Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16741 del 09/02/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 16741 Anno 2018
Presidente: SABEONE GERARDO
Relatore: AMATORE ROBERTO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
COMENDULLI MARIO TERENZIO nato il 18/06/1947 a CALCIO
COMENDULLI BRUNO GIUSEPPE nato il 28/03/1973 a CALCINATE

avverso la sentenza del 27/09/2016 della CORTE APPELLO di BRESCIA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ROBERTO AMATORE
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ANTONIETTA
PICARDI
che ha concluso per
Il Proc. Gen. conclude per il rigetto
Udito il difensore

Data Udienza: 09/02/2018

RITENUTO IN FATTO
1.Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Brescia – dopo aver chiarito la intervenuta
disapplicazione della recidiva contestata a Comendulli Mario Terenzio ed esplicitato per
Comendulli Bruno Giuseppè il giudizio di equivalenza tra le concesse attenuanti generiche e
l’aggravante contestata – ha confermato l’impugnata sentenza di condanna emessa G.u.p. del
Tribunale di Bergamo nei confronti dei predetti imputati per il reato di bancarotta fraudolenta
distrattiva e documentale.

dell’avv. Patrizia Scavi, affidando la loro impugnativa a tre motivi di doglianza.
1.1 Denunziano i ricorrenti, con il primo motivo, violazione di legge nonché mancanza di
motivazione in ordine alla più corretta qualificazione giuridica della disposizione di cui all’art.
219, 2 comma, n. 1, R.d. 267/1942.
Osserva la difesa come il giudice di prima istanza, qualificando erroneamente la predetta
previsione normativa come applicazione speciale dell’istituto della continuazione, aveva
disposto l’aumento della pena pari ad un terzo, riducendola, poi, per la scelta del rito.
La Corte di appello aveva, invece, più correttamente qualificato tale previsione normativa come
integrante un’aggravante e, rilevata la concessione delle attenuanti generiche
(conseguentemente soggetta al giudizio di bilanciamento ), ed aveva, poi, ribadito la
menzionata qualificazione anche nel dispositivo della sentenza.
Si evidenzia che, ciò nonostante, il giudice di appello avrebbe dovuto procedere al giudizio di
comparazione tra le predette circostanze ( l’aggravante in esame e le attenuanti generiche ), ai
sensi del quarto comma dell’art. 597 cod. proc. pen., anche senza la proposizione di un motivo
di gravame sul punto in omaggio al principio di legalità della pena.
1.2 Con un secondo motivo si articola vizio di motivazione in relazione alla ritenuta
responsabilità del ricorrente Comendulli Bruno in ordine al reato di bancarotta fraudolenta.
1.2.1 In primo luogo si censura la sentenza impugnata in riferimento alla valutazione di
inattendibilità del dichiarato delle due testimoni ( ex dipendenti della società fallita ), senza la
precisa spiegazione di tale dichiarata inattendibilità.
1.2.2 Si censura di illogicità la motivazione resa dalla Corte di merito anche nella parte in cui
non aveva spiegato come potesse conciliarsi la condotta del Comendulli Bruno di immissione
nelle casse sociali di ingenti liquidità personali al fine di salvare la società dal fallimento e
quella contestata di “distrattore” di beni della medesima società.
1.2.3 Si evidenzia, altresì, la contraddittorietà della motivazione relativamente alle
argomentazioni utilizzate per ritenere il ricorrente Comendulli Bruno l’amministratore di fatto
della società fallita, nonostante avesse ricoperto il ruolo di amministratore legale ad
intermittenza e nonostante le dichiarazioni rese dal coimputato Comendulli Mario Terenzio, che
aveva definito il figlio come mero esecutore delle sue direttive.

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Avverso la predetta sentenza ricorrono entrambi gli imputati con un primo ricorso a firma

1.3 Con il terzo motivo si deduce vizio di violazione di legge e di motivazione in ordine alla
omessa applicazione delle attenuanti generiche – ai sensi dell’art. 597, comma quinto, cod.
proc. pen. – in modo prevalente alla contestata aggravante.
2. Con un secondo ricorso a firma dell’Avv. Miriam Campana il ricorrente Comendulli Mario
Terenzio declina ulteriori tre motivi di censura.
2.1 Con un primo motivo si articola vizio di violazione di legge relativamente agli artt. 216,
comma 1, nn. 1 e 2 ed in relazione all’art. 223, comma 1 e 219, comma 2, n. 1 I.fall, e ciò

fatto tipico della bancarotta fraudolenta.
2.1.1 Si puntualizza – quanto alla bancarotta distrattiva dei macchinari di cui alla lettera a)
della imputazione ( i quali erano stati oggetto, in realtà, del contratto di manutenzione e
comodato ) – che il curatore fallimentare aveva venduto tali beni e soddisfatto con il ricavato i
creditori, non potendosi rintracciare, pertanto, già l’elemento oggettivo della distrazione. E
che, peraltro, la stipulazione nel predetto contratto di una clausola con la richiesta di una
caparra confirmatoria era ontologicamente incompatibile con la contestata volontà distrattiva
dei beni oggetto dei menzionati contratti e che la mancanza di tale volontà emergeva anche
dalle dichiarazioni rese dalla teste Ferri e dalle stesse scritture contabili ove vi era stata
espressa menzione sia del contratto di manutenzione d’uso sia del contratto di comodato.
2.1.2 Si evidenzia, inoltre, che per i restanti beni oggetto della contestata distrazione era stata
fornita la prova dell’intervenuto pagamento dei corrispettivi pattuiti da parte delle società
acquirenti, il che escludeva, in radice, già l’elemento oggettivo del reato contestato.
2.1.3 Si contesta, altresì, la ricorrenza dell’elemento oggettivo del reato di bancarotta
documentale giacché il curatore era stato posto in grado di ricostruire la contabilità aziendale
avendo rinvenuto la maggior parte delle fatture e dei contratti consegnati al momento della
richiesta.
2.2 Con il secondo motivo si denunzia violazione di legge relativamente all’art. 216, comma 1,
nn. 1 e 2 ed in ordine agli artt. 223, comma 1, e 219 comma 2, n. 1 della I. fall., e ciò anche in
relazione all’art. 43 cod. pen. sotto il profilo della ricostruzione del dolo.
2.2.1 Si ricostruisce il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale come un reato a dolo
specifico e si evidenzia che non era emersa la prova della sussistenza dell’elemento soggettivo
del reato e che, al più, poteva imputarsi al ricorrente il reato di bancarotta semplice in ragione
della superficialità con cui era stata condotta la gestione aziendale.
2.3 Con un terzo motivo si declina un vizio di motivazione in relazione alla valutazione del
materiale probatorio, ed in particolare alla valutazione degli esiti della prova testimoniale.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. I ricorsi sono inammissibili.

3

anche in ordine all’art. 530, 1 e 2 comma, cod. proc. pen. sotto il profilo della insussistenza del

Venendo ad esaminare per prime le doglianze contenute nel ricorso a firma dell’Avv. Patrizia
Scavi, si osserva subito che le censure sono, in parte, manifestamente infondate, ed in altra,
formulate in modo inammissibile.
3.1 Già il primo motivo di doglianza si presenta come manifestamente infondato.
Ed invero, la Corte distrettuale ha correttamente riqualificato la disposizione normativa di cui
all’art. 219, secondo comma, I. fall., come una ipotesi “peculiare” di circostanza aggravante,
correggendo, pertanto, l’evidente errore di diritto in cui era incorso il giudice di prime cure.

3.1.1 In relazione alla più corretta esegesi dell’art. 219, comma 2, n. 1, I. fall., occorre
ricordare che il legislatore fallimentare, in deroga alle norme sul concorso dei reati e sul reato
continuato, considerata la sostanziale identità dell’interesse leso, ha proceduto ad una
unificazione della molteplicità dei fatti criminosi, rendendo applicabile la circostanza in
commento, che prevede soltanto un aumento di pena.
La configurazione, sotto il profilo formale, della c.d. continuazione fallimentare di cui all’art.
219, comma secondo, n. 1 I. fall., quale circostanza aggravante, ne comporta, pertanto,
l’assoggettabilità al giudizio di bilanciamento con le circostanze attenuanti ( così, Sez. 5, n.
50349 del 22/10/2014 – dep. 02/12/2014, Dalla Torre, Rv. 26134601 ; si legga anche Sez. 5,
Sentenza n. 36816 del 23/05/2016 Ud. (dep. 05/09/2016 ) Rv. 267854, secondo cui la
circostanza aggravante, prevista dall’art. 219, comma secondo, n. 1, I. fall., per il caso di
pluralità di condotte di bancarotta, non esclude l’applicabilità della circostanza attenuante della
particolare tenuità dei fatti di cui al comma terzo della stessa norma ).
Deve essere, dunque, anche qui di nuovo riaffermato il principio secondo cui – in tema di reati
fallimentari – nel caso di consumazione di una pluralità di condotte tipiche di bancarotta
nell’ambito del medesimo fallimento, le stesse mantengono la propria autonomia ontologica,
dando luogo ad un concorso di reati, unificati, ai soli fini sanzionatori, nel cumulo giuridico
previsto dall’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., disposizione che pertanto non prevede,
sotto il profilo strutturale, una circostanza aggravante, ma detta per i reati fallimentari una
peculiare disciplina della continuazione derogatoria di quella ordinaria di cui all’art. 81 cod.
pen. (Sez. U, n. 21039 del 27/01/2011 – dep. 26/05/2011, P.M. in proc. Loy, Rv. 24966501 ;
Sez. 5, Sentenza n. 51194 del 12/11/2013 Ud. (dep. 18/12/2013 ) Rv. 258675
Sez. 5, Sentenza n. 23275 del 29/04/2014 Cc. (dep. 04/06/2014 ) Rv. 259846).
Nell’arresto reso a Sezione Unite da ultimo ricordato, il Supremo Collegio ha avuto, tuttavia,
modo di precisare che la disposizione menzionata “postula l’unificazione quoad poenam di fattireato autonomi e non sovrapponibili tra loro, facendo ricorso alla categoria teorica della
circostanza aggravante, della quale presenta sicuri indici qualificanti: a) il

nomen iuris,

circostanze, adottato nella rubrica; b) la generica formula utilizzata per individuare la
variazione di pena in aggravamento ( le pene … sono aumentate ) implica il necessario
richiamo all’art. 64 cod. pen., che è l’unica disposizione che consente di modulare la detta
variazione sanzionatoria, “aggiungendo altresì come sia indubbio che, sul piano formale, si è di
4

Del resto, sul punto la giurisprudenza di questa Corte può ben definirsi granitica.

fronte a una circostanza aggravante”.

Circostanza che la sentenza Loy riconosce non

corrispondere però sotto il profilo strutturale al paradigma tipico della categoria di formale
appartenenza, dovendosi dunque concludere che

“la L. Fall., art. 219, comma 2, n. 1,

disciplina, nella sostanza, un’ipotesi di
concorso di reati autonomi e indipendenti, che il legislatore unifica fittiziamente agli effetti
della individuazione del regime sanzionatolo nel cumulo giuridico, facendo ricorso formalmente
allo strumento tecnico della circostanza aggravante”.

di reati fallimentari contenuta nella disposizione menzionata è stata, per esplicita volontà del
legislatore, formalmente qualificata come circostanza aggravante. Qualificazione che, se non è
certo sufficiente per imprimere alla fattispecie descritta nella I. fall., art. 219, comma 2, n. 1, il
profilo sostanziale proprio delle circostanze, ma che
ciò non di meno è funzionale al suo assoggettamento alla disciplina generale dettata per
queste ultime.
Ed in tal senso decisivo appare soprattutto il meccanismo di calcolo dell’aumento di pena
prescelto, il quale, nel discostarsi vistosamente da quello previsto dall’art. 81 cod. pen., per la
continuazione “ordinaria”, non si ispira solo al lessico proprio delle norma che configurano
circostanze aggravanti, ma, come per

l’appunto osservato nella sentenza citata,

sostanzialmente rinvia all’art. 64 cod. pen., unica disposizione idonea a rivelarne l’effettiva
misura.
Va dunque ribadito, anche in questa ulteriore sede decisoria,

che, in quanto formalmente

circostanza aggravante, alla c.d. continuazione fallimentare debba applicarsi tra l’altro anche
l’art. 69 cod. pen., e che pertanto, nell’ipotesi in cui vengano contestualmente riconosciute una
o più attenuanti, la stessa debba essere posta in comparazione con queste ultime, con la
conseguente esclusione della possibilità di irrogare l’aumento di pena previsto dall’art. 219,
qualora all’esito del giudizio di bilanciamento la “circostanza” in questione venga ritenuta
minusvalenze ( in questo senso di recente Sez. 5, n. 21036 del 17 aprile 2013, P.G. in proc.
Bossone, Rv. 255146; Sez. 5, n. 51194 del 12 novembre 2013, P.G. in proc. Carrara, Rv.
258675).
3.1.2 Ciò chiarito e ribadito, la ulteriore doglianza sollevata dalla parte ricorrente risulta,
all’evidenza, manifestamente infondata, in quando la Corte di merito, dopo aver ribadito
correttamente il principio esegetico qui di nuovo affermato, non avrebbe potuto modificare la
pena in assenza di un gravame avanzato sul punto da parte dell’imputato.
4. Il secondo motivo di doglianza è addirittura inammissibile in ragione della sua formulazione.
4.1 Sul punto, è utile ricordare che la Corte di legittimità non può fornire una diversa lettura
degli elementi di fatto, posti a fondamento della decisione di merito. La valutazione di questi
elementi è riservata in via esclusiva al giudice di merito e non rappresenta vizio di legittimità la
semplice prospettazione, da parte del ricorrente, di una diversa valutazione delle prove
acquisite, ritenuta più adeguata. Ciò vale, in particolar modo, per la valutazione delle prove
5

In definitiva, nella lettura fornita dalle Sezioni Unite, la speciale regolamentazione del concorso

poste a fondamento della decisione. Ed infatti, nel momento del controllo della motivazione, la
Corte di Cassazione non può stabile se la decisione del giudice di merito proponga la migliore
ricostruzione dei fatti, né deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se
questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una “plausibile
opinabilità di apprezzamento”.
Ciò in quanto l’art. 606 comma 1, lett. e, cod. proc. pen. non consente al giudice di legittimità
una diversa lettura dei dati processuali o una diversa interpretazione delle prove, perché è

dati processuali. Piuttosto è consentito solo l’apprezzamento sulla logicità della motivazione,
sulla base della lettura del testo del provvedimento impugnato. Detto altrimenti, l’illogicità
della motivazione, censurabile a norma dell’art. 606, comma 1, lett e) cod. proc. pen., è quella
evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile “ictu oculi”, in quanto l’indagine di
legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il
sindacato demandato alla Corte di cassazione limitarsi, per espressa volontà del legislatore, a
riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo, senza possibilità di verifica della
rispondenza della motivazione alle acquisizioni processuali.
Orbene, secondo la giurisprudenza di questa Corte ricorre il vizio della mancanza, della
contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione della sentenza se la stessa risulti
inadeguata nel senso di non consentire l’agevole riscontro delle scansioni e degli sviluppi critici
che connotano la decisione in relazione a ciò che è stato oggetto di prova ovvero di impedire,
per la sua intrinseca oscurità ed incongruenza, il controllo sull’affidabilità dell’esito decisorio,
sempre avendo riguardo alle acquisizioni processuali ed alle prospettazioni formulate dalle parti
( Cass., Sez. 4, 14 gennaio 2010, n. 7651/2010 ).
4.1.1 Ciò posto, risulta evidente come le doglianze sollevate dalla parta ricorrente in ordine
alla valutazione della prova dichiarativa relativa alle testimonianze rese dalle ex dipendenti
della società fallita e alle confessioni del coimputato Comendulli Mario Terenzio, se sganciate come avvenuto nel caso di specie – dalla critica al tessuto argomentativo complessivo della
motivazione impugnata, siano invero del tutto irricevibili in questa sede decisoria, ponendosi al
di fuori del perimetro di cognizione del giudizio di legittimità.
Né è possibile rintracciare nelle argomentazioni sottese alla valutazione di penale
responsabilità degli imputati alcun profilo di illogicità ovvero contraddittorietà della
motivazione. Ed invero, occorre anche qui concordare con l’argomentazione già spesa dal
giudice di appello secondo la quale proprio l’esborso di liquidità personali da parte del
Comendulli Bruno fosse la dimostrazione più lineare della sua compartecipazione, unitamente
all’altro imputato ( peraltro, padre del primo ), alla gestione diretta della società poi dichiarata
fallita, con ciò non potendosi dubitare che il ricorrente fosse l’amministratore “di fatto” della
fallita.
Né può ritenersi – come vorrebbe la difesa del ricorrente – che tale impegno finanziario
personale dell’imputato fosse ontologicamente incompatibile con la volontà distrattiva tipica del
6

estraneo al giudizio di cassazione il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai

reato contestato. Invero, è emerso pacificamente come gli imputati avessero ceduto senza
corrispettivo macchinari ed altri beni aziendali ad altre società sempre a loro riferibili. Ebbene,
di fronte a questa evidenza risulta non significativa la circostanza che il ricorrente Comendulli
Bruno avesse impiegato sue risorse personali le quali erano evidentemente funzionali alla
momentanea gestione della impresa e, come detto, non risultano incompatibili con il dolo
distrattivo contestato all’odierno ricorrente.
5. Il terzo motivo di doglianza è anch’esso inammissibile in quanto riguarda censura in punto di

gravame in appello.
6.

Il secondo ricorso a firma dell’Avv. Miriam Campana, limitatamente alla posizione

processuale del solo ricorrente Comendulli Mario Terenzio, è del pari inammissibile.
6.1 Già il primo motivo di censura risulta formulato in modo inammissibile.
Ed invero, la parte ricorrente propone doglianze in fatto e come tali dirette a sollecitare la
Corte ad una nuova valutazione del compendio probatorio già correttamente scrutinato dai
giudici di merito, con ciò proponendo censure che – per le ragioni già sopra evidenziate – si
pongono al fuori della circoscrizione di valutazione del giudizio di legittimità.
Corretta risulta, inoltre, la valutazione fornita dalla Corte di merito che, sul punto qui da ultimo
in discussione, ha precisato che, con riferimento più in particolare ai beni oggetto del contratto
di manutenzione, la circostanza che gli stessi siano stati poi appresi dal curatore fallimentare e
venduti, rappresenta un post factum irrilevante al fine di valutare la integrazione del reato di
bancarotta distrattiva la cui consumazione si verifica nel momento del distacco dai beni dal
compendio aziendale senza alcuna giustificazione economica. Né in tal senso è stata fornita
prova – spiega anche qui correttamente la Corte territoriale – dell’effettività del pagamento dei
corrispettivi della vendita dei beni oggetto di distrazione.
Scevra da criticità risulta anche la motivazione posta a sostegno del giudizio di penale
responsabilità del ricorrente per la bancarotta documentale, atteso che il detto giudizio riposa
in modo non contestabile sull’accertata circostanza della inidoneità della documentazione
consegnata al curatore a ricostruire il patrimonio ed il giro d’affari della società fallita, come
emerge in modo non contrastato dalla relazione ex art. 33 I. fall..
7. Il secondo motivo di doglianza è manifestamente infondato.
7.1 La ricostruzione giuridica dell’elemento soggettivo del reato di bancarotta patrimoniale
fornita dal ricorrente cozza irrimediabilmente contro la granitica ed incontrastata
giurisprudenza di questa Corte.
Sul punto si ricordi solo il recente arresto reso a Sezioni Unite da questa Corte di legittimità
che ha riaffermato il consolidato principio secondo cui l’elemento soggettivo del delitto di
bancarotta fraudolenta per distrazione è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non
è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, né lo scopo di recare
pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale
una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte ( così,
7

giudizio di comparazione tra le circostanze per il quale non era stato avanzato motivo di

Sez. U, Sentenza n. 22474 del 31/03/2016 Ud. (dep. 27/05/2016 ) Rv. 266805 ; si legga, da
ultimo, anche Sez. 5, Sentenza n. 38396 del 23/06/2017 Ud. (dep. 01/08/2017 )
Rv. 270763).
Per il resto le doglianze sollevate dal ricorrente sempre in punto di ricostruzione dell’elemento
soggettivo del reato sono versate in fatto e genericamente formulate, di talché non può non
concludersi per la loro declaratoria di inammissibilità.
8. Ma anche il terzo motivo di doglianza è formulato in modo irricevibile in questo giudizio di

particolare della prova testimoniale, senza neanche l’articolazione di un vizio argonnentativo
che infici la tenuta logica complessiva della motivazione impugnata.
Ne consegue la inammissibilità dei ricorsi di entrambi gli imputati.
9. Alla inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna di ciascun ricorrente
al versamento, in favore della cassa delle ammende, di una somma che appare equo
determinare in euro 2000.
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del
procedimento e ciascuno della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.
Così deciso in Roma, il 9.2.2018

legittimità in quanto articolato in fatto sulla valutazione diretta del compendio probatorio ed in

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