Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16487 del 17/11/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 16487 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: MANCUSO LUIGI FABRIZIO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
CHIALINA LUCA nato il 20/09/1970 a BIELEFELD( GERMANIA)

avverso l’ordinanza del 07/02/2017 del TRIB. SORVEGLIANZA di TRIESTE
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere LUIGI FABRIZIO MANCUSO;

Data Udienza: 17/11/2017

RITENUTO IN FATTO

Con ordinanza del 7/2/2017, il Tribunale di sorveglianza di Trieste
rigettava il reclamo proposto da Chialina Luca – agli arresti domiciliari dal
25/12/2015 – avverso l’ordinanza del 28/9/2916, con la quale il Magistrato di
sorveglianza del Tribunale di Udine aveva negato la liberazione anticipata, in
relazione al semestre di pena espiata dal 24/12/2015 al 23/6/2016.
Il rigetto si basava sul comportamento tenuto dal condannato durante gli

condotte oggetto di denunce e querele – nonché sull’ episodio verificatosi nel
settembre del 2016, il quale per la sua particolare gravità si sarebbe riverberato
anche sulla valutazione dei semestri anteriori.
Avverso il provvedimento del Tribunale di sorveglianza Chialina Luca ha
proposto ricorso per cassazione, richiamando l’art. 606, comma 1, lett. b) cod.
proc. pen., in relazione alli art. 2 cod. pen. Lamenta che il Tribunale, negando la
concessione del beneficio sulla base di un fatto successivo alla scadenza del
semestre, ha violato l’art. 2 cod. pen., ai sensi del quale non si può mai
considerare retroattivamente un elemento, di diritto o di fatto, che riguardi un
imputato. Inoltre, le dichiarazioni dei vicini e dei carabinieri, utilizzate dal
Tribunale, sono state rese in violazione del principio del contradditorio.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è manifestamente infondato.
Con riferimento alla pretesa violazione del principio del contradditorio,
deve rilevarsi che le dichiarazioni rese dai carabinieri conseguono all’interpello
degli stessi su specifica richiesta della parte ricorrente e la circostanza che
concretamente le informazioni raccolte siano sfavorevoli per il condannato, non è
bastevole ad integrare la violazione del contradditorio. Per le dichiarazioni rese
dai vicini, il Tribunale di sorveglianza, lungi dal prendere in considerazione fatti
che dovranno essere accertati in altri procedimenti, si limita a prendere atto
dell’esistenza in capo al condannato di molteplici denunzie e querele, elementi
che, secondo il comune sentire, rappresentano indici di condotte negative.
Tanto chiarito, deve osservarsi che, in tema di liberazione anticipata, se è
vero che la valutazione della condotta deve essere frazionata per ciascun
semestre, non può escludersi la possibilità che tale valutazione venga estesa in
negativo anche ai semestri precedenti, qualora il condannato abbia mantenuto
una condotta particolarmente grave e sintomatica, tanto da lasciar desumere la
sua mancanza di partecipazione all’opera di rieducazione per tutto il periodo
2

arresti domiciliari – precisamente il Chialina era stato protagonista di numerose

precedente (ex multis:

Sez. 1, Sentenza n. 11597 del 28/02/2013 – dep.

12/03/2013, Rv. 255406; Sez. 1, Sentenza n. 30299 del 30/03/2011 – dep.
29/07/2011, Rv. 250906; Sez. 1, n. 3297 del 15/05/1996 – dep. 25/06/1996,
Guillemet, Rv. 205176).
I principi summenzionati sono stati correttamente applicati dal Tribunale
di sorveglianza, il quale, nel rispetto del principio della valutazione frazionata, ha
in primo luogo, analizzato la condotta dell’imputato durante il semestre di
riferimento; da questo esame è emerso che il Chialina era stato non solo

descritto dai carabinieri quale soggetto di pessima condotta morale e civile, il
quale era usualmente incline a commettere reati contro la persona ed il
patrimonio, né aveva mai mostrato segni di ravvedimento, ma aveva tenuto
atteggiamenti di insofferenza e di sfida verso le istituzioni e le persone.
In secondo luogo, i giudici di merito hanno tenuto conto dell’episodio
verificatosi nel settembre del 2016, la cui particolare gravità, tale da riverberarsi
sul periodo anteriore, era dimostrata dalla sospensione del regime domiciliare e
dal provvedimento del 18/10/2016, con cui lo stesso Tribunale non aveva
applicato la misura alternativa alla detenzione nel giudizio ex art. 656, comma
10, cod. proc. pen.
In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Ai sensi
dell’art. 616 cod. proc. pen., la parte ricorrente deve essere condannata al
pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di euro
2.000,00 alla Cassa delle ammende, non essendo dato escludere – alla stregua
del principio di diritto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 186
del 2000 – la sussistenza dell’ipotesi della colpa nella proposizione
dell’impugnazione.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di euro 2.000,00 alla Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, 17 novembre 2017.

protagonista di condotte oggetto di denunce e querele, ma veniva anche

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