Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16824 del 06/04/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 16824 Anno 2018
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: MESSINI D’AGOSTINI PIERO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
REGOLI GIACOMO nato il 29/08/1974 a GROSSETO

avverso la sentenza del 28/04/2017 della CORTE DI APPELLO DI FIRENZE

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Piero MESSINI D’AGOSTINI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Elisabetta CENICCOLA, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udito il difensore avv. Alessandro Maria LECCI, che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 28/04/2017 la Corte di appello di Firenze
confermava, in punto di responsabilità, la sentenza emessa il 25/10/2012 con la
quale il Tribunale di Grosseto aveva condannato Giacomo Regoli alla pena
ritenuta di giustizia per il reato di ricettazione.

Data Udienza: 06/04/2018

2. Propone ricorso Giacomo Regoli, a mezzo del proprio difensore di
fiducia, chiedendo l’annullamento della sentenza sulla base di tre motivi.
2.1. In primo luogo il ricorrente censura la manifesta illogicità e
contraddittorietà della motivazione, nella parte in cui si ritiene sussistente
quantomeno il dolo eventuale, pur dando credito alla versione di Regoli, secondo
la quale egli ricevette la merce (articoli vari per la scuola, commercializzati dalla
società Seven, risultati provento di furto), ignorandone la provenienza delittuosa,

Iacuzzi, in occasione di un viaggio di lavoro fatto con quest’ultimo.
La stessa sentenza, poi, riconosce che detta versione è stata avvalorata
dalla deposizione di Iacuzzi, la cui credibilità non è stata messa in dubbio dalla
Corte: il testimone ha affermato che, durante l’incontro avuto con Trevisan, nulla
faceva sospettare che questi proponesse in vendita merce provento di furto.
Dalle indagini è emerso che la stessa fu consegnata integra e corredata
di documenti di viaggio, che la società indicata da Trevisan è risultata esistente e
che la vendita a stock giustificava i prezzi scontati.
La buona fede di Regoli è confermata dal fatto che questi mostrò il
campionario ricevuto da Trevisan ad una società (la Carta&Carta) con la quale da
diverso tempo intratteneva rapporti commerciali, che peraltro avrebbe scoperto
subito – come poi effettivamente avvenuto – la provenienza illecita della merce,
poiché commercializzava da anni il materiale della Seven, il cui rappresentante di
zona, inoltre, fece una dichiarazione scritta nella quale, sulla base di quanto
riferitogli dalla società Carta&Carta, attestò che l’imputato sembrava “all’oscuro
della provenienza degli articoli”.
Il ricorrente, legale rappresentante di una piccola impresa, non era a
conoscenza delle modalità di vendita dei prodotti della Seven e non agì quale
intermediario della stessa, avendo ritenuto che Luca Trevisan avesse dalla stessa
acquistato un rilevante quantitativo di materiale da vendere a prezzi scontati.
Regoli ricevette da Trevisan il campionario poi consegnato alla società
Carta&Carta di giorno, nei pressi di un casello autostradale, luogo notoriamente
controllato, con modalità anche in questo caso indicative della sua buona fede,
confermata anche dalla restituzione della merce allo stesso Trevisan, una volta
che detta società aveva declinato l’offerta di acquisto.
2.2. Questa ultima circostanza è stata richiamata anche con il secondo
motivo di ricorso, con il quale la medesima valutazione in punto di sussistenza
del dolo eventuale è censurata sotto il profilo della violazione di legge.
2.3. Lo stesso vizio è denunciato dal ricorrente in ordine al mancato
riconoscimento, nel caso si ritenga imprudente la condotta di ricezione della
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da tale Luca Trevisan, presentatogli da un imprenditore edile amico Flavio

merce, della ipotesi contravvenzionale prevista dall’art. 712 cod. pen., questione
• proposta in appello • e non esaminata nella sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso dell’imputato è inammissibile per manifesta infondatezza di
tutti i motivi proposti.

Il ricorso si pone in contrasto con alcuni principi costantemente

affermati dalla Suprema Corte.
2.1. Innanzitutto esula dai poteri della Corte di legittimità quello di una
rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui
valutazione è riservata, in via esclusiva, al giudice di merito, senza che possa
integrare un vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa – e per il
ricorrente più adeguata – valutazione delle risultanze processuali.
Anche da ultimo è stato efficacemente ribadito che «il controllo di
legittimità, infatti, concerne il rapporto tra

motivazione e decisione, non già il

rapporto tra prova e decisione; sicché il ricorso per cassazione che devolva il
vizio di motivazione, per essere valutato ammissibile, deve rivolgere le censure
nei confronti della motivazione posta a fondamento della decisione, non già nei
confronti della valutazione probatoria sottesa, che, in quanto riservata al giudice
di merito, è estranea al perimetro cognitivo e valutativo della Corte di
Cassazione» (Sez. 5, n. 57736 del 31/10/2017, Miccoli, n.m.).
2.2. In secondo luogo, con riferimento alle dichiarazioni di vari testimoni
ed a quelle rese dall’imputato, richiamate dalla difesa, va ribadito che è
inammissibile il ricorso per cassazione che deduca il vizio di manifesta illogicità
della motivazione e, pur richiamando atti specificamente indicati, non contenga
la loro integrale trascrizione o allegazione, così da rendere lo stesso
autosufficiente con riferimento alle relative doglianze (Sez. 2, n. 20677 del
11/04/2017, Schioppo, Rv. 270071; Sez. 4, n. 46979 del 10/11/2015,
Bregamotti, Rv. 265053; Sez. 3, n. 43322 del 02/07/2014, Sisti, Rv. 260994;
Sez. 2, n. 26725 del 01/03/2013, Natale, Rv. 256723).
2.3. Infine, va evidenziato che contenuto essenziale dell’atto di
impugnazione è innanzitutto e indefettibilmente il confronto puntuale (cioè con
specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che fondano il
dissenso) con le argomentazioni del provvedimento il cui dispositivo si contesta,
come da ultimo ribadito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte (Sez. U., n.
8825 del 27/10/2016, dep. 2017, Galtelli, Rv. 268822).

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2.

Il ricorso, invece, ha riproposto in larga parte, anche testualmente, le
doglianze svolte con l’appello, motivatamente disattese . dalla Corte, sulla scorta
delle argomentazioni assai approfondite e logiche svolte dal Tribunale.
La difesa, nella sostanza, ha di fatto richiesto un nuovo giudizio di
merito sollecitando il giudice di legittimità a sovrapporre la propria valutazione
delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di giudizio,
peraltro in presenza di una “doppia conforme”.

ordine alla ricostruzione dei fatti, con argomentazioni prive di illogicità
(tantomeno manifeste) e di contraddittorietà.
3.1. Nel caso di specie la Corte ha anche specificamente affrontato le
doglianze difensive, disattendendole sulla base di argomentazioni espresse in
senso adesivo a quelle, ampie ed articolate, del Tribunale: sarebbe infondata la
pretesa che il giudice di secondo grado, pur condividendo le motivazioni espresse
nella decisione impugnata, se ne dovesse “inventare” di diverse.
In proposito va ricordato che «la struttura motivazionale della sentenza si
salda con quella precedente per formare un unico complessivo corpo
argomentativo, quando le due decisioni di merito concordino nell’analisi e nella
valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni.
Tale integrazione tra le due motivazioni si verifica allorché i giudici di secondo
grado abbiano esaminato le censure proposte dall’appellante con criteri
omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle
determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione e, a
maggior ragione, quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi
nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed
ampiamente chiarite nella decisione di primo grado» (così Sez. 3, n. 44418 del
16/7/2013, Argentieri, Rv. 257595; nello stesso senso, da ultimo, v. Sez. 2, n.
50119 del 17/10/2017, Ripamonti, n.m., nonché Sez. 2, n. 3935 del 12/1/2017,
Di Monaco, Rv. 269078, in motivazione).
3.2. L’omessa specifica risposta alla richiesta subordinata intesa ad
ottenere la riqualificazione giuridica del fatto non comporta difetto di
motivazione, vizio peraltro non denunciato, in quanto l’istanza è stata
implicitamente disattesa laddove si è affermata la sussistenza del dolo,
quantomeno nella forma eventuale.
A questo proposito va ricordato che il reato di ricettazione è punibile
anche a titolo di dolo eventuale, configurabile in presenza della rappresentazione
da parte dell’agente della concreta possibilità della provenienza della cosa da
delitto e della relativa accettazione del rischio, qualora egli non si sia limitato ad
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3. La sentenza impugnata ha fornito logica e coerente motivazione in

una semplice mancanza di diligenza nel verificare la provenienza della cosa:
affinché sia cOnfigurabile la ricettazione, occorrono «circostanze più consistenti di
quelle che danno semplicemente motivo di sospettare che la cosa provenga da
delitto, sicché un ragionevole convincimento che l’agente ha consapevolmente
accettato il rischio della provenienza delittuosa può trarsi solo dalla presenza di
dati di fatto inequivoci, che rendano palese la concreta possibilità di una tale
provenienza. In termini soggettivi ciò vuol dire che il dolo eventuale nella
ricettazione richiede un atteggiamento psicologico che, pur non attingendo il

del mero sospetto, configurandosi in termini di rappresentazione da parte
dell’agente della concreta possibilità della provenienza della cosa da delitto»
(Sez. U., n. 12433 del 26/11/2009, dep. 2010, Nocera, Rv. 246324).
Nel contempo la prova della consapevolezza della provenienza illecita del
bene ricevuto può desumersi da qualsiasi elemento e quindi anche dalla mancata
– o non attendibile – indicazione della provenienza della cosa ricevuta, che è
sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, spiegabile con un acquisto
in mala fede (Sez. U., n. 35535 del 12/07/2007, Ruggiero, Rv. 236914, in
motivazione; Sez. 2, n. 25429 del 21/04/2017, Sarr, Rv. 270179; Sez. 2, n.
20193 del 19/04/2017, Kebe, Rv. 270120; Sez. 2, n. 53017 del 22/11/2016,
Alotta, Rv. 268713; Sez. 2, n. 52271 del 10/11/2016, Agyemang, Rv. 268643).
3.3. I giudici di merito hanno fatto corretta applicazione di questi principi,
evidenziando anche che nell’immediatezza dei fatti, ad esito della perquisizione
effettuata presso la sua impresa artigianale, Giacomo Regoli, in sede di
spontanee dichiarazioni, non fornì indicazioni sulla provenienza della merce né su
Trevisan, soggetto che i Carabinieri non furono in grado di rintracciare.
Non vi è alcuna contraddizione nella motivazione della sentenza
impugnata: la Corte territoriale, infatti ha sostenuto che proprio le modalità della
ricezione della merce riferite dallo stesso imputato, quand’anche ritenute
veritiere, sarebbero univocamente indicative del fatto che egli, quantomeno, si
rappresentò la possibilità della provenienza delittuosa della merce e, ciò
nonostante, accettò di riceverla.
La proposta di acquisto di prodotti con marchio molto conosciuto sarebbe
stata fatta ad opera di un soggetto mai visto prima, sconosciuto anche al suo
amico Iacuzzi; l’incontro sarebbe avvenuto casualmente in un magazzino di
oggetti per l’edilizia; la merce, invece di essere spedita al potenziale acquirente,
sarebbe stata consegnata a Regoli, che avrebbe operato gratuitamente quale
intermediario, nei pressi di un casello autostradale: trattasi delle principali
anomalie obiettive di una trattativa, evidenziate dai giudici di merito, che pure
hanno rilevato che “l’imputato, quale amministratore di una società che si

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livello della certezza, si colloca su un gradino immediatamente più alto di quello

occupava prevalentemente della produzione artigianale di scarpe e borse di
cuoio, non era • certamente estraneo alle dinamiche cOmmerciali connesse
all’approvvigionamento ed alla movimentazione della merce”.
Correttamente la sentenza impugnata ha ritenuto irrilevante la
dichiarazione scritta di un rappresentante di zona della società produttrice, il
quale attestò che, sulla base di quanto riferitogli dalla società Carta&Carta,
l’imputato sembrava “all’oscuro della provenienza degli articoli”: si tratta di una
valutazione dubitativa, generica ed indiretta, peraltro inammissibilmente

4. L’inammissibilità del ricorso per cassazione dovuta alla manifesta
infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di
impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause
di non punibilità a norma dell’art. 129 cod. proc. pen., fra cui la prescrizione del
reato maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso, come
statuito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte in numerose pronunce (n. 8825
del 27/10/2016, dep. 2017, Galtelli, Rv. 268822; n. 6903 del 27/5/2016, dep.
2017, Aiello, Rv. 268966; n. 26102 del 17/12/2015, dep. 2016, Ricci, Rv.
266818; n. 23428 del 22/03/2005, Bracale, Rv. 231164; n. 33542 del
27/06/2001, Cavalera, Rv. 219531; n. 32 del 22/11/2000, D.L., Rv. 217266).

5. All’inammissibilità dell’impugnazione segue, ai sensi dell’art. 616 cod.
proc. pen., la condanna al pagamento delle spese del procedimento nonché,
ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità,
al pagamento a favore della cassa delle ammende della somma di C 2.000
ciascuno, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso il 6/4/2018.

introdotta nel processo nella veste (solo formale) di documento.

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