Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16521 del 07/02/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 16521 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: BINENTI ROBERTO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
MENTA SUNNY nato il 04/07/1984
GHASSEMI MOHAMMAD nato il 01/12/1990

avverso la sentenza del 16/09/2016 della CORTE ASSISE APPELLO di TRIESTE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal Consigliere ROBERTO BINENTI
sentito il pubblico ministero, in persona dell’Avvocato Generale FRANCESCO
MAURO IACOVIELLO, che ha concluso per l’inammissibilità dei ricorsi;
udito per i ricorrenti l’Avv. FABIO SALVATI, che ha insistito per l’accoglimento
dei ricorsi.

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di assise di appello di Trieste, con la sentenza in epigrafe, per
quanto di interesse, riformava parzialmente quella emessa il 28 maggio 2015 dal
G.U.P. del Tribunale di Trieste, all’esito di giudizio abbreviato, riducendo ad anni
tre, mesi dieci di reclusione ed euro 200.000,00 di multa la pena inflitta a Mehta
Sunny (riconosciuto responsabile dei reati unificati per continuazione di cui ai
capi A, B, D, F, G, H, M) e ad anni tre, mesi quattro di reclusione ed euro
110.000,00 di multa quella inflitta a Ghassemi Muhammad (riconosciuto r
responsabile dei reati, unificati per continuazione, contestatigli ai capi E ed L).

i

Data Udienza: 07/02/2018

2. I fatti rispettivamente addebitati agli imputati avevano ad oggetto diverse
condotte in concorso di cui all’art. 12, commi 3 bis e 3 ter, d. Igs. n. 286 del
1998, tramite cui si era ripetutamente procurato, previo corrispettivo in denaro,
l’ingresso illegale in Italia di cittadini extracomunitari, facendo loro attraversare
clandestinamente la frontiera in corrispondenza dei confini del Nord Italia,
attraverso il trasporto su strada a bordo di veicoli, negli anni 2012 e 2013.
Condotte riferite all’attività di un’associazione per delinquere, quella
descritta al capo M), di cui veniva ritenuto compartecipe anche Mehta Sunny.

dalle risultanze di attività di indagini, seguite ad un primo arresto del 21
dicembre 2012, che si erano poi sviluppate principalmente attraverso servizi di
intercettazione, osservazione e pedinamento in costanza dei fatti delittuosi.
Dopo l’esecuzione di provvedimento cautelare erano sopraggiunte le
dichiarazioni, più o meno ammissive, di alcuni imputati in sede di interrogatorio.
La sentenza emessa all’esito del giudizio di appello, dopo avere disatteso
l’eccezione di nullità avanzata nell’interesse di Gassemi Muhannmad con
riferimento alle trascrizioni delle conversazioni intercettate, richiamava le
emergenze già valorizzate dal G.U.P. per ciascun fatto di cui riteneva provata la
responsabilità dei predetti imputati, concludendo così per l’infondatezza dei rilievi
mossi sul punto nei rispettivi atti di appello, di talché procedeva solamente alla
riduzione come sopra delle pene inflitte, previa negazione dell’attenuante di cui
al comma 3 quinquies del citato art. 1.2. come invocata da Mehta Sunny

3. Propongono ricorso per cassazione entrambi i predetti imputati.

4. Il ricorso nell’interesse di Mehta Sunny
4.1. Con un primo motivo, lamenta carenza della motivazione, rilevando che
nella sentenza di appello non erano state spiegate le ragioni per cui si era
ritenuta provata la condotta di partecipazione all’associazione per delinquere
come addebitata al capo M), a fronte di censure che in sede di appello avevano
addotto l’occasionalità degli interventi, di «mero servizio» e minima rilevanza,
come tali persino inidonei a configurare la consapevolezza dell’intero contesto.
4.2. Con un secondo motivo, si denunzia ancora mancanza di motivazione,
oltre che violazione dell’art. 12, comma 3 quinquies, D. Lgs. 25 luglio 1998, n.
286, in relazione al diniego della circostanza attenuante prevista da tale comma,
essendosi a tal riguardo erroneamente fatto riferimento alla necessità
dell’acquisizione tramite le dichiarazioni di elementi nuovi, mentre avrebb9
dovuto considerarsi il concreto apporto in relazione a dati probatori decisivi.

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Gli elementi valorizzati ai fini del giudizio di colpevolezza venivano tratti

5. Il ricorso nell’interesse di Gassenni Muhammad
5.1. Con un primo motivo, sotto il profilo della denunzia di violazione di
norme processuali e di mancanza della motivazione, si ripropone l’eccezione di
inutilizzabilità degli esiti delle intercettazioni in ragione della mancata
individuazione dell’interprete, osservandosi che i giudici di appello non avevano
fornito idonee risposte sul punto, nonostante le ineludibili esigenze di difesa e
trasparenza dell’attività investigativa non potessero essere tutelate dalla sola
indicazione nei verbali di polizia della generalizzazione dell’interprete in altri atti.

motivazione, si muovono censure che prospettano il mancato raggiungimento
della prova in ordine alla partecipazione alle condotte contestate, non rimanendo
rappresentato dalle conversazioni intercettate, dalle intestazioni delle utenze o
da altri elementi che il Ghassemi fosse uno degli interlocutori coinvolti nei fatti.
Infine, si invoca, in caso di parziale accoglimento del ricorso, la riduzione
della pena, in modo da giungere alla concessione della sospensione condizionale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Entrambi i ricorsi sono inammissibili per le ragioni di seguito illustrate.

2. Il ricorso nell’interesse di Mehta Sunny
2. 1. Con il primo motivo non si fa altro che chiedere una rivisitazione del
significato attribuito dai giudici di merito agli elementi di fatto da cui è stata
desunta, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, la partecipazione del ricorrente come contestata al capo M) – all’associazione per delinquere finalizzata al
favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dei cittadini extracomunitari.
Elementi di fatto tratti dalla ricostruzione delle modalità di numerosi reati
fine per cui pure è intervenuta condanna senza che sul punto si muovano rilievi.
Procedendo a generiche enunciazioni in ordine ad asseriti compiti secondari
sempre sganciate dalla rappresentazione operate in sede di merito a fini della
ricostruzione dei fatti delittuosi e del ruolo assunto da Sunny Mehta nell’ambito
degli stessi e della collaudata struttura organizzativa di riferimento, non si
evidenzia alcun vizio della motivazione sotto il profilo dell’individuazione
dell’elemento soggettivo od oggettivo della condotta associativa, mancando un
reale confronto con la tenuta della struttura

argomentativa, tutt’altro che
carente, posta dai giudici di merito a supporto del responso di colpevolezza.

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5.2. Con un secondo motivo, lamentandosi violazione di legge e vizio della

Si tratta dunque di censure critiche ben lontane da quelle che possono avere
ingresso nel giudizio di legittimità ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod.
proc. pen., di modo che non può che risultare manifesta la loro inammissibilità.

2.2. Alle stesse conclusioni deve pervenirsi in relazione al secondo motivo.
Ed infatti, in primo luogo, si parla di una gamma di condotte che non
sarebbero state considerate e che però potrebbero pure fondare la concessione
della speciale attenuante in materia secondo la formulazione dell’art. 12 comma

essere, una volta che non si arriva a disconoscere la necessità che l’apporto sia
concreto e tale da fornire elementi decisivi alla ricostruzione dei fatti proprio nei
termini ritenuti nella sentenza di appello al fine di negare detta attenuante.
Cosicché, in tal modo certamente non viene rappresentata la violazione di legge.
In secondo luogo, si indica tutta una serie di notizie che avrebbe offerto il
Mehta in un unico interrogatorio – per di più ai sensi dell’art. 415 bis, cod. proc.
pen, e pertanto solo all’esito delle indagini – le quali non risultano affatto però
dalla rappresentazione degli atti processuali e tanto meno avendo presente
l’acquisizione dei nuovi elementi decisivi di cui sopra nella specie indispensabili.
Dunque, si tratta di obiezioni prive di qualsiasi attitudine ad evidenziare vizi
di legittimità, anche sotto il diverso aspetto della carenza della motivazione.

3. Il ricorso nell’interesse di Ghassemi Mohammed
3.1. Con il primo motivo viene riproposta la questione della mancata
generalizzazione dell’interprete nei verbali di trascrizione della polizia giudiziaria.
A tale doglianza si era già risposto in primo grado, rilevandosi fra l’altro, in
forza di argomentazioni poi condivise dai giudici di appello, che nessun reale
pregiudizio alla possibilità di verifica delle qualità professionali e delle
competenze ne poteva derivare, potendosi agevolmente individuare l’interprete
nella specie intervenuto attraverso il richiamo del separato suo atto di nomina.
Nel ricorso non ci si è minimamente misurati con tale replica idonea a
rappresentare l’assenza in concreto di qualsiasi vulnus in grado di inficiare la
trasparenza delle indagini, ma si è semplicemente asserito che in alcun modo
sarebbe stato possibile individuare l’identità di quell’interprete, senza però
specificare le ragioni di tale assunto in aperto contrasto con quanto rilevato dai
giudici di merito, per ciò solo risultando in definitiva il motivo del tutto generico.
Inoltre, si è continuato a far riferimento, come già avvenuto in primo grado,
ai principi affermati da una pronunzia di legittimità nel senso dell’inutilizzabilità
delle intercettazioni nel caso che si è inteso prospettare (Sez. 3, n. 49331 del
09/12/2013, Rv. 257291). Pronunzia che tuttavia si pone in contrasto con

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3 quinquies del d. Igs. n. 286 del 1998. Ma non si comprende quali esse possano

diverse altre (più recentemente, Sez. 6, n. 31285 del 23/03/2017, Rv. 270570;
Sez. 3, n. 24305 del 17/01/2017, Rv. 269985; Sez. 5, n. 25549 del 15/04/2015,
Rv. 268024), che hanno viceversa considerato, da un lato, l’assenza di specifiche
previsioni sanzionatorie a tal riguardo, dall’altro, l’operatività del regime della
tassatività in materia di nullità, così come di inutilizzabilità, e ciò con particolare
riferimento alla disciplina delle intercettazioni (art. 271, cod. proc. pen.).
Ma, a parte le superiori osservazioni che evidenziano già l’inammissibilità del
motivo in ragione dell’assenza di un idoneo confronto con le motivazioni di

preclusa dal precedente accesso al giudizio abbreviato, prospettandosi infatti una
violazione da cui dovrebbe derivare una nullità non assoluta e, quale effetto,
un’inutilizzabilità che non assumerebbe comunque connotazioni «patologiche»,
attenendo pur sempre alle sole modalità di documentazione di atti della polizia
giudiziaria (Sez. 2, n. 19483 del 16/04/2014, Rv. 256038; Sez. 5, n. 46406 del
06/06/2012, Rv. 254081; Sez. 2, n. 42559 del 08/10/2004, Rv. 230219).

3.2. Con il secondo motivo, al fine di censurare la motivazione che ha
supportato l’affermazione della responsabilità ritenendosi certa l’individuazione
del Ghassemi quale uno dei responsabili dei reati ascrittigli, ancora una volta si
evidenziano elementi assolutamente non conducenti, giacché non hanno nulla a
che fare con le ragioni di detta individuazione, né hanno l’attitudine a smentirla.
A tale individuazione si perveniva, invero, come risulta dall’esposizione delle
risultanze da parte dei giudici di merito, già ampiamente in primo grado e poi di
nuovo in appello (pag. 28 e 29 della sentenza) in risposta ai rilievi in tale sede
mossi, poiché il Ghassemi era risultato uno degli interlocutori intercettati
protagonisti delle condotte illecite di cui trattasi a seguito non solo di operazioni
di ascolto, ma anche dei contestuali servizi di osservazione che consentivano al
contempo di seguire in diretta i diversi passaggi delle sue condotte, come di
quelle dei correi, funzionali al trasporto in Italia degli immigrati ancora in corso.
Dunque, anche in tal caso nessuna violazione di legge o vizio della
motivazione viene nella sostanza denunziato, ma invece, in termini
manifestamente inammissibili, si adducono solo alcuni parziali elementi per
invocare valutazioni di merito disancorate da quanto rappresentato in sentenza.

4. Dalla dichiarazione di inammissibilità discende la condanna dei ricorrenti
al pagamento delle spese processuali e di ciascuno, valutati i profili di colpa, a
quello della somma fissata in euro duemila in favore della cassa delle ammende.

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merito, tale questione neppure ab origine avrebbe potuto essere sollevata poiché

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle
spese processuali e ciascuno al versamento della somma di euro duemila in
favore della cassa delle ammende.

Così deciso il 7 febbraio 2018

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