Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16679 del 22/11/2017


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 16679 Anno 2018
Presidente: DI NICOLA VITO
Relatore: GENTILI ANDREA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BROCCO Guglielmo, nata a Veroli (Fr) il 20 marzo 1943;

avverso la sentenza n. 13/17 del Tribunale di Frosinone del 20 gennaio 2017;

letti gli atti di causa, la sentenza impugnata e il ricorso introduttivo;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Andrea GENTILI;

sentito il PM, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Ciro ANGELILLIS,
il quale ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio della sentenza
impugnata per prescrizione.

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Data Udienza: 22/11/2017

RITENUTO IN FATTO
Il Tribunale di Frosinone, con sentenza

del 20 gennaio 2017, ha

dichiarato la penale responsabilità di Brocco Guglielmo e lo ha condannato
pertanto alla pena di giustizia, avendolo riconosciuto responsabile del reato di
cui all’art. 279 del dlgs n. 152 del 2006, per avere esercitato la attività di
lavorazione di materiale lapideo, senza avere la autorizzazione alla imissione

Ha interposto ricorso in appello il prevenuto deducendo la non rilevanza
penale del fatto in quanto il Brocco aveva inoltrato alla Provincia di Frosinone
richiesta di autorizzazione per l’inizio della attività in questione in data 14
giugno 2010.
In subordine il ricorrente ha evidenziato il fatto che la contravvenzione a
lui cointestata già doveva intendersi prescritta al momento della pronunzia
della sentenza impugnata.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Deve preliminarmente disporsi la conversione della impugnazione
proposta dal difensore del Brocco, dal medesimo introdotta come ricorso in
appello, in ricorso per cassazione.
Osserva, infatti, il Collegio che con la sentenza impugnata il Tribunale di
Frosinone, dichiarata la penale responsabilità del prevenuto in ordine al reato
a lui contestato lo ha condannato alla pena di euro 400,00 di ammenda; ai
sensi, pertanto, dell’art. 593, comma 3, cod. proc. pen. la sentenza in
questione, con la quale è stata irrogata esclusivamente la pena dell’ammenda,
non è suscettibile di appello.
Tuttavia, in ossequio al principio del favor impugnationis,
proposto avverso sentenza non appellabile, una volta verificata la

il ricorso
voluntas

impugnandi del ricorrente, deve essere convertito in ricorso per cassazione,

salvo comunque il controllo in ordine alla sua ammissibilità in ragione della
sussistenza nell’atto in questione dei requisiti di forma e di sostanza che deve
avere l’atto introduttivo del giudizio per essere considerato un valido ricorso
per cassazione e salva la capacità processuale speciale di chi lo abbia
sottoscritto.
Fatta questa premessa, rileva la Corte che il ricorso è inammissibile.

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di materiali in atmosfera.

Con esso, infatti, la difesa del Brocco ha articolato due motivi di
impugnazione; con il primo di essi è stata richiesta la “assoluzione (del
ricorrente) perché il fatto non costituisce reato”; tale richiesta, che, una volta
operata la conversione dell’atto da ricorso in appello a ricorso per cassazione,
può essere considerata volta ad introdurre una censura per vizio di
motivazione della sentenza impugnata ovvero di violazione di legge nella
qualificazione giuridica del fatto accertato, è palesemente infondata.

sostegno della assenza in capo a sé medesimo del necessario elemento
soggettivo del reato contestato, il fatto che egli avesse inoltrato, in data 14
giugno 2010, una domanda, indirizzata alla Amministrazione provinciale di
Frosinone, volta ad ottenere l’autorizzazione allo svolgimento della attività di
cui al capo di imputazione.
Al riguardo è sufficiente osservare che, essendo pacifico il dato che a
questa richiesta la Amministrazione in indirizzo non aveva ancora, al
momento della verifica da cui è scaturita l’elevazione della contestazione di
reato a carico del Brocco, dato alcun seguito (e dovendosi, per altro,
escludere, atteso il contenuto discrezionale del provvedimento richiesto, il
quale postula l’avvenuto positivo esperimento, quanto meno, di una serie di
verifiche di idoneità tecnica riferite alla posizione dell’istante, che ci si trovi di
fronte ad ipotesi in cui il silenzio della amministrazione in ordine ad una
richiesta di autorizzazione possa valere quale tacito accoglimento della
richiesta), è proprio il fatto che il Brocco avesse formulato la richiesta di
autorizzazione allo svolgimento della attività di lavorazione lapidea,
comportante la immissione in atmosfera di pulviscolo ed altri materiali
inquinanti, che evidenzia la consapevolezza da parte del medesimo della
necessità, prima di intraprendere l’attività in questione, di munirsi di apposita
autorizzazione amministrativa.
Considerato che il reato contestato è una contravvenzione, punibile
pertanto ove l’atteggiamento psicologico dell’agente sia caratterizzato anche
dalla sola colpa e non anche, necessariamente, dal dolo, non vi è dubbio che
integri gli estremi, quanto meno, dell’atteggiamento colposo, costituendo anzi
un’ipotesi di colpa qualificata, il fatto di avere intrapreso un’attività
imprenditoriale nella consapevolezza che essa, per essere legittimamente
svolta presuppone, in forza di un preesistente atto normativo, l’avvenuto
conseguimento, nella specie invece non ottenuto, della prescritta
autorizzazione amministrativa.
3

Il ricorrente, infatti, parrebbe aver introdotto, quale elemento posto a

Quanto al secondo motivo di impugnazione, riferito alla già maturata
prescrizione del reato contestato al momento della pronunzia della sentenza
del Tribunale ciociaro, osserva la Corte che, premessa la indiscussa natura di
reato permanente dell’illecito contestato al Brocco (a tale proposito, nel senso
sopra esposto, cfr.: Corte di cassazione, Sezione III penale, 23 gennaio 2015,
n. 3206; idem Sezione III penale, 28 marzo 2008, n. 13225), sarebbe stato
onere del prevenuto – in assenza di atti autoritativi in forza dei quali l’attività
della impresa del Brocco sia stata necessariamente sospesa ovvero di atti

illecita della attività stessa – dare dimostrazione della intervenuta volontaria
cessazione della permanenza del reato in questione.
E’, infatti, principio consolidato che la flagranza del reato permanente
cessa solamente con la definitiva interruzione, sia essa spontanea ovvero solo
volontaria od anche necessitata dalla adozione di atti pubblici volti ad
impedirne la prosecuzione, della attività illecita.
La circostanza che di tale definitiva interruzione il ricorrente non abbia
fornito prova alcuna in sede di merito, né, per vero, ne abbia allegato la
sussistenza anche in questa sede di legittimità, comporta la inammissibilità
per genericità del relativo motivo di impugnazione.
Il ricorrente deve, pertanto, essere condannato, dichiarato inammissibile
il ricorso da lui presentato e visto l’art. 616 cod. proc. pen., al pagamento
delle spese del processo e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa
delle ammende.
PQM
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2000.00 in favoree della Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 22 novembre 2017
Il Consigliere estensore

Il Presidente

autorizzativi che, a decorrere dalla loro emanazione, abbiano escluso la natura

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