Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16320 del 08/11/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 16320 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: MAGI RAFFAELLO

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:
MELONI ROBERTO nato il 12/11/1965 a CAGLIARI
MARCI SALVATORE nato il 17/05/1976 a CAGLIARI

avverso la sentenza del 07/10/2016 della CORTE ASSISE APPELLO di CAGLIARI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere RAFFAELLO MAGI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore FRANCA ZACCO
che ha concluso per
Il Procuratore Generale conclude per l’annullamento senza rinvio con
rideterminazione della pena e rigetto nel resto del ricorso.
Udito il difensore
Il difensore presente insiste per l’accoglimento del ricorso

Data Udienza: 08/11/2017

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza emessa in data 7 ottobre 2016 la Corte di Assise d’Appello di Cagliari ha
confermato le affermazioni di penale responsabilità contenute nella decisione di primo
grado nei confronti di Meloni Roberto e Marci Salvatore, provvedendo a mera rettifica del
trattamento sanzionatorio nei confronti del secondo imputato.
In particolare, nelle due decisioni di merito si è ritenuto :
a) Meloni Roberto responsabile del reato di omicidio commesso in danno del genitore

equivalente alle aggravanti della qualità soggettiva della vittima e dell’aver approfittato di
circostanze tali da diminuire le capacità di difesa), nonchè responsabile della detenzione e
porto dell’arma clandestina utilizzata per l’occasione e della detenzione di una cartuccia,
con condanna alla pena di anni sedici e mesi quattro di reclusione;
b) Marci Salvatore responsabile del concorso nella detenzione e porto dell’arma, con
condanna alla pena di anni uno, mesi sei, giorni venti di reclusione ed euro 1.866,00 di
multa.
2. Quanto al più grave episodio delittuoso, è pacifico che Meloni Roberto ha, in fatto,
esploso tre colpi di arma da fuoco verso il padre Meloni Ercole, cagionandone la morte.
Il fatto è stato ammesso dall’imputato, e tale circostanza di fatto risulta asseverata dal
possesso dell’arma con cui vennero esplosi i colpi, nonchè da alcune deposizioni
testimoniali da cui si era dedotto che il Meloni Roberto si era recato, in compagnia del
Marci, presso l’agenzia di scommesse gestita dal padre poco prima del fatto.
Non vi è, inoltre, contestazione da parte dell’accusa circa il riconoscimento di una
condizione patologica a carico del Meloni Roberto, tale da incidere sulla capacità di
intendere e di volere al momento del fatto, da ritenersi – quantomeno – grandemente
scemata.
2.1 La Corte di secondo grado ha esaminato le doglianze del solo Meloni relative alla
ritenuta incapacità parziale – tese alla rappresentazione di una incapacità totale respingendo tale prospettazione.
Viene, sul tema, richiamata la perizia svolta in sede di trattazione del rito abbreviato, da
cui è emersa la condizione di disturbo della personalità borderline derivante da un vissuto
familare infelice con tendenze depressive compensate da abuso di alcol, nonchè la
particolare incidenza in tale condizione patologica del rapporto con il padre (che lo ha
riconosciuto ma ha poi abbandonato la madre) , ma al contempo si riafferma che tale
condizione ha determinato, in sede di commissione del reato, esclusivamente una
alterazione delle capacità di autocontrollo, senza perdita del senso di realtà.
Da ciò la conferma della decisione impugnata, non potendosi dare rilievo alcuno alla
pretesa ‘reazione a corto circuito’ indicata nell’atto di appello come indicativa della

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Meloni Ercole in data 8 ottobre 2013, con riconoscimento della semi-infermità (ritenuto

incapacità totale, e ciò anche in riferimento alla ricostruzione della complessiva condotta
tenuta dall’agente e alle sue condizioni di vita.
2.2 Quanto alle ulteriori doglianze del Meloni, si afferma, in sintesi, che :
– la prospettata sussistenza di una ulteriore attenuante tipica, quella della provocazione,
va esaminata ma non se ne ravvisa la sussistenza. Secondo la narrazione dell’agente, il
fatto sarebbe in parte derivato dall’atteggiamento di chiusura mantenuto dal padre, che a
fronte di richieste di maggior presenza avrebbe detto ‘ ti è andata anche bene perchè ti
ho dato il cognome’ . A fronte di ciò, la Corte di secondo grado non qualifica tale

era da ritenersi al più come un tentativo del padre di sottrarsi alle continue richieste del
figlio, sostenute da atteggiamenti anche intimidatori ;
– non vi è, inoltre, spazio alcuno per la applicazione delle circostanze attenuanti
generiche, sia in riferimento alle modalità del fatto denotanti quantomeno una forte
spregiudicatezza che in virtù della ricorrenza di precedenti, anche per reati commessi con
uso di un’arma.
3. La posizione del Marci viene trattata in riferimento alla doglianza difensiva di assenza
di una ‘codetenzione’ dell’arma, pacificamente in possesso del Meloni da tempo.
La Corte territoriale afferma che non solo il Marci era al corrente della presenza dell’arma
– visibilmente clandestina – all’interno della falegnameria del Meloni, ove il Marci lavorava
stabilmente come operaio, ma ha esercitato un potere di fatto sulla res in una occasione,
da lui stesso ammessa, di nascondimento della medesima, in epoca antecedente ai fatti
per cui è processo. Il Marci ha inoltre assistito, quello stesso giorno, ad una condotta
minacciosa tenuta dal Meloni nei confronti di diverso soggetto, con esibizione dell’arma,
ed in tale occasione ebbe a raccogliere le munizioni cadute al suolo.

4. Avverso detta sentenza hanno proposto ricorso per cassazione, a mezzo dei rispettivi
difensori, Meloni Roberto e Marci Salvatore.
4.1 Meloni Roberto deduce vizio di motivazione ed erronea applicazione delle norme
regolatrici sui punti del diniego del vizio totale di mente e della attenuante della
provocazione e delle generiche.
Si ripercorre nell’atto di ricorso il tema della incidenza della riscontrata patologia sulla
condotta tenuta nei confronti del padre e si ripropone la tesi del vizio totale di mente al
momento del fatto, in virtù di una ‘reazione a corto circuito’ ricollegabile all’offesa verbale
ricevuta (il padre ribadiva che era stata già una fortuna essere riconosciuto, altrimenti
sarebbe rimasto ‘burdu’ ).
Il grave disturbo di personalità, si ribadisce, è stato equiparato, sotto il profilo funzionale,
alle malattie mentali dassificate sin dalla nota pronunzia SS.UU. Raso del 2005.

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espressione – ammesso che sia stata realmente formulata – come offensiva, posto che

Si evidenzia un travisamento probatorio sulla condotta tenuta immediatamente dopo il
fatto, posto che il Meloni non si recò al bar ma immediatamente presso la sua abitazione.
Quanto alla provocazione si afferma che la frase pronunziata dalla vittima – prima
ricordata – era di certo offensiva e poteva rappresentare il ‘fatto ingiusto altrui’ che ha
scatenato la reazione omicidia, con irragionevole negazione della circostanza attenuante
della provocazione o, quantomeno, con applicazione delle circostanze attenuanti
generiche.
3.2 Marci Salvatore deduce erronea applicazione della disciplina regolatrice e vizio di

Si ribadisce che non vi era alcuna prova di effettiva codetenzione, mancando il potere di
fatto del Marci sull’arma, pacificamente riferibile al Meloni Roberto.
Le condotte descritte in sentenza non sono un adeguato indicatore di tale condizione.
Il fatto che in una occasione il Marci ebbe a spostare l’arma dal bancone di lavoro, per
evitare che la stessa venisse notata da terzi, non consente di ritenere che costui ne
avesse la disponibilità, trattandosi di condotta, al più, di ausilio alla detenzione altrui,
qualificabile o come mera connivenza o in termini di favoreggiamento reale.
In ogni caso, andava esclusa la responsabilità, per difetto di consapevolezza, in rapporto
alla natura di arma clandestina.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso del Meloni è infondato sui temi principali, ferma restando la necessità di
intervento modificativo da parte di questa Corte, sulle fattispecie di detenzione e porto
dell’arma (capi B e C), che vanno ritenute insussistenti in virtù dell’assorbimento della
condotta nel fatto di reato di cui al capo D (art. 23 legge n.110 del 1975, per come il
tema è stato trattato e definito in diritto da Sez. U. n. 41588 del 2017).
1.1 Il ricorso del Marci è in parte fondato, dovendosi operare diversa qualificazione
giuridica del fatto (art. 697 co.2 cod.pen.).
2. Il ricorso dì Meloni Roberto, al primo motivo, ripropone il tema della incapacità totale
al momento del fatto.
2.1 Tuttavia, va affermato che il tema ha ricevuto ampia e logica trattazione nella
decisione impugnata, il che ne determina la insindacabilità.
La Corte di merito ha infatti realizzato un esaustivo richiamo dei contenuti della perizia
che pur attestando l’esistenza di un disturbo di personalità borderline ne ha al contempo
limitato la capacità di incidenza sulla imputabilità, facendo altresì riferimento alle
modalità complessive dell’azione commessa, che denotano l’assenza di momenti di
perdita del senso di realtà ed una congrua capacità di programmazione del fatto.

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motivazione.

In tal senso, da un lato si è data applicazione al principio di diritto espresso dalla nota
decisione Sez. Un.

Raso,

in tema di potenziale incidenza del disturbo ‘grave’ di

personalità sulla capacità di intendere e di volere al momento del fatto, dall’altro si è
realizzato il dovuto ‘esame complessivo’ della condotta tenuta dall’imputato

prima,

durante e dopo l’azione delittuosa, come peraltro richiesto dagli insegnamenti di questa
Corte (si veda in termini generali, Sez. I n. 8076 del 24.5.2000 rv 216613), secondo cui i
contenuti delle perizie non esauriscono il thema decidendum, dovendosi calare l’apporto
degli esperti nel contesto complessivo delle acquisizioni istruttorie e della ricostruzione

Ciò perchè in ogni momento di ricezione di un ‘sapere’ altrui (come nel caso di perizia su
condizioni, in ipotesi, patologiche dell’autore del fatto) il giudice di merito è tenuto a
compiere un ragionevole ‘affidamento’ alla bontà degli esiti peritali, in rapporto alla
generale condivisione del metodo impiegato e alla esperienza e indipendenza dei soggetti
esperti cui viene conferito l’incarico, salva l’emersione di elementi di ‘seria confutazione’ (
provenienti da soggetti dotati di analoghe competenze) delle teorie impiegate o dei
metodi realizzati.
In tal senso, il vizio motivazionale risulta rilevabile – sul tema della imputabilità al
momento del fatto – in sede di legittimità nelle ipotesi in cui :
a) il giudice di merito realizza un richiamo estremamente generico e non adeguato ai
risultati dell’elaborato peritale, senza spiegare perchè disattende le opposte conclusioni
contenute nella consulenza di parte e senza valutarne il grado di affidabilità;
b) il giudice di merito non realizza un adeguato controllo sulla completezza cognitiva e sul
metodo utilizzato dai periti nonchè sulla corretta interpretazione nell’elaborato peritale di
segmenti del fatto che hanno orientato l’analisi e le conclusioni dei periti medesimi (la
ricostruzione esatta della valenza indicativa dei fatti di causa è infatti compito del giudice
e non dei soggetti portatori di conoscenze scientifiche) ;
c) il giudice di merito compie, pur rievocando in modo corretto i risultati della perizia e
pur confrontandosi con l’elaborato avverso, un evidente travisamento del significato di
elementi dimostrativi ulteriori, acquisiti al processo e utili nella prospettiva seguita, a
convalidare le conclusioni della perizia, travisamento di tale pregnanza da disarticolare il
complessivo ragionamento giustificativo della decisione.
Nessuna di tali evenienze è dato rinvenire nel caso qui in esame, atteso che è proprio
l’analisi complessiva dei dati istruttori disponibili ad aver orientato il giudizio verso
l’incidenza solo parziale del disturbo di personalità.
Ed infatti al fine di ricostruire ex post,„ nei confronti di un soggetto assumono decisivo
rilievo taluni indicatori di «coscienza» durante la commissione del fatto, ricostruiti
attraverso la complessiva condotta tenuta dal soggetto immediatamente prima e
immediatamente dopo il fatto di reato, la cui valenza viene richiamata in modo non

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della condotta ante e post delictum .

irragionevole dalla Corte di secondo grado, basandosi da un lato sulle risultanze peritati e
su atti istruttori, dall’altro su ‘linee-guida’ costantemente richiamai da letteratura
scientifica generalmente condivisa (la perdita del senso di realtà impone infatti la
ricostruzione di precisi indicatori quali deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato,
comportamento grossolanamente disorganizzato, che nel caso in esame sono stati esclusi
sulla base di indicatori pienamente affidabili) .
Ciò confina il rilievo del disturbo di personalità a fattore solo incidente sulla totale
capacità ma non escludente la medesima, nè la condotta successiva al reato, che in ogni

più fonti testimoniali convergenti.
2.2 Analogamente, le ulteriori doglianze contenute nel ricorso Meloni sull’assetto
circostanziale sono infondate.
Anche in tal caso, del tutto corretta e argomentata è l’esclusione della circostanza
aggravante della provocazione. La condotta idonea a determinare il ‘fatto ingiusto’ deve
porsi – per dar luogo all’applicazione dell’attenuante – su un piano oggettivo, non su
quello della percezione soggettiva da parte del destinatario. Ciò esclude, come si è
ritenuto in sede di merito, che il riferimento alle vicende del riconoscimento di paternità peraltro avvenuto – possanno rappresentare una ‘ingiustizia’ idonea a determinare lo
stato d’ira. In realtà, la complessa vicenda personale del Meloni Roberto è stata
rettamente inquadrata come ‘fonte’ del disturbo di personalità, ed ha trovato il suo
riconoscimento nell’awenuta applicazione dell’art. 89 cod.pen.. Immune da vizi,
pertanto, è sia l’esclusione della circostanza attenuante della provocazione che delle
attenuanti generiche, non essendovi profili ulteriori da valorizzare in tale direzione, come
congruamente argomentato in sede di merito.
2.3 La complessiva ammissibilità del ricorso e la esistenza di profili di critica del
trattamento sanzionatorìo rende, tuttavia, applicabile la previsione di legge di cui all’art.
129 cod.proc.pen. in riferimento alla necessità di escludere la sussistenza delle ipotesi di
reato di cui ai capi B e C della rubrica, assorbite in quella descritta al capo D. Ne deriva
l’annullamento, in tale parte, della decisione impugnata, con esclusione degli incrementi
apportati in continuazione per tali capi (pari a mesi otto e giorni venti di reclusione)
sicchè la pena va complessiva va rideterminata in quella di anni quindici e mesi sette e
giorni dieci di reclusione, con rigetto del ricorso nel resto.
3. Il ricorso proposto da Marci Salvatore è, in parte, fondato.
Il rapporto intrattenuto da tale soggetto con l’arma non può definirsi in termini di
effettiva ed autonoma disponibilità, posto che costui risulta aver semplicemente
‘tollerato’ che sul luogo di abituale svolgimento della attività lavorativa (nel cui ambito il
Marci era dipendente ed in cui i due stazionavano per l’intera giornata) Meloni Roberto
detenesse l’arma. Per esservi detenzione penalmente rilevante il soggetto deve esercitare

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caso non appare ‘disorganizzata’, risulta oggetto di travisamento, essendo state valutate

un potere di fatto autonomo, per un tempo apprezzabile e al di fuori dell’altrui immediata
vigilanza (v. Sez. I n. 16992 del 2015, rv 263311; Sez. I n. 6152 del 1982, rv 154323).
Ciò non è stato dimostrato in sede di merito, atteso che l’avere – in una occasione spostato l’arma per evitare che fosse vista da un cliente è attività che non realizza le
condizioni prima descritte ma si inquadra nel paradigma dell’ausilio al soggetto reale
detentore.
Ciò posto, il comportamento descritto ed accertato in sede di merito va inquadrato ricorrendone tutti i presupposti – nella contravvenzione di cui all’art. 697 co.2

abbia conoscenza). Va ricordato, sul tema, che la contravvenzione presuppone la
conoscenza della illegalità del possesso dell’arma in capo al detentore (il che è
ampiamente stato dimostrato in sede di merito) e che è pacifico come per ‘luogo da lui
abitato’ possano essere intesi tutti i luoghi ove l’agente dimora permanentemente o
temporaneamente, per qualsiasi motivo, e non il solo domicilio.
Per tale ragione la condotta ascritta al Marci va diversamente qualificata, con rinvio per la
sola determinazione della pena ad altra Sezione della Corte di Assise d’Appello di Cagliari.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente ai capi B) e C) della rubrica
contestati a Meloni Roberto perché il fatto non sussiste ed elimina la relativa pena di mesi
otto e giorni venti di reclusione; per l’effetto determina la pena complessiva in quindici
anni sette mesi e dieci giorni di reclusione; rigetta nel resto il ricorso . Qualificata la
condotta ascritta a Marci Salvatore relativamente ai capi B) e C) nella diversa ipotesi di
reato di cui all’art. 697 comma 2 cod.pen. rinvia per la sola determinazione della pena ad
altra Sezione della Corte di Assise d’Appello di Cagliari.

Così deciso il 8 novembre 2017

Il Consigliere estensore
Raffaello Magi

cod.pen.(omessa denunzia dell’arma detenuta illegalmente da diverso soggetto, di cui si

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