Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1626 del 12/12/2012


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 1626 Anno 2013
Presidente: MACCHIA ALBERTO
Relatore: RAGO GEPPINO

SENTENZA
su ricorso proposto da:
PARISI FRANCESCO nato il 05/01/1948, avverso la sentenza del
22/11/2011 della Corte di Appello di Perugia;
Visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;
udita la relazione fatta dal Consigliere dott. Geppino Rago;
udito il Procuratore Generale in persona del dott. Giuseppe Volpe
che ha concluso per il rigetto;
udito il difensore avv.to Maurizio Merlini che ha concluso per il rigetto
del ricorso
FATTO
1. Con sentenza del 4/02/2010, la Corte di Appello di Ancona
confermava la sentenza con la quale, in data 16/03/2007, il Tribunale
della medesima città aveva assolto PARIS, Francesco dal reato di
calunnia continuata in danno della dott.ssa Cristina D’Aniello,
magistrato in servizio presso la Procura della Repubblica di Ravenna
in qualità di sostituto, per averla incolpata di omissione di atti di

Data Udienza: 12/12/2012

ufficio e di abuso d’ufficio con istanza di avocazione del 24/04/2003,
diretta al Procuratore Generale presso la Corte di Appello di
Bologna, e con atto di opposizione a richiesta di archiviazione del

2. Con sentenza n° 12424 del 11/03/2011, la sesta sezione
della Corte di Cassazione annullava — per vizi motivazionali – la
suddetta sentenza e rinviava alla Corte di Appello di Perugia per
nuovo giudizio.
3. Con sentenza del 22/11/2011, la Corte di Appello di Perugia
— pronunciando in sede di rinvio — in riforma della sentenza
pronunciata in data 16/03/2007 dal Tribunale di Ancona: a)
dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputato in ordine
alla calunnia relativa all’istanza di avocazione del 24/04/2010, per
essersi il medesimo estinto per intervenuta prescrizione; b)
condannava il Parisi a risarcire alla parte civile D’Aniello Cristina i
danni da liquidarsi in separato giudizio.
4. Avverso la suddetta sentenza, l’imputato, a mezzo del
proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i
seguenti motivi:
4.1.

VIOLAZIONE DEGLI ARTT.

368 — 43

COD. PEN.:

sostiene

il

ricorrente che il reato di calunnia sarebbe insussistente mancando
l’elemento materiale. Infatti, non era vero che esso ricorrente aveva
falsamente accusato la D’Aniello di non essersi pronunciata sulla
prima richiesta di sequestro preventivo: la prima richiesta di
sequestro preventivo era quella datata 07/04/2003 alla quale la parte
civile non aveva dato risposta. Non era vero che, al momento in cui
era stata proposta l’istanza di avocazione, datata 24/04/2003, le
determinazioni della D’Aiello erano supportate dalla c.t del geom.

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13/11/2003.

Ceredi che fu depositata nel dicembre del 2003. In realtà, come
risultava da tutti gli atti processuali, il ricorrente non aveva sostenuto
alcunché di falso nell’istanza di evocazione «in quanto realmente la

dott. D’Aniello ritenne di non dover compiere alcun atto di indagine
4.2. ILLOGICITÀ DELLA MOTIVAZIONE nella parte in cui la sentenza
aveva condannato il ricorrente al risarcimento dei danni a favore
della costituita parte civile: sostiene il ricorrente che, mancando
l’elemento materiale del reato, ne conseguiva «l’insussistenza anche

dell’elemento psicologico». Su quest’ultimo punto, la sentenza
impugnata sarebbe

«apodittica, illogica, contraddittoria e,

sostanzialmente mancante, essendo totalmente priva di riferimenti
concreti e precisi a fatti e atti veri. La ratio decidendi sul punto è
assolutamente inesistente o, comunque, basata su ragionamenti
giuridici fondati su fatti e atti non veri»;
4.3. VIOLAZIONE DEGLI AR-rr. 157-160 COD. PEN.: sostiene il
ricorrente che la prescrizione era maturata in data 24/10/2010, non
essendo vero, come scritto in sentenza, che il difensore aveva
presentato due istanze di rinvio per legittimo impedimento che
avevano sospeso il corso della prescrizione. Secondo il ricorrente, la
Corte territoriale «avrebbe dovuto dichiarare la prescrizione del reato

con efficacia a partire dalla data del 24/10/2010, in luogo della
Suprema Corte di Cessazione e, conseguentemente, non avrebbe
dovuto e/o potuto emettere sentenza sulle questioni civili»;
4.4. VIOLAZIONE DELL’ART. 51 COD. PEN. per non avere la Corte
territoriale considerato che «il ricorrente, avanzando l’istanza di

evocazione de qua ha esercitato il relativo diritto previsto dalla legge,
riferendo, tra l’altro, solo fatti e atti processuali corrispondenti a
verità».

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preliminare, dopo la querela e fino alla richiesta di archiviazione».

DIRITTO
1. L’ELEMENTO OGGETTIVO:

con il primo motivo di ricorso, il

ricorrente sostiene che, nell’istanza di avocazione del 24/04/2003,
Al fine di valutare se la doglianza sia o no fondata, non resta
che riportare le fasi della vicenda processuale, cosi come ricostruite
dalla Corte territoriale nell’impugnata sentenza.
1.1. IL FATTO:

Il Parisi, essendo rimasto soccombente in una

causa civile relativa alla proprietà di una striscia di terreno a confine,
fu sottoposto dagli attori vittoriosi, ad un’azione esecutiva
immobiliare.
Il Parisi, iniziò, da allora, una strenua lotta a colpi di denuncia
contro tutti coloro che, in un modo o in un altro, si trovarono coinvolti
nella procedura esecutiva. Dapprima denunciò il notaio (contestando
che la certificazione fosse conforme ai dati catastali), poi il geom.
che aveva proceduto alla stima dell’immobile: entrambi i
procedimenti penali si conclusero, però, con l’archiviazione.
Contemporaneamente, il Parisi iniziò a tempestare la Procura
della Repubblica di varie istanze finalizzate ad ottenere il sequestro
probatorio e/o preventivo del fascicolo della procedura esecutiva con
il chiaro intento di bloccare la procedura: le suddette istanze vennero
assegnate al Sostituto procuratore, dott.ssa Cristina D’Aniello che,
già in data 20/11/2002, con articolata motivazione, espresse parere
contrario all’accoglimento del sequestro: anche il g.i.p. respinse la
richiesta, rilevando, peraltro, che la richiesta di sequestro preventivo
era comunque inaccoglibile in assenza di richiesta del P.M.
Scrive la Corte territoriale (pag. 16 ss): «In piena consonanza
con tali valutazioni in data 11-12-2002 il P.M. dott.ssa D’Aniello

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non sarebbe ravvisabile l’elemento materiale del delitto di calunnia.

aveva chiesto l’archiviazione del procedimento. Il Parisi aveva
presentato opposizione e il GIP aveva fissato l’udienza camerate di
cui all’art. 409 cpp. In data 7-4-2003, a firma del Parisi autenticata
dal suo difensore Avv. Niccolai, era stata presentata al P.M. una
fascicolo relativo alla procedura di esecuzione immobiliare. In pari
data la dott.ssa D’Aniello avendo rilevato che il fascicolo pendeva
dinanzi al GIP, aveva trasmesso l’istanza al Giudice. Quest’ultimo,
nella persona della dott.ssa Calandra, aveva chiesto che il P.M.
formulasse comunque il suo parere e il P.M. in calce aveva espresso
in data 8-4-2003 parere contrario al sequestro probatorio. La dott.ssa
Calandra aveva allora respinto la richiesta di sequestro probatorio,
rilevando che sarebbe stata semmai sufficiente l’acquisizione di
copia degli atti, e sottolineato che non vi era stata richiesta di
sequestro preventivo da parte del P.M. In data 16-4-2003 il Parisi
aveva chiesto alla dott.ssa D’Aniello di formulare al GIP istanza di
sequestro preventivo, nonché di «notificare al sottoscritto con la
massima urgenza per iscritto i motivi dell’eventuale rigetto della
presente istanza, onde poter attivare le più opportune procedure
anche presso altre sedi istituzionali». Venivano chiesti inoltre «i
motivi per iscritto della omessa pronuncia da parte della SV Ill.ma
avverso la istanza di sequestro preventivo depositata dal sottoscritto
in data 7-4-2003». Il P.M. dott.ssa D’Aniello in risposta aveva in data
17-4-2003 provveduto in tali termini: «rilevato che non ricorrono i
presupposti di cui all’art. 321 cpp. non dispone il richiesto sequestro
preventivo». In data 24 4 2003 il Parisi aveva presentato richiesta di

avocazione delle indagini preliminari e di sequestro preventivo,
rivolta al Procuratore Generale di Bologna. Innanzi tutto aveva
segnalato «l’assoluta inerzia dell’Ill.mo Sig. Procurce.loh- della
Repubblica dott.ssa Cristina D’Aniello». Inoltre aveva invitato il

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nuova richiesta di sequestro preventivo o almeno probatorio del

Procuratore Generale a formulare richiesta di sequestro preventivo
del fascicolo relativo alla procedura di esecuzione immobiliare.
Nell’atto aveva dedotto che la dott.ssa D’Aniello, dopo aver iscritto la
notizia di reato, «inspiegabilmente, provvedeva subito a richiedere la
ATTO Di INDAGINE, nonostante il sottoscritto avesse anche
elencato le indagini da compiere nell’atto di denuncia e querela».
Aveva proseguito il Parisi osservando che «alla prima richiesta di
sequestro preventivo inoltrata dal sottoscritto (all. 7), il Procuratore
DAniello addirittura ometteva di pronunciarsi in merito, come rilevato
puntualmente anche dal GIP con il provvedimento emesso in data
11/4/2003. Alla seconda richiesta di sequestro preventivo inoltrata
dal sottoscritto (all. 9) il Procuratore D’Aniello disponeva il rigetto con
MOTIVAZIONE INESISTENTE E/0 FITTIZIA..». Aveva aggiunto il
Parisi che «l’operato del Procuratore D’Aniello, indipendentemente
dall’esito del presente procedimento penale, suscita notevoli ed
oggettive perplessità». Aveva richiesto quindi l’intervento urgente del
Procuratore Generale, essendo imminente il rilascio forzoso
dell’immobile. Il Procuratore Generale non aveva avocato le indagini.
All’udienza camerate fissata il Gip aveva disposto nuove indagini. Il
P.M. dott.ssa D’Aniello aveva conferito ad un consulente l’incarico di
verificare se vi fosse o meno corrispondenza tra certificazione
catastale e titoli di provenienza dell’immobile. Il consulente geom.
Ceredi aveva risposto con relazione depositata il 7-10-2003. Di
seguito la dott.ssa D’Aniello aveva rinnovato la richiesta di
archiviazione. Il Parisi aveva ripresentato atto di opposizione,
censurando le conclusioni del consulente sulla base di osservazioni
del solito geom. Bedei. In tale atto, depositato il 13-11-2003, il Parisi,
oltre a dedurre nel merito, aveva avanzato svariati sospetti sul
consulente, la cui relazione egli aveva definito «stranamente

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archiviazione del procedimento penale, SENZA COMPIERE ALCUN

favorevole ai denunciati»,

aveva segnalato essere

«davvero

sorprendente che l’Ill.mo Sig. Procuratore della Repubblica del
Tribunale di Ravenna abbia presentato l’impugnata richiesta di
archiviazione senza rendersi conto della assoluta erroneità ed
eseguita dal geom. Ceredi Loris. Perché il P.M. non ha chiesto
chiarimenti al suo consulente tecnico, in merito allo sviamento dal
quesito? Perché il P. M. non vuole procedere nel contraddittorio delle
parti?». Più oltre il Parisi aveva osservato «perché il P.M. dichiara
che il titolo di provenienza dell’immobile in questione non è il rogito
del Notaio Bandini? Da quali elementi oggettivi trae questa
conclusione?…» ed ancora «perché il P.M. decide di richiedere
l’archiviazione nonostante le predette riportate considerazioni
evidenti ed inconfutabili?». Nella parte finale dell’atto il Parisi aveva
formulato gravi censure, così esprimendosi «è owio ed evidente che
trattasi o di errori tecnici macroscopici ed inspiegabili o di tentativo,
chissà di chi e per quali motivi, di non procedere penalmente nei
confronti dei denunciati. Il sottoscritto Parisi Francesco attende
fiducioso la fissazione dell’udienza camerale anche e soprattutto per
evitare di dover presentare nuovo atto di denuncia e querela nonché
esposti presso altre sedi istituzionali stante il perdurante e ripetuto
diniego di giustizia .fino ad ora posto in essere dalla Procura della
Repubblica di Ravenna tramite la presentazione di due richieste di
archiviazione illegittime ed infondate, che legittimano fortemente
l’interrogativo sulla buona fede del P.M. richiedente». La dott.ssa
D’Aniello aveva invitato il consulente Ceredi a rispondere alle
osservazioni del Bedei, ciò che aveva fatto con relazione del
dicembre 2003. Per evitare equivoci si rimarca che il GIP dott.ssa
Cecilia Calandra con articolata motivazione in data 5-3-2004 aveva
infine archiviato il procedimento, fra l’altro ricordando come il Parisi

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inconferenza (nella migliore delle ipotesi) della consulenza tecnica

avesse avuto torto in sede civile nei tre gradi di giudizio e come già
allora fosse stato rilevato che il titolo di acquisto doveva desumersi
da una congiunta e complementare lettura del rogito Bandini del
1962 e del rogito Ferlanti del 1953: secondo il Giudice da tale lettura
effettivamente dal Parisi […]».
1.2.

LA SENTENZA IMPUGNATA:

alla stregua della vicenda

processuale, così come ricostruita sulla base della documentazione
in atti e puntualmente richiamata, la Corte territoriale così motiva la
colpevolezza dell’imputato: 41 è d’uopo specificamente rilevare
come già nell’istanza di avocazione fossero state formulate nei
confronti della dott.ssa D’Aniello gravi accuse, essendosi parlato di
un’inspiegabile immediata archiviazione, del mancato svolgimento di
attività di indagine, di omissione di pronuncia su una richiesta di
sequestro preventivo, di un successivo rigetto con motivazione
inesistente o fittizia, di notevoli oggettive perplessità suscitate
dall’operato del P.M. Tali valutazioni nel loro insieme erano
evidentemente volte ad accreditare la tesi di una ingiustificata inerzia
del magistrato e soprattutto a colorare tale inerzia in termini

di

penale illiceità, mediante l’uso di espressioni di inequivoco
significato, quali “inspiegabile e immediata”, “notevoli oggettive
perplessità”, tali da suggerire il convincimento che quanto fatto o
omesso dal P.M. (addirittura una radicale omissione di pronuncia)
non fosse casuale ma rispondesse ad una scelta pregiudiziale, in
danno del denunciante e a favore dei denunciati (tale prospettazione
poteva apparire tanto più suggestiva a chi non era in possesso di
tutti gli atti). Del resto tutto ciò sarebbe stato poi espresso in termini
ancora più chiari nell’atto di opposizione del 13-11-2003. Peraltro
l’intera condotta del Parisi era stata sostanzialmente rivolta a

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sarebbe derivata la consistenza della proprietà acquistata

conseguire ad ogni costo l’obiettivo prefissato, cioè quello di evitare
che potesse andare in porto la procedura esecutiva. Di qui i
molteplici tentativi di bloccarla con le varie denunce penali
presentate, nelle quali si adombravano sospetti e perplessità varie
depositato il 24-4-2003 era sostanzialmente falsa. In realtà la prima
richiesta di sequestro probatorio e/o preventivo formulata dal Parisi
era, come detto, contenuta nella denuncia: il P.M. dott. D’Aniello
aveva provveduto sollecitamente in merito, motivando sul punto e
poi trasmettendo gli atti al GIP agli effetti dell’art. 368 cod.proc.pen.
Ora, per quanto nell’istanza di evocazione, in relazione all’omessa
pronuncia, si facesse riferimento all’allegato 7, costituito dalla
richiesta presentata dal Parisi il successivo 7-4-2003, quando il
fascicolo era stato trasmesso al GIP in attesa dell’udienza camerale
di cui all’art. 409 cpp (istanza a fronte della quale il P.M. si era
limitato a trasmettere gli atti per competenza e poi, su sollecitazione
del g.i.p., aveva espresso parere contrario al sequestro, non
chiedendo il sequestro preventivo, perché, come rilevato nel
successivo provvedimento del 17-4-2003, non ne ricorrevano i
presupposti), deve rilevarsi come quella del 7-4-2003 non fosse
affatto la prima richiesta di sequestro inoltrata dal Parisi e come per
contro sulla prima vera richiesta la dott.ssa D’Aniello avesse
tempestivamente provveduto, senza che di ciò il Parisi nell’istanza di
evocazione avesse dato conto. In secondo luogo va rimarcato che il
P.M. D’Aniello aveva formulato richiesta di archiviazione dopo che il
Gip dott.ssa Calandra, pronunciandosi sul sequestro agli effetti
dell’art. 368 cpp, aveva sostanzialmente avallato l’assunto secondo
cui non emergevano elementi tali da suffragare la fondatezza della
notizia di reato: il riscontro della consonante opinione del GIP aveva
offerto al P.M. una base più che solida per formulare la richiesta

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[…] Sta di fatto però che la prospettazione contenuta nell’atto

detinitoria. Ma neppure di ciò nell’istanza di avocazione si era fatto
cenno, essendosi invece prodotta la sola scarna richiesta di
archiviazione, che aveva in realtà alle spalle quel travaglio valutativo
e si ci. ne

del tutto pretermesso dall’istante.

endosi invece prodo

scarna richiesta di archivia

e, che aveva in realtà

Ed allora su tali
travaglio valutativo de tto preter~iallistant
basi ben possono trarsi le conclusioni di competenza di questa
Corte. La circostanza che l’istanza di avocazione fosse di per sé
strumentale, il fatto che a supporto essa contenesse rilievi critici
formulati in modo da accreditare l’opinione dì una condotta
penalmente illecita del magistrato dott.ssa D’Aniello, il rilievo che tale
prospettazione fosse tuttavia contra verum, alterando sensibilmente
la base valutativa di qualsiasi interlocutore e creando le condizioni
perché la condotta del magistrato risultasse davvero predicabile di
ingiustificata e sospetta inerzia (in realtà insussistente, in quanto a
quel punto il magistrato aveva già presentato richiesta di
archiviazione e non aveva ragione di disporre alcunché, fermo
restando che il sequestro avrebbe costituito un’indebita invasione
della sfera di attribuzioni della giurisdizione civile: Cass. Il 9-3-2000,
Sindona), convincono la Corte che l’istanza, qualificabile come
denuncia, in quanto comunque rivolta a pubblico ufficiale, chiamato
all’eventuale rapporto, avesse contenuto calunnioso essendo
strumentalmente volta ad incolpare il magistrato di un’abusiva
condotta, che il denunciante ben sapeva non corrispondere alla
realtà dei fatti (a scanso di equivoci va rimarcato che al Parisi era
stato notificato il prowedimento di rigetto emesso nel novembre
2002 dal GIP dott.ssa Calandra e nell’ambito della procedura
camerale originata dalla richiesta di archiviazione aveva possibilità di
accedere al fascicolo)».

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avocazione si era fatto cenno,

1.3.

LA DOGLIANZA DEL RICORRENTE:

alla stregua della

ricostruzione dei fatti così come effettuata dalla Corte territoriale, è
del tutto evidente che la censura con la quale il ricorrente tenta di
materiale del reato di calunnia, deve ritenersi manifestamente
infondata.
La doglianza, infatti, è del tutto generica ed aspecifica rispetto
all’amplissima motivazione con la quale la Corte territoriale, dopo
aver ricostruito analiticamente e cronologicamente tutta la vicenda
processuale, dimostra, per tabulas, la falsità delle affermazioni
contenute nell’istanza di avocazione, falsità tanto più evidente
proprio perché il ricorrente si era limitato a produrre «la sola scarna
richiesta di archiviazione, che aveva in realtà alle spalle quel
travaglio valutativo del tutto pretermesso dall’istante […] alterando
sensibilmente la base valutativa di qualsiasi interlocutore e creando
le condizioni perché la condotta del magistrato risultasse davvero
predicabile di ingiustificata e sospetta inerzia».
In altri termini, la censura, va ritenuta nulla più che un tentativo
di introdurre in questa sede di legittimità, una nuova ed alternativa
valutazione di quegli stessi fatti processuali già ampiamente presi in
esame dalla Corte territoriale e valutati in modo logico, adeguato e
coerente con gli evidenziati elementi fattuali.
2.

L’ELEMENTO SOGGETTIVO:

con il secondo motivo, il ricorrente

contesta la sussistenza dell’elemento soggettivo, sostenendo che,
sul punto, la motivazione della Corte territoriale, sarebbe apodittica
ed illogica.
Anche tale censura va ritenuta manifestamente infondata per le
ragioni di seguito indicate.

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sostenere che, nell’istanza di avocazione, mancherebbe l’elemento

2.1. LA

SENTENZA DI ANNULLAMENTO:

questa Corte di legittimità,

nell’accogliere il ricorso della costituita parte civile nonché del
Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Ancona, aveva
aveva censurato sia sotto l’aspetto della erronea interpretazione
della norma penale sostanziale, che sotto l’aspetto della
contraddittorietà della motivazione la sentenza del giudice di primo
grado, che aveva ritenuto non configurabile nei fatti contestati
l’elemento materiale del reato in riferimento alla sola istanza di
avocazione di indagini ovvero il necessario requisito psichico della
fattispecie di cui all’art. 368 c.p. in riferimento sia alla ricordata
istanza di avocazione che all’atto di opposizione alla richiesta di
archiviazione. In particolare la difesa, quanto alla contestazione di
calunnia in riferimento all’istanza di avocazione, aveva evidenziato
come fosse censurabile il passaggio argomentativo percorso dalla
sentenza appellata, che, dopo avere dato atto che le accuse rivolte
al magistrato fossero non vere – quanto meno in riferimento alla
risposta alla prima richiesta congiunta di sequestro probatorio e
preventivo – era pervenuta alla esclusione del dolo in capo al Parisi,
da un lato ritenendo che costui si era limitato a sottoscrivere atti
compilati dal suo legale, non conoscendo i meccanismi tecnici
sottesi all’ottenimento della contestata misura, dall’altro opinando
che la convinzione erronea che il magistrato stesse sbagliando mal
si conciliasse con la consapevolezza di accusare una persona di un
comportamento omissivo. Secondo il difensore nell’istanza di
avocazione il Parisi non aveva formulato una legittima censura
all’operato del P.M., bensì una censura fondata su una
rappresentazione della condotta del P. M. consapevolmente falsa in
via di fatto, tendenziosamente diretta a precostituire l’apparenza di

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così motivato: 4_1 Ed invero la parte civile nei motivi di appello

una omissione in realtà inesistente. Siffatta doglianza non ha
costituito oggetto di specifica valutazione da parte del giudice del
gravame, che si è limitato a riportare le motivazioni del giudice di
primo grado, e, nel confermare l’assenza nella fattispecie
che, sia pure eliminando ogni dubbio in ordine alla individuazione
fisica e catastale dell’immobile controverso, aveva evidenziato la
grande confusione esistente negli atti pubblici e nel Catasto circa la
consistenza della proprietà acquistata dal Parisi; confusione che non
poteva non avere determinato nel Parisi la convinzione di essere nel
giusto nel denunciare il Notaio e il Geometra responsabili di quella
confusione e quindi di agire legittimamente nel censurare nella
maniera indicata l’operato del P.M.. In realtà il giudice di secondo
grado ha eluso il problema, che non era quello di rivalutare in fatto
l’elemento psicologico del reato, ma quello di risolvere il quesito in
diritto se un supposto e scriminante convincimento di colpevolezza
dell’accusato potesse confonderai col diverso convincimento delle
proprie buone ragioni nel processo civile sottostante ovvero con il
movente psicologico o con lo stato d’animo dell’autore Si
impone pertanto l’annullamento della sentenza impugnata e il rinvio
alla Corte di Appello di Perugia, che nel demandato nuovo giudizio,
provvedere a colmare le evidenziate lacune motivazionali, tenendo
presente, quanto all’ipotesi di reato di cui all’istanza di avocazione, il
principio di diritto, a mente del quale la consapevolezza del
denunciante circa l’innocenza dell’incolpato è esclusa qualora
sospetti, congetture o supposizioni di illiceità del fatto denunciato
siano ragionevoli, ossia fondati su elementi di fatto tali da ingenerare
dubbi condivisibili da parte del cittadino comune che si trovi nella
medesima situazione di conoscenza [.. I».

13

dell’elemento psicologico del reato, ha richiamato la perizia Ceredi,

2.2.

LA SENTENZA DI APPELLO:

la Corte territoriale, colmando

l’evidenziata carenza motivazionale e adeguandosi al principio di
diritto enunciato da questa Corte nella predetta sentenza di
annullamento, ha ritenuto la colpevolezza del Parti, sulla base della
annullamento con rinvio ha sottolineato l’erroneità della prospettiva
assunta dai primi Giudici, tendente a proiettare sull’operato del
magistrato i convincimenti del Parisi relativi alla controversia, peraltro
fondati esclusivamente sulle valutazioni del geom. Bedei, ribadite
anche nel corso del dibattimento ma acriticamente assunte come
verità assoluta, senza alcuna disponibilità al confronto con gli esiti di
valutazioni difformi e, si badi, con gli stessi esiti del precedente
giudizio in sede civile, conclusosi dinanzi alla Suprema Corte di
Cessazione. Per contro, seguendo il dictum della Suprema Corte,
non può attribuirsi rilievo a sospetti, congetture, supposizioni di
illiceità del fatto denunciato, ove non ragionevoli, in quanto non
fondati su elementi di fatto tali da ingenerare dubbi condivisibili da
parte del cittadino comune che si trovi nella medesima situazione di
conoscenza. Nel caso di specie non vi era nessun elemento che
potesse suffragare quei ragionevoli dubbi, ché anzi per poterli
accreditare il Parisi era stato costretto ad alterare la realtà, tacendo
determinanti elementi di valutazione e prospettandone altri in modo
non rispondente al vero. Né risulta che il Parisi avesse motivo di
lamentarsi dell’operato del magistrato sulla base di una sua qualche
pregressa esperienza o in ragione di elementi tali da accreditare
l’opinione che la dott.ssa D’Aniello intendesse davvero danneggiare
il denunciante e favorire i denunciati per qualche imperscrutabile
ragione. L’unica strumentalità ravvisabile costituisce invece il
movente dell’azione ed è rappresentata dal perseguimento
dell’obiettivo di bloccare prima e scongiurare poi a tutti i costi la

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seguente motivazione; «[….] La Suprema Corte nella sentenza di

procedura esecutiva in corso. Ma in tale ardito incedere il Parisi finì
per oltrepassare i limiti del lecito, rivolgendo alla dott.ssa D’Aniello
accuse infondate, che egli ben sapeva essere tali e non aveva
comunque alcuna ragione plausibile per valutare diversamente – ciò
comunque archiviato il procedimento».
La suddetta motivazione è ineccepibile e, quindi, riesce
davvero ostico comprendere la censura del ricorrente nella parte in
cui ne sostiene l’apoditticità.
La motivazione, al contrario, focalizza perfettamente, da una
parte, le ragioni per le quali il comportamento dell’imputato doveva
ritenersi doloso (il movente: bloccare prima e scongiurare poi a tutti i
costi la procedura esecutiva in corso), e, dall’altra, individua (cfr
supra § 1.3.) e spiega il motivo per cui «l’ardito incedere il Parisi finì
per oltrepassare i limiti de/lecito, rivolgendo alla dott.ssa D’Aniello
accuse infondate, che egli ben sapeva essere tali e non aveva
comunque alcuna ragione plausibile per valutare diversamente».
Di conseguenza, non essendo ravvisabile il vizio motivazionale
dedotto dal ricorrente, la censura va ritenuta generica ed aspecifica,
essendo del tutto vano ed irrilevante che l’imputato invochi a suo
favore alcune sentenze di altri giudici che — secondo il suo assunto —
gli avrebbero dato ragione (cfr pag. 8 ss del ricorso), perché ciò che
rileva è quello che è stato accertato e deciso – in ordine alla specifica
imputazione di calunnia derivante dall’istanza di avocazione – nel
presente procedimento penale e non in altri procedimenti penali (di
cui s’ignora l’oggetto) in cui, evidentemente, i giudici hanno preso in
esame la vicenda solo in via incidentale e, quindi, senza alcuna
rilevanza nel presente processo.

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anche a prescindere dal rilievo che in ultimo il G.i.p. avrebbe

3.

VIOLAZIONE DEGLI ARTT.

157-160

COD. PROC. PEN.:

la Corte

territoriale dopo aver premesso che il reato era stato consumato il
24/04/2003 e che, quindi, il termine di prescrizione massima, pari ad
anni sette e mesi sei, era destinato a scadere il 24-10-2010, ha
durante il giudizio dinanzi alla Suprema Corte il difensore del
prevenuto ebbe a richiedere due rinvii, implicanti la sospensione dei
termini di prescrizione. In ogni caso l’estinzione del reato è ormai
intervenuta e, ferma restando irretrattaibilità del foro commissorio,
deve essere dichiarata in questa sede di rinvio».
Il ricorrente ha contestato la suddetta motivazione con le
deduzioni che si sono illustrate nella presente parte narrativa (§
4.3.) che, però, devono ritenersi infondate.
Infatti, anche a voler ritenere fondata la doglianza secondo la
quale il reato avrebbe dovuto essere dichiarato prescritto dalla Corte
di Cassazione, occorre rilevare che la sentenza di annullamento
pronunciata da questa Corte di legittimità non poteva certo essere
“corretta” dalla Corte territoriale sotto il profilo di un preteso errore
materiale.
La Corte di Appello, infatti, investita del giudizio di rinvio, non
poteva che pronunciarsi secondo il

dictum

della Corte di

Cassazione, proprio perché il giudizio di rinvio è un “giudizio
chiuso”.
La questione, peraltro, è del tutto irrilevante per il ricorrente
perché la prescrizione è stata comunque dichiarata sebbene dalla
Corte territoriale nel giudizio di rinvio.
Infondata deve ritenersi l’opinione del ricorrente secondo il
quale se la Corte di Cassazione avesse dichiarato la prescrizione,
non avrebbe potuto emettere sentenza sulle questioni civili.

16

rilevato che «sulla base degli atti acquisiti al fascicolo, risulta che

Sul punto, il ricorrente trascura di considerare che l’assoluzione
nel merito, ove fosse soprawenuta la causa estintiva, ma la
sentenza di assoluzione fosse stata impugnata (come nel caso di
specie), non avrebbe di certo impedito al giudice penale di valutare
medesima fosse stata ritenuta fondata (come nel caso di specie), la
sentenza (fermi gli effetti penali) avrebbe dovuto comunque essere
annullata limitatamente alle disposizioni attinenti all’azione civile, ex
art. 622 cod. proc. pen.: il che significa che il ricorrente non avrebbe
di certo evitato le conseguenze civilistiche del suo comportamento.
4. VIOLAZIONE DELL’ART.

51

COD. PEN.:

anche la suddetta censura

(supra § 4.4.) è manifestamente infondata. Nessuno dubita che il
Parisi potesse proporre istanza di avocazione. Quello che, però, non
gli era consentito era di proporre un’istanza dal contenuto
palesemente calunnioso.
5. In conclusione, il ricorso dev’essere rigettato ed il ricorrente
condannato al pagamento delle spese processuali nonché alla
rifusione delle spese sostenute nel grado dalla costituita parte civile
liquidate come da dispositivo
P.Q.M.
RIGETTA
il ricorso e
CONDANNA
il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché alla
rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile D’Aniello
Cristina che si liquidano in complessivi E 3.000,00 oltre Iva e cpa
Roma 12/12/2012

la fondatezza dell’impugnazione della parte civile, sicché, ove la

IL P
(Dott.

!DENTE
o Macchia)

IL CONSIGL R EST.

(Dott. G.

18

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