Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16420 del 06/04/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 16420 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: TARDIO ANGELA

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
HITAJ GERTJAN N. IL 01/05/1981
avverso l’ordinanza n. 128/2016 CORTE APPELLO di ROMA, del
19/04/2016
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. ANGELA TARDIO;

Data Udienza: 06/04/2017

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 19 aprile 2016 la Corte di appello di Roma, in funzione
di giudice dell’esecuzione, ha respinto l’istanza avanzata nell’interesse di Hitaj
Gertjan, volta al riconoscimento del vincolo della continuazione tra i reati
giudicati con le due sentenze indicate nella richiesta ed emesse dallo stesso
Ufficio il 19 settembre 2011 e 1’8 ottobre 2014, irrevocabili rispettivamente in

elementi probativi della riconducibilità dei detti reati a un medesimo disegno
criminoso.
2. Avverso l’ordinanza ha proposto ricorso per cassazione, per mezzo del
difensore avv. Antonio Raffaele Greco, il condannato, che ne ha chiesto
l’annullamento sulla base di due motivi, denunciando:
– con il primo motivo, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett.

e) , cod. proc.

pen., mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione quanto
alla esclusa ravvisabilità dei parametri, elaborati dalla costante giurisprudenza di
legittimità, per l’applicazione della disciplina del reato continuato;
– con il secondo motivo, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod.
proc. pen., inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione
agli artt. 81 e segg. cod. pen. e mancanza, contraddittorietà e illogicità della
motivazione in ordine alla ritenuta insussistenza del fattore tempo e di quello
della omogeneità delle condotte.
3. In esito al preliminare esame presidenziale il ricorso è stato rimesso a
questa sezione per la decisione in camera di consiglio ai sensi degli artt. 591,
comma 1, e 606, comma 3, cod. proc. pen.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso, basato su censure manifestamente infondate e, in ogni caso,
non consentite in sede di legittimità, deve essere dichiarato inammissibile.
2. Non ricorre, invero, alcun vizio della motivazione.
Il provvedimento impugnato ha dato conto adeguatamente delle ragioni
della decisione con argomentazioni congrue ai dati fattuali specificamente
richiamati, tratti dall’esame delle sentenze in oggetto e ripercorsi, e logicamente
coerenti, sicuramente contenute entro i limiti della plausibile opinabilità di
apprezzamento e resistenti ai rilievi e alle deduzioni difensive.
Il ricorrente, esprimendo un diffuso dissenso di merito rispetto all’analisi
svolta, ha sostanzialmente opposto un diverso modello argomentativo, non solo

2

data 25 settembre 2015 e 16 dicembre 2014, avuto riguardo alla mancanza di

invasivo di un ambito fattuale, estraneo al giudizio di legittimità, ma non
pertinente, nell’operato ripetuto richiamo alla omogeneità delle condotte e al
fattore tempo, ovvero alla sussistenza o meno di un sodalizio criminoso,
vertendo il giudizio, sì come svolto e definito in termini negativi, sulla
rapportabilità dei reati giudicati con le sentenze, oggetto della richiesta, a una
specifica, unitaria e originaria ideazione criminosa, di carattere generale, sulla
quale poggia l’istituto della continuazione.
3. Neppure, per il resto, ricorre il vizio della violazione di legge, avendo la

principi di diritto fissati da questa Corte, e fatto degli stessi corretta applicazione
nella operata disamina delle condizioni per il riconoscimento della unicità del
disegno criminoso in executivis, che ha escluso, esattamente osservando che
l’unicità del disegno criminoso non può identificarsi in un programma di vita
improntata al crimine (nella specie alla importazione di stupefacente del tipo
marijuana), come preteso dal ricorrente, essendo, invece, necessaria la
individuazione di una unica ideazione criminosa formatasi, fin dalla commissione
del primo episodio, almeno nelle sue linee essenziali, non riscontrata nella
specie.
4. Alla dichiarazione d’inammissibilità del ricorso segue, ai sensi dell’art. 616
cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali,
nonché -valutato il contenuto del ricorso e in mancanza di elementi atti a
escludere la colpa nella determinazione della causa d’inammissibilità- al
versamento della somma, ritenuta congrua, di duemila euro alla cassa delle
ammende.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso il 06/04/2017

Corte di appello esattamente interpretato le norme applicate, alla luce dei

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