Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1625 del 12/12/2012


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 1625 Anno 2013
Presidente: MACCHIA ALBERTO
Relatore: RAGO GEPPINO

SENTENZA
su ricorso proposto da:
MEREU ANTONIO nato il 17/07/1956, avverso la sentenza del
31/10/2011 della Corte di Appello di Cagliari;
Visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;
udita la relazione fatta dal Consigliere dott. Geppino Rago;
udito il Procuratore Generale in persona del dott. Giuseppe Volpe
che ha concluso per il rigetto;
FATTO
1. Con sentenza del 31/10/2011, la Corte di Appello di Cagliari
confermava la pronuncia resa dal Tribunale di Lanusei in data
04/11/2010 con la quale MEREU Antonio era stato condannato per il
reato di ricettazione di una betoniera di proprietà di CABIDDU Pietro,
così diversamente qualificata l’originaria imputazione di furto
aggravato ex artt. 624 e 625 n. 7, cod. pen. a lui ascritta. La Corte di
Appello confermava altresì l’impugnata sentenza relativamente alle
statuizioni a favore della costituita parte civile.

Data Udienza: 12/12/2012

2. Avverso la suddetta sentenza l’imputato, a mezzo del proprio
difensore, ha proposto ricorso per cassazione, deducendo i seguenti
motivi:
GRADO per avere la Corte territoriale violato il principio di correlazione
tra l’imputazione contestata e la sentenza: secondo il ricorrente,
poiché la difesa aveva chiesto il giudizio abbreviato allo stato degli
atti ex art. 438, comma 1, cod. proc. pen. e non, come aveva
affermato il giudice di primo grado alla pag. 2 della sentenza, quello
“condizionato”, sia il Tribunale sia la Corte di Appello, non avrebbero
dato la possibilità all’imputato di revocare eventualmente la richiesta
di definizione allo stato degli atti con conseguente prósecuzione del
processo nelle forme ordinarie. Sostiene il ricorrente che i giudici di
merito non avrebbero potuto condannarlo per il reato di ricettazione
senza previamente informarlo in modo da metterlo in condizione di
difendersi con specifico riferimento alla diversa imputazione; in
alternativa, avrebbero dovuto disporre la trasmissione degli atti al
P.M. ex art. 423 cod. proc. pen.
Inoltre, secondo il ricorrente, la differente qualificazione
giuridica del fatto sarebbe awenuta sul presupposto di due ulteriori
violazioni.
Innanzitutto, la Corte avrebbe violato L’ART. 27, Cairo 1 E 2,
COST. avendo ritenuto corretta la diversa qualificazione del fatto
originariamente contestato sulla base di una illegittima valutazione
del silenzio serbato dall’imputato: secondo la difesa, il mutamento
della qualificazione giuridica della fattispecie in ricettazione sarebbe
stato motivato valorizzando la mancanza di una dichiarazione
confessoria da parte del Mereu in relazione al furto contestatogli.

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2.1. NULLITÀ DELLA DECISIONE IMPUGNATA E DI QUELLA DI PRIMO

In secondo luogo, sarebbe stato violato L’ART. 63, COMMA 2,
COD. PROC. PEN. in quanto la Corte di merito aveva giustificato la
diversa qualificazione del fatto utilizzando le dichiarazioni
autoaccusanti rese dal Mereu alla Polizia Giudiziaria, non
modalità di acquisto della betoniera asseritamente sottratta al
Cabiddu: il ricorrente sostiene che tali dichiarazioni sarebbero
inutilizzabili perché, nel momento in cui erano state rese, si
sarebbero dovute assicurare al Mereu le garanzie difensive
necessariamente connesse alla sua sostanziale qualità di persona
indagata.
2.2. INSUSSISTENZA DELL’AGGRAVANTE DI CUI ALL’ART. 625 N. 7
COD. PEN. in quanto la betoniera era stata sottratta da un terreno di
proprietà della parte offesa di cui la stessa non aveva neppure
descritto le caratteristiche: in conseguenza di ciò, la Corte avrebbe
dovuto dichiarare non doversi procedere per mancanza di querela.
2.3. VIOLAZIONE E FALSA APPLICAZIONE DELL’ART. 192, COMMI 1
2, E 533, COMMA 1,

COD. PROC. PEN.

E

e CONTRADDITTORIA E ILLOGICA

MOTIVAZIONE per avere la Corte di Appello condannato l’odierno
ricorrente nonostante l’assoluta inconsistenza delle prove a suo
carico. La difesa rileva che le caratteristiche della betoniera descritte
dal Cabiddu erano del tutto generiche, trattandosi di un bene privo di
segni identificativi, in possesso del Mereu ben prima del furto ed
avente ammaccature derivanti dall’uso non certo esclusive, peraltro
coperte da una recente verniciatura. Il ricorrente, inoltre, evidenzia
che il G.I.P. del Tribunale di Lanusei, stante l’incertezza in ordine
all’individuazione del mezzo, aveva revocato il provvedimento di
restituzione già disposto in precedenza in favore del Cabiddu dal
P.M. Ancora, la Corte territoriale non avrebbe tenuto in
considerazione le dichiarazioni rese dal sig. Depau, il quale aveva

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verbalizzate ma semplicemente specificate nella C.N.R., sulle

riferito che l’imputato deteneva quella betoniera, di cui aveva
descritto le caratteristiche, da ben prima che si perpetrasse il furto in
danno del Cabiddu, senza motivare alcunché riguardo a tale
circostanza. Infine, il comportamento del Cabiddu desterebbe delle
mesi dopo la sottrazione della betoniera e si sarebbe recato
spontaneamente in caserma per riferire di avere trovato in
circostanze casuali il bene presso l’abitazione del genero del Mereu:
secondo il ricorrente, la ritardata denuncia potrebbe essere spiegata
soltanto con l’intento, da parte della persona offesa, di identificare “a
tutti i costi e con notevoli forzature” la betoniera del Mereu con quella
sottrattagli.
DIRITTO
1. Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito indicate.
2. Dagli atti di causa, la vicenda processuale in esame può
essere riassunta nei termini che seguono.
Il Mereu era tratto a giudizio per il «delitto di cui agli artt. 624 e
625 n° 7 cod. pan. perché, al fine di trame profitto, s’impossessava
di una betoniera di proprietà di Cabiddu Piero; fatto aggravato
perché commesso su cose esposte per necessità alla pubblica fede.
In Ilbono fra il 12106/2005 ed il 14/06/2005».
Il difensore, munito di procura speciale, richiedeva che il
processo fosse definito con il rito abbreviato allo stato degli atti non
formulando alcuna istanza probatoria.
Il giudice, peraltro, disponeva l’esame testimoniale degli agenti
di P.G. che avevano proceduto al sequestro e redatto il relativo
verbale.

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perplessità in quanto avrebbe denunciato il furto solo circa quattro

All’esito della discussione, il P.m. chiedeva la condanna a mesi
due di reclusione ed E 50,00 per il reato di furto, mentre il difensore
concludeva per l’assoluzione.
Con sentenza pronunciata in data 4/11/2010, il giudice
ricettazione e condannava l’imputato alla pena di mesi dieci, giorni
venti di reclusione ed 90,00 di multa. Il giudice escludeva che
«potesse sussistere una violazione del principio di correlazione tra
accusa e sentenza perché il contenuto essenziale della seconda
imputazione doveva ritenersi compreso nella più ampia previsione
dell’originaria contestazione di furto» (cfr pag. 2 sentenza di appello).
La suddetta sentenza, nonostante l’appello dell’imputato che
aveva dedotto, fra l’altro, la violazione dell’art. 522 cod. proc. pen.,
era confermata dalla Corte di Appello la quale respingeva la
suddetta doglianza osservando che: a) l’imputato non aveva mai
confessato di aver rubato la betoniera in questione; b) non era
configurabile alcuna violazione del principio della correlazione tra
accusa e sentenza in quanto «la qualificazione ha costituito oggetto
di dibattito nel giudizio di merito ed è stata presa in considerazione,
avendo l’imputato sostenuto di avere acquistato la betoniera da
persona di cui non ha voluto o saputo indicare il nominativo, sulla
base di un annuncio pubblicato sul giornale “Il Baratto”» (cfr pag. 4
sentenza).
Va osservato che la suddetta dichiarazione la Corte l’ha tratta
dalla Comunicazione della Notizia di Reato datata 18/11/2005 nella
quale la P.G. scriveva che il Mereu aveva sostenuto di avere
acquistato la betoniera «mediante un annuncio gratuito sul giornale
“Il Baratto” da un signore di Quartu S. Elena non meglio identificato
[…]»: sul punto, peraltro, il ricorrente, ha obiettato che «dalla lettura
della c.n.r. non si capisce neppure se dette dichiarazioni siano state

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monocratico del Tribunale di Lanusei, riqualificava il fatto in

rese spontaneamente o meno. Ciò che conta è che così facendo la
Corte di Appello ha completamente obliterato i principi (…] di
assoluta inutilizzabilità delle dichiarazioni (o”spontanee
dichiarazioni’) di persona nella veste di cui all’ad. 63 cod. proc. pen.
rapporto processuale” con quelli per cui si procede»: cfr pag. 8
ricorso.
3. Nella presente fattispecie confluiscono una serie di principi
che è opportuno rammentare tornando utili alla decisione.
4. L’art. 521 cod. proc. pen. stabilisce che il giudice può dare al
fatto storico una definizione giuridica diversa da quella
dell’imputazione, purché il fatto non ecceda la sua competenza né
risulti attribuito alla cognizione del tribunale in composizione
collegiale anziché monocratica.
La ratio del principio di correlazione tra contestazione e
sentenza, va rinvenuta nel diritto di difesa e del contraddittorio sul
contenuto dell’accusa, non potendo l’imputato «essere giudicato e
condannato per fatti relativamente ai quali non sia stato in condizioni
di difendersi»: ex plurimis Cass. 21094/2004, rv. 229021. Sul punto,
le Sezioni Unite hanno affermato che «per aversi mutamento del
fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi
essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume la
ipotesi astratta prevista dalla legge, sì da pervenire ad un’incertezza
sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio
dei diritti della difesa; ne consegue che l’indagine volta ad accertare
la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e
mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza
perché, vedendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è

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che facciano riferimento a fatti, dati o circostanze che abbiano “un

del tutto insussistente quando l’imputato, attraverso l’iter” del
processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di
difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione: SSUU 16/1996, rv.
205619.
correlazione e, dall’altra, il criterio teleologico del mancato
pregiudizio per la difesa dell’imputato, quale limitazione di
derivazione giurisprudenziale del generale principio di cui all’art. 521
cod. proc. pen., funzionale alla garanzia del contraddittorio, il
costante orientamento di legittimità afferma, quindi, che «non può
ravvisarsi immutazione non consentita del fatto qualora quello
ritenuto in sentenza, ancorché diverso da quello contestato con
l’imputazione, sia stato prospettato dallo stesso imputato quale
elemento a sua discolpa ovvero per fame derivare, in via eventuale,
una sua penale responsabilità per reato di gravità minore: in tal caso
l’imputato si è fatto automaticamente carico del suo assunto ed in
relazione al diverso fatto ha apprestato le sue difese»: Cass.
5777/1995, rv. 201673; Cass. 9178/1997, rv. 209363; Cass.
5329/2000, rv. 215903; Cass. 20118/2010, rv. 247330; Cass.
23288/2010, rv. 247761)
In particolare, quanto alla possibilità di mutare la qualificazione
giuridica dall’originaria imputazione di furto a quella di ricettazione,
questa Corte ha ritenuto che «[…] qualora venga dedotta la
violazione del principio di necessaria correlazione fra accusa
contestata e sentenza, al fine di verificare se vi sia stata una
trasformazione, sostituzione o variazione dei contenuti essenziali
dell’addebito, non soltanto va apprezzato in concreto se nella
contestazione, considerata nella sua interezza, non si rinvengano gli
stessi elementi del fatto costitutivo del reato ritenuto in sentenza, ma
anche se una tale trasformazione, sostituzione o variazione abbia

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Valorizzando, da una parte, la citata ratio del principio di

realmente inciso sul diritto di difesa dell’imputato, e cioè se egli si sia
trovato o meno nella condizione concreta di potersi difendere. è il
caso di osservare che, sulla base delle considerazioni appena
svolte, risulta ormai superato quell’orientamento giurisprudenziale,
ricettazione e viceversa, si era espresso nel senso che è ammissibile
e legittima solo la riqualificazione del fatto originariamente contestato
come furto in quello di ricettazione e non il contrario, facendo leva
sul criterio della “continenza del fatto” (rv 219818; rv 152273; rv
179538). Invero, secondo l’orientamento giurisprudenziale più
recente, condiviso dal Collegio, il criterio da applicare è quello
“teleologico” del mancato pregiudizio per la difesa dell’imputato,
quale limitazione di derivazione giurisprudenziale del generale
principio di cui all’art. 521 c.p.p., funzionale alla garanzia del
contraddittorio, con la precisazione che il criterio è operante a
prescindere dalle strategie processuali dell’imputato e dalla opzione,
dallo stesso eventualmente effettuata, di non fornire una propria
versione dei fatti, atteso che la concreta possibilità di difendersi
consiste non soltanto nella scelta di rispondere o meno alle
domande delle parti, ma nell’insieme delle opzioni difensive che si
esplicano in tutte le fasi e gli stati del giudizio (cfr. Cass. pen., Sez.
5^, 13/1212007, n. 3161). Ne consegue che quando nel capo di
imputazione originario siano contestati gli elementi fondamentali
idonei a porre l’imputato in condizione di difendersi dal fatto poi
ritenuto in sentenza, non sussiste violazione del principio di
doverosa correlazione tra accusa e sentenza; risultando legittima in
tale prospettiva non solo l’ipotesi (che qui ricorre) di riqualificazione
del furto in ricettazione, ma anche quella opposta di riqualificazione
della ricettazione come furto (Cass. n. 3161/2007 cit.)»: Cass.
38889/2008 riv 241446.

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che, in tema di qualificazione giuridica del fatto come furto a quella di

5. I suddetti principi sono stati ritenuti applicabili anche al
giudizio abbreviato.
Si è, infatti, osservato che «il potere del giudice di dare in
enunciata nell’imputazione, previsto dall’art. 521, comma primo, cod.
proc. pen., è esercitabile anche con la sentenza emessa a seguito di
giudizio abbreviato», non rilevando «che in tale rito non sia
applicabile, per l’esclusione fattane dall’ad. 441, cod. proc. pen., l’ad.
423 cod. proc. pen., in quanto tale ultima norma prevede soltanto la
facoltà del pubblico ministero di modificare l’imputazione procedendo
alla relativa contestazione, non avendo nulla a che vedere con
l’autonomo ed esclusivo potere-dovere del giudice di dare al fatto
una diversa definizione giuridica, contemplato dall’ad. 521, comma
primo, cod. proc. pen., applicabile, benché non specificamente
richiamato in sede di giudizio abbreviato»: ex plurimis

Cass.

9213/1996, rv. 206207.
E’ stato anche ritenuto che «sono utilizzabili nel giudizio
abbreviato le dichiarazioni spontanee rese dalla persona sottoposta
alle indagini alla polizia giudiziaria, anche se inserite in un verbale di
perquisizione o sequestro e non in un altro autonomo verbale»: ex
plurimis Cass. 8675/2011 rv. 252279.
6. Nell’ambito della suddetta problematica, s’inserisce, ora,
anche l’art. 6, comma 3, lett. a) e b), della Convenzione europea dei
diritti dell’uomo, a norma del quale «1. Ogni persona ha diritto a che
la sua causa sia esaminata equamente, (…), da un tribunale (…) il
quale sia chiamato a pronunciarsi (..) sulla fondatezza di ogni
accusa penale formulata nei suoi confronti. (…) 3. In particolare, ogni
accusato ha diritto di: a) essere informato, nel più breve tempo

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sentenza al fatto una definizione giuridica diversa da quella

possibile, in una lingua a lui comprensibile e in modo dettagliato,
della natura e dei motivi dell’accusa formulata a suo carico ; b)
disporre de/tempo e delle facilitazioni necessarie a preparare la sua
difesa; (.4».
suddetta norma esige che l’imputato, una volta informato dell’accusa,
sia anche messo in condizione di poter discutere su ogni profilo che
investe i fatti contestatigli e la qualificazione giuridica ad essi
attribuita.
La Corte Edu, nel caso Drassich vs Italia deciso in data
11/12/2007 – in un processo penale nel quale la Corte di
Cassazione, riqualificando i fatti contestati, nella fattispecie di cui
all’art. 319 ter c.p., aveva rigettato il ricorso dell’imputato condannato
dai giudici di merito in relazione al diverso reato di cui all’art. 319 c.p.
– in applicazione dell’art. 6, paragr. 3, ha affermato che: «[…] le
disposizioni del paragrafo 3 dell’articolo 6 rivelano la necessità di
porre una cura particolare nel notificare l’accusa» all’interessato.
Poiché l’atto d’accusa svolge un ruolo fondamentale nel
procedimento penale, l’articolo 6 § 3 a) riconosce all’imputato il diritto
di essere informato non solo del motivo dell’accusa, ossia dei fatti
materiali che gli vengono attribuiti e sui quali si basa l’accusa, ma
anche, e in maniera dettagliata, della qualificazione giuridica data a
tali fatti (Pélissier e Sassi c. Francia IGCI, n. 25444/94, § 51, CEDU
1999-11). La portata di questa disposizione deve essere valutata in
particolare alla luce del più generale diritto a un processo equo
sancito dal paragrafo 1 dell’articolo 6 della Convenzione. In materia
penale, una informazione precisa e completa delle accuse a carico di
un imputato, e dunque la qualificazione giuridica che la giurisdizione
potrebbe considerare nei suoi confronti, è una condizione
fondamentale dell’equità del processo. Peraltro, le cose non

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Secondo l’interpretazione datane dalla Corte di Strasburgo, la

cambiano in materia civile, dato che la Corte ha affermato che il
giudice deve rispettare il principio del contraddittorio e dare alle parti
la possibilità di conoscere e discutere tutte le questioni fondamentali
per l’esito del procedimento, in particolare quando esso rigetta un
motivo sollevato d’ufficio (Clinique des Acacias e altri c. Francia, nn.
65399/01, 65406/01, 65405/01 e 65407/01, § 38, 13 ottobre 2005;
Prikyan e Angelova c. Bulgaria, n. 44624/98, § 52, 16 febbraio
2006). Le disposizioni dell’articolo 6 § 3 a) non impongono alcuna
forma particolare per quanto riguarda il modo in cui l’imputato deve
essere informato della natura e del motivo dell’accusa formulata nei
suoi confronti. Esiste peraltro un legame tra i commi a) e b)
dell’articolo 6 § 3, e il diritto di essere informato della natura e del
motivo dell’accusa deve essere considerato alla luce del diritto per
l’imputato di preparare la sua difesa (Pélissier e Sassi c. Francia già
cit, §§ 52-54). Se i giudici di merito dispongono, quando tale diritto è
loro riconosciuto nel diritto interno, della possibilità di riqualificare i
fatti per i quali sono stati regolarmente aditi, essi devono assicurarsi
che gli imputati abbiano avuto l’opportunità di esercitare i loro diritti di
difesa su questo punto in maniera concreta ed effettiva. Ciò implica
che essi vengano informati in tempo utile non solo del motivo
dell’accusa, cioè dei fatti materiali che vengono loro attribuiti e sui
quali si fonda l’accusa, ma anche, e in maniera dettagliata, della
qualificazione giuridica data a tali fatti».
In particolare, la Corte Edu, nella suddetta sentenza, ha
precisato che, al fine di verificare se vi sia stata o meno violazione
della Convenzione, il giudice deve procedere ad un triplice
accertamento:

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ricorso per cessazione o pone fine a una causa sulla base di un

a) deve, innanzitutto, verificare, in concreto

«se fosse

sufficientemente prevedibile per il ricorrente che l’accusa
inizialmente formulata nei suoi confronti fosse riqualificata»;
b) «la fondatezza dei mezzi di difesa che il ricorrente avrebbe
nuova accusa formulata nei suoi confronti»;
c) quali siano state «le ripercussioni della nuova accusa sulla
determinazione della pena del ricorrente».
Alla stregua dei suddetti principi, la Corte Edu, concluse che,
nel caso Drassich, vi era stata violazione dell’articolo 6 §§ 1 e 3 a) e
b) della Convenzione.
Va rilevato che, questa Corte di legittimità, ha poi precisato,
proprio a seguito del caso Drassich, che:
«In tema di correlazione tra sentenza ed accusa contestata, la
regola di sistema espressa dalla Corte europea dei diritti
dell’uomo (sentenza 11 dicembre 2007, Drassich a. Italia),
secondo cui la garanzia del contraddittorio deve essere
assicurata all’imputato anche in ordine alla diversa definizione
giuridica del fatto operata dal giudice ex officio, è conforme al
principio statuito dall’art. 111, secondo comma Cost., che
investe non soltanto la formazione della prova, ma anche ogni
questione che attiene la valutazione giuridica del fatto
commesso. Ne consegue che si impone al giudice una
interpretazione dell’art. 521 comma primo cod. proc. pen.
adeguata al “decisum” del giudice europeo e ai principi
costituzionali sopra richiamati»: Cass. 45807/2008 riv 241754;
la garanzia del contraddittorio in ordine alla diversa definizione
giuridica del fatto deve ritenersi assicurata anche quando
venga operata dal giudice di primo grado nella sentenza
pronunziata all’esito del giudizio abbreviato, in quanto con i

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potuto invocare se avesse avuto la possibilità di discutere della

motivi d’appello l’imputato è posto nelle condizioni di
interloquire sulla stessa, richiedendo una sua rivalutazione e
l’acquisizione di integrazioni probatorie utili a smentirne il

7. Resta ora da valutare se e come i suddetti principi di diritto
siano stati applicati al concreto caso di specie.
L’osservazione preliminare dalla quale occorre partire è che
l’imputato chiese che il processo si celebrasse con rito abbreviato
incondizionato, non avendo richiesto l’ammissione di alcun mezzo di
prova.
L’imputato chiese, quindi, di accedere ad un rito a “prova
contratta” accettando che la sua vicenda processuale fosse definita
alla stregua degli atti di indagine già acquisiti e rinunciando a
chiedere ulteriori mezzi di prova, così consentendo di attribuire agli
elementi raccolti nel corso delle indagini preliminari quel valore
probatorio di cui essi sono normalmente sprovvisti nel giudizio che si
svolge, invece, nelle forme ordinarie del dibattimento.
Ora, fermo restando che va confermato l’indirizzo
giurisprudenziale secondo il quale è possibile riqualificare il fatto da
furto a ricettazione, quello che va verificato è se il diritto di difesa e
del contraddittorio, nel caso di specie, sia o no stato violato.
L’esame, come stabilito dalla Corte Edu, deve svolgersi sotto
un triplice profilo:
a) se, in concreto, fosse sufficientemente prevedibile per il
ricorrente che l’accusa inizialmente formulata nei suoi confronti
potesse essere riqualificata;
b) quali mezzi di difesa che l’imputato avrebbe potuto invocare
se avesse avuto la possibilità di discutere della nuova accusa
formulata nei suoi confronti;

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fondamento: Cass. 10093/2012 Rv. 251961

e) quali siano state le ripercussioni della nuova accusa sulla
determinazione della pena.
Al punto sub a), nonostante il contrario avviso dei giudici di
merito, deve darsi risposta negativa.
d’imputazione nel quale, anche per come era stato formulato, è
problematico ipotizzare che potesse in sé comprendere la diversa
ipotesi della ricettazione.
La Corte territoriale sostiene che l’imputato ebbe modo di
difendersi e trae questa conclusione da quanto scritto dalla P.G.
nella notizia di reato.
In realtà, se è vero che, nel giudizio abbreviato, possono
essere utilizzate anche le dichiarazioni “spontanee” rese
dall’imputato, è anche vero che tale particolare principio va filtrato
alla luce della regola di cui all’art. 521 cod. proc. pen.
Nel caso di specie, infatti, l’imputato era stato messo
conoscenza che era indagato di furto (e non di ricettazione), sicchè
si limitò a negare l’addebito.
La Corte sostiene che tale circostanza sarebbe già di per sé
idonea a far ritenere che l’imputato introdusse nella dialettica
processuale, l’eventualità che il fatto (furto) potesse essere
diversamente qualificato in ricettazione.
Sennonché, deve ribattersi che la suddetta circostanza è del
tutto neutra ai fini della qualificazione giuridica, essendosi l’imputato
limitato ad esercitare il suo diritto primario di difesa che non può che
esprimersi nel negare ogni responsabilità: negare l’addebito di furto
non significa, di per sé, ammettere o introdurre nella dialettica
processuale, la diversa e più grave ipotesi di ricettazione.
La Corte, ha, poi, sostenuto che «la qualificazione ha costituito
oggetto di dibattito nel giudizio di merito ed è stata presa in

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L’imputato fu tratto a giudizio con uno specifico e puntuale capo

considerazione, avendo l’imputato sostenuto di avere acquistato la
betoniera da persona di cui non ha voluto o saputo indicare il
nominativo, sulla base di un annuncio pubblicato sul giornale “li
Baratto”»
giustamente, ha obiettato che non si trattava di un vero e proprio
esame nè di un’affermazione effettuata nella pienezza del
contraddittorio, ma di un’affermazione riportata dalla P.G. nella
Comunicazione della Notizia di Reato datata 18/11/2005 dalla cui
lettura non si capisce quando, come e in che contesto quelle
dichiarazioni furono rese: ben altro valore, invece, avrebbero avuto
dichiarazioni rese ratione cognita.
E che quelle dichiarazioni non avessero una particolare valenza
autoaccusatoria, lo si desume dal fatto che lo stesso P.M., all’esito
del giudizio, e nonostante l’integrazione probatoria disposta dal
giudice ex officio, non ritenne di mutare la qualificazione giuridica,
avendo insistito per la condanna dell’imputato per il reato di furto.
Si può, quindi, affermare che, nel caso di specie, non era
prevedibile per il ricorrente, anche all’esito del processo, che
l’accusa di furto, inizialmente formulata nei suoi confronti, potesse
essere riqualificata in quella di ricettazione.
Quanto al punto sub b) – ossia quali mezzi di difesa l’imputato
avrebbe potuto invocare in grado di appello – va premesso che,
come si è detto, il Mereu aveva chiesto di accedere al rito abbreviato
incondizionato.
In relazione a tale forma di giudizio, questa Corte di legittimità
ha costantemente enunciato i seguenti principi:
– la celebrazione del rito abbreviato, se non impedisce al
giudice di appello di esercitare i suoi poteri d’ufficio di
integrazione probatoria, esclude che esista un diritto

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Ma, sul punto, è difficile dare torto al ricorrente che,

dell’imputato giudicato con rito abbreviato alla richiesta di
rinnovazione del dibattimento ed un obbligo per il giudice di
motivare la reiezione della richiesta di rinnovare il
dibattimento. Infatti, con la richiesta di essere giudicato alla
ulteriori prove, tranne quelle alla cui acquisizione,
eventualmente, il giudizio abbreviato era stato subordinato:
Cass. 3609/2011 Rv. 249161; Cass. 15296/2004 Rv. 228535;
Cass. 15573/2005 Rv. 233956;
– il mancato esercizio da parte del giudice d’appello dei poteri
officiosi di rinnovazione dell’istruttoria, sollecitato a norma
dell’art. 603, comma terzo, cod. proc. pen., dall’imputato che
abbia optato per il giudizio abbreviato “senza integrazione
probatoria”, non costituisce un vizio deducibile mediante
ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606, comma primo,
lett. d), cod. proc. pen.: Cass. 7485/2008 Rv. 242905; Cass.
25659/2009 Rv. 244163.
Ciò, quindi, sta a significare che l’imputato non solo non aveva
alcuna possibilità di dedurre (nuove) prove a suo discarico nel
giudizio di appello ma non avrebbe avuto, in caso di diniego da parte
del giudice di appello, neppure la possibilità di censurare la
decisione in sede di legittimità: invero, una cosa è dedurre prove,
altra cosa è potersi limitare a sollecitare il giudice di appello ad
assumerle d’ufficio e non avere neppure la possibilità di censurare la
decisione eventualmente negativa.
E’ del tutto irrilevante, poi, che, nel caso in esame, l’imputato
non abbia dedotto alcuna prova perché ciò che rileva è che la
rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in appello nel rito
abbreviato incondizionato rappresenta, in virtù del descritto
meccanismo processuale, di per sé, una evidentissima

16

stato degli atti l’imputato ha rinunziato all’acquisizione di

compressione del diritto di difesa tale da frustrare, in pratica, ogni
diritto di difesa nell’ipotesi in cui venga mutata, ex officio, la
qualificazione giuridica del fatto.
Infine, quanto al punto sub c) — ossia se e quali siano state le
appena il caso di rilevare che il reato di furto è meno grave della
ricettazione, tant’è che, a fronte di una richiesta di condanna da
parte del P.M. di mesi due ed € 50,00 di multa, l’imputato si è
ritrovato condannato ad una pena di mesi dieci, giorni venti di
reclusione ed € 90,00 di multa.
8. In conclusione, entrambe le sentenze vanno annullate e gli atti
trasmessi al P.M. presso il Tribunale di Lanusei alla stregua del
seguente principio di diritto: «Deve ritenersi violato il principio del
giusto processo, sotto il profilo del diritto alla difesa e del
contraddittorio, ove, all’esito del giudizio abbreviato incondizionato,
l’originaria imputazione di furto venga riqualificata in ricettazione se,
in concreto, per l’imputato non fosse sufficientemente prevedibile
che l’accusa inizialmente formulata nei suoi confronti potesse essere
riqualificata e, quindi, non sia stato messo in concreto nella
possibilità di difendersi. Le generiche affermazioni dell’imputato
riportate nella comunicazione di notizia di reato redatta dalla Polizia
Giudiziaria, non possono – nel giudizio abbreviato incondizionato essere valorizzate ai danni dell’imputato in relazione al diverso e più
grave reato di ricettazione, ove, sulle medesime, non sia stata
attivata alcuna forma di contraddittorio»
P.Q.M.
ANNULLA
La sentenza impugnata e quella di primo grado e

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ripercussioni della nuova accusa sulla determinazione della pena — è

DISPONE
trasmettersi gli atti al Procuratore della Repubblica presso il

Tribunale di Lanusei

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