Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16533 del 07/11/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 1 Num. 16533 Anno 2018
Presidente: BONITO FRANCESCO MARIA SILVIO
Relatore: ROCCHI GIACOMO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
GAUDINO LUCIANO nato il 07/01/1971 a GRAVINA DI PUGLIA
SAN ROCCO MARIA CERIACA nato il 11/06/1972 a GRAVINA DI PUGLIA
DI PALMA FRANCESCA nato il 09/04/1992 a GRAVINA DI PUGLIA
MASTROGIULIO ANNA LOREDANA nato il 08/08/1968 a MATERA

avverso il decreto del 08/01/2016 della CORTE APPELLO di BARI
sentita la relazione svolta dal Consigliere GIACOMO ROCCHI;
lette le conclusioni del PG che ha chiesto la declaratoria di inammissibilità dei
ricorsi di Mastrogiulio, Gaudino e Sanrocco e l’annullamento con rinvio del
decreto impugnato nei confronti di Dipalma Francesca

Data Udienza: 07/11/2017

RITENUTO IN FATTO

1. Con il decreto indicato in epigrafe, la Corte di appello di Bari,
provvedendo sugli appelli proposti da Sanrocco Maria Ceriaca, Gaudino Luciano,
Dipalma Giuseppina e Salvatore quali eredi di Dipalma Raffaele, Dipalma
Francesca nonché Mastrogiulio Loredana e Dipalma Francesca avverso i decreti
del 6 – 25/2/2013 e 10/10 – 11/11/2013 del Tribunale di Bari, dichiarava
inammissibili gli appelli di Gaudino Luciano (limitatamente a quello proposto

e Mastrogiulio Loredana, quale eredi di Dipalma Raffaele e Dipalma Francesca;
rigettava l’appello di Sanrocco Maria Ceriaca e quello di Mastrogiulio Loredana
quale effettiva proprietaria di beni immobili di pertinenza diretta; accoglieva
l’appello di Gaudino Luciano presentato dall’avv. Onofrio Vendola, revocando la
confisca delle quote di partecipazione di Gaudino alla Nuova Invest Co. s.r.l. e
alla Invest Co. s.r.l.; confermava nel resto il decreto del 6 – 25/2/2013;
confermava integralmente il decreto 10/10 – 11/11/2013 del Tribunale di Bari
appellato da Dipalma Francesca.

Accogliendo parzialmente la proposta avanzata dal P.M. nei confronti di
Dipalma Raffaele (deceduto il 22/2/2012) e le successive estensioni, il Tribunale
di Bari, con il decreto del 25/2/2013, aveva confiscato fabbricati e terreni,
autovetture, disponibilità finanziarie, società, quote sociali e compendi aziendali
facenti capo a Dipalma e ai suoi familiari nonché a Gaudino Luciano, oltre a
polizze, conti correnti, computer, monili ed oggetti preziosi rinvenuti nella
cassaforte di Dipalma Raffaele.
Il successivo decreto del 10/10 – 11/11/2013 veniva emesso per la confisca
nei confronti degli eredi di Dipalma Raffaele delle relazioni bancarie intrattenute
con due , banche svizzere.

Dipalma Raffaele era stato sottoposto a misure di prevenzione fin dal 1991
ed era stato condannato o giudicato per estorsione, usura, associazione per
delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, associazione di stampo
mafioso: condotte dimostrative della pericolosità sociale del soggetto, sia
generica che qualificata.
Il decreto evidenziava la sproporzione tra i redditi percepiti da Dipalma
Raffaele e gli acquisti effettuati, estendendo la valutazione alla moglie convivente
Mastrogiulio Loredana Anna e alle figlie Dipalma Francesca e Dipalma
Giuseppina.
Secondo la difesa gli acquisti erano stati effettuati con i redditi di entrambi i
2

dall’avv. Lorenzo Vendola), Dipalma Giuseppina e Salvatore, Dipalma Francesca

coniugi, nonché con il denaro di due donazioni, rispettivamente di 100 milioni e
400 milioni di lire, ricevute dai rispettivi genitori.
Il Tribunale aveva ritenuto che le deduzioni e i documenti prodotti dalla
difesa non permettessero di superare la sproporzione esistente tra redditi
dichiarati e patrimonio mobiliare ed immobiliare, che appariva riconducibile in
parte preponderante all’attività illecita di Dipalma.
La donazione di lire 400 milioni era stata smentita dallo stesso Dipalma.
A Dipalnna era riconducibile anche la società Abitai Service s.r.I.: la

Sanrocco Maria Ceriaca, il primo ritenuto “uomo di fiducia di Dipalma”; la vendita
era stata effettuata dopo l’arresto di Dipalma per usura. Si trattava di vendita
fittizia e Gaudino non aveva adempiuto alle obbligazioni nei confronti di Dipalma,
effettivo titolare della quota ceduta. In realtà, Dipalma era socio di fatto di
Gaudino fin dal 2003 in altra società, né Gaudino aveva la capacità economica
per far fronte all’acquisto dei beni intestati alla Abita! Service s.r.I.; i rapporti tra
Dipalma e Gaudino non si erano affatto interrotti dopo la cessione delle quote da
parte della Mastrogiulio.
In definitiva, Dipalma era socio occulto della Abitai s.r.l. e vi aveva immesso
fin dall’origine, tramite la moglie, redditi di dubbia provenienza, creando una
fusione tra capitali leciti e illeciti.
Il Tribunale aveva ritenuto che anche le società Invest Co. S.r.l. e Nuova
Invest Co s.r.l. fossero nella disponibilità indiretta di Dipalma tramite Gaudino.
Venivano confiscate anche le quote di Gaudino nella Invest e nella Filcann s.r.l. e
l’intera società Nuova Invest.

L’atto di appello proposto dall’avv. Lorenzo Vendola nell’interesse di Gaudino
Luciano veniva dichiarato inammissibile: poiché Gaudino era terzo nel
procedimento di prevenzione, non poteva nominare più di un difensore; essendo
la nomina dell’av. Lorenzo Vendola successiva a quella dell’avv. Onofrio Vendola,
il suo atto era inefficace.
L’atto di appello proposto dall’avv. Angelo Dibenedetto quale difensore di
fiducia di Dipalma Giuseppina e Dipalma Salvatore, quali eredi di Dipalma
Raffaele, veniva dichiarata inammissibile per mancanza di procura speciale del
loro curatore speciale (nominato trattandosi di minorenni): l’atto sottoscritto dal
curatore era solo una nomina di difensore e non una procura speciale, mancando
ogni riferimento al procedimento in corso e all’appello da presentare.
La Corte sottolineava che non era stato presentato appello avverso la
confisca dei beni di cui Dipalma Giuseppina e Salvatore erano proprietari diretti e
non jure hereditario.

3

Mastrogiulio aveva venduto nel 2006 la sua quota sociale a Gaudino Luciano e a

L’appello proposto dall’avv. Saverio Verna per conto di Dipalma Francesca
veniva dichiarato inammissibile perché tardivo rispetto alla data di notifica del
provvedimento. La Corte contestava i calcoli effettuati dall’avv. Verna, che aveva
indicato come giorno di decorrenza del termine per l’appello quello della notifica
del primo decreto del Tribunale al precedente difensore di Dipalma Francesca:
prima di tale notifica, il 3/4/2013, Dipalma Francesca aveva revocato l’avv. Aliani
nominando contestualmente l’avv. Saverio Verna; di conseguenza, né l’avv.
Aliani né l’avv. Verna (in quanto nominato successivamente) avevano diritto a

L’atto di appello proposto dall’avv. Angela Aliani per conto di Mastrogiulio
Loredana in qualità di erede di Dipalma Raffaele e per conto di Dipalma
Francesca sia in proprio che quale erede veniva dichiarato inammissibile per
mancanza di procura speciale. Alla data della presentazione dell’appello Dipalma
Francesca aveva già revocato la nomina dell’avv. Aliani; la Mastrogiulio aveva
conferito l’incarico all’av. Aliani quando Dipalma Raffaele era ancora vivo; dopo
la sua morte, a seguito del provvedimento del Tribunale che ordinava
l’integrazione del contraddittorio nei confronti degli eredi, Mastrogiulio Loredana
non si era costituita nella qualità di erede, restando presente solo quale
intestataria dei beni a lui sequestrati; di conseguenza, l’avv. Aliani non aveva il
potere di proporre appello per conto della Mastrogiulio nellaqualità di erede.
Venivano ritenuti, invece, ammissibili gli appelli proposti da Mastrogiulio
Loredana Anna in proprio, Sanrocco Maria Ceriaca e Gaudino Luciano
(limitatamente all’appello proposto dall’avv. Onofrio Vendola).

L’appello proposto da Mastrogiulio Loredana in proprio veniva ritenuto
infondato.
Secondo la Corte territoriale, sussisteva il presupposto soggettivo in capo a
Dipalma Raffaele, tenuto conto che, in conseguenza della novella del 2008, le
misure di prevenzione patrimoniali erano applicabili non solo ai soggetti
pericolosi “qualificati” o “specifici”, ma anche ai pericolosi “generici” o “semplici”
di cui ai nn. 1 e 2 legge 1423 del 1956, a prescindere dalla tipologia dei reati di
riferimento. Dipalrna era indiziato di associazione per delinquere di stampo
Mafioso e di altri delitti di cui all’art. 51 comma 3 bis cod. proc. pen.; aveva
cominciato a delinquere fin dagli anni ’70, era stato sottoposto a misure di
sicurezza e di prevenzione, rinviato a giudizio per usura ed estorsione,
denunciato per associazione mafiosa, colpito da ordinanza cautelare per
associazione per delinquere finalizzata al commercio di sostanze stupefacenti,
condannato in primo grado e sottoposto ad altri processi in corso al momento
della morte, condannato definitivamente per usura, più volte sorpreso in

ricevere notifica del provvedimento.

compagnia di persone pregiudicate.
Gli acquisti dovevano ritenersi effettuati almeno in parte con il provento di
attività delittuose. Il Tribunale aveva dimostrato che i beni intestati alla
Mastrogiulio, moglie di Dipalma, erano nella disponibilità diretta di quest’ultimo.
La Mastrogiulio non aveva fornito allegazioni serie e fondate della
coincidenza tra intestazione formale e disponibilità esclusiva dei beni. Ella non
aveva la capacità patrimoniale per acquistare i beni: nonostante i modesti redditi
propri, aveva effettuato ingenti pagamenti in contanti ed era intestataria di

La Corte condivideva con il Tribunale il giudizio di inverosimiglianza delle
donazioni in denaro che sarebbero state ricevute in occasione delle nozze (1991,
lire 100 – 110 milioni di lire), tenuto conto che le somme non erano state
versate in banca. Anche la donazione di 400 milioni di lire effettuata dai genitori
dei coniugi non veniva ritenuta verosimile sulla base di diverse considerazioni,
tra cui anche la sua negazione da parte dello stesso Dipalma Raffaele. Ulteriori
redditi per l’attività di insegnamento da parte della Mastrogiulio non erano stati
dimostrati ed erano stati indicati genericamente.
Infine, l’intestazione fittizia delle quote di due società era stata riconosciuta
esplicitamente da entrambi i coniugi.
Ritenuta la sproporzione tra i beni e i redditi leciti di Dipalma Raffaele e
Mastrogiulio Loredana, tenuto anche conto dei lunghi periodi di detenzione subiti
dal primo, gli acquisti dovevano ritenersi effettuati con i proventi delle attività
illecite.

Nei loro appelli, Gaudino Luciano e Sanrocco Maria Ceriaca avevano
sostenuto che Gaudino non era prestanome, ma vittima di Dipalma Raffaele, e
anche un lungimirante imprenditore, serio ed affidabile.
Gaudino, venuto a conoscenza dei problemi con la giustizia di Dipalma,
aveva sospeso ogni attività imprenditoriale comune; aveva restituito la somma
di euro 450.000 a Dipalma in relazione all’iniziale versamento di euro 52.500
versato tramite la moglie. L’attività di impresa era nuovamente iniziata dopo
l’uscita di Dipalma e in essa Gaudino e la Sanrocco avevano versato somme
molto inferiori a quelle ritenute dal Tribunale, compatibili con i loro redditi.
La quota fittizia della Abitai s.r.l. era solo quella della Mastrogiulio, l’unica a
poter essere confiscata; il Tribunale aveva presunto che anche la quota di
Gaudino e della Sanrocco fossero fittiziamente intestate, sulla base dei meri
sospetti esposti dai Carabinieri.
La Corte giudicava corretta la confisca della società, delle quote sociali e del
complesso aziendale della Abita! Service s.r.I., ritenendo che Dipalma Raffaele ne

5

disponibilità attive presso diverse banche nonché proprietaria di quote di società.

avesse la disponibilità indiretta. La cessione della quota fittiziamente intestata
alla Mastrogiulio il 27/4/2006 ai coniugi Gaudino e Sanrocco era stata, a sua
volta, fittizia: il prezzo della vendita indicato in contratto (euro 7.500) era
enormemente inferiore al valore reale e la cessione era stata effettuata dopo
l’arresto per usura di Dipalma, operato a seguito di intercettazioni telefoniche
che avevano fatto ipotizzare che egli controllasse a pieno titolo la società Abitai
Service s.r.l..
Poiché il reato di usura (per il quale Dipalma aveva chiesto ed ottenuto

356 del 1992, per evitarla era necessario che egli recidesse ogni legame con la
società.
Del resto, la vicinanza di Gaudino a Dipalma era emersa dalle
intercettazioni, da cui risultava che il secondo dava ordini al primo nella società
Edilquattro s.r.I., nonostante non fosse né titolare di quote sociali, né
amministratore né dipendente ma nella quale aveva fatto fittiziamente assumere
la moglie. Le indagini avevano ampiamente dimostrato la vicinanza dei due
soggetti e il controllo di fatto della Edilquattro s.r.l. da parte di Dipalma.
Anche l’operazione immobiliare eseguita su un appezzamento di terreno sito
in Altamura, di cui i coniugi Dipalma e Mastrogiulio erano comproprietari,
dimostrava il rapporto con Gaudino.
La Corte analizzava la tesi difensiva secondo cui il prezzo della vendita delle
quote della Mastrogiulio a Gaudino e Sanrocco era stato molto più alto della
somma di euro 7.500 scritta in contratto, ma osservava che non era mai stata
data la prova del pagamento della somma indicata (euro 450.000), tanto che lo
stesso Consulente tecnico della difesa non era stato in grado di spiegare la
mancanza di prova di pagamenti effettuati da Gaudino per complessivi euro
250.000. Del resto, nel 2011 era stato docunnentalmente provato il mancato
pagamento del prezzo.
La Corte, ancora, osservava come la tesi del pagamento da parte di Gaudino
di euro 450.000 a Dipalma Raffaele per l’acquisto della quota della Mastrogiulio
avvenuta il 27/4/2006 era contraddittoria con quella secondo cui egli aveva
investito nella società, dall’epoca della sua costituzione, somme molto più ingenti
di quelle versate da Dipalma tramite la moglie (euro 229.757 contro euro 52.450
versati da Dipalnna).
In conclusione, la costituzione della Abitai s.r.I., così come per la Edil
Quattro s.r.I., era avvenuta con versamento di somme molto superiori – e di
provenienza illecita – da parte di Dipalma Raffaele, tramite la moglie; del resto la
perquisizione operata nel 2011 aveva dimostrato che, già prima della
costituzione della Abita! Service s.r.I., Dipalma aveva disponibilità di denaro

6

sentenza di applicazione di pena) permette la confisca ex art. 12 sexies legge

liquido custodito in un conto segreto insieme ad altri soci.
Da parte loro, Gaudino e la Sanrocco non avevano le disponibilità
economiche per immettere nel capitale sociale della Abitai Service le ingenti
somme utilizzate per l’acquisto dei beni, né per acquistare la quota della
Mastrogiulio: di ciò la Corte dava ampia esposizione.

La Corte confermava la confisca della quota del 50% del capitale sociale di
Nuova Invest Co s.r.l. intestata ad Abitai Service s.r.I., mentre revocava la

Nuova Invest co. S.r.l..
La Corte confermava anche la confisca delle quote di Gaudino Luciano in
Filcam s.r.I., ritenute nella disponibilità di Dipalma Raffaele: in effetti, non solo la
società aveva la stessa sede della Abitai Service s.r.I., ma quest’ultima società
aveva finanziato l’acquisto immobiliare effettuato da Filcam S.r.l. il 21/3/2011
per una somma ingente, per la quale non era stato chiesto alcun mutuo e della
quale né la società né Gaudino avevano la disponibilità.

La Corte territoriale rigettava l’appello di Dipalma Francesca, erede di
Dipalma Saverio, avverso la confisca dei beni e rapporti economici intrattenuti
con banche svizzere, confermandone la legittimità della misura di prevenzione,
anche prescindendo dall’accertamento della responsabilità penale per
determinati reati.
I beni confiscati erano di presumibile provenienza illecita, il loro possesso
non era stato giustificato da chi era stato dichiarato pericoloso e aveva
acquistato i beni in un periodo in cui la pericolosità era manifesta.
Dipalma Raffaele era sicuramente titolare dei rapporti bancari, come era
stato sostanzialmente ammesso; non era necessaria l’attualità della pericolosità
sociale e, infine, le giustificazioni in ordine alla disponibilità di denaro da parte di
Dipalma e Mastrogiulio erano inverosimili.

2. Ricorre per cassazione il difensore di Mastrogiulio Loredana Anna, sia in
proprio che quale erede di Dipalma Raffaele.
Con un primo motivo il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di
motivazione con riferimento al termine del giudizio e alla validità della misura di
prevenzione, con riferimento specifico alla durata del giudizio di appello.
La Corte d’appello aveva riservato la decisione all’udienza dell’8/1/2015, la
decisione era stata depositata solo il 25/5/2016 e comunicata il successivo
30/5/2016.
Dalla data del deposito dell’atto di appello alla data della pronuncia del

7

confisca delle quote di partecipazione di Gaudino Luciano in Invest Co s.r.l. e in

decreto erano trascorsi tre anni e venti giorni, mentre erano trascorsi oltre sei
anni dall’esecuzione del sequestro.
Secondo il ricorrente, dovrebbe trovare applicazione il disposto dell’art. 27
comma 6 D. L.vo 159 del 2011, cosicché il sequestro e la confisca perderebbero
efficacia.

Con un secondo motivo la ricorrente deduce violazione di legge (art. 2 ter
legge 575 del 1965) per non essere stata adottata la confisca entro l’anno

Viene dedotta violazione di legge quanto alla declaratoria di inammissibilità
dell’appello proposto da Mastrogiulio Loredana Anna quale erede di Dipalma
Raffaele.
Il Tribunale, dopo la morte di Dipalma Raffaele, non aveva ritenuto la
carenza di legittimazione della Mastrogiulio, già presente in proprio; la
costituzione “quale erede” costituiva una inutile duplicazione, essendo già
costituita nel giudizio.
La procura speciale nell’atto di appello era stata conferita dalla Mastrogiulio
anche quale erede e, comunque, la decisione di inammissibilità dell’appello
andava contro il principio per cui l’erede succede nelle situazioni giuridiche del
defunto, pur restando un unico soggetto di diritti.
La posizione, quindi, era diventata unitaria e, quindi, non necessitava di una
separata procura speciale per la posizione di erede: comunque, la procura
speciale era stata rilasciata anche in qualità di erede.

In un terzo motivo, la ricorrente deduce violazione di legge e vizio di
motivazione con riferimento alla erronea conferma della “mafiosità” del Dipalma,
basata solo su carichi pendenti che non avevano dato luogo a condanne e alla
mancata considerazione della proprietà a titolo originario dei beni in capo alla
Mastrogiulio.
La valutazione della sproporzione tra i redditi dichiarati e il compendio dei
beni era del tutto generica.
I dati raccolti sulla genesi dell’acquisto del terreno su cui era stata costruita
la casa in parte donata alle figlie e in parte abitato dalla Mastrogiulio erano stati
negativamente valutati. Trattandosi di beni originariamente intestati alla
Mastrogiulio, non trovava applicazione alcuna presunzione di fittizietà
dell’intestazione.
La Corte non aveva tenuto conto che l’acquisto del terreno da parte della
Mastrogiulio era stato fatto con un modesto esborso di prezzo e che l’immobile

8

dall’avvenuto sequestro.

era stato costruito in dieci anni, con l’aiuto costante dei genitori della
Mastrogiulio, fino all’importo di euro 200.000. Si trattava di ricostruzione del
tutto credibile e, del resto, la Corte non aveva affatto specificato da quale attività
illecita Dipalma avesse tratto il denaro utilizzato. Per di più, l’acquisto del terreno
era avvenuto in tempo non sospetto, cosicché il terreno avrebbe potuto essere
intestato a Dipalma.
Ancora: Dipalma e la Mastrogiulio avevano ammesso tranquillamente la
fittizietà dell’intestazione delle quote sociali, mentre avevano negato quella

La violazione di legge si evinceva dalla circostanza che la Corte aveva
applicato una presunzione, ponendo un onere probatorio a carico della
Mastrogiulio, mentre l’onere probatorio era a carico del P.M.. Il P.M. avrebbe
dovuto provare che i beni erano nella disponibilità di Dipalma; al contrario, non
era stato provato e la disponibilità era conseguenza di una presunzione a carico
della Mastrogiulio.

3. Ricorre per cassazione l’avv. Onofrio Vendola per Luciano Gaudino e
Sanrocco Maria Ceriaca, deducendo distinti motivi.
Con un primo motivo viene dedotta l’erronea applicazione delle norme in
materia di misure di prevenzione patrimoniale. Per procedere alla confisca,
occorre una prova certa del carattere fittizio dell’intestazione e della conseguente
disponibilità di fatto del bene da parte del proposto, non essendo sufficiente una
prova meramente indiziaria a carico del terzo. Il ricorso a criteri presuntivi,
quindi, è inammissibile.
Nel caso in esame, invece, benché le prove documentali e dichiarative
permettessero di ricostruire esattamente i rapporti tra Gaudino e Dipalma, la
Corte era ricorsa ad una presunzione di intestazione fittizia, nonostante fosse
emersa la dinamica casuale dell’incontro tra i due soggetti, favorita da Colonna
Antonio. Gaudino era imprenditore edile da molti anni e Dipalma non era colpito
da alcuna misura di prevenzione. Non a caso, una banca aveva concesso ad
Abitai Service s.r.l. un mutuo di euro 1.000.000.
La presunta fittizietà della vendita della quota della Mastrogiulio del 2006 si
basava su un’inammissibile inversione dell’onere della prova a carico del terzo.
Gaudino veniva confusamente indicato ora come prestanome ora come socio di
fatto di Dipalma e nessuna prova era stata fornita della provenienza illecita del
denaro versato da Dipalma all’atto della costituzione della società.
Analoga violazione era stata effettuata con riferimento alla società Filcam
s.r.I.: la confisca della quota di Gaudino era stata disposta soltanto perché la
Abitai Service s.r.I., dopo otto anni dalla sua costituzione e dopo quattro anni

9

dell’immobile.

dall’uscita di Dipalma, aveva finanziato l’acquisto di un immobile con euro
60.000, senza alcuna prova dell’effettiva ingerenza di Dipalma in Filcam. In
realtà, non solo la somma costituiva la restituzione di un finanziamento socio
apportato da Gaudino, ma, contrariamente a quanto ritenuto in decreto, tutti i
soci erano ricorsi al mutuo bancario per euro 600.000.
In definitiva, l’affermazione dell’intestazione fittizia della quota di Gaudino si
basava su presunzioni e in assenza di qualsiasi elemento fattuale idoneo a

In un secondo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 12 sexies legge
356 del 1992 per incoerenza assoluta della motivazione del provvedimento
impugnato.
La confisca delle quote di Abitai Service s.r.l. era contraddittoria con la
revoca della confisca della quota di Gaudino nella Nuova Invest co. s.r.I.: ciò
dimostrava l’incertezza in ordine al ruolo di Gaudino come prestanome. Per di
più, la Corte aveva revocato anche la confisca della quota di Gaudino nella Invest
Co. S.r.l. costituita nel 2006, pur ribadendo il giudizio di sproporzione tra
l’investimento e la capacità reddituale di Gaudino.

In un terzo motivo si deduce assenza di motivazione della conferma della
confisca della quota del 15% di Sanrocco Maria Ceriaca nella Abitai Service s.r.l..
La ricorrente aveva capacità reddituale tale da acquistare la quota, ma la
Corte si era basata su un ragionamento del tutto presuntivo, fondato sul
rapporto di coniugio con Gaudino.
Il ricorrente conclude per l’annullamento del decreto impugnato.

4. Il nuovo difensore di Gaudino Luciano e Sanrocco Maria Ceriaca ha
depositato motivi nuovi.
In via preliminare il ricorrente eccepisce l’illegittimità costituzionale delle
norme di riferimento per contrasto con l’art. 117 Costituzione in relazione all’art.
2 prot. 4 addizionale della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, facendo
richiamo alla sentenza della Corte EDU De Tommaso contro Italia.
Benché la pronuncia si riferisse alle misure di prevenzione personale, il
giudizio di inadeguatezza convenzionale della normativa italiana in materia di
misure di prevenzione deve riferirsi anche alla lesione del diritto di proprietà.

In un primo motivo si deduce violazione di legge con riferimento agli artt. 12
sexies legge 356 del 1992 e 192, comma 2, cod. proc. pen..
La vicinanza di Gaudino a Dipalma in ragione delle relazioni di natura

dimostrarla.

amicale e familiare era di scarsissima rilevanza probatoria. Il provvedimento non
aveva alcuna motivazione su un rapporto uti dominus tra Dipalma e Gaudino,
mentre l’utilizzo della Mastrogiulio per l’intestazione fittizia delle quote di
Dipalma dimostrava che Gaudino non era affatto un prestanome.
Non a caso i contratti intercorsi tra i due soggetti dimostravano la mancanza
di fiducia tra i due.
La motivazione era priva di razionalità e non aveva considerato tutto il
materiale probatorio. In realtà, contro le ‘presunzioni usate dalla Corte, nel

nessuna possibilità di controllare uti dominus i beni ritenuti fittiziamente intestati
ai coniugi Gaudino e Sanrocco.

In un secondo motivo il ricorrente deduce violazione di legge per l’utilizzo
delle presunzioni basate sul reddito (“redditometro”) nei confronti del terzo: per
il terzo non sono ammesse presunzioni ed occorre una prova piena del carattere
fittizio dell’intestazione; non si può, quindi, ricorrere alla presunzione basata
sulla sproporzione tra il valore del bene e il reddito del terzo.

In un terzo motivo si deduce violazione di legge e vizio di motivazione del
provvedimento nel dimostrare la posizione di prestanome di Gaudino.
La Corte aveva dedotto tale ruolo dal fatto che Dipalma si interessava della
Edilquattro s.r.I., di proprietà di Gaudino, e che la società aveva fittiziamente
assunto la Mastrogiulio.
Inoltre Gaudino, all’epoca di costituzione della Abita! Service s.r.I., svolgeva
da tempo attività di imprenditore edile, mentre Dipalma non era sottoposto a
misura di prevenzione. Tutto dimostrava che Dipalma controllava la propria
quota attraverso la moglie e non era dominus dell’intera società: Gaudino e
Dipalma erano soci.
Palesemente illogica era la motivazione della vendita della quota della
Mastrogiulio a Gaudino che, paradossalmente, aveva portato alla confisca
dell’intera società, e non della sola quota intestata alla Mastrogiulio.
Il ricorrente contesta, poi, il riferimento ai rapporti tra Dipalma e Sorangelo,
che non erano mai stati contestati al Gaudino.

In un ulteriore motivo il ricorrente deduce violazione di legge per la confisca
della Abitai Service s.r.l. e delle quote nella Filcam e nella Nuova Invest Co.

Viene inoltre eccepita l’omessa considerazione delle prove dedotte dalla
difesa, la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione

11

processo erano presenti solo prove che dimostravano che Dipalma non aveva

riproponendo le considerazioni del precedente ricorso.
In un ultimo motivo si censura l’omesso esame delle allegazioni e deduzioni
difensive dell’appellante.

5. Ricorre per cassazione il difensore di Dipalma Francesca, contestando la
declaratoria di inammissibilità dell’appello per tardività.
Se era esatto che la notifica del decreto di primo grado al difensore revocato
era da ritenersi inesistente, il nuovo difensore aveva diritto ad una

dalla notifica al precedente difensore. In effetti, il deposito della nomina del
nuovo difensore era stata fatta prima che la Cancelleria inviasse le notifiche del
decreto.
La Cancelleria avrebbe dovuto inviare la notifica al nuovo difensore sulla
base della situazione presente al momento dell’invio.

In un secondo motivo il ricorrente eccepisce la carenza di potere del
Procuratore Distrettuale Antimafia a chiedere l’applicazione della misura di
prevenzione. Si tratta di competenza funzionale, per cui la proposta avrebbe
dovuto essere dichiarata inammissibile.

In un terzo motivo il ricorrente deduce l’illegittimità costituzionale dell’art.
117 D. L.vo 159 del 2011 che non consente l’applicazione di un termine più
favorevole di quello previsto dalla normativa previgente per la durata del
sequestro di prevenzione sulla base degli artt. 3, 25 e 111 della Costituzione.

In un quarto motivo il ricorrente eccepisce l’inutilizzabilità delle
intercettazioni telefoniche svolte in altro procedimento in violazione dell’art. 270,
comma 1, cod. proc. pen. e della ulteriore documentazione indiziaria depositata
tardivamente e che costituisce la rilettura della attività già compiuta con
l’originaria indagine patrimoniale: rispetto a tale documentazione non è stato
consentito agli appellanti il diritto di difesa.

In un quinto motivo il ricorrente deduce l’applicabilità del D. L.vo 159 del
2011 al procedimento, riunito all’altro, con cui il P.M. chiedeva nuova misura di
prevenzione patrimoniale per i rapporti bancari in Svizzera. Non si trattava di
semplice estensione, ma di nuova richiesta.
In un sesto motivo il ricorrente deduce illegittimità costituzionale e contrasto
con la CEDU della confisca utilizzata come sanzione penale.

12

comunicazione e, comunque, aveva proposto appello nel termine di dieci giorni

In un ulteriore motivo si deduce la mancanza di congruità logica della
motivazione dei due provvedimenti.
Sin dal momento della scarcerazione (1987) e soprattutto da quello del
matrimonio (1991) Dipalma Raffaele aveva interrotto ogni attività illecita,
cosicché mancava il requisito dell’attualità.
In ogni caso, la morte del Dipalma impediva la confisca dei beni nei
confronti degli eredi.

utilizzati nei confronti di Dipalnna Francesca, terza rispetto al destinatario della
richiesta avanzata dalla Procura della Repubblica.
Il ricorrente conclude per l’annullamento del decreto impugnato.

6.

Il Procuratore Generale, nella requisitoria scritta conclude per la

declaratoria di inammissibilità dei ricorsi di Mastrogiulio nonché di Gaudino e
Sanrocco nonché per l’annullamento del decreto nei confronti di Dipalma
Francesca, con rinvio alla Corte d’appello di Bari.

7.

Hanno depositato memorie i difensori di Mastrogiulio Loredana e di

Gaudino Luciano e Sanrocco Maria Ceriaca.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Le posizioni dei singoli ricorrenti possono essere valutate separatamente.

1. Mastrogiulio Loredana.
Il primo motivo di ricorso è infondato.
La ricorrente invoca l’applicazione al procedimento in oggetto dell’art. 27,
comma 6 D. L.vo 159 del 2011, in base al quale, in caso di appello, il
provvedimento di confisca perde efficacia se la Corte di appello non si pronuncia
antro un anno e sei mesi dal deposito del ricorso.
Ai sensi dell’art. 117 D. L.vo 159 del 2011, le disposizioni del Titolo I del
testo unico non si applicano ai procedimenti nei quali, alla data di entrata in
vigore dello stesso, sia già stata formulata proposta di applicazione della misura
di prevenzione. In tali casi continuano ad applicarsi le norme previgenti che come è pacifico – non prevedevano termini perentori, a pena di efficacia del
provvedimento – per la decisione dell’appello.

Anche il secondo motivo di ricorso è infondato.

13

In un ultimo motivo si deduce illegittimità dei ragionamenti presuntivi

La ricorrente, per dedurre la violazione del termine fissato dall’art. 2

ter

legge 575 del 1965 per il provvedimento di confisca del Tribunale a seguito del
sequestro dei beni, non si confronta con la dettagliata motivazione del decreto di
primo grado (riportato a pag. 37 del decreto di appello) che ricostruisce il
decorso del termine e dimostra che il provvedimento del Tribunale era
tempestivo.

Invece è fondato il motivo di ricorso con cui la ricorrente impugna la

Dipalma Raffaele per mancanza di procura speciale.
Si deve sottolineare che la necessità di una nuova procura speciale e di una
nuova costituzione in giudizio della Mastrogiulio quale erede è stata affermata
solo dalla Corte territoriale in sede di valutazione dell’ammissibilità dell’atto di
impugnazione; il Tribunale, invece, aveva evidentemente ritenuto la Mastrogiulio
regolarmente costituita nelle due qualità di terzo e di erede di Dipalma Raffaele.
In realtà, non solo la procura speciale della Mastrogiulio all’avv. Aliani per la
presentazione dell’atto di appello è stata rilasciata sia in proprio che quale erede
di Dipalma Raffaele (come questa Corte ha direttamente verificato), ma
l’argomentazione del decreto della Corte territoriale è errata perché l’erede è un
unico soggetto di diritti, cosicché non era affatto necessaria la nuova costituzione
della Mastrogiulio quale erede. Come esattamente rilevato dal ricorrente, il
principio è stato affermato dalla Cassazione civile con la sentenza n. 12277 del
2016, secondo la quale “l’erede succede nelle situazioni giuridiche del defunto,
che a lui si trasmettono, e ne diviene centro d’imputazione giuridica, restando
tuttavia un unico soggetto di diritti, onde comunque è rituale la notificazione a lui
di una sola copia dell’atto di citazione e dell’atto d’impugnazione. Il principio è
valido quando una persona, essendo già in causa in proprio, vi rimanga anche in
qualità di erede di un’altra parte deceduta nelle more del giudizio, ma è altresì
valido, per identità di ratio, quando la persona sia convenuta in giudizio avendo
già acquisito la qualità ereditaria, perché unica resta la parte sostanziale
chiamata nel processo, essendo quindi irrilevante pure il difetto di una
indicazione espressa di tale qualità”.
Questa Corte, d’altro canto, ha ritenuto ammissibile il ricorso per cassazione
proposto dal difensore degli eredi di persona nei cui confronti potrebbe essere
disposta la confisca, anche se non munito di procura speciale anche nell’ipotesi
in cui il procedimento sia proseguito nei confronti dell’erede del proposto,
deceduto nel corso del procedimento, osservando che, in tal caso, il soggetto
interessato, ai sensi dell’art. 4, comma 11, legge n. 1423 del 1956, è solo
l’erede, al quale, in virtù del rinvio alla disciplina codicistica (art. 4, ultimo

14

declaratoria di inammissibilità dell’appello dalla stessa proposta quale erede di

comma legge n. 1423 del 1956), deve applicarsi la previsione di cui all’art. 571,
comma 3, cod. proc. pen. (Sez. 5, n. 136 del 14/10/2015 – dep. 07/01/2016,
Labate e altri, Rv. 265676): il principio vale ovviamente anche per l’atto di
appello.
Il decreto impugnato deve, quindi, essere annullato con rinvio alla Corte di
appello di Bari con riferimento alla impugnazione dichiarata inammissibile per
difetto di procura speciale.

alla conferma della confisca dei beni adottata nei confronti di Mastrogiulio
Loredana in proprio quale intestataria dei beni.
La motivazione del provvedimento si rinviene alle pagg. 67 e seguenti. Si
deve sottolineare che le censure allo stesso devono muoversi nell’ambito della
violazione di legge, ai sensi dell’art. 4 legge 1423 del 1956, richiamata dall’art. 3
ter, comma 2, legge 575 del 1965.
Ciò si deve premettere in quanto il terzo motivo di ricorso fa espresso
riferimento al vizio di motivazione del decreto impugnato e, nell’elenco
introduttivo delle censure successivamente sviluppate (pagg. 7 e 8 del ricorso)
mostra di volere esporre anche considerazioni di merito: quando, ad esempio,
sostiene che la Corte avrebbe

“erroneamente confermato che sussistesse il

presupposto soggettivo della pericolosità del proposto” e, successivamente,
afferma che vi sarebbe stata una

“errata valutazione dei dati forniti per la

ricostruzione del patrimonio immobiliare di esclusiva proprietà della
Mastrogiulio”, per poi fare riferimento ad una “carenza di prova” e ad una
“assurda, errata ed inverosimile determinazione dell’entità degli immobili”.
Come è stato più volte ribadito, con riferimento alla motivazione del
provvedimento impugnato, la violazione di legge sussiste solo nei casi di
motivazione assente od apparente, mentre non integrano il vizio la manifesta
illogicità o la contraddittorietà contemplate dall’art. 606, comma 1, lett.

e) cod.

proc. pen..

Analizzando i presupposti individuati dalla Corte territoriale per l’adozione
della confisca, si deve osservare che le censure mosse dalla ricorrente – così
come quelle analoghe mosse dalla ricorrente Dipalma Francesca – in ordine al
presupposto soggettivo della pericolosità di Dipalnna Raffaele sono generiche: in
effetti, le due ricorrenti non si confrontano davvero con l’ampia esposizione del
decreto, sulla base della quale la Corte individua un arco di pericolosità di
Dipalma Raffaele dal 1992 al 2008; l’affermazione, contenuta nel ricorso di
Dipalma Francesca, secondo cui, sin dalla scarcerazione (1987) e soprattutto a

15

Il ricorso, al contrario, è infondato e deve essere rigettato con riferimento

partire dall’epoca del matrimonio (1991), Dipalma Raffaele aveva interrotto ogni
attività illecita è decisamente smentita dai dati oggettivi: basta fare riferimento
alla severa condanna per traffico di stupefacenti, a quella per usura, alla misura
di prevenzione emessa nel 1999, alla frequentazione di soggetti pregiudicati fino
dal 2009; da parte sua, il ricorso di Mastrogiulio si limita ad affermare che “la
sola commissione di reati non comporta necessariamente pericolosità sociale
ovvero altre qualificazioni personali”, sostanzialmente eludendo la motivazione

Passando al presupposto oggettivo, occorre ribadire che incombe all’accusa
l’onere di dimostrare rigorosamente, ai fini della confisca di beni intestati a terzi,
l’esistenza di situazioni che avallino concretamente l’ipotesi del carattere
puramente formale di detta intestazione, funzionale alla esclusiva finalità di
favorire il permanere del bene in questione nella effettiva ed autonoma
disponibilità di fatto del proposto; disponibilità la cui sussistenza, caratterizzata
da un comportamento uti dominus del medesimo proposto, in contrasto con
l’apparente titolarità del terzo, deve essere accertata con indagine rigorosa,
intensa ed approfondita, avendo il giudice l’obbligo di spiegare le ragioni della
ritenuta interposizione fittizia, sulla base non di sole circostanze sintomatiche di
spessore indiziario, ma di elementi fattuali, connotati dai requisiti della gravità,
precisione e concordanza ed idonei, pertanto, a costituire prova indiretta
dell’assunto che si tende a dimostrare (Sez. 2, Sentenza n. 35628 del
23/06/2004, dep. 27/08/2004, Rv. 229726). Ove non conviventi, i terzi
ricorrenti, pur non avendo un onere di prova nel vero significato della frase,
hanno comunque il dovere (oltre che l’interesse) di dimostrare la legittima
provenienza dei beni dei quali erano formalmente intestatari (Cass. Sez. 1, sent.
n. 5897 del 26.11.1998 dep. 18.1.1999, Bonmarito).
Invece, quanto agli stretti familiari, asseritannente fittizi intestatari di beni,
questa Corte ha più volte affermato che nei confronti dei soggetti rientranti nel
novero di quelli considerati dalla L. n. 575 del 1965, art. 2 bis, comma 3,
separatamente da tutti gli altri terzi opera una fondata presunzione di essere
solo prestanome circa l’effettiva disponibilità dei beni in testa al proposto, salvo
rigorosa e fondata prova contraria posta a carico dei predetti soggetti legati da
vincoli parentali con detto proposto, essendo intuibilmente più accentuato, in
caso di titolarità dei beni in capo a costoro, il pericolo di una intestazione
meramente fittizia a copertura di quella concreta e reale in testa al detto
proposto raggiunto dalla misura di prevenzione personale. (Cass. Sez. 6 sent.
18047 del 10/3/2005, dep. 13/5/2005, Mollica).
Di conseguenza, nel caso in cui i beni dei quali si intenda dimostrare la

16

del decreto sulla questione.

disponibilità in capo al proposto siano nella formale titolarità del coniuge, dei figli
o dei conviventi del medesimo proposto, la disponibilità di tali beni deve
intendersi presunta in capo all’indiziato di appartenenza all’associazione mafiosa,
in quanto tali soggetti (coniuge e figli e conviventi) sono considerati
separatamente dagli altri terzi (L. n. 575 del 1965, art. 2 bis, comma 3), nei cui
confronti, invece devono risultare elementi di prova circa la disponibilità concreta
dei beni da parte dell’indiziato.
Anche recentemente è stato ribadito che il rapporto esistente tra il proposto

specifiche presunzioni di cui all’art. 2 ter, comma 13, legge n. 575 del 1965,
circostanza di fatto significativa della fittizietà della intestazione di beni dei quali
il proposto non può dimostrare la lecita provenienza, quando il terzo familiare
convivente, che risulta finalmente titolare dei cespiti, è sprovvisto di effettiva
capacità economica (Sez. 6, n. 43446 del 15/06/2017 – dep. 21/09/2017,
Cristodaro e altri, Rv. 271222; Sez. 1, n. 17743 del 07/03/2014 – dep.
24/04/2014, Rienzi e altri, Rv. 259608).
In questo quadro normativo, si deve escludere che la Corte territoriale,
confermando il provvedimento del Tribunale, si sia limitata ad applicare una
presunzione di fittizietà dell’intestazione dei beni alla Mastrogiulio, ritenendoli sic
et simpliciter

nella disponibilità di Dipalma Raffaele in ragione della sua

pericolosità: al contrario, ha valutato le disponibilità economiche della ricorrente
all’epoca degli acquisti, effettuati nel periodo di pericolosità di Dipalma,
confrontandole con gli importi dei versamenti effettuati nel corso degli anni,
giungendo ad un ragionevole giudizio di sproporzione tra la consistenza del
patrimonio immobiliare e mobiliare e la sua esigua capacità economica; inoltre
non ha eluso le giustificazioni addotte dall’appellante in ordine alle donazioni che
lei e il coniuge avrebbero ricevuto in occasione del matrimonio e negli anni
successivi dai rispettivi genitori, valutandole inverosimili non solo perché non
provate documentalmente (se non con un documento la cui autenticità è messa
argornentatamente in dubbio), ma perché contrastanti con la logica, con i
rapporti intrafamiliari (donazioni di rilevante entità effettuate a favore di un solo
fratello, lasciando del tutto sfavoriti i numerosi altri fratelli), con la assenza di
tracce di versamenti bancari e perfino con le dichiarazioni dello stesso Dipalma,
che aveva smentito la donazione della somma di lire 400 milioni nel 1996
(l’intestazione fittizia delle quote delle società, invece, è ammessa dalla
ricorrente).
In definitiva, si tratta di una motivazione effettivamente esistente, nella
quale non si rinviene la violazione di legge consistente nell’invertire in linea di
diritto l’onere della prova della fittizia intestazione; le censure a tale motivazione

17

e il coniuge, i figli e gli altri conviventi costituisce, pur al di fuori dei casi delle

consistono nella denuncia della sua illogicità o contraddittorietà: si pensi, ad
esempio, al tentativo di spiegare perché le donazioni dei genitori e dei suoceri
alla Mastrogiulio sarebbero attendibili.

La Corte territoriale, infine, motiva adeguatamente sulla provenienza illecita
dei beni acquisiti da Dipalma Raffaele e fittiziamente intestati alla Mastrogiulio
valutando analiticamente, ma anche globalmente, i redditi dello stesso risultanti
dal suo lavoro di geometra, svolto per pochi anni, intervallato da periodi di

2. Gaudino Luciano e San Rocco Maria Ceriaca.
Il ricorso deve essere accolto e il decreto impugnato deve essere annullato
con rinvio alla Corte d’appello di Bari.
I due ricorrenti sono terzi estranei per i quali non vige alcuna presunzione,
con la conseguenza che la confisca può essere adottata solo a seguito di una
prova piena della fittizietà dell’intestazione agli stessi dei beni e della titolarità o
disponibilità degli stessi in capo al proposto, oltre che della sproporzione e/o
della provenienza illecita.
Si è affermato che incombe all’accusa l’onere di dimostrare rigorosamente,
ai fini del sequestro e della confisca di beni intestati a terzi, l’esistenza di
situazioni che avallino concretamente l’ipotesi del carattere puramente formale di
detta intestazione, funzionale alla esclusiva finalità di favorire il permanere del
bene in questione nella effettiva ed autonoma disponibilità di fatto del proposto;
disponibilità la cui sussistenza, caratterizzata da un comportamento uti dominus
del medesimo proposto, in contrasto con l’apparente titolarità del terzo, deve
essere accertata con indagine rigorosa, intensa ed approfondita, avendo il
giudice l’obbligo di spiegare le ragioni della ritenuta interposizione fittizia, sulla
base non di sole circostanze sintomatiche di spessore indiziario, ma di elementi
fattuali, connotati dai requisiti della gravità, precisione e concordanza ed idonei,
pertanto, a costituire prova indiretta dell’assunto che si tende a dimostrare (Sez.
2, n. 6977 del 09/02/2011 – dep. 23/02/2011, Battaglia e altri, Rv. 249364; Sez.
2, n. 35628 del 23/06/2004 – dep. 27/08/2004, Palumbo ed altri, Rv. 229726);
da parte sua, il terzo ha il diritto di fornire qualsiasi prova contraria, anche di
natura testimoniale, potendo dedurre col ricorso per cassazione il vizio di
violazione di legge nel caso in cui il provvedimento impugnato non offra alcuna
motivazione in ordine al rigetto delle sue istanze istruttorie (Sez. 1, n. 49180 del
06/07/2016 – dep. 18/11/2016, Barberio e altro, Rv. 268652).

In primo luogo, quanto alla posizione di San Rocco Maria Ceriaca, deve darsi

18

detenzione e in posizione subordinata.

atto della mancanza o apparenza della motivazione della confisca emessa nei
suoi confronti.
In realtà, la posizione della San Rocco viene accomunata a quella di
Gaudino, dandosi per presupposto – anche se implicitamente – che le quote alla
stessa intestate lo fossero fittiziamente, in quanto in disponibilità del coniuge;
con la conseguente mancanza di approfondimento autonomo di quella posizione
al fine di verificare se tale presunzione fosse fondata.

motivazione con cui la Corte territoriale ha revocato la confisca della quota di
Gaudino nella Nuova Invest Co. S.r.l. disposta dal Tribunale.
La Corte territoriale osserva che

“i comprovati rapporti intrattenuti dal

Gaudino con il Dipalma nell’ambito della Abita! Service s.r.l. e prima ancora
nell’ambito della Edilquattro s.r.l. non consentono di affermare come automatica
conseguenza che tutte le attività poste in essere dal Gaudino fossero riconducibili
a Dipalma Raffaele. In altri termini, gli stretti rapporti esistenti tra Gaudino ed il
Dipalma nell’ambito delle predette società … non possono ipso facto legittimare
l’asserto secondo il quale tutte le attività imprenditoriali intraprese dal Gaudino a
partire dal 2002 – 2003 (epoca in cui avevano avuto inizio più stretti rapporti
con Dipalma) fossero riconducibili a quest’ultimo, in quanto sicuramente oggetto
di una società di fatto – di natura occulta – con il Dipalma e/o addirittura gestite
dal Gaudino nella veste di mero prestanome del Dipalma.
Dagli atti processuali emerge, infatti, che il Gaudino, già a partire dal 1996
(dunque prima di allacciare rapporti con Dipalma e/o con persone legate al
Dipalma) aveva cominciato a svolgere attività imprenditoriale nel settore edilizio
operando all’interno di società (Edilservice 2000 negli anni 1996 – 1999, Immobil
7 negli anni 1997 – 2001, Comag negli anni 2000 – 2003) sicché i legami insorti
tra i due intorno al 2002 – 2003 (estesi, successivamente, anche alle rispettive
famiglie) non permettono di affermare senz’altro che il Gaudino, in “tutte” le
attività economiche di cui si occupava, non avesse altro ruolo se non quello di
socio (o peggio ancora, di prestanome o di testa di legno) del Dipalma”.
Era opportuno riportare queste considerazioni perché da esse si traggono
due elementi.
In primo luogo, emerge un dato storico – cronologico: secondo la
ricostruzione del Tribunale e della Corte (in parte divergenti), Luciano Gaudino,
imprenditore edile, partecipe di società e, quindi, socio di altre persone, solo in
un certo periodo della sua attività imprenditoriale avrebbe deciso di gestire gli
affari imprenditoriali in maniera differente rispetto a quello normale,
acconsentendo a intestazioni fittizie e ad un ruolo diverso da quello ordinario:

19

Passando alla posizione di Luciano Gaudino, pare utile riportare la

anomalia non rinvenibile né in precedenza (1996 – 2003), né successivamente
(2008). Di per sé, tale “anomalia” di condotta è certamente possibile ma la sua
prova è – se possibile – ancora più rigorosa, atteso che la carriera
imprenditoriale del soggetto induce a ritenerla improbabile.

Un secondo dato – esattamente evidenziato dal ricorrente – è l’incertezza,
presente in tutto il provvedimento impugnato, così come in quello di primo
grado, in ordine alla effettiva natura del rapporto tra Gaudino e Dipalma

Gaudino era un semplice “prestanome” o “testa di legno” del secondo?
Il decreto del Tribunale (riportato a pagg. 31 e ss. del decreto della Corte
d’appello) già faceva intravedere questa incertezza, questa mancanza di
chiarezza nel trattare della confisca della Abitai Service s.r.I.: si parlava, infatti,
di “cointeressenza tra il Gaudino e il Dipalma”, definiti come “soci di fatto sino al
2006” (l’espressione era utilizzata perché la quota di Dipalma era fittiziamente
intestata alla Mastrogiulio, che era “socia di diritto” della Abitai Service s.r.I.) e si
osservava che “nel 2009 sembra permanere il rapporto di debito in favore di
Dipalma nei confronti del Gaudino, che non risulta ad oggi estinto”; salvo poi
concludere che “emerge la riconducibilità della società Abitai Service s.r.l. alla
persona di Dipalma Raffaele che, in qualità di socio occulto, immettendo, sin
dall’origine, indirettamente nella stessa (attraverso la consorte) dei redditi di
dubbia provenienza, ha creato una fusione tra capitali anche leciti generati
dall’attività di impresa e capitali di origine illecita non più individuabili”.

In realtà è questa incertezza – in nessun modo risolta dalla Corte territoriale
– ad imporre l’annullamento del decreto impugnato.
In effetti: si può sostenere che, fin dalla costituzione della società Abitai
Service s.r.I., la quota di Gaudino Luciano (e quella di Colonna Antonio, pagata
da Gaudino) fosse fittiziamente intestata allo stesso, in quanto facente capo in
realtà, a Dipalma Raffaele: ma questo dato, come si è visto, non è affermato dal
Tribunale e, si direbbe, nemmeno dalla Corte territoriale, quando il decreto dà
atto che Gaudino aveva pagato anche la quota di Colonna; di conseguenza,
l’attribuzione a Dipalma Raffaele di dominus della società, in questa fase, resta
priva di giustificazione (perché Gaudino avrebbe effettuato un investimento con il
denaro proprio per restare soggetto in tutto – sia come gestione che dal punto di
vista patrimoniale – a Dipalma?).
Eppure, solo la fittizia intestazione della quota di Gaudino

ab origine

giustifica – sembra ovvio affermarlo – la confisca di tutta la società e non solo
della quota facente capo a Dipalma Raffaele.

20

Raffaele: il secondo era “socio occulto” del primo? E in che misura? Oppure

Si afferma, poi, la fittizietà della vendita della quota intestata alla
Mastrogiulio il 27/4/2006; in sostanza, dal 2004 tutte le quote della Abitai
Seni/ce s.r.l. sarebbero state fittiziamente intestate (alla Mastrogiulio, a Colonna
e a Gaudino) e nel 2006 la decisione sarebbe stata quella di trasferire le quote
da un fittizio intestatario ad altri due (Gaudino e la San Rocco).
Se fosse così, la motivazione in ordine al mancato pagamento della vendita
sarebbe del tutto inutile perché, evidentemente, nessun pagamento avrebbe
dovuto essere effettuato: eppure si parla di debito non onorato non per intero,
parzialmente,

da Gaudino. Si deve anche rilevare che

il mancato

adempimento di un debito, di per sé, non costituisce prova dell’inesistenza dello
stesso debito, cosicché la menzione di ulteriori elementi dimostrativi di un
accordo per la vendita (le varie versioni del contratto di vendita rinvenute nel
corso di una perquisizione) impongono ulteriormente di chiarire il punto: non si
tratta tanto dell’analisi degli elementi acquisiti, ma dell’incertezza di
impostazione del provvedimento impugnato.

In definitiva, la Corte aveva davanti a sé tre alternative: confermare la
confisca dell’intera società Abitai Service s.r.I., sulla base dell’affermazione della
fittizietà dell’intestazione delle quote a Gaudino Luciano e a San Rocco Maria
Ceriaca; confermarla limitatamente alla quota venduta il 27/4/2006 dalla
Mastrogiulio; revocarla per intero.
Tale decisione non poteva che essere presa dopo avere adottato
un’interpretazione dei dati univoca e non equivoca, come quella – in realtà priva
di concreto significato – di una “fusione tra capitali anche leciti generati
dall’attività di impresa e capitali di origine illecita non più individuabili”.
Il Giudice del rinvio dovrà, quindi, adottare tale decisione, applicando il
principio di diritto richiamato sopra, che cioè nei confronti dei terzi intestatari
non è ammessa alcuna presunzione.

L’annullamento della confisca adottata con riferimento alla confisca della
Abitai Service s.r.l. non può che ripercuotersi su quella della quota della Nuova
Invest intestata alla Abitai Service e su quella della quota della Filcam s.r.l.
intestata a Gaudino Luciano (provvedimento per il quale si deve, per di più,
osservare che la motivazione del bonifico di euro 60.000 fornita da Gaudino non
sembra essere stata presa in considerazione dalla Corte territoriale).

3. Il ricorso di Dipalma Francesca è fondato.
Premessa l’infondatezza dell’eccezione di carenza di legittimazione del
Procuratore distrettuale antimafia – DDA – a chiedere le misure di prevenzione

21

ma

patrimoniali, atteso che tale legittimazione era stata introdotta dalla legge n. 125
del 2008, l’appello proposto nell’interesse di Dipalma Francesca non poteva
essere ritenuto tardivo.
In effetti, poiché la nomina del nuovo difensore di fiducia era intervenuta
dopo il deposito del decreto del Tribunale, ma prima della sua notificazione a
cura della Cancelleria, tale notificazione avrebbe dovuto essere inviata al nuovo
legale.
Tale principio è stato affermato con riferimento all’avviso di conclusione

Tarallo, Rv. 241807) e all’estratto contumaciale di sentenza (Sez. 1, n. 40817
del 14/10/2010 – dep. 18/11/2010, Devcic, Rv. 248465), ma si tratta, con ogni
evidenza, di applicazione di un principio generale.
D’altro canto, la debolezza della conclusione opposta cui è giunta la Corte
territoriale si evince dall’affermazione secondo cui nessun difensore – né il
precedente revocato, né il nuovo nominato, né un difensore d’ufficio – aveva
diritto a ricevere la notifica del decreto di primo grado.

Tale decisione impone l’annullamento con rinvio del decreto impugnato.

Peraltro è necessario provvedere sul quinto motivo di ricorso, che ha per
oggetto la conferma del decreto n. 248 del 2013 del 10/10/2013 del Tribunale di
Bari.
In effetti, avverso quel decreto era stato proposto autonomo atto di appello,
di cui non si discuteva la tempestività, e i procedimenti erano stati riuniti davanti
alla Corte territoriale la quale, peraltro, aveva rigettato l’atto di appello. La
trattazione di tale impugnazione si rinviene alle pagg. 161 e ss. del decreto
impugnato.
Il ricorso è fondato e determina l’annullamento senza rinvio del decreto
impugnato, con conseguente restituzione dei beni confiscati a Dipalma
Francesca.
In effetti, contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte territoriale, il
procedimento in questione non era affatto frutto di un’estensione delle
precedenti richieste di misure di prevenzione, ma di un nuovo procedimento,
avente ad oggetto beni diversi e promosso successivamente alla morte di
Dipalma Raffaele direttamente nei confronti degli eredi (come era possibile ai
sensi dell’art. 18, comma 3 D. L.vo 159 del 2011).
Poiché il provvedimento era stato richiesto dopo l’entrata in vigore del
Decreto legislativo 159 del 2011, avrebbe dovuto trovare applicazione tale
provvedimento e non la normativa precedente: di conseguenza, essendo il

22

delle indagini preliminari (Sez. 5, n. 43763 del 22/10/2008 – dep. 21/11/2008,

decreto della Corte territoriale intervenuto oltre due anni dopo quello di primo
grado, il provvedimento di confisca ha perso efficacia ai sensi dell’art. 27,
comma 6 D. L.vo 159 del 2011.

P.Q.M.

Annulla il decreto impugnato in relazione a Mastrogiulio Anna Loredana
limitatamente alla impugnazione dichiarata inammissibile per difetto di procura

il ricorso della Mastrogiulio.
Annulla senza rinvio il decreto impugnato in relazione a Di Palma Francesca
limitatamente alla conferma del decreto N. 248/2013 pronunciato il 10/10/2013
dal Tribunale di Bari, che dichiara inefficace e dispone la restituzione dei beni
confiscati con tale decreto a Di Palma Francesca; annulla nel resto il decreto
impugnato con riferimento a Di Palma Francesca e rinvia per nuovo esame alla
Corte di Appello di Bari.
Annulla il decreto impugnato in relazione a Gaudino Luciano e San Rocco
Maria Ceriaca e rinvia per nuovo esame alla Corte di Appello di Bari.

Così deciso il 7 novembre 2017

speciale, e rinvia per nuovo esame alla Corte di Appello di Bari; rigetta nel resto

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA