Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1631 del 18/11/2015

Penale Sent. Sez. 3 Num. 1631 Anno 2016
Presidente: FRANCO AMEDEO
Relatore: LIBERATI GIOVANNI

SENTENZA

sul ricorso proposto da
F.F.
avverso l’ordinanza del Tribunale di Brescia del 29/11/2011
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Giovanni Liberati;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Pasquale Fimiani, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito per l’imputato l’avv. Emilio Sanchez de Las Heras, che ha concluso
chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 29 novembre 2011 il Tribunale di Brescia, in parziale
accoglimento dell’appello proposto dal Pubblico Ministero, ha applicato la misura
cautelare della custodia in carcere ad F.F. ed a G.G., respingendo il medesimo appello in relazione ad altri tre indagati
(L.L., A.A. e B.B.).
Il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Brescia aveva proposto appello nei
confronti della ordinanza del 23 settembre 2011 del Giudice per le indagini
preliminari di quel Tribunale, nella parte in cui aveva respinto la richiesta di
applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di
F.F., G.G., L.L.,

Data Udienza: 18/11/2015

A.A. e B.B. (ritenendo insufficienti nei loro confronti gli indizi
della cessione di cinque chilogrammi di sostanza stupefacente del tipo cocaina in
data 29 dicembre 2010 a favore di Giancarlo e Giorgio Rossini), lamentando
l’insufficiente considerazione da parte del primo giudice del materiale indiziario
emerso all’esito delle indagini, evidenziando in particolare le relazioni intercorse
tra Rossini Giancarlo, Rossini Giorgio, L.L., F.F. e G.G. fin dal 29 dicembre 2010, ed il rinvenimento
nella disponibilità dell’F.F. e del G.G. della somma di euro 41.500 in

Il Tribunale di Brescia, provvedendo su tale impugnazione, ha precisato, per
quanto in questa sede rileva in relazione al ricorso proposto dal solo F.F., che
L.L., A.A., F.F. e G.G.
sono indagati (capo di provvisoria incolpazione 6) per aver
perfezionato, nei giorni 29 e 30 dicembre 2010, la cessione ed il trasferimento di
un consistente quantitativo di cocaina (pari a cinque chilogrammi
complessivamente), importata materialmente in Italia da L.L.
e consegnata agli acquirenti Giancarlo e Giorgio Rossini; l’F.F. ed il G.G.
erano stati individuati come fornitori dello stupefacente a seguito dell’arresto di
Rossini Giancarlo, Rossini Giorgio, L.L. e Giovo Andrea, in
quanto dopo tale arresto era stata eseguita la perquisizione della abitazione della
madre di Rossini Giorgio, messa a disposizione dell’F.F. dal novembre 2010,
nella quale si trovavano l’F.F. ed il G.G. e, all’interno di una valigia nella
disponibilità di quest’ultimo, fra i capi di vestiario, era stata rinvenuta la somma
in contanti di euro 41.500, con banconote suddivise in mazzetti ed avvolte da un
nastro di plastica. Il Tribunale ha quindi ritenuto che l’F.F. ed il G.G.
avessero svolto il ruolo di fornitori o, comunque, di intermediari nella
acquisizione da parte di Giancarlo e Giorgio Rossini del rilevante quantitativo di
cocaina importato da L.L., sulla base della chiamata in correità
di Giorgio Rossini (nel corso dell’interrogatorio reso al Pubblico Ministero di
Torino il 7 giugno 2011), che tra l’altro aveva riferito di aver consegnato
all’F.F. la somma di euro 41.500 quale acconto della somma complessiva di
euro 68.000 concordata, dichiarazioni riscontrate dalle risultanze dei servizi di
osservazione svolti dalla polizia giudiziaria tra il 29 ed il 30 dicembre 2010 e
dall’evidenziato rinvenimento della suddetta somma di euro 41.500
nell’appartamento nella disponibilità dell’F.F., all’interno di una valigia di
G.G., fra i suoi capi di vestiario.
Il Tribunale ha poi ritenuto sussistente anche l’esigenza cautelare di cui
all’art. 274, lett. c), cod. proc. pen., in considerazione del ragguardevole
quantitativo di stupefacente sequestrato, delle programmate attività di
importazione, cessione e trasporto, oltre che della verosimile collaborazione con

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contanti.

altri narcotrafficanti operanti in ambito internazionale, da cui ha desunto
professionalità degli indagati nel traffico di stupefacenti.

2. Nei confronti di tale ordinanza, depositata il 9 dicembre 2011 e notificata
al difensore il 22 settembre 2015, a seguito dell’arresto dell’F.F. in
esecuzione di mandato di cattura internazionale, ha proposto ricorso il solo
F.F., mediante il suo difensore, affidandolo a due motivi.
2.1. Con il primo motivo ha lamentato violazione di norme processuali, in

proc. pen., per la mancata traduzione degli atti in lingua spagnola, unica lingua
conosciuta dall’F.F., cittadino spagnolo ed ignorante della lingua italiana, al
punto che in occasione della udienza di convalida, a seguito della notificazione
della ordinanza di custodia cautelare in carcere, il 18 settembre 2015 presso
l’aeroporto di Roma Fiumicino, era stato assistito da un interprete di lingua
spagnola. Ha dunque eccepito la nullità assoluta dell’ordinanza impugnata, a
causa della sua mancata traduzione in lingua spagnola, determinante una nullità
insanabile ai sensi dell’art. 178, lett. c), cod. proc. pen.
2.2. Con il secondo motivo ha prospettato mancanza, contraddittorietà ed
illogicità della motivazione, in relazione all’art. 192, comma 3, cod. proc. pen.,
per l’assenza di riscontri alle dichiarazioni indizianti rese da Giorgio Rossini, che
tra l’altro aveva modificato innanzi al Pubblico Ministero le dichiarazioni rese in
un primo momento alla polizia giudiziaria presso il Commissariato di Brescia.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Entrambi i motivi di ricorso sono infondati ed il ricorso deve,
conseguentemente, essere respinto.

1. Per ciò che concerne il primo motivo, con cui è stata denunciata

relazione agli artt. 179 comma 1, 178, comma 2 lett. b) et c), 143 e 109 cod.

violazione di norme processuali, per l’omessa traduzione della ordinanza
impugnata nella lingua madre del ricorrente, occorre osservare che tale
violazione non ha determinato alcun concreto pregiudizio ai diritti di difesa del
ricorrente, giacché il difensore di quest’ultimo presentò tempestivo ricorso per
cassazione nell’interesse dell’F.F. (oltre che del G.G.) nei confronti della
medesima ordinanza, nuovamente impugnata con il ricorso in esame, deducendo
violazione di norme processuali, e tale primo ricorso venne respinto da questa
Corte con sentenza n. 19173 del 13/3/2012, con la conseguenza che non pare
essersi verificato alcun pregiudizio ai diritti difensivi dell’F.F., che nonostante
l’omessa traduzione della ordinanza del Tribunale poté impugnarla

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AA

tempestivamente, per ragioni diverse da quelle concernenti l’omessa traduzione
della stessa.
Deve, ogni caso, evidenziarsi che, come costantemente affermato da questa
Corte, la proposizione della richiesta di riesame, anche se ad opera del difensore,
ha effetti sananti della nullità conseguente all’omessa traduzione dell’ordinanza
cautelare personale nella lingua conosciuta dall’indagato alloglotta, sempre che
la richiesta di riesame non sia stata presentata solo per dedurre la mancata
traduzione ovvero per formulare ulteriori questioni pregiudiziali di carattere

258369; Sez. 6, 22.5.2008, n. 38584, Olebune, Rv. 241403; conf. Sez. 2,
7.6.2011, n. 32555, Bucki, Rv. 250763), perché in tal caso è stato raggiunto lo
scopo tipico dell’atto (Sez. 6, 20.3.2006, n. 14588, Ajbari, Rv. 234036). Tale
principio è stato confermato anche dopo l’entrata in vigore del nuovo testo
dell’art. 143 cod. proc. pen., come modificato dal d.lgs. 2 marzo 2014, n. 32,
art. 1, essendo rimaste inalterate le ragioni in base alle quali tale principio era
stato affermato, con la conseguente verificazione del suddetto effetto sanante a
seguito della proposizione del ricorso per ragioni (anche) diverse dal vizio
relativo alla omessa traduzione della ordinanza impugnata (Sez. 3, Sentenza n.
7056 del 27/01/2015, Owalengba, Rv. 262425).
Ne consegue l’infondatezza del primo motivo di ricorso, essendosi sanata la
nullità denunciata dall’indagato, che non si è limitato a denunciare detta nullità
ma ha censurato anche la motivazione della ordinanza impugnata.

2. Del pari infondato risulta il secondo motivo di ricorso, con cui è stato
denunciato vizio motivazionale per l’assenza di riscontri alle dichiarazioni
indizianti rese da Giorgio Rossini e per l’omessa adeguata considerazione delle
diverse dichiarazioni dallo stesso rese immediatamente dopo il suo arresto.
Non sembra, infatti, che si versi in una ipotesi di mancanza della
motivazione, di manifesta illogicità o contraddittorietà (intrinseca o con atto
probatorio ignorato se esistente, o affermato se mancante), su aspetti essenziali
e tali da imporre una diversa conclusione del processo, in quanto il Tribunale di
Brescia ha puntualmente evidenziato i molteplici elementi di riscontro delle
dichiarazioni indizianti rese da Giorgio Rossini in occasione dell’interrogatorio del
7 giugno 2011, consistenti nei risultati dei servizi di osservazione e controllo
svolti dalla polizia giudiziaria il 29 ed il 30 dicembre 2010, agevolati dalla
localizzazione degli indagati mediante sistema di rilevazione satellitare installato
sulla automobile del Rossini (da cui era emerso che il Rossini, appena giunto in
Italia proveniente dalla Spagna, si era incontrato con il ricorrente ed altri due
indagati, Giovo Andrea e G.G. , per poi incontrare assieme a
tutti costoro L.L., corriere dello stupefacente appena

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strettamente procedurale (Sez. 3, 19.11.2013, n. 1475 del 2014, Jovanoski, Rv.

sopraggiunto in territorio bresciano, per accompagnarlo per pochi minuti nella
sua abitazione, da dove poi il gruppo si era recato nella limitrofa abitazione del
Rossini), e nell’esito della perquisizione eseguita presso l’appartamento concesso
in uso dal Rossini al ricorrente ed al G.G.(a seguito della quale era stata
rinvenuta, occultata all’interno di una valigia nella disponibilità del G.G. e
fra i suoi indumenti, la somma di euro 41.500 in denaro contante, costituente,
secondo quanto riferito dal Rossini, un acconto del corrispettivo complessivo di
euro 68.000 che avrebbe dovuto consegnare all’F.F.). Il Tribunale ha quindi

essendo state fornite) spiegazioni alternative a tali incontri e spostamenti del
ricorrente con gli altri indagati ed il Rossini ed al ritrovamento della suddetta
ingente somma di denaro contante.
Ne consegue la sufficienza della motivazione della ordinanza impugnata, che
ha evidenziato i riscontri estrinseci individualizzanti alle dichiarazioni accusatorie
del Rossini, di portata tale da attribuire capacità dimostrativa e persuasività
probatoria in ordine all’attribuzione del fatto-reato al soggetto destinatario di tali
dichiarazioni, ferma restando la diversità dell’oggetto della delibazione cautelare,
preordinata ad un giudizio prognostico in termini di ragionevole e alta probabilità
di colpevolezza del chiamato, rispetto a quella di merito, orientata invece
all’acquisizione della certezza processuale in ordine alla colpevolezza
dell’imputato (Sez. 5, Sentenza n. 50996 del 14/10/2014, Scalia, Rv. 264213).
Non sembra, poi, che la sola circostanza che le dichiarazioni indizianti siano
state rese da parte del Rossini solo in un momento successivo al suo arresto, in
quanto nelle prime dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria egli non avrebbe
fatto riferimento all’F.F., ne infici la attendibilità, in quanto nell’ordinanza
impugnata sono state chiaramente indicate le ragioni (costituite dai precisi
elementi di riscontro evidenziati) della credibilità del Rossini, ben potendo la
chiamata in reità attuarsi, senza diventare inattendibile, in progressione ed
arricchendosi nel tempo, con il vincolo, nella specie rispettato, di motivare con
un più penetrante rigore logico le ragioni della attendibilità delle dichiarazioni
(Sez. 6, Sentenza n. 17248 del 02/02/2004, Agate, Rv. 228661).
Ne consegue l’infondatezza anche del secondo motivo di ricorso, che ne
comporta il rigetto e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuale.

5

evidenziato la natura univoca di tali elementi di riscontro, non essendovi (né

La Corte dispone inoltre che copia del presente provvedimento sia trasmessa
al Direttore dell’Istituto penitenziario competente, a norma dell’art. 94, comma 1
ter, disp. att. cod. proc. pen.

Così deciso il 18/11/2015

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