Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1616 del 20/11/2012


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 1616 Anno 2013
Presidente: SIOTTO MARIA CRISTINA
Relatore: CAVALLO ALDO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
1) GENTILE TOMMASO N. IL 28/02/1958
avverso l’ordinanza n. 5294/2010 TRIB. SORVEGLIANZA di ROMA,
del 25/11/2011
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. ALDO CAVALLO;

Data Udienza: 20/11/2012

Ritenuto in fatto
1. Con l’ordinanza Indicata in epigrafe, il Tribunale di Sorveglianza di Roma,
rigettava il reclamo proposto da Gentile Tommaso avverso il Decreto del Ministro
della Giustizia, con il quale, ex art. 41 bis, comma 2, ord. pen. come modificato
dalla legge 15 luglio 2009 n. 94, era stata disposta la sospensione nei suoi
confronti di alcune regole di trattamento previste dalla legge 354/1975.
In motivazione il Tribunale osservava che tale provvedimento doveva ritenersi

del reclamante, quale desumibile, tra gli altri elementi, anche dai titoli di
detenzione (sentenza non definitiva del GIP del Tribunale di Catanzaro, in data
19 maggio 2009, che nell’ambito del procedimento “Nepetia” aveva inflitto al
predetto la pena, di anni venti di reclusione siccome colpevole di gravi delitti di
criminalità organizzata (associazione per delinquere di tipo mafioso, associazione
per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti; concorso in
estorsioni; ordinanza di custodia cautelare in data 9 settembre 2008, per
concorso in estorsione e violazione della legge sulle armi).
1.1. In particolare dagli elementi acquisiti nel corso dell’istruttoria del
procedimento (informativa della DDA di Catanzaro; decreti di applicazione di
misura di prevenzione) emergeva il ruolo apicale storicamente ricoperto dal
reclamante nell’ambito dell’associazione mafiosa di appartenenza (‘ndrangheta)
ancora attiva sul territorio di Amantea e zone limitrofe, e coinvolto nella
commissione di gravi ed allarmanti delitti. Pertanto, secondo il Tribunale, le varie
limitazioni imposte con il decreto dovevano considerarsi pienamente legittime, in
quanto, in regime ordinario di detenzione, il reclamante sarebbe stato in grado di
mantenere contatti con l’associazione criminale, e che mancavano elementi
(scioglimento del gruppo criminale o dissociazione del detenuto dal clan), dai
quali si potesse desumere che fosse venuta meno la capacità del detenuto di
mantenere tali contatti con l’associazione, dovendo al riguardo distinguersi tra
l’attualità del collegamento con l’organizzazione esterna (inteso come assoluta
disponibilità ed incondizionata dedizione verso la stessa) con l’attualità dei
concreti contatti (vere e proprie comunicazioni con l’esterno, dirette o indirette).
2. Avverso la predetta ordinanza ha proposto ricorso il difensore del reclamante,
il quale ne ha chiesto l’annullamento per violazione di legge (art. 41 bis ord.
pen.) e vizio di motivazione, manifestamente illogica, deducendo, in particolare,
sintetizzando argomentazioni assai diffuse, che la elevata pericolosità del
ricorrente era stata desunta solo dai precedenti giudiziari, risalenti nel tempo e

pienamente legittimo, tenuto conto della elevata ed attuale pericolosità sociale

comunque non definitivi, laddove non erano stati indicati elementi attuali dai
quali si potesse fondatamente desumere la capacità del detenuto di mantenere
collegamenti con l’asserita associazione criminosa dl appartenenza, di cui è stata
affermata la persistente vitalità senza indicare alcun concreto elemento
dimostrativo, senza considerare, dl contro, la lunga detenzione del ricorrente e la
regolarità della sua condotta intramuraria.

Considerato in diritto

1. L’impugnazione è inammissibile, perché basata su motivi non consentiti dalla
legge nel giudizio di legittimità e comunque manifestamente infondati, in quanto
diretti alla rivalutazione di circostanze di fatto già correttamente esaminate
nell’ordinanza impugnata.
Va premesso che la Corte Costituzionale – prima con la sentenza n. 349/93 e poi
con le successive sentenze nn. 351/1996 e 376/1997 – ha affermato il principio
che l’Autorità amministrativa da un lato non può disporre trattamenti contrari al
senso di umanità e al diritto di difesa o imporre trattamenti che prevedano forme
di violenza fisica e morale nei confronti del detenuto, e dall’altro deve dare conto
dei motivi della deroga alle regole ordinarie di trattamento da porsi in stretta
correlazione alle esigenze di ordine e di sicurezza pubblica poste a base della
situazione di emergenza prevista dalla legge, con l’ulteriore precisazione che
l’esercizio del potere ministeriale incontra un limite nella disposizione di «misure
che per il loro contenuto non siano riconducibili alla concreta esigenza di tutelare
l’ordine e la sicurezza o siano palesemente inidonee o incongrue rispetto alle
esigenze di ordine e di sicurezza che motivano il provvedimento».
Orbene, nel caso di specie, il giudizio espresso dal Tribunale in ordine alla
qualificata ed attuale pericolosità del detenuto ed alla sua attuale capacità di
mantenere contatti con l’associazione criminale dl appartenenza, è stato
ancorato a specifici elementi risultanti dagli atti (precedenti penali – informative
recenti di organi di polizia, ordinanze cautelar’ ecc.), la cui valutazione si sottrae,
con tutta evidenza, al sindacato di legittimità, specie ove si consideri che la
sospensione delle regole di trattamento penitenziario nei confronti di detenuti
imputati o condannati per reati tassativamente indicati dalla legge (art. 41 bis
legge 26 luglio 1975 n. 354) si applica anche ai detenuti in stato di custodia
cautelare, non richiedendo la legge la definitività della condanna (In termini, Sez.
1, n. 37038 del 23/04/2004 – deo. 21/09/2004, Virga, Rv. 230807).
Né può ritenersi fondata la censura relativa al fatto che la capacità di mantenere
i collegamenti con l’associazione di appartenenza è stata affermata dal Tribunale
2

senza l’indicazione di specifici elementi. Infatti il Tribunale, con motivazione
immune da vizi logici, ha valorizzato elementi particolarmente significativi, quali
il ruolo rilevante ricoperto da anni dal ricorrente nell’associazione criminale,
l’attuale operatività sul territorio dell’associazione criminale di appartenenza, la
mancanza di elementi sintomatici della rescissione del vincolo associativo. Ne
consegue che – poiché il giudizio è stato ancorato ad elementi specifici, dai quali
emerge con tutta evidenza la corrispondenza dell’atto alla sua funzione legale correttamente il Tribunale ha ritenuto la piena legittimità del decreto ministeriale

Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e – non ricorrendo ipotesi di
esonero – al versamento di una somma alla cassa delle ammende, congruamente
determinabile in C 1000,00.
P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di C 1000,00 alla cassa delle
ammende
Così deciso in Roma, il 20 novembre 2012.

con tutte le limitazioni ‘vi previste.

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