Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16318 del 03/10/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 16318 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: SIANI VINCENZO

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
ABBATE LUIGI nato il 23/01/1964 a CASAGIOVE
ABBATE VINCENZO nato il 01/01/1955 a SAN PRISCO

avverso la sentenza del 21/06/2016 della CORTE APPELLO di NAPOLI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere VINCENZO SIANI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MARIA
FRANCESCA LOY
che ha concluso 194/- .11, t

Ibint jfd idj

‘e

Il P.G. conclude per l’inammissibilità dei ricorsi.
Udito il difensore
E’ presente l’avvocato DE ANGELIS ERNESTO del foro di SANTA MARIA CAPUA
VETERE, sostituto processuale, come da nomina depositata in udienza,
dell’avvocato STELLATO GIUSEPPE del foro di SANTA MARIA CAPUA VETERE in
difesa di ABBATE LUIGI e
ABBATE VINCENZO, che si riporta ai motivi.

Data Udienza: 03/10/2017

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza in epigrafe, emessa il 21 – 30 giugno 2016, la Corte di
appello di Napoli, giudicando in sede di rinvio, a seguito di annullamento parziale
della Corte di cassazione (con la sentenza di Sez. 5, n. 26443 del 17 febbraio
2015) della sentenza resa in grado di appello dalla Corte di appello di Napoli del
6 dicembre 2013, con riguardo alle posizioni di Luigi Abbate e Vincenzo Abbate,
oltre che alle posizioni di Giovanni Zagaria e Saverio Fontana:

decesso dell’imputato;
– ha rideterminato la pena irrogata nei confronti di Luigi Abbate in anni tre, mesi
uno, giorni dieci di reclusione;
– ha rideterminato la pena irrogata nei confronti di Vincenzo Abbate in anni
quattro, mesi otto e giorni venti di reclusione, con revoca della pena accessoria
dell’interdizione legale e sostituzione dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici
con l’interdizione temporanea dai pubblici uffici per anni cinque;
– ha stabilito, in relazione alla posizione di Giovanni Zagaria, la revoca della
confisca dei beni già disposta nei confronti di Filomena Guida, con restituzione
dei beni agli aventi diritto.
1.1. La sentenza della Corte di cassazione aveva, quanto alle posizioni di
Luigi Abbate e di Vincenzo Abbate (le uniche qui rilevanti), entrambi imputati di
concorso esterno nell’associazione camorristica denominata clan Zagaria,
articolazione del clan dei Casalesi, annullato la sentenza impugnata
limitatamente al trattamento sanzionatorio, rinviando alla Corte di merito per
nuovo giudizio sul punto, rigettando nel resto i relativi ricorsi.
1.2. I giudici del rinvio: quanto alla posizione di Luigi Abbate, escludendo la
circostanza aggravante dell’associazione armata, muovendo quindi dalla pena
base di anni sette di reclusione, ridotta per le accordate circostanze generiche
alla pena di anni quattro, mesi otto di reclusione, ridotta ulteriormente per il rito
abbreviato, hanno stabilito la suddetta pena finale in quella di anni tre, mesi
uno, giorni dieci di reclusione; quanto alla posizione di Vincenzo Abbate,
escludendo la circostanza aggravante dell’associazione armata, muovendo quindi
dalla pena base di anni sette di reclusione, aumentata per la ritenuta
continuazione del reato qui giudicato con quello oggetto della condanna
pronunciata dal G.u.p. del Tribunale di Napoli del 18 dicembre 2006, irrevocabile
il 30 gennaio 2007, ad anni sette, mesi uno di reclusione, poi ridotta
ulteriormente per il rito abbreviato, hanno stabilito la già indicata pena finale in
quella di anni quattro, mesi otto, giorni venti di reclusione.

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– ha dichiarato non doversi procedere nei confronti del Fontana per intervenuto

2. Avverso questa decisione ha proposto ricorso il difensore di Luigi Abbate e
Vincenzo Abbate chiedendone l’annullamento e deducendo i seguenti motivi
2.1. Con la prima censura si evidenzia che, in ordine alla motivazione in
punto di pena per Vincenzo Abbate, risultava ingiustificato l’aumento per la
continuazione della misura di mesi uno, aumento eccessivo in considerazione
della strettissima connessione ed interdipendenza fra i fatti giudicati nell’altra
sede e quelli giudicati nell’attuale processo: l’aumento era indubbiamente mite,
ma la Corte del rinvio avrebbe dovuto spiegare perché l’incremento non fosse

2.2. Con la seconda doglianza si lamentano violazione di legge e difetto di
motivazione, in relazione agli artt. 625 cod. proc. pen. e 240 e 416-bis cod. pen.
Con il ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di
Napoli del 16 aprile 2013, con note integrative ed allegata consulenza tecnica, si
era approfondito il tema della confisca dei beni disposta in primo grado e
confermata in appello.
La Corte di legittimità aveva annullato la sentenza di appello in ordine alla
determinazione della pena, ma nulla aveva detto in ordine alla confisca,
rigettando evidentemente il punto relativo a tale aspetto, ma omettendo di
valutare le note aggiunte e la consulenza depositata. In sede di rinvio la difesa
aveva prospettato la questione alla Corte di appello chiedendo l’esame del
relativo aspetto, siccome non valutato nel precedente giudizio di merito ed in
quello di legittimità, segnalando di non poter azionare lo strumento di cui all’art.
625-bis cod. proc. pen. in ragione del fatto che il giudizio non si era definito.
Sul tema si era registrata omessa motivazione, in quanto la sentenza
impugnata non aveva in alcun modo esaminato la doglianza che muoveva dal
mancato esame della relazione di consulenza tecnica (redatta dal dott. Vignone)
prodotta dalla difesa i cui argomenti non erano stati esaminati in alcuna sede, né
di legittimità, né di merito. Invece Corte di appello avrebbe dovuto esaminare le
nuove deduzioni svolte sull’argomento della confisca dalla difesa degli Abbate.

3. Il Procuratore generale ha chiesto la declaratoria di inammissibilità di
entrambi i ricorsi per la manifesta infondatezza e genericità degli inerenti motivi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. La Corte ritiene che le impugnazioni siano entrambe inammissibili.

2.

Quanto al primo motivo, puntualizzando la portata della sentenza

rescindente, è da rilevare che, quanto alla posizione di Luigi Abbate, essa ha

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contenuto nei minimi assoluti.

rilevato che, in effetti, a carico dell’imputato non sussisteva l’accertamento di
circostanze aggravanti a suo carico, in quanto l’aggravante dell’associazione
armata non era da estendersi al concorrente esterno, perché da considerarsi non
contestata, nemmeno implicitamente, e non poteva applicarsi la recidiva, in
quanto i suoi precedenti erano soltanto contravvenzionali.
Queste considerazioni sono state estese anche alla posizione di Vincenzo
Abbate, nei limiti di afferenza, dal momento che a lui non erano state
riconosciute le circostanze attenuanti generiche ed il relativo motivo di

Per tali ragioni e nei corrispondenti limiti, la sentenza della Corte di appello
di Napoli del 6 dicembre 2013 è stata annullata relativamente alle due posizioni
di interesse, limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio per il nuovo
esame dei profili evidenziati.
La sentenza qui impugnata, nel solco segnato dal corrispondente rinvio, per
Luigi Abbate ha escluso il carattere armato dell’associazione in relazione a cui
era stato accertato il suo concorso esterno ed ha computato le circostanze
attenuanti generiche, a lui già riconosciute, con l’esclusione del giudizio di
comparazione, in coerenza con quanto specificato dalla sentenza di legittimità:
ha conseguentemente posto a base del calcolo della pena quella di anni sette (e
non più di anni nove) di reclusione e l’ha ridotta per l’efficienza delle circostanze
di cui all’art. 62-bis cod. pen., ad anni quattro, mesi otto di reclusione, per poi
applicare la diminuente del rito, così da pervenire alla pena finale di anni tre,
mesi uno, giorni dieci di reclusione.
Quanto alla posizione di Vincenzo Abbate – a cui inerisce la doglianza – i
giudici del rinvio hanno parimenti escluso il carattere armato dell’associazione in
relazione a cui era stato accertato il suo concorso esterno (senza alcun computo
di circostanze attenuanti, a lui non essendo state riconosciute quelle di cui all’art.
62-bis cod. pen.). Pertanto, essi hanno posto a base del calcolo della pena quella
di anni sette (e non più di anni nove) di reclusione, l’hanno incrementata per la
già ritenuta continuazione con il reato oggetto della sentenza emessa dal G.u.p.
del Tribunale di Napoli in data 18 dicembre 2006, irrevocabile il 30 gennaio
2007, stabilendo quale aumento per questo reato satellite quello di un mese di
reclusione; la complessiva pena di anni sette, mesi uno di reclusione, applicata la
diminuente del rito, è stata ridotta alla pena finale di anni quattro, mesi otto,
giorni venti di reclusione, con il già indicato effetto sulle pene accessorie.
Tale ragionamento nel g9gbstanza ripercorre, sul punto dell’aumento,

l’iter

logico già segnato dalle precedenti sentenze di merito, in ordine al quale non si
riscontrano dati che corroborino la deduzione di eccessività dell’aumento per la
commissione del reato della stessa indole posto in continuazione, avendo anzi la

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impugnazione pure proposto in sede di legittimità è stato considerato infondato.

stessa sentenza di legittimità sopra indicata ritenuto immune da vizi il discorso , .(
giustificativo di merito che aveva enucleato la distinzione temporale di un certo
rilievo fra i reati coordinati dal medesimo disegno criminoso.
Assodato ciò, il motivo si appalesa intrinsecamente contraddittorio, in
quanto lamenta non essere stato quantificato in misura ancora più ridotta
l’aumento della pena per l’altro reato, di non minima gravità, aumento dallo
stesso ricorrente qualificato come particolarmente mite, oltre che conforme alla
quantificazione stabilita dal giudice di primo grado.

seguito di riconoscimento della continuazione tra diversi reati, il giudice è tenuto
a fornire una congrua motivazione, non soltanto in ordine all’individuazione della
pena base, ma anche all’entità dell’aumento ex art. 81, secondo comma, cod.
pen., specialmente quando questo, pur contenuto nel limite massimo stabilito
dalla legge, determini una sperequazione nel trattamento sanzionatorio per le
medesime fattispecie di reato (Sez. 1, n. 21641 del 08/01/2016, Lendano, Rv.
266885; v. anche, su punto peraltro oggetto anche di approdi contrari, Sez. 6, n.
48009 del 28/09/2016, Cocomazzi, Rv. 268131).
Nel caso in esame, per vero, la motivazione alla base del, molto contenuto
aumento, stabilito dal giudice di merito si rinviene in modo implicito, ma
univoco, negli stessi elementi – la sua intrinseca mitezza e la sua consecutio con
quanto era stato stabilito nel pregresso corso di merito – segnalati nell’atto di
impugnazione che peraltro si connota per assoluta aspecificità nella parte
propositiva, ossia quando pone quale punto di approdo il conseguimento del
minimo assoluto dell’incremento di pena ex art. 81 cod. pen. deducendo
l’interconnessione fra i reati ma non considerandone l’autonoma gravità: così
perseguendo un obiettivo ictu °culi in dissonanza con l’ambito antigiuridico
oggetto di analisi, infitto a pieno titolo nell’area della criminalità organizzata.
La censura è, quindi, inammissibile.

3. Quanto alla seconda doglianza, è da rilevare che i giudici del rinvio non
hanno preso in considerazione la questione relativa alla confisca dei beni degli
Abbate disposta con la precedente sentenza di merito ritenendola, all’evidenza,
al di fuori del circoscritto thema decidendum del giudizio rescissorio da svolgersi,
ex art. 627 cod. proc. pen., in virtù dell’annullamento parziale disposto dalla
sentenza di legittimità n. 26442 del 2015.
3.1. In effetti, l’esame della decisione della Corte di cassazione ora indicata
rende chiaro che, vistasi applicare la confisca ex art. 12-sexies legge n. 356 del
1992 su determinati beni di loro pertinenza, sia Luigi Abbate, sia Vincenzo
Abbate, fra i motivi di ricorso, avevano dedotto la violazione di legge ed il vizio di

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Orbene, si dà per assodato che, in tema di quantificazione della pena a

motivazione in relazione all’art. 12-sexies cit., denunciando l’errore che, secondo
loro, si annidava nella deduzione dalla mera affermazione di responsabilità
relativa al concorso esterno nel reato associativo l’ineludibile necessità della
confisca. Si era anche avuto – e di tanto aveva dato atto la sentenza di
legittimità – il deposito di memoria del 30 gennaio 2015 con cui la difesa degli
Abbate aveva dedotto l’assenza della prova della sproporzione tra il reddito
dichiarato o i proventi dell’attività economica ed il valore dei beni confiscati.
La sentenza n. 26442 del 2015 – lungi dal tacere sul tema, come

confisca dei beni relativamente alla posizioni di Luigi e Vincenzo Abbate (pagg.
12 – 17, in più punti) ed ha concluso disattendendo le doglianze, così definendo il
tema per quanto concerne il processo di cognizione, di cui la presente fase di
rinvio costituisce ulteriore articolazione.
E’ stata vagliata la censura degli Abbate secondo i quali i giudici di merito
non avevano verificato la proporzionalità tra il reddito dichiarato, proveniente da
attività economica, ed i beni accumulati dagli imputati, ed avevano omesso la
motivazione in ordine alla confisca ex art. 416-bis, settimo comma, cod. pen.,
ma ha considerato immune da censure la sentenza di merito nella parte in cui ha
scrutinato questo argomento, essendo stato in essa spiegato con

iter

motivazionale correttamente sviluppato che la confisca era stata disposta sulla
base di due differenti disposizioni: l’art. 416-bis cod. pen. per gli appartenenti
alla consorteria criminale; l’art.

12-sexies legge n. 352 del 1996 per coloro i

quali non erano appartenenti alla cosca e, quindi, anche per gli Abbate, dichiarati
concorrenti esterni dell’associazione criminale, con la specificazione che la
confisca allargata disciplinata dall’art. 12-sexies cit., quale misura di carattere
patrimoniale, aveva riguardato i beni patrimoniali previsti da tale norma, non
subordinata all’accertamento di un nesso eziologico tra i reati tassativamente
enunciati nella disposizione di riferimento e i beni oggetto della cautela reale e
del successivo provvedimento ablatorio, dal momento che il legislatore aveva
apprestato una presunzione di accumulazione senza distinguere se-tali beni
fossero o meno derivati dal reato per il quale si procedeva o per il quale era
stata inflitta la condanna; ragione per la quale è stato ritenuto incensurabile il
ragionamento che aveva ritenuto non necessaria la sussistenza del nesso di
pertinenzialità tra i beni e i reati ascritti al soggetto, occorrendo piuttosto la
verifica, positivamente svolta, di un vincolo pertinenziale, di significato peculiare
e più ampio, tra il bene e l’attività delittuosa facente capo al soggetto,
connotato dalla mancanza di giustificazione circa la legittima provenienza del
patrimonio nel possesso del soggetto.
La disamina determinata dai motivi di ricorso ha condotto la succitata

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adombrano i ricorrenti – ha preso espressamente in esame l’argomento della

sentenza di legittimità a concludere nel senso che il giudice di merito aveva
dimostrato, con congrua spiegazione, la sufficiente consistenza e l’assorbente
concludenza delle prove acquisite, attestanti, per ciascuno degli imputati,
l’esistenza di un complesso di elementi patrimoniali attivi, costituiti da denaro,
beni o altre utilità di cui il soggetto fosse titolare o avesse, anche per interposta
persona fisica o giuridica, la disponibilità a qualsiasi titolo e il valore
sproporzionato di tale complesso patrimoniale rispetto al reddito dichiarato ai
fini delle imposte sul reddito o all’attività economica svolta, con l’effetto che sulla

ablatorio aveva attinto quei beni di valore economico non proporzionato al
reddito o all’attività economica dei condannati e dei quali costoro non avessero
giustificato la provenienza; ciò, per il trasferimento sul soggetto, che aveva la
titolarità o la disponibilità dei beni, dell’onere di dare un’esauriente spiegazione
in termini economici (e non semplicemente giuridico-formali) della liceità della
loro provenienza, sicché, una volta dimostrata. oltre alla disponibilità o titolarità
del bene, anche per interposta persona, in capo al soggetto condannato per i
delitti stabiliti dalla legge, anche il valore sproporzionato del bene rispetto al
reddito ed all’attività economica svolta, gravava sull’imputato la prova di avere
legittimamente acquisito al proprio patrimonio i beni in questione.
In siffatto quadro i motivi rispettivamente svolti sul tema da Luigi Abbate e
da Vincenzo Abbate sono stati ritenuti inammissibili poiché, nella prima parte,
erano ripetitivi delle doglianze di appello, senza confrontarsi con la decisione
adottata, e, quanto all’ulteriore profilo, erano privi di specificità, non superando,
in ogni caso, le generiche contestazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti
per la confisca disposta ex art.

12-sexies cit.

il rinvio alle puntuali

argomentazioni che risultavano poste a sostegno già della decisione di primo
grado, che aveva riguardato i cespiti oggetto di sequestro e che attestavano la
sproporzione tra la reale posizione reddituale e il valore dei beni, il cui sequestro
era stato, d’altronde, disposto anche ai sensi del settimo comma dell’art. 416-bis
cod. pen., sul presupposto dell’effettiva riferibilità delle imprese degli Abbate al
gruppo Zagaria (in particolare al

leader Michele Zagaria), fatto dal quale

discendeva la prova del reimpiego del frutto delle attività illecite di natura
economica del gruppo criminale che aveva spiccata vocazione imprenditoriale.
Infine, in merito alle deduzioni svolte con la memoria depositata il 30
gennaio 2015 nell’interesse di Luigi e Vincenzo Abbate – circa la protestata
assenza della prova della sproporzione tra il reddito dichiarato o i proventi
dell’attività economica e il valore dei beni confiscati, in quanto la ricostruzione
patrimoniale operata in sentenza presentava alcune lacune (riferendosi la
ricostruzione patrimoniale fatta dalla Guardia di Finanza solo ai redditi successivi

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base di una presunzione iuris tantum di illecita accumulazione il provvedimento

al 2000 ed escludendo essa l’attività lavorativa precedente a tale anno, non
venendo considerato il valore di strumenti finanziari e dei disinvestimenti, né i
finanziamenti bancari ed i mutui, ottenuti da società riconducibili agli stessi
fratelli Abbate, essendo stato riportato un investimento per l’acquisto di un
terreno, lì dove si trattava di un’operazione per la costruzione di villette a seguito
di permuta di un terreno con edificazione di quattro villette e cessione di due
immobili al proprietario del terreno, venendo infine attribuiti investimenti che,
invece, erano da qualificarsi come rate di finanziamento) – i giudici di legittimità

afferivano a doglianze inammissibili, trattandosi esclusivamente di questioni di
fatto, mentre era preclusa alla Corte di cassazione la rivisitazione degli elementi
di fatto posti a fondamento della decisione impugnata al pari dell’autonoma
adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, dal
momento che gli aspetti del giudizio consistenti nella valutazione e
nell’apprezzamento del significato degli elementi acquisiti attenevano
interamente al merito e non rilevavano in sede di legittimità, se non quando
trasmodassero nel vizio logico del discorso giustificativo inerente alla loro
capacità dimostrativa: vizio non verificatosi nel caso in esame.
3.2. Il richiamo dettagliato delle ragioni della decisione espresse dalla
sentenza di legittimità smentisce la dedotta obliterazione del tema della confisca
addotta in questa sede dai ricorrenti e spiega perché la Corte del rinvio non
abbia trattato nuovamente il punto.
La Corte territoriale, operando in tal senso, si è attenuta ai limiti del giudizio
rescissorio ad essa devoluto ai sensi dell’art. 627 cod. proc. pen.
La sentenza della Corte di cassazione che dispone l’annullamento con rinvio
ai soli fini della determinazione della pena determina l’irrevocabilità della
decisione impugnata in ordine alla responsabilità penale ed alla qualificazione dei
fatti ascritti all’imputato (Sez. U, n. 16208 del 27/03/2014, C., Rv. 258654). Più
in generale, i poteri del giudice di accertamento e di valutazione del fatto sono
limitati dal giudicato parziale formatosi sui capi della sentenza diversi da quelli
oggetto delik rinvio rescindente, sia pure soltanto in relazione agli elementi che
compongono il fatto storico e non anche in relazione alle modalità in cui è
strutturato il capo di imputazione, in cui possono comparire elementi descrittivi
della condotta che restano irrilevanti ai fini dell’operatività del divieto del ne bis
in idem (Sez. 2, n. 35616 del 13/07/2007, Acampora, Rv. 237166; cfr. per un
caso opposto e speculare a quello in esame Sez. 6, n. 45050 del 20/12/2010,
X., Rv. 249342).
La questione relativa alla confisca allargata dei beni di Luigi Abbate e di
Vincenzo Abbate ai sensi dell’art. 12-sexies legge n. 352 del 1996, in relazione

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hanno evidenziato che gli ulteriori elementi posti a sostegno della memoria

all’accertamento della loro responsabilità penale per il concorso esterno nel clan
Zagaria, risulta essere stata, dunque, trattata nel giudizio di merito ed entrata a
far parte del corrispondente giudizio di legittimità, con approdo alla statuizione di
inammissibilità delle impugnazioni proposte sul punto dai due ricorrenti, in uno al
definitivo accertamento della loro colpevolezza per il suddetto reato.
L’annullamento della sentenza impugnata per la posizione dei due ricorrenti,
con il relativo rinvio, ha riguardato esclusivamente il trattamento sanzionatorio,
mentre la loro penale responsabilità e le statuizioni consequenziali sono state

legittimanti la disposta confisca allargata.
Trattasi pertanto di materia definita per quanto concerne questo giudizio,
non suscettibile di essere ripresa nel prosieguo costituito dalla fase di rinvio,
connotata dall’oggetto circoscritto sopra indicato, senza che la deduzione da
parte degli Abbate dell’omessa considerazione di consulenze ed altri documenti prodotti evidentemente in modo intempestivo rispetto alle cadenze stabilite dalla
procedura – potesse abilitare il giudice del rinvio a riaprire una questione già
definita.
Anche questa censura è, in conclusione, inammissibile.

4. Consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna dei ricorrenti
al pagamento delle spese del procedimento e la condanna di ciascuno – per i
profili di colpa correlati all’irritualità dell’impugnazione (Corte cost., sent. n. 186
del 2000) – al versamento di una somma alla cassa delle ammende nella misura
che, in ragione del contenuto dei motivi dedotti, si stima equo determinare in
euro 2.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle
spese processuali e ciascuno al versamento della somma di euro 2.000,00 in
favore della Cassa delle ammende.

definitivamente accertate, in uno alla questione della sussistenza delle condizioni

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