Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16485 del 17/11/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 16485 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: MANCUSO LUIGI FABRIZIO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
D’ANTONE SIMONE nato il 28/01/1989 a MILANO

avverso l’ordinanza del 14/12/2016 del TRIB. SORVEGLIANZA di CATANIA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere LUIGI FABRIZIO MANCUSO;

Data Udienza: 17/11/2017

RITENUTO IN FATTO

Con ordinanza del 14/12/2016, il Tribunale di sorveglianza di Catania
rigettava l’istanza di affidamento in prova al servizio sociale presentata da
D’Antone Simone, relativamente alla pena di 4 anni di reclusione inflittagli dal
Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Palermo (sentenza del
10/6/2005) per il reato di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze
stupefacenti o psicotrope, commesso in concorso il 9/2/2015. Il Tribunale di

illecito, concedeva al condannato solo la detenzione domiciliare ex art. 47-ter,
comma 1-bis, I. 354/75.
Avverso il provvedimento di rigetto, il difensore avv. Marco Tringali ha
proposto ricorso per cassazione, richiamando l’art. 606, comma 1, lett. b), e),
cod. proc. pen. in relazione all’art. 47 I. 354/75. Deduce che la motivazione
dell’ordinanza è illogica e contraddittoria, poiché utilizza le medesime
informazioni, fornite dall’UEPE, per negare l’affidamento in prova e concedere la
detenzione domiciliare. Inoltre, incongruentemente, il Tribunale: non considera
che il D’Antone è un ragazzo incensurato; fa riferimento, quale deterrente per la
concessione del beneficio, all’esistenza di un carico pendente – guida senza
patente – oggi depenalizzato; ritiene il reato

de quo consumatosi in epoca

recente. Il giudice del merito non verifica la sussistenza concreta ed attuale della
pericolosità e delle possibilità riabilitative del condannato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è manifestamente infondato.
La

giurisprudenza

di

legittimità

afferma che

la

concessione

dell’affidamento in prova dipende dalla natura del reato e dal comportamento del
condannato (Sez. 1, Sentenza n. 31420 del 05/05/2015, dep. 20/07/2015 – Rv.
264602). Tuttavia, l’esame degli elementi positivi non è di per sé solo
determinante, concorrendo alla determinazione del convincimento del giudice,
circa la praticabilità o meno della misura paritariamente con gli altri dati a
disposizione (Sez. 1 sentenza n.15064 del 6.3.2003 – Rv.224029). Inoltre,
nonostante il criterio di gradualità non sia una regola né assoluta né codificata,
esso risponde ad un razionale apprezzamento delle esigenze rieducative e di
prevenzione cui è ispirato il principio stesso del trattamento penitenziario.
Dunque, è legittima una decisione con cui il Tribunale, tenuto conto delle
circostanze concrete, non concede l’affidamento in prova, preferendo benefici più

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sorveglianza, tenuto conto della gravità e della data di commissione del fatto

contenitivi. (Sez. 1, Sentenza n. 5689 del 18/11/1998 Cc. (dep. 26/03/1999 Rv. 212794).
Il provvedimento ora in esame risulta pienamente rispettoso dei citati
principi: contrariamente a quanto affermato dal ricorrente, nella cornice di un
iter motivazionale ineccepibile, il Tribunale di Sorveglianza, dopo aver bilanciato
elementi positivi e negativi, conclude, nell’esercizio legittimo ed esclusivo del
potere di valutazione delle rilevanze istruttorie, per la concessione del più
contenitivo beneficio della detenzione domiciliare.

cassazione ha ad oggetto esclusivamente la verifica circa la violazione di legge e
l’analisi della motivazione, nei limiti in cui questa risulti affetta da patologie tali
da fare rimanere oscure le basi giustificative della decisione. Nel caso di specie,
la logica dei giudici di merito è stringente, soprattutto in relazione alla vicinanza
temporale tra la consumazione del reato – 9/12/2015 – e la decisione sulla
misura alternativa – 14/12/2016.
In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Ai sensi
dell’art. 616 cod. proc. pen., la parte ricorrente deve essere condannata al
pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di euro
2.000,00 alla Cassa delle ammende, non essendo dato escludere – alla stregua
del principio di diritto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 186
del 2000 – la sussistenza dell’ipotesi della colpa nella proposizione
dell’impugnazione.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e al versamento della somma di euro 2.000,00 alla Cassa
delle ammende.
Così deciso in Roma, 17 novembre 2017.

Al riguardo, giova ricordare che il controllo affidato alla Corte di

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