Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16316 del 03/10/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 16316 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: SIANI VINCENZO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
FIARE NICOLA nato il 01/06/1965 a SAN GREGORIO D’IPPONA

avverso la sentenza del 18/11/2015 della CORTE APPELLO di CATANZARO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere VINCENZO SIANI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MARIA
FRANCESCA LOY
che ha concluso

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Il P.G. conclude per il rigetto del ricorso.
Udito il difensore
E’ presente l’avvocato DIDDI ALESSANDRO del foro di ROMA in difesa di FIARE’
NICOLA che conclude chiedendo l’annullamento senza rinvio della sentenza
impugnata.

Data Udienza: 03/10/2017

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza in epigrafe, emessa il 18 novembre 2015 — 19 gennaio
2016, la Corte di appello di Catanzaro, giudicando in sede di rinvio dalla Corte di
cassazione, ha, in parziale riforma della sentenza resa dal Tribunale di Vibo
Valentia in data 23 febbraio 2011 – 23 maggio 2015, dichiarato non doversi
procedere nei confronti di Nicola Fiarè in ordine al reato di cui all’art. 416-bis,
commi 1, 2, 3, 4 in relazione ai commi 5 e 8, cod. pen., perché estinto per

1.1. L’imputato era accusato di aver partecipato all’associazione per
delinquere di stampo mafioso denominata Famiglia Fiarè, nel ruolo di
coadiuvante di Rosario Fiarè, dirigente e organizzatore della consorteria,
fornendo il proprio supporto nella fase organizzativa e partecipativa al fine di
rafforzare il potere della cosca, partecipando o, comunque, assicurando il suo
apporto nella preparazione di omicidi consumati e tentati e nella preparazione di
agguati diretti a contrastare il potere di altre cosche localmente presenti, fatti
commessi in San Gregorio d’Ippona e nei comuni limitrofi di Vibo Valentia, Pizzo,
Ionadi e comunque nell’intera provincia vibonese, dagli inizi degli anni ’90 fino al
luglio 2005.
Il Fiarè era stato assolto in primo grado dal Tribunale di Vibo Valentia con
sentenza del 23 febbraio 2011, ex art. 530, comma 2, cod. proc. pen., e ed in
secondo grado dalla Corte di appello di Catanzaro con sentenza del 19 luglio
2012, per non aver commesso il fatto.
1.2. La Corte di cassazione, tuttavia, a seguito di ricorso del Procuratore
generale presso la Corte di appello di Catanzaro aveva (sentenza di Sez 5, n.
38736 del 14/05/2014) annullato la sentenza di appello di assoluzione con rinvio
per nuovo esame ad altra Sezione della stessa Corte di appello.
La ragione che aveva imposto tale annullamento risiedeva nel rilievo che il
giudice di merito aveva dato eccessiva importanza al fatto che nelle
intercettazioni non fosse menzionato l’imputato, omettendo, invece, di
esaminare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, per poi valutarne gli esiti
alla luce dei parametri fissati dall’art. 192 cod. proc. pen. e dei principi in tema
di valenza delle chiamate in correità e degli elementi dai quali era possibile
desumere la partecipazione all’associazione di tipo mafioso ex art. 416-bis cod.
pen.
Illogica era stata reputata, inoltre, la valutazione del giudici di merito nella
parte in cui essi non avevano considerato formata la prova della partecipazione
dell’imputato al gruppo mafioso nei termini oggetto di contestazione per essere
gli episodi ascrivibili a tale imputato, in particolare l’episodio Farris relativo ai

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prescrizione, confermando nel resto.

primi anni ’90, inerenti ad una circoscritta epoca, in quanto ben avrebbe potuto
la Corte di merito ritenere dimostrata la responsabilità dell’imputato per un arco
temporale delimitato e più circoscritto rispetto a quello contestato.
Incongrua era stata, poi, giudicata la valutazione delle chiamate operate per
Nicola Fiarè dai vari collaboratori escussi, pure ritenuti attendibili, ed in relazione
al contributo dei quali non era stato fatto retto governo dei principi stabiliti in
tema di scrutinio delle chiamate in correità plurime.
Infine, era stigmatizzata la mancata considerazione nello sviluppo del

capo della cosca, elemento che, quando si era in presenza di una consorteria a
base familiare e quando era accertata la non occasionale attività delittuosa da
parte di singoli esponenti della medesima famiglia, era suscettibile di essere
preso in considerazione per la verifica della sua portata indiziaria.
1.3. In sede di rinvio, la Corte di appello di Catanzaro ha evidenziato, in
primo luogo, che il reato contestato a Nicola Fiarè, nelle more, si era estinto per
prescrizione: infatti, dopo aver proceduto a valutare l’evenienza degli elementi
costitutivi del reato associativo oggetto di imputazione rilevando come la
partecipazione alla cosca del Fiarè dovesse essere collocata fino ad epoca non
successiva al 1996, ne ha tratto il corollario che, sulla base delle norme più
favorevoli previste a quell’epoca e computando le varie interruzioni, il termine
prescrizionale era spirato nel 2011.
Secondo i giudici del rinvio, non poteva, invece, essere pronunciata
sentenza assolutoria con formula piena non sussistendo l’evidenza probatoria
dell’innocenza dell’imputato, ai sensi e per gli effetti dell’art. 129, comma 2, cod.
proc. pen., atteso che si opponevano a tale esito gli elementi di prova a suo
carico emersi nel corso del processo.

2. Avverso tale decisione ha proposto ricorso, per il tramite del suo
difensore, Nicola Fiarè chiedendone l’annullamento e adducendo due motivi e

tessuto motivazionale del rapporto di parentela tra Nicola Fiarè e Rosario Fiarè,

premettendo l’interesse del Fiare ti i mpugnare la sentenza che ha dichiarato non
doversi procedere nei suoi confronti per prescrizione, trattandosi di una
sostanziale riforma in peius rispetto all’assoluzione pronunciata in primo grado
per non aver commesso il fatto ed in considerazione della sua possibile
sottoposizione a misure di prevenzione, in ipotesi di mancata affermazione
dell’assoluta estraneità del Fiarè all’associazione mafiosa.
2.1. Con il primo motivo si lamenta violazione all’art. 6 CEDU (come
interpretato nella sentenza della Corte EDU del 05/07/2011, Dan c/ Moldavia),
posto in relazione all’art. 606, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., per avere la
sentenza impugnata riformato in senso sfavorevole la sentenza di primo grado

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(

senza aver proceduto alla rinnovazione del dibattimento.
Secondo tale prospettiva il giudice d’appello, per poter riformare in peius la
sentenza assolutoria, se avesse voluto operare un diverso apprezzamento circa
l’attendibilità di una prova orale ritenuta in primo grado non attendibile, avrebbe
dovuto procedere alla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale.
2.2. Con il secondo motivo si denuncia violazione del principio di cui all’art.
129, comma 2, cod. proc. pen., in relazione all’art. 606, comma 1, lett. c) ed e)
cod. proc. pen., per avere la sentenza impugnata erroneamente applicato la
citata norma ed aver, pertanto, omesso di motivare in merito alla colpevolezza

dell’imputato.
La Corte del rinvio, secondo il Fiarè, avrebbe errato nel dichiarare il reato
estinto per prescrizione, piuttosto che pronunciare sentenza assolutoria nel
merito, in quanto se avesse voluto farlo avrebbe dovuto compiutamente
verificare se la situazione probatoria fosse tale da giustificare la sostituzione
della decisione assolutoria pronunciata in primo grado, con una decisione di
condanna.
Secondo il ricorrente, l’errore dal punto di vista metodologico compiuto dal
ragionamento della Corte territoriale era stato – invece di valutare la fondatezza
dell’appello del P.m. muovendo dall’assoluzione da lui conseguita in primo grado
– di svolgere una valutazione di prova positiva per la verifica dell’innocenza del
ricorrente.
Errata era stata anche la conclusiva valutazione dell’impossibilità di
pervenire ad una sentenza assolutoria, poiché le plurime dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia nei confronti del Fiarè erano state analizzate nella
sentenza di primo grado ed erano state ritenute inidonee dal punto di vista
dell’attendibilità e dei necessari riscontri. Inoltre, con la memoria difensiva
presentata in sede di appello era stata evidenziata ulteriormente l’inattendibilità
di quei contributi dichiarativi: elemento che non era stato minimamente preso in
considerazione dalla sentenza impugnata, la quale aveva, invece, fondato il
proprio giudizio esclusivamente sulle dichiarazioni del Farris.
In questo solco, si sostiene da parte del Fiarè che la sentenza impugnata ha
richiamato l’orientamento in tema di plurime, attendibili e convergenti
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ma non ha spiegato chi e quando
aveva confermato le dichiarazioni del Farris in merito all’usura praticata dal
Fiarè, se non con riferimento al Servello, il quale aveva riferito di essere a
conoscenza dell’usura a cui il Farris era stato sottoposto, senza però spiegare
come aveva appreso tale circostanza: dunque, la cognizione del fatto poteva
essere stata, ad esempio, veicolata dal Farris stesso, nel qual caso avrebbe
dovuto considerarsi la circolarità della conoscenza che non era sufficiente a

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d

conferire attendibilità alla dichiarazione principale. Né venivano indicati
nemmeno i termini ed i dettagli dell’usura, usura che comunque non rientrava
nel programma criminoso dell’associazione indicato nel capo d’imputazione: e ciò
rendeva inapplicabile al caso concreto il principio richiamato dalla Corte
territoriale in base al quale la partecipazione non estemporanea dell’imputato ai
reati fine caratterizzanti l’associazione costituiva un indice sintomatico
dell’intraneità dello stesso a tale associazione.
Sempre nella prospettiva del ricorrente, aveva errato, infine, la sentenza

Nicola Fiarè, odierno imputato, e il capo dell’organizzazione Rosario Fiarè,
trattandosi di associazione a carattere familiare, quando in realtà tale principio
non sarebbe stato affatto affermato dalla Corte in sede rescindente e, ad ogni
modo, la Corte territoriale non si sarebbe potuta limitare a constatare il vincolo
di parentela, ma avrebbe dovuto verificare, attraverso le varie dichiarazioni dei
collaboratori, se si fosse potuta accertare la non occasionale partecipazione del
Fiarè alle attività poste in essere dal sodalizio criminoso di carattere familiare.

3. Il Procuratore generale ha concluso per il rigetto del ricorso, atteso che
non erano stati violati i principi in tema di riforma della sentenza in grado di
appello e nuovo esame delle fonti dichiarative, mentre, poi, l’unica censura nella
sostanza proposta era infondata, avendo dato, la sentenza emessa in sede di
rinvio, adeguato conto della ragione per la quale non sussisteva la possibilità di
una pronuncia assolutoria di merito dell’imputato dal reato associativo
contestatogli.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Deve, in via pregiudiziale, reputarsi sussistente l’interesse a ricorrere del
Fiarè: si conferma, invero, che è configurabile l’interesse ad impugnare
dell’imputato nel caso in cui sia pronunciata sentenza di non doversi procedere
per prescrizione, ex art. 129, comma 1 cod. proc. pen., in quanto tale interesse
sussiste qualora dalla modifica del provvedimento impugnato (da intendere nella
sua lata etccezione, comprensiva anche della motivazione) possa derivare
l’eliminazione di qualsiasi effetto pregiudizievole per la parte che ne invoca il
riesame, per cui una modifica di tal tipo rileva – non soltanto quando l’imputato,
attraverso l’impugnazione si riprometta di conseguire effetti penali più
vantaggiosi, come l’assoluzione o la mitigazione del trattamento sanzionatorio,
ma – anche quando egli abbia come obiettivo quello di assicurare conseguenze
extrapenali più favorevoli, come quell’e che l’ordinamento rispettivamente fa

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impugnata nel ritenere che dovesse essere valutato il legame di parentela tra

derivare dall’efficacia del giudicato delle sentenze di condanna o di assoluzione
nel giudizio di danno, ex artt. 651 e 652 cod. proc. pen., e dal giudicato delle
sentenze di condanna o di assoluzione in altri giudizi civili o amministrativi, ex
art. 654 cod. proc. pen. (Sez. 6, n. 35989 del 01/07/2015, Vittorini, Rv. 265604;
Sez. 5, n. 24300 del 19/03/2015, Migliaccio e altri, Rv. 263907; nella stessa
prospettiva, Sez. 1, n. 39215 del 03/07/2017, Morrone, Rv. 270957, ha ritenuti>
inammissibile il ricorso per cassazione, avverso una sentenza di annullamento
senza rinvio per intervenuta prescrizione, per la ragione che l’impugnazione

riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, ma non ad un
proscioglimento nel merito con una formula più ampia, dal momento che
l’interesse alla proposizione della impugnazione non consiste nella mera
aspirazione all’esattezza tecnico-giuridica del provvedimento, dovendo essere
rivolto a conseguire un concreto vantaggio).
Nel caso in esame il ricorrente ha specificamente indirizzato la sua
impugnazione all’obiettivo dell’ottenimento del proscioglimento nel merito,
specificando altresì l’esigenza di destituire di fondamento ogni sorta di elemento
indiziario riferito alla sua posizione, onde scongiurare la possibile sottoposizione
a misure di prevenzione, in relazione a cui ha dedotto l’evenienza di un parallelo
procedimento in corso.

2. Assodato ciò, tuttavia, l’impugnazione si profila fondata su motivi il primo
dei quali è manifestamente infondato ed il secondo sollecita una non consentita
rilettura del fatto: essa è, quindi, nel suo complesso inammissibile.

3. Rileva premettere soltanto che la declaratoria di estinzione del reato per
prescrizione – non impugnata – ha sviluppato in ragionamento sulla qualità di
mero partecipe di Nicola Fiarè, tale essendo stato evidentemente ritenuto in via
implicita il ruolo dell’imputato nel contesto associativo oggetto di imputazione,
alla luce degli elementi acquisiti (posto che egli era stato accusato di rivestire la
qualità di “direttore ed organizzatore”, ossia di dirigente, in relazione ad
associazione nella prospettazione accusatoria indicata come armata).

4. In ordine al primo motivo, non è discutibile in punto di principio che
anche al presente processo si applichino i principi maturati nella giurisprudenza
consolidata della Corte EDU (anzitutto con sent. 05/07/2011, Dan c/ Moldavia) in
ordine alla previsione contenuta nell’art. 6, par. 3, lett. d), della CEDU, relativa
al diritto dell’imputato di esaminare o fare esaminare i testimoni a carico ed
ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico, principi

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tendeva soltanto al mutamento della qualificazione giuridica del fatto e al

costituenti imprescindibile parametro interpretativo delle norme processuali
interne, pur nella loro conformazione antecedente alla riforma n. 103 del 2017
(che ha determinato, fra le altre innovazioni, l’inserzione del comma 3-bis nel
tessuto dell’art. 603 cod. proc. pen.) — alla cui stregua il giudice di appello,
investito della impugnazione del pubblico ministero avverso la sentenza di
assoluzione di primo grado, anche se emessa all’esito del giudizio abbreviato,
con cui si adduca una erronea valutazione delle prove dichiarative, non può
riformare la sentenza impugnata, affermando la responsabilità penale

comma terzo, cod. proc. pen., a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso
l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo, ritenute
decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado, sicché risulterebbe affetta
da vizio di motivazione ex art. 606, comma primo, lett. e), cod. proc. pen., per
mancato rispetto del canone di giudizio ‘al di là di ogni ragionevole dubbio’, di cui
all’art. 533, comma primo, cod. proc. pen., la sentenza di appello che, su
impugnazione del pubblico ministero, affermasse la responsabilità dell’imputato,
in riforma di una sentenza assolutoria, operando una diversa valutazione di
prove dichiarative ritenute decisive, senza disporne la rinnovazione a norma
dell’art. 603, comma terzo, cod. proc. pen. (Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016,
Dasgupta, Rv. 267492; per la particolare evidenziazione degli effetti di tali
principi anche in tema di giudizio abbreviato, v. Sez. U, n. 18620 del
19/01/2017, Patalano, Rv. 269787).
Tale principio non può non valere anche nel giudizio di rinvio a seguito da
annullamento della sentenza assolutoria conforme a quella di primo grado
impugnata dal pubblico ministero, in cui il punto rilevante ai fini
dell’accertamento della responsabilità dell’imputato afferisca alla diversa
valutazione di prove dichiarative ritenute decisive.
L’interposizione del giudizio di legittimità, ad effetto rescindente, non muta i
termini della questione inerente alla necessità per il giudice del rinvio di svolgere
la previa rinnovazione dell’istruzione dibattimentale avente ad oggetto le prove
dichiarative decisive nel senso dianzi chiarito, ove si giunga, in riforma della
prima decisione, alla condanna dell’imputato, su impugnazione del pubblico
ministero. D’altronde, il potere di riapertura del dibattimento da parte del giudice
del rinvio si configura secondo connotazioni identiche a quelle inerenti ai poteri
del giudice la cui sentenza è stata annullata, ai sensi dell’art. 627, comma 2,
cod. proc. pen. Sicché anche il giudice del rinvio deve disporre l’assunzione delle
prove rilevanti per la decisione, alla stregua del canone normativo sopra
richiamato (art. 603 cod. proc. pen.), interpretato in consonanza con i principi
affermati dalla giurisprudenza convenzionale ed, a seguire, interna, testé ribaditi

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dell’imputato, senza avere proceduto, anche d’ufficio, ai sensi dell’art. 603,

(cfr. per applicazioni dei principi succitati al giudizio di rinvio Sez. 1, n. 46525 del
25 maggio 2017, Bianchi, n. m.; Sez. 1, n. 10449 del 28/092016, dep. 2017,
Corsi, n. m.).
Tutto ciò assodato, va però precisato come la stessa linea interpretativa
affermata con le sentenze rese dalla Corte di legittimità nella sua composizione
più autorevole chiarisca che restano fermi i limiti derivanti dal dovere di
immediata declaratoria di cause di non procedibilità o di estinzione del reato, ex
art. 129, comma 1, cod. proc. pen.: sicché il giudice di appello, investito dalla

senza avere proceduto, anche d’ufficio, a norma dell’art. 603, comma 3, cod.
proc. pen., a rinnovare l’istruzione dibattimentale riferita a quelle prove
dichiarative ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado
quando, però, pervenga all’affermazione della responsabilità penale
dell’imputato, in precedenza assolto, non quando dichiari non doversi procedere
per l’avvenuta estinzione del reato per prescrizione.
Tale rilievo destituisce di fondamento ictu ocull la prima doglianza.
Non sarebbe stato, in ogni caso, da trascurarsi l’ulteriore rilievo che la
sentenza di primo grado era pervenuta all’assoluzione del Fiarè, non sulla scorta
della ritenuta inattendibilità delle fonti dichiarative essenziali, bensì per avere
essenzialmente ritenuto determinante il carattere risalente degli elementi di fatto
dalle stesse attribuiti all’imputato: rilievo, insieme alla mancata presenza del
nome dell’imputato nelle intercettazioni, era stato ritenuto aver formato un
quadro insufficiente per arrivare ad una condanna nei termini indicati
nell’imputazione, in carenza di altri riscontri. Tale ragionamento, confermato
dalla sentenza di appello, è stato disatteso, in quanto inadeguato ed illogico,
dalla sentenza rescindente emessa dalla Corte di legittimità, la quale (par. 1.6.)
ha specificato che sia la sentenza di primo grado che quella di appello avevano,
con motivazione esauriente, posto in risalto la piena attendibilità dei collaboranti,
le cui dichiarazioni si erano reciprocamente riscontrate ed avevano trovato

impugnazione del pubblico ministero non può riformare la sentenza impugnata

conforto anche in quelle di Luigi Farris, imprenditore del catanzarese, vittima dei
reati di usura posti in essere dai Fiarè, divenuto collaboratore di giustizia nel
1995, con la precisazione che, in tale contesto di ritenuta piena attendibilità dei
propalanti, stante l’autonomia e la spontaneità di ciascuno di essi, era stato
altresì escluso che la convergenza di tali dichiarazioni fosse stata l’esito di
collusione o di concerto calunnioso, e che tale consonanza fosse attribuibile a
condizionamenti o reciproche influenze.
In questa prospettiva si è già chiarito che non sussiste l’obbligo di procedere
alla rinnovazione della prova testimoniale decisiva per la riforma in appello
dell’assoluzione qualora l’attendibilità della deposizione venga valutata in

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(

maniera del tutto identica dal giudice di appello, il quale si limiti a procedere ad
un diverso apprezzamento del complessivo compendio probatorio ovvero ad una
diversa interpretazione della fattispecie incriminatrice (in tal senso v. Sez. 5, n.
42746 del 09/05/2017, Fazzini, Rv. 271012; Sez. 5, n. 33272 del 28/03/2017,
Carosella, Rv. 270471).
Conclusivamente sul punto, deve rilevarsi in via immediata la manifesta
infondatezza del motivo.

i

giudici del rinvio hanno reputato sussistente un notevole quadro di elementi a
carico del Fiarè in ordine al reato contestato, pur se limitato nella sua estensione
temporale non oltre l’anno 1996, elementi costituiti: dalle plurime dichiarazioni
rese dai collaboratori e relative alla sua posizione, dichiarazioni della cui
attendibilità non si era mai dubitato e che si erano collocate in direzione di
reciproco riscontro; dalla convergente vicenda narrata da Luigi Farris,
imprenditore catanzarese vittima dei reati di usura posti in essere dall’imputato e
dagli altri appartenenti al gruppo dei Fiarè, divenuto a sua volta collaboratore di
giustizia nel 1995; dalla valutazione \vincolo familiare del Fiarè con altri
appartenenti alla cosca a base principalmente familiare, anche in relazione al
quale andavano valutati gli altri elementi.
Quanto, in particolare, al contributo dei collaboratori, se era vero che quello
offerto da alcuni (Iannello, D’Elia e D’Urzo) atteneva a riferimenti in termini
generici dell’appartenenza di Nicola Fiarè alla consorteria mafiosa, era del pari
certo che altri contributi si erano caratterizzati per la specificità degli episodi
narrati, con reciproco riscontro. Al riguardo i giudici del rinvio hanno richiamato
le dichiarazioni di Luigi Guglielmo Farris e di Angiolino Servello, dichiarazioni
analiticamente valutate, anche in relazione alla rispettiva connotazione
autonoma, con l’accertamento di specifici atti compiuti dall’imputato
univocamente significativi della sua appartenenza alla cosca, anche in rapporto
al contesto marcatamente familiare del clan, con certezza fino all’anno 1996.
Il giudice del rinvio ha individuato ed analizzato compiutamente gli elementi
convergenti nel senso della sussistenza della responsabilità dell’imputato in
ordine al reato di partecipazione all’associazione mafiosa a lui contestato, pur se
con il limite temporale succitato, valutando le dichiarazioni rese dai collaboratori
su Nicola Fiarè, con primario riferimento a quelle del Farris, vittima di usura da
parte dell’imputato e di altri appartenenti al gruppo criminale, e del Servello
(quest’ultimo già autista del capo dell’associazione) che hanno fornito &precisi
elementi in relazione alla sua partecipazione, dichiarazioni già ritenute attendibili
e riscontrate reciprocamente: il tutto, nel quadro del legame parentale, essendo

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1

5. Per quanto concerne il secondo motivo, è da osservare anzitutto che

Nicola fratello di Rosario Fiarè, capo della consorteria ad assodata base familiare.
Il complesso delle considerazioni svolte ha condotto la Corte di merito a
constatare che era emerso il compimento da parte dell’imputato di atti specifici
indicativi di un suo apporto alla consorteria che, valutati anche l’acclarata base
familiare del clan ed il rapporto di parentela del Fiarè con il capo, determinavano
la conclusione della sussistenza di elementi più che indicativi della partecipazione
dell’imputato al sodalizio criminoso, quantomeno fino al 1996.
Atteso questo approdo, è sicuramente corretta l’impostazione assunta sullo

primo grado l’imputato è assolto con formula piena e avverso tale decisione è
proposto gravame del pubblico ministero, il giudice di appello può dichiarare la
sopravvenuta estinzione del reato solo se ritiene fondata l’impugnazione,
fornendo adeguata motivazione sul punto (Sez. 5, n. 19268 del 24/03/2015,
Luserta, Rv. 263709; Sez. 5, n. 4123 del 11/12/2009, dep. 2010, B., Rv.
246101, sulla scia di Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244273,
Rv. 244274).
Però è del pari assodato che il giudizio della Corte di merito ha ritenuto
fondata l’impugnazione del P.m. concludendo nei sensi ora richiamati, sicché, al
di là del riferimento alla mancata prova dell’evidenza assolutoria ex art. 129 cod.
proc. pen., i giudici del rinvio sono pervenuti ad affermare la sussistenza di un
quadro indicativo della responsabilità di Nicola Fiarè, peraltro paralizzato dalla
sopravvenienza della causa estintiva.
A fronte di tale adeguato discorso giustificativo le deduzioni svolte dal
ricorrente si rivelano immediatamente non fondate nel caso della prospettazione
secondo cui il reato fine dell’usura non avrebbe formato oggetto dell’attività
criminale associata oggetto di verifica, laddove l’imputazione, uscita confermata
dalla verifica di cognizione piena, ha annoverato, relativamente al settore dei
delitti contro il patrimonio connotanti l’attività della cosca, oltre ai reati di
estorsione e truffa aggravata, anche quelli di usura. La posizione del ricorrente
sul punto è, dunque, smentita dalla sentenza impugnata che dettaglia l’episodio
di usura ai danni del Farris, richiama le prove dichiarative inerenti alla
partecipazione di Nicola Fiarè al sodalizio comandato dal fratello, dedito
eminentemente all’usura, e ribadisce che il prestito ad usura era una delle
principali attività del gruppo.
Esse, poi, sono contrastanti con l’inquadramento di diritto stabilito dalla
sentenza rescindente: in particolare, il rilievo attribuito, una volta assodati gli
altri dati di fatto sopra indicati, al legame familiare dell’imputato con il capo
dell’associazione, è stato valorizzato dai giudici del rinvio sulla scorta di una
precisa indicazione fornita dalla citata sentenza di legittimità (la quale aveva

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specifico punto dal ricorrente allorché ricorda che, quando all’esito del giudizio di

stabilito che meritava di essere valutato in termini di significatività il legame di
parentela tra l’imputato ed il capo dell’organizzazione Rosario Fiarè, nell’ambito
di un sodalizio a base eminentemente familiare, giacché, se doveva escludersi in
via generale l’idoneità di semplici relazioni di parentela o di affinità a costituire,
di per sé, prova od anche soltanto indizio dell’appartenenza di taluno
all’associazione, era del pari vero che, una volta accertata l’esistenza di
un’organizzazione delinquenziale a base familiare e una non occasionale attività
criminosa di singoli esponenti della stessa famiglia intesa in senso lato, alla quale

operava, poteva considerarsi non privo di valore indiziante, circa la
partecipazione di tali soggetti al sodalizio criminoso, anche il fatto che
sussistessero legami di parentela o affinità fra loro ed i soggetti che in quel
sodalizio occupavano posizioni di vertice o, comunque, di rilievo).
Infine, la prospettata svalutazione dei contributi dichiarativi del Farris e del
Servello, per un verso, si palesa generica lì dove si condensa in rilievi
congetturali sull’eventualità di una loro scaturigine di natura circolare e, per altro
verso, si risolve sostanzialmente nella sollecitazione a privilegiare
un’interpretazione alternativa del rispettivo contenuto narrativo: sollecitazione
che, oltre a non essere dotata di autosufficienza, si esaurisce nella
prospettazione di una diversa valutazione del fatto che, in presenza di una
motivazione congrue coerente, è inibita in sede di legittimità.

4. Il ricorso deve essere dichiarato, pertanto, inammissibile.
Consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente
al pagamento delle spese del procedimento e – per i profili di colpa correlati
all’irritualità dell’impugnazione (Corte cost., sent. n. 186 del 2000) – di una
somma in favore della Cassa delle ammende nella misura che, in ragione
dell’insieme delle questioni dedotte e valutato il contenuto dell’unico motivo, si
stima equo determinare in euro 2.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle
ammende.
Così deciso il 3 ottobre 2017

faceva capo l’organizzazione stessa, nel medesimo campo nel quale questa

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