt. 63, 177 e 191 cod. proc. pen., a norma dell’art. 606, comma 1, lett. b)
e c), cod. proc. pen., avendo riguardo alla utilizzabilità delle dichiarazioni
rilasciate dall’imputato Gangemi all’atto della perquisizione.
Si deduce che illegittimamente furono richieste a Gangenni dichiarazioni
relative alla presenza in caserma delle armi, parti di armi, munizioni e sostanze
stupefacenti, e che tali dichiarazioni, pur se ritenute inutilizzabili dalla sentenza
impugnata, sono state costantemente richiamate nelle deposizioni testimoniali
dei capitani dei Carabinieri Pievani e Colacicco.
4.3. Con il terzo motivo, si denuncia violazione di legge, in riferimento
all’art. 314 cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma dell’art. 606, comma
1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., avendo riguardo alla configurabilità del delitto di
peculato.
Si deduce che le cose di cui si contesta l’appropriazione non risultano mai
consegnate alla P.A., mancando qualunque verbale o catalogazione in proposito,
e comunque erano rimaste in caserma e mai trasferite in un luogo nella privata
disponibilità dell’imputato.
4.4. Con il quarto motivo, si denuncia violazione di legge, in riferimento
all’art 479, secondo comma, cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma
dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., avendo riguardo alla
configurabilità del delitto di falso ideologico in atto pubblico fidefaciente.
Si deduce che la motivazione della sentenza impugnata è lacunosa e non
tiene conto del potere del maresciallo Gangemi di fare denuncia del ritrovamento
degli oggetti entro quarantotto ore di tempo e della sua posizione, in quel
momento, di congedo. Si aggiunge che il ricorrente non aveva alcun interesse a
trattenere presso di sé armi vecchie o arrugginite o inutilizzabili o qualche
“spinello”.

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previsione di cui all’art. 41 del T.U.L.P.S., perché l’attività ispettiva, ma in realtà

4.5. Con il quinto motivo si denuncia vizio di motivazione, a norma dell’art.
606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen., avendo riguardo alla configurabilità dei
reati di peculato e di falso ideologico in atto pubblico fidefaciente.
Si deduce che gli argomenti addotti dalla sentenza impugnata sono «fallaci e
pretestuosi», perché: -) la mancata acquisizione dei sistemi di videosorveglianza
della stazione dei Carabinieri, al fine di provare l’accesso in caserma
dell’imputato la sera del 5 settembre 2008, è circostanza addebitabile all’accusa
e non certo alla difesa; -) la mancata spontanea consegna della busta

ispettive; -) il mancato svolgimento di accertamenti dattiloscopici, da parte
dell’imputato, sulla busta, non è certo addebitabile all’imputato, anche per le
poche ore tra il rinvenimento di questa e le operazioni ispettive; -) gli oggetti in
contestazione, contrariamente a quanto indicato, e come risulta dal verbale di
sequestro, furono trovati unitariamente, e senza essere occultati, nell’armadietto
posto di fronte alla scrivania del ricorrente, il quale risultava aperto, come
affermato dai testi Pievani e Colacicco.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi sono complessivamente infondati per le ragioni di seguito
precisate.

2. Il ricorso di Antonino Gangemi pone questioni in tema di utilizzabilità delle
prove, e di configurabilità dei reati ritenuti accertati, anche sotto il profilo della
corretta ricostruzione del fatto.

3. Le questioni in tema di utilizzabilità della prova sono formulate nel primo
e nel secondo motivo del ricorso di Antonino Gangemi e riguardano l’utilizzabilità
degli esiti degli accertamenti effettuati dai capitani dei Carabinieri Emiliano
Pievani e Angelo Colacicco e delle dichiarazioni rilasciate dal ricorrente all’atto
della perquisizione.
3.1. Il primo motivo contesta l’utilizzabilità degli atti di perquisizione e
sequestro compiuti dai capitani dei Carabinieri Pievani e Colacicco, osservando
che l’attività di ricerca della prova non fu compiuta nell’immediatezza della
ricezione di esposti anonimi, e, quindi, non poteva essere eseguita d’iniziativa a
norma dell’art. 41 T.U.L.P.S., ma presupponeva necessariamente un
provvedimento dell’Autorità giudiziaria, da notificare all’indagato o, comunque,
alla persona avente la disponibilità dei luoghi sottoposti a controllo prima degli
accertamenti.
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contenente gli oggetti illeciti è spiegabile con il caotico svolgersi delle operazioni

3.1.1. Secondo un principio generale assolutamente condiviso nella
giurisprudenza di legittimità, l’art. 41 r.d. 18 giugno 1931, n. 773 (cd.
90_í10j

T.U.L.P.S.

ittime perquisizioni di iniziativa della polizia giudiziaria in caso di

esposto anonimo che faccia riferimento alla presenza, in un determinato luogo,
di armi, munizioni o materie esplodenti non denunciate o non consegnate o
comunque abusivamente detenute (cfr., tra le altre, Sez. 4, n. 38559 del
06/10/2010, Cirillo, Rv. 248837, nonché Sez. 4, n. 30313 del 17/05/2005,
Cicerone, Rv. 232021), e, in ogni caso, l’eventuale illegittimità della

cit. non comporta l’inutilizzabilità del sequestro del corpo del reato (Sez. 1, n.
42010 del 28/10/2010, Raso, Rv. 249021). Ad identiche conclusioni, del resto, la
giurisprudenza perviene con riferimento alla corrispondente disposizione dettata
in materia di stupefacenti dall’art. 103 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (cfr., tra le
tante, Sez. 3, n. 19365 del 17/02/2016, Pirri, Rv. 266580).
Inoltre, una decisione ha espressamente affermato che la polizia giudiziaria,
all’atto di eseguire una perquisizione finalizzata ad accertare l’eventuale
possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione, non deve avvisare
l’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore (Sez. 3, n. 8097 del
09/02/2011, Canu, Rv. 249545). Si tratta, peraltro, di un’affermazione in linea
con una copiosa serie di pronunce secondo le quali le perquisizioni eseguite di
iniziativa della polizia giudiziaria in materia di stupefacenti, siccome non
presuppongono necessariamente la commissione di un reato, in quanto possono
essere effettuate sulla base di informazioni confidenzialmente apprese, e
siccome, quindi, non sono funzionali alla ricerca ed all’acquisizione della prova di
un reato di cui risulti già l’esistenza, ma possono rientrare anche in un’attività di
carattere preventivo, non implicano l’obbligo di avvertire la persona sottoposta a
controllo del diritto all’assistenza di un difensore (v., esemplificativamente, Sez.
3, n. 19365 del 17/02/2016, Pirri, Rv. 266580 e Sez. 6, n. 9884 del 15/10/2013,
dep. 2014, Pierini, Rv. 261527).
Il Collegio, nel condividere i suesposti orientamenti giurisprudenziali, intende
innanzitutto evidenziare che un persuasivo indice della specialità della disciplina
dell’attività di perquisizione e sequestro di cui all’art. 41 T.U.L.P.S. è desumibile
dalla previsione di cui all’art. 225 disp. att. cod. proc. pen.: invero, non sembra
avere altro significato la prescrizione secondo cui «continuano ad osservarsi le
disposizioni dell’art. 41 del R.D. 18 giugno 1931, n. 773 e dell’art. 33 della L. 7
gennaio 1929, n. 4.», a fronte della generale disciplina dei mezzi di ricerca della
prova contenuta nel Libro III del medesimo codice di rito. Rileva, poi, che,
l’attività di perquisizione e sequestro diretta alla ricerca di armi, anche se
eseguita non in contestualità con la ricezione della informazione anonima,
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perquisizione eseguita di iniziativa dalla polizia giudiziaria a norma dell’art. 41

proprio perché attività che non presuppone l’esistenza di una notizia di reato,
non può richiedere, quale pre-condizione di legittimità, la preventiva
autorizzazione dell’Autorità giudiziaria. Aggiunge, inoltre, che, per il medesimo
motivo, è del tutto ragionevole ritenere che per le perquisizioni ed i sequestri
effettuati di iniziativa della polizia giudiziaria per la ricerca di armi non sia
necessario avvertire la persona sottoposta a controllo del diritto all’assistenza di
un difensore.
3.1.2. In applicazione di questi principi, corretta è la conclusione della

base di una segnalazione anonima e portarono alla scoperta di armi e droga
illecitamente detenute.
Per completezza, si può aggiungere che la richiesta effettuata dai capitani
dei Carabinieri Emiliano Pievani e Angelo Colacicco al maresciallo Antonino
Gangemi, prima di eseguire le attività di ricerca, in ordine alla presenza in
caserma di armi o altri oggetti illeciti, senza informare lo stesso di indagini a suo
carico o della facoltà di nominare un difensore, fu formulata nell’unica modalità
possibile: procedendosi sulla base di una notizia anonima, non vi era, e non
poteva esservi, alcun indagato.
3.2. Il secondo motivo contesta l’utilizzabilità delle dichiarazioni rilasciate dal
ricorrente all’atto della perquisizione.
Le censure sono prive della specificità normativamente richiesta a norma
dell’art. 581, comma 1, lett. c) [ora lett. d)], cod. proc. pen. perché non
correlate alle motivazioni della sentenza impugnata.
Invero, la Corte d’appello non solo ha espressamente affermato, come
riconosciuto con correttezza dallo stesso ricorrente, che le predette dichiarazioni
dovevano ritenersi inutilizzabili (p. 10 della sentenza impugnata), ma ha
accuratamente evitato di utilizzare le stesse anche in concreto allorché ha
esposto le ragioni addotte per confermare la dichiarazione di penale
responsabilità del medesimo per i reati di falso ideologico in atto pubblico
fidefaciente (capo I della rubrica) e di peculato (capo G della rubrica). Dall’analisi
della motivazione, precisamente, risultano valorizzate le sole asserzioni
contenute nella annotazione di servizio redatta dall’imputato in data 6 settembre
2008, e dal medesimo trasmessa alla Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Nocera Inferiore, in ordine al rinvenimento delle cose che si
assumono oggetto di appropriazione.

4. Le questioni in tema di configurabilità dei reati di peculato (capo G della
rubrica) e di falso ideologico in atto pubblico fidefaciente (capo I della rubrica)

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sentenza impugnata, posto che le attività di perquisizione furono eseguite sulla

sono formulate nel terzo, nel quarto e nel quinto motivo del ricorso di Antonino
Gangemi.
4.1. Il terzo motivo di ricorso pone il tema della configurabilità del delitto di
peculato in caso di mancata ufficiale consegna alla P.A. delle cose che si
assumono oggetto di appropriazione, nonché in caso di conservazione delle
stesse in un luogo comunque appartenente alla P.A.
Per quanto attiene al primo profilo, è sufficiente richiamare il principio
assolutamente consolidato, e condiviso dal Collegio, secondo cui, in tema di

possesso del bene nel rispetto o meno delle disposizioni organizzative dell’ufficio,
potendo lo stesso derivare anche dall’esercizio di fatto o arbitrario di funzioni,
dovendosi escludere il peculato solo quando esso sia meramente occasionale,
ovvero dipendente da evento fortuito o legato al caso (così, tra le tantissime,
Sez. 6, n. 18015 del 24/02/2015, Ambrosio, Rv. 263278, e Sez. 6, n. 9660 del
12/02/2015, Zonca, Rv. 262458, quest’ultima concernente l’appropriazione della
somma di denaro custodita in un portafogli smarrito, effettuata da un
Carabiniere il quale aveva ricevuto lo stesso dal cittadino che lo aveva rinvenuto
sulla pubblica via, e nessun verbale aveva redatto né dell’avvenuta consegna, né
della successiva restituzione in favore dell’avente diritto). Del resto, e ancor più
specificamente, si è ritenuto che integra il delitto di peculato la condotta
dell’ufficiare di polizia giudiziaria che, subito dopo aver rinvenuto della sostanza
stupefacente e senza provvedere alla redazione di formale verbale di sequestro,
proceda alla sua distruzione mediante dispersione (Sez. 6, n. 12611 del
25/02/2010, Freschi, Rv. 246735)
Per quanto riguarda il secondo profilo, poi, occorre osservare che l’art. 314
cod. pen., per il perfezionamento del reato, richiede l’appropriazione della cosa
mobile di cui si abbia la disponibilità, e, quindi una condotta del reo consistente
nel fare “propria” la cosa mobile altrui, ma non descrive specifiche modalità della
condotta. Può dirsi perciò irrilevante che la cosa su cui cade la condotta rimanga
in un luogo di proprietà pubblica, quando questo sito sia comunque nella
esclusiva disponibilità dell’autore della condotta, e l’oggetto sia sottratto ad ogni
controllo per la Pubblica Amministrazione: in questo caso, è corretto affermare
che la res sia stata fatta propria da chi ne aveva la disponibilità per ragioni di
ufficio o di servizio.
Immune da vizi, pertanto, è la conclusione della sentenza impugnata
laddove ritiene sussistente il delitto peculato a carico del ricorrente osservando
che gli oggetti (armi, parti di armi, munizioni e droga) di cui si assume
l’appropriazione «erano detenuti in un luogo di cui il Gangemi aveva disponibilità
esclusiva, ovvero il suo ufficio personale inaccessibile agli altri militari», e che «la
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peculato, è irrilevante per la consumazione del reato che l’agente sia entrato nel

mancata comunicazione [della disponibilità di essi] all’amministrazione di
appartenenza rendeva impossibile per l’amministrazione stessa rivendicarne
l’effettiva disponibilità».
4.2. Il quarto ed il quinto motivo di ricorso contestano la configurabilità, in
concreto, dei reati di falso ideologico in atto pubblico fidefaciente (capo I della
rubrica) e di peculato (capo G della rubrica), deducendo l’illogicità degli elementi
e delle inferenze addotti dalla Corte d’appello.
La sentenza impugnata ha evidenziato, innanzitutto, il contrasto tra quanto

fidefaciente che si assume ideologicamente falso, e le argomentazioni svolte
dalla difesa nell’atto di appello: se infatti la relazione di servizio, datata 6
settembre 2008, riferisce di un rinvenimento delle armi e della droga avvenuto la
sera precedente l’ispezione dei capitani Pievani e Colacicco, eseguita il 5
settembre 2005, non è certo possibile spiegare la presenza di quel materiale
all’interno dell’ufficio di Gangemi come riconducibile a distrazione e dimenticanza
determinata da un eccessivo carico di lavoro. Ha poi osservato che l’affermazione
del rinvenimento delle armi, delle munizioni e della droga la sera del 4 settembre
2008 è smentita: -) dalla collocazione degli oggetti all’interno dell’ufficio, in
quanto risposti in punti disparati dello stesso; -) dalla mancata conservazione
della busta all’interno della quale sarebbero state ritrovate le cose in questione,
estremamente importante ai fini delle investigazione; -) dalla mancata
predisposizione di indagini immediate; -) dal mancato avviso ai superiori, almeno
in forma orale, di un rinvenimento di armi e droga significativo almeno per
quantità; -) dalla mancata conferma da parte di alcuno di aver visto il rientro in
caserma dell’imputato, in quel momento tra l’altro in congedo, con una busta in
mano, la sera prima dell’ispezione dei capitani Pievani e Colacicco.
A fronte di queste argomentazioni, le censure della difesa non riescono ad
evidenziare vizi logici. In particolare, anche i rilievi formulati con riferimento
tanto alla possibilità per il ricorrente di fare denuncia del ritrovamento delle armi,
delle munizioni e della droga entro quarantotto ore di tempo, quanto al difetto di
un ragionevole interesse ad appropriarsi di cose di minimo valore, quanto ancora
alla non addebitabilità all’imputato sia della mancata consegna della busta in cui
sarebbero stati rinvenuti gli oggetti in contestazione, sia del mancato
svolgimento di accertamenti dattiloscopici sulla stessa, sia della mancata
richiesta di acquisire i servizi di videosorveglianza per provare l’accesso alla
caserma la sera del 4 settembre 2008, non evidenziano alcuna carenza,
contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, neppure in una
prospettiva parannetrata al principio dell’accertamento della colpevolezza al di là

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affermato nella relazione di servizio del 6 settembre 2008, ossia l’atto pubblico

del ragionevole dubbio, ma tendono piuttosto ad indicare criteri di inferenza
funzionali a suggerire una diversa ricostruzione dei fatti.
Inoltre, le osservazioni difensive in ordine al luogo di ritrovamento degli
oggetti si pongono in contrasto con quanto puntualmente evidenziato dalla
sentenza impugnata. La difesa rappresenta che, a leggere il verbale di
sequestro, le armi e la droga sarebbero state rinvenute unitariamente all’interno
di un armadietto nella stanza dell’imputato. La Corte d’appello, però, sul punto,
espressamente richiama le dichiarazioni rese a dibattimento dal capitano Pievani,

muro; -) due pistole furono rinvenute all’interno di un involucro conservato
nell’armadietto; -) un panetto di hashish di 250 grammi fu rinvenuto nel
medesimo armadietto, ma non nell’involucro contenente le due pistole; -) altre
munizioni vennero rinvenute in un altro armadio, in una cassettiera ed in una
cassaforte sospesa alle spalle della scrivania; -) nessuna busta fu mai ritrovata.
Di conseguenza, non essendo configurabile un travisamento della prova, le
doglianze concernenti il luogo di ritrovamento degli oggetti si pongono come
estranee al catalogo dei motivi previsti dall’art. 606 cod. proc. pen., e si
traducono in una richiesta di diversa valutazione dei fatti.

5. Il ricorso di Antonio Di Vasto pone questioni in tema di configurabilità del
reato di falso ideologico in atto pubblico fidefaciente (capo O della rubrica), per il
quale è intervenuta condanna e di configurabilità del reato di ritenzione di
munizioni (capo P della rubrica), dichiarato estinto per prescrizione, sotto il
profilo della corretta ricostruzione del fatto.
5.1. La sentenza impugnata premette che, nel corso degli accertamenti
iniziati dai capitani Pievani e Colacicco, fu ritrovata nell’ufficio di Antonio Di Vasto
una scatola di cartucce calibro 9 parabellum in dotazione dei Carabinieri, ma in
numero superiore a quello consentito come dotazione individuale. Osserva, poi,
che nella relazione di servizio redatta in data 6 settembre 2008 e trasmessa alla
Procura della Repubblica di Nocera Inferiore, Di Vasto ha rappresentato di aver
rinvenuto in luogo pubblico, in località Trivio di Castel San Giorgio, in data 5
settembre 2008, un contenitore in plastica contenente n. 50 cartucce cal. 9
parabellum su di un muretto sito nelle immediate vicinanze dell’abitazione di un
imprenditore che in passato aveva ricevuto minacce mediante proiettili lasciati
davanti alla sua abitazione. Rappresenta, quindi, che il mendacio di tale
rappresentazione deve evincersi non solo dalla «incredibile coincidenza» di tale
ritrovamento con quello effettuato da Antonino Gangemi nel medesimo arco di
tempo e della mancata segnalazione di tali “scoperte” ai superiori, ma anche: -)
dalla mancata predisposizione nell’immediato di indagini volte all’identificazione
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per precisare che: -) un fucile fu rinvenuto in un involucro tra l’armadio ed il

degli autori del reato; -) dalle «anomale modalità di recupero», tali da
compromettere un successivo utile sviluppo delle investigazioni; -) dalle «strane
modalità di effettuazione della minaccia», effettuata con munizioni in dotazione
dell’Arma dei Carabinieri, ordinatamente riposte nel loro contenitore, e lasciate in
un luogo che poteva anche non essere preso in considerazione dal presunto
destinatario dell’intimidazione. Per quanto attiene al connesso reato di ritenzione
di munizioni, la Corte di appello, nel dichiararne l’estinzione per prescrizione,
rileva che non sussistono elementi obiettivi ed univoci che dimostrino la piena

5.2. Questi essendo gli elementi e le considerazioni esposti dalla Corte
d’appello, è doveroso distinguere.
5.2.1. Con riferimento al reato di falso ideologico in atto pubblico
fidefaciente (capo O della rubrica), le deduzioni della difesa, pur se
correttamente formulate, non evidenziano vizi logici.
In particolare, le censure riguardanti la mancata considerazione sia delle
dichiarazioni rese davanti alla Corte d’appello dai capitani Pievani e Colacicco, sia
della possibilità di riferire la provenienza delle cartucce ad ambienti non
precisati, e comunque estranei all’Arma dei Carabinieri, risultano inidonee ad
evidenziare la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità di motivazione,
neppure in una prospettiva parametrata al principio dell’accertamento della
colpevolezza al di là del ragionevole dubbio: esse, infatti, non fanno emergere
lacune in ordine ad elementi a tal punto rilevanti da disarticolare l’intero
ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza
dimostrativa del dato processuale o probatorio pretermesso.
5.2.2. Con riguardo al reato di ritenzione di munizioni (capo P della rubrica),
le censure difensive, espressamente ancorate al vizio di motivazione, sono
diverse da quelle consentite.
Invero, occorre premettere che il delitto in questione è stato dichiarato
estinto per prescrizione, né in relazione ad esso risultano statuizioni civili. Ora,
secondo la giurisprudenza di legittimità assolutamente consolidata, in presenza
di una causa di estinzione del reato, non sono rilevabili in sede di legittimità vizi
di motivazione della sentenza impugnata in quanto il giudice del rinvio avrebbe
comunque l’obbligo di procedere immediatamente alla declaratoria della causa
estintiva (così Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244275, e, più
di recente, Sez. 2, n. 2545 del 16/10/2014, dep. 2015, Riotto, Rv. 262277).

6. Alla complessiva infondatezza delle censure formulate da Antonino
Gangenni e da Antonio Di Vasto segue il rigetto dei rispettivi ricorsi e la condanna
dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
11

innocenza dell’imputato.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in data 1 marzo 2018

Il Consigliere estensore
Cort(3

Giacom Paoloni

D

An

Il Presidente

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