Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16117 del 15/02/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 16117 Anno 2018
Presidente: PICCIALLI PATRIZIA
Relatore: RANALDI ALESSANDRO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
AURINO RAFFAELE N. IL 27/06/1949
avverso l’ordinanza n. 173/2015 CORTE APPELLO di NAPOLI, del
10/11/2016
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. ALESSANDRO
RANALDI;
lette/ttrrtite le conclusioni del PG Dott. (d

UdittiliferrgÓrAI V.;

Data Udienza: 15/02/2018

RITENUTO IN FATTO

1.

La Corte di appello di Napoli, quale giudice della riparazione, con

l’ordinanza impugnata ha respinto la domanda con la quale Raffaele Aurino ha
chiesto la riparazione per la custodia cautelare subita perché ritenuto
gravemente indiziato, quale titolare della casa farmaceutica Depofarma, dei
delitti di associazione finalizzata alla commissione di plurimi reati di falso e truffa
ai danni del servizio sanitario nazionale con il sistema delle false prescrizioni,

dal Tribunale con decisione divenuta irrevocabile il 30.6.2014.
La Corte di merito ha ritenuto la grave colpa ostativa del ricorrente in
considerazione del contenuto intercettato di una conversazione telefonica
intercorsa fra l’Aurino ed uno dei coimputati (Lombardi), dalla quale ha desunto
che costui fosse a conoscenza della esistenza di un sistema illecito e della
possibilità che dalle stesse intercettazioni ne venisse in qualche modo disvelato il
suo coinvolgimento.

2. Avverso la suddetta ordinanza, tramite il difensore di fiducia, propone
ricorso per cassazione l’interessato, denunciando violazione di legge e vizio di
motivazione in relazione all’art. 314 cod. proc. pen.
Deduce che l’interpretazione della telefonata da parte della Corte di merito,
nel senso che da siffatta conversazione sarebbe desumibile che “I’Aurino era ben

consapevole che la farmacista Mamm ero, una delle principali farmacie della zona
che si riforniva di farmaci della Depofarma, cliente del Lombardi, avesse adottato
un comportamento illecito nell’esercizio della sua attività professionale”,
costituisce un autentico stravolgimento dei fatti di causa, smentito sia dalla
sentenza di assoluzione piena in sede di cognizione, sia dalla requisitoria scritta
del PM e dagli stessi interrogatori resi dall’Aurino, che va ben oltre il pur
riconosciuto potere di rivalutazione dei fatti da parte del giudice dell’indennizzo.
Rileva che la sentenza di assoluzione aveva statuito che i contatti telefonici
intrattenuti tra il Lombardi ed i titolari delle case farmaceutiche Depofarma e
Caber, “non avevano evidenziato alcun elemento di rilievo tale da intravedere un

collegamento ai fini della commissione di illeciti; oggetto delle conversazioni,
invero numerose, era sempre la quantità di farmaci da ordinare in numero
adeguato alle richieste della zona (…) ed il problema dei tempi di pagamento
degli ordini fatti” (pag. 11 della sentenza).
Deduce che dal tenore della conversazione telefonica evidenziata dai giudici
di merito non è dato rinvenire alcun elemento di “cripticità”, di “linguaggio
cifrato” o di “volontà di nascondere o essere connivente passivo” che dovrebbero

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procedimento penale dal quale è stato poi definitivamente assolto in primo grado

caratterizzare la invocata colpa ostativa secondo gli insegnamenti della Suprema
Corte. Trattasi di linguaggio che offre una pluralità di interpretazioni plausibili tra
cui quella dell’estraneità dell’indagato ai fatti di reato. Espone inoltre che il
ricorrente, in sede di interrogatorio di garanzia, chiarì punto per punto al GIP
tutte le telefonate, compresa quella individuata dalla Corte di appello come
ostativa all’indennizzo.
Sul piano motivazionale il ricorrente lamenta che il provvedimento
impugnato si fonda sull’incredibile equivoco di aver confuso con le motivazioni

allegata per iscritto per comodità del Tribunale nelle richieste delle parti, e mai
richiamata nemmeno incidentalmente nella parte motiva della sentenza.
Denuncia che la motivazione dell’ordinanza cade in una serie di fraintendimenti
che ne inficiano la validità sia sotto il profilo della logicità e coerenza sia sotto il
profilo del divieto di affermare come ostative circostanze esplicitamente escluse
nella sentenza di assoluzione.

3. Il Procuratore Generale con requisitoria scritta ha chiesto il rigetto del
ricorso.

4. Si è costituito il Ministero dell’Economia e delle Finanze concludendo per
l’inammissibilità e, in subordine, per il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato e meritevole di accoglimento.

2. In linea generale, si deve osservare che il dolo o la colpa grave idonei ad
escludere l’indennizzo per ingiusta detenzione devono sostanziarsi in
comportamenti specifici che abbiano “dato causa” all’instaurazione dello stato
privativo della libertà o abbiano “concorso a darvi causa”, sicché è ineludibile
l’accertamento del rapporto causale, eziologico, tra tali condotte ed il
provvedimento restrittivo della libertà personale. Al riguardo si deve innanzitutto
rilevare che è sempre necessario che il giudice della riparazione pervenga alla
sua decisione di escludere il diritto in questione in base a dati di fatto certi, cioè
ad elementi «accertati o non negati» (Sez. U n. 43 del 13/12/1995 – dep. 1996,
Sarnataro, Rv. 203636); tale valutazione, quindi, non può essere operata sulla
scorta di dati congetturali, non definitivamente comprovati non solo nella loro
ontologica esistenza, ma anche nel rapporto eziologico tra la condotta tenuta e la
sua idoneità a porsi come elemento determinativo dello stato di privazione della

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della sentenza assolutoria le asserzioni contenute nella requisitoria del PM,

libertà, in riferimento alla fattispecie di reato per la quale il provvedimento
restrittivo venne adottato (v. anche, in motivazione, Sez. 4, n. 10684 del
26/01/2010, Morra, non mass.). E’ altrettanto evidente che giammai, in sede di
riparazione per ingiusta detenzione, potrà essere attribuita decisiva importanza,
considerandole ostative al diritto all’indennizzo, a condotte escluse o ritenute non
sufficientemente provate (in senso accusatorio) con la sentenza di assoluzione
(Sez. 4, n. 21598 del 15/4/2014, Teschio, non mass.; Sez. 4, n. 1573 del

3. Nel caso in esame, la Corte territoriale non si è attenuta a tali principi,
avendo ipotizzato una condotta colposa sinergica alla detenzione cautelare
fondata sul contenuto di una telefonata intercettata, già ritenuto irrilevante dal
giudice della cognizione per dimostrare il coinvolgimento del ricorrente nei fattireato a lui contestati, come tale inidonea ad integrare la colpa ostativa, essendo
stato accertato trattarsi di una normale telefonata intercorsa fra l’Aurino ed un
suo collaboratore (Lombardi), il cui tenore non era neanche caratterizzato da
particolare ambiguità ed il cui significato, comunque, era stato ampiamente
chiarito in sede di interrogatorio dallo stesso Aurino (nel senso che i problemi cui
si faceva riferimento nella telefonata erano da ricollegare al fatto che la farmacia
Mammero era debitrice nei confronti della azienda del richiedente di somme di
denaro consistenti, superiori a cinquantamila euro).
L’ordinanza impugnata, in definitiva, nella misura in cui pone a fondamento
della propria decisione elementi fattuali il cui significato risulta già chiarito ed
escluso, in chiave accusatoria, nella sentenza assolutoria, si appalesa
manifestamente illogica e giuridicamente viziata, e deve essere pertanto
annullata, con rinvio per nuovo esame alla Corte d’Appello di Napoli, cui
demanda anche la liquidazione delle spese tra le parti per questo giudizio di
legittimità.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame alla Corte di appello
di Napoli, cui demanda altresì la liquidazione delle spese tra le parti per questo
giudizio di legittimità.
Così deciso il 15 febbraio 2018

Il Consigliere estensore

Il Presidente

18/12/1993 – dep. 1994, Tinacci, Rv. 198491).

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