Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16724 del 30/01/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 16724 Anno 2018
Presidente: LAPALORCIA GRAZIA
Relatore: MAZZITELLI CATERINA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CORTINOVIS MASSIMO nato il 15/11/1967 a VAPRIO D’ADDA

avverso la sentenza del 12/01/2017 del TRIBUNALE di MILANO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere CATERINA MAZZITELLI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore OLGA MIGNOLO
che ha concluso per
Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’
Udito il difensore
SI DA PER FATTA LA RELAZIONE SU ACCORDO DELLE PARTI
L’AVV.TO TARDI SI RIPORTA ALLE CONCLUSIONI CHE DEPOSITA CON NOTA
SPESE
PER LA PRATICA FORENSE E’ PRESENTE LA DOTTORESSA MAPELLI GAIA CON
TESSERA ORDINE AVV.TI MILANO 2263/2017
L’AVV.TO IADISERNIA SI RIPORTA AL RICORSO E NE CHIEDE L’ACCOGLIMENTO

Data Udienza: 30/01/2018

Il Procuratore Generale, nella persona del Sost. Proc. Gen. dott.ssa Olga Mignolo, ha concluso
chiedendo la declaratoria di inammissibilità del ricorso.
Il difensore di Parte Civile, avv. Tardi Roberto, ha concluso riportandosi alle conclusioni.
Il difensore dell’imputato , avv. Iadisernia Alessandra, ha concluso chiedendo l’accoglimento
del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

n. 504/2016, del Giudice di Pace di Milano, con cui Massimo Cortinovis era stato condannato
alla pena di C 40,00 di multa, oltre al risarcimento del danno in favore della parte civile, in
ordine al reato, ex art. 612 cod. pen., per aver minacciato la P.O. Roberto Villa, profferendo
frasi del seguente tenore “vieni fuori uomo senza palle, coniglio, la sistemiamo, testa di cazzo
vieni fuori che ti sistemo, la finiamo” (fatto commesso, in Pozzo d’Adda, in data 17/12/2012).
2. L’imputato, tramite difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione, con cui allega
l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale e di norme processuali, stabilite a
pena di nullità, ai sensi dell’art. 606, lett. b) e c), cod. proc. pen.. Il tribunale aveva ritenuto
ammissibile l’appello, a fronte della mancanza di avviso del deposito della sentenza del giudice
di pace, il quale aveva disposto il deposito della motivazione, oltre il termine di giorni 15,
previsto dall’art. 32, comma IV, D. Igs n. 274/2000, in deroga alla disciplina generale,
contemplata dall’art. 544 cod. proc. pen.. Nel caso di specie, non era stata effettuata la
notificazione dell’avviso, obbligatoria, ex art. 548 cod. proc. pen., il che, ad avviso di parte
ricorrente, aveva determinato l’invalidazione dell’emissione successiva del decreto di citazione
a giudizio del secondo grado e degli atti derivati, trattandosi di una nullità, ex art. 178 lett. c)
cod. proc. pen., senza il decorso dei termini per l’impugnazione. Relativamente poi agli ulteriori
profili di giudizio, parte ricorrente evidenzia l’inosservanza o errata applicazione della disciplina
sostanziale, di carattere penale, non riscontrandosi un’efficacia intimidatoria delle frasi,
addebitate al prevenuto, per la mancata prospettazione di un male ingiusto e per la
ravvisabilità di un semplice sfogo, in cui era sfociata la discussione in corso, sorta in un
contesto di forte conflittualità. Il giudice d’appello, per di più, aveva violato le disposizioni
processuali, in tema di certezza della responsabilità penale (art. 533 c.p.p.), e la disciplina
codicistica, in tema di graduazione della pena inflitta (art. 133 c.p.), non essendo stati
considerati sia l’intensità dell’elemento soggettivo sia l’incensuratezza dell’imputato e l’assenza
di abitualità nei reati, oltre ai profili di pericolosità sociale. Ulteriori violazioni, in relazione agli
art. 192 e 533 cod. proc. pen., emergerebbero, ad avviso di parte ricorrente, con riferimento
alla valutazione degli elementi probatori, di natura testimoniale.
Con memoria difensiva, in data 25/01/2018, la parte civile ha posto in evidenza
l’orientamento giurisprudenziale, secondo il quale la motivazione della sentenza del Giudice di
Pace, depositata oltre il quindicesimo giorno, si deve intendere comunque depositata fuori

1. Con sentenza, emessa in data 12/01/2017, il Tribunale di Milano confermava la sentenza,

termine e il termine per impugnare rimane quello di giorni trenta dalla notificazione dell’avviso
di deposito, ex art. 248 c.p.p., c. n. 2 e 585 c.p.p., c. n. 1, lett. b) , e c. n. 2. La proposizione
dell’appello sanerebbe l’omessa notificazione dell’avviso di deposito della sentenza. La mancata
lesione dei diritti della difesa sarebbe poi comprovata dalla tempestività dell’impugnazione.
L’ulteriore doglianza, circa l’errata qualificazione del fatto come minaccia sarebbe inammissibile
nella presente sede, oltre che infondata nel merito. Analoga conclusione varrebbe circa le
ulteriori censure, riguardanti l’efficacia probatoria degli elementi testimoniali acquisiti al

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Secondo la giurisprudenza di legittimità prevalente in tema di impugnazioni, la sentenza
depositata dal giudice di pace oltre il quindicesimo giorno deve ritenersi fuori termine, anche
quando il deposito avviene entro il maggior termine indicato nel dispositivo, con la
conseguenza che, in tal caso, il termine per impugnare è quello di giorni trenta, decorrenti, per
le parti presenti, dal quindicesimo giorno successivo all’emissione della sentenza e, per le parti
non presenti e, comunque, nel caso di deposito della sentenza oltre il quindicesimo giorno,
dalla data in cui è avvenuta la notificazione dell’avviso di deposito ai sensi dell’art. 548, comma
secondo, cod. proc. pen.. (Sez. 5, n. 26751 del 29/01/2016 – dep. 27/06/2016, Cenacchi, Rv.
267216(2)
Nel caso in esame, il giudice dell’appello ha evidenziato che, in assenza dell’avviso di
deposito ex art. 548, c. n. 2, c.p.p., si deve ritenere tempestivo l’appello, depositato in data
24/06/2016 avverso la sentenza del Giudice di Pace pronunciata in data 14 marzo, con
previsione di g. 60 per il deposito della motivazione.
Attesa l’ammissibilità dell’appello, non è utile far valere un’eventuale nullità, conseguente alla
mancanza del citato avviso. E ciò, innanzitutto, in considerazione dell’esercizio, in concreto, del
diritto di difesa, mediante la proposizione dell’atto d’appello.
La nullità, prospettata dalla difesa, non troverebbe riscontro, di alcun genere, essendosi,
comunque, verificato un ordinario sviluppo del procedimento e del contraddittorio processuale.
Basti considerare, sul punto, a titolo esemplificativo, l’orientamento giurisprudenziale,
secondo il quale, in caso di mancata notifica dell’avviso di deposito della sentenza di primo
grado a uno dei difensori, lo svolgimento, da parte del legale non avvisato, delle attività
difensive nel corso del giudizio di impugnazione sana il vizio e preclude ogni censura (Sez. 3,
n. 38193 del 27/04/2017 – dep. 01/08/2017, U, Rv. 270952).
Del resto, quand’anche si volesse prospettare l’eventualità di un ricorso personale
dell’imputato, basterebbe rimarcare che, nella fattispecie, il legale, incaricato di proporre
l’appello, ebbe una procura speciale, da parte dell’imputato, in vista della proposizione del
gravame, il che, in linea oggettiva, sminuisce di valenza qualsiasi prospettazione in tal senso.
Ne consegue la totale infondatezza dei motivi di ricorso in questione.

procedimento, trattandosi, per l’appunto, di profili esclusivamente riguardanti il merito.

2. Anche la restante parte dei motivi va disattesa.
Trattasi, invero, di profili, inammissibili nella presente sede, in quanto concernenti il merito
della controversia, ovverossia la ricostruzione fattuale e l’idoneità probatoria degli elementi di
natura accusatoria e l’efficacia intimidatoria o meno delle espressioni utilizzate dall’odierno
ricorrente, ancorchè posti in relazione con gli art. 192 e 533, cod. proc. pen..
Relativamente, poi, agli ulteriori motivi, incidenti sulla graduazione della pena, ai sensi degli
art. 132 e 133, cod. pen., e pertinenti l’intensità dell’elemento soggettivo, la gravità del reato
e la pericolosità sociale del prevenuto, basti evidenziare che la pena comminata risulta
1-“jrrI)+trrti..)

specificato i riflessi in concreto dell’omessa valutazione dei profili ora indicati.
3.

La palese infondatezza del ricorso implica la declaratoria di inammissibilità, con

contestuale condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e di una
somma, che si reputa equo determinare in C 2.000,00, in favore della Cassa delle ammende,
oltre al pagamento delle spese sostenute dalla parte civile, liquidate in C 2.000,00, oltre
accessori di legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento e della somma di C 2.000,00 a favore della Cassa delle ammende, nonché alla
rifusione delle spese di parte civile che liquida in C 2.000,00, oltre accessori di legge.
Così deciso il 30/01/2018

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Caterina Mazzitelli

Grazia La lorcia
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Depositato in Cancelleria
Roma, lì

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inferiore al cogLsm edittale previsto all’epoca dei fatti e che l’odierno ricorrente non ha

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