Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 16032 del 15/02/2018


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 16032 Anno 2018
Presidente: ANDREAZZA GASTONE
Relatore: DI STASI ANTONELLA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
TOVATI LOFTI, nato in Tunisia il 20/01/1968
GASSOUMI TAHER, nato in Tunisia il 17/06/1984
BADASSOU KOKOUVI KPEGE, nato in Togo il 05/05/1972
CHIHI AMMAR, nato in Tunisia il 16/05/1980

avverso la sentenza del 20/03/2017 della Corte di appello di Firenze

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott.ssa Antonella Di Stasi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale dott.
Fulvio Baldi, che ha concluso per l’inammissibilità.

Data Udienza: 15/02/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza in data 19.7.2016 il Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Arezzo, a seguito di giudizio abbreviato, dichiarava gli attuali ricorrenti
TOVATI LOFTI, GASSOUMI TAHER, CHIHI AMMAR e BADASSOU KOKOUVI KPEGE
(unitamente ai coindagati Doza Hakim, Masadek Hamdi e Aamdi Mourad)
responsabili dei reati di cui agli artt. 73 d.P.R. n. 309/1990 loro contestati,

comma 5, d.P.R. n. 309/1990, e li condannava, i primi tre, alla pena di anni sei di
reclusione ed euro 30.000,00 di multa ed il quarto alla pena di anni due mesi otto
di reclusione ed euro 8.000,00 di multa.
Il Tribunale fondava l’affermazione di responsabilità sulle risultanze
dell’attività investigativa svolta dal Nucleo Operativo dei Carabinieri di Arezzo
(intercettazioni telefoniche, tabulati telefonici, servizi di osservazione,
pedinamento e controlli compiuti dalla polizia giudiziaria, sequestro di varie dosi
di sostanza stupefacente; dichiarazioni rese da singoli acquirenti), attività che
aveva preso avvio, nel luglio 2014, a seguito della morte per overdose di Paoloni
Daniele; le indagini effettuate ed in particolare i controlli operati sull’utenza
telefonica del Paoloni rivelavano una intensa attività di spaccio di sostanza
stupefacente del tipo eroina e cocaina in Arezzo, nella quale erano coinvolti gli
attuali ricorrenti (unitamente ad altri coindagati); in particolare il Tovati, che
rivestiva una posizione centrale nell’attività illecita, si riforniva di sostanza
stupefacente in Castelvolturno, ove, talvolta assieme al Gassoumi acquistava
stupefacenti dal Badassou, che poi trasportava ad Arezzo (capo a, e, f,); il Tovati
ed il Gassoumi, poi, in concorso tra loro e anche individualmente, ponevano in
essere numerose cessioni di sostanze stupefacenti pesanti nel periodo tra il 1 ed
il 12 agosto 2014 (capo b); dopo l’arresto del Tovati, il Gassoumi assumeva una
posizione di spicco ed effettuava plurimi viaggi in Castelvolturno per rifornirsi dal
Badassou di sostanza stupefacente del tipo eroina e cocaina che spacciava una
volta rientrato ad Arezzo nel periodo agosto/settembre 2017 (capo c, e, g);
poneva, altresì, in essere numerose cessioni di stupefacente, in concorso con altra
coindagata, tra il 6 e l’8 settembre (capo d); il Badassou rispondeva, quindi, delle
plurime cessioni di stupefacente effettuate in Castelvolturno in favore del Tovati e
del Gassoumi nel periodo dal maggio all’agosto 2014 (capi a,e,f,g).
Con sentenza del 20.3.2017, la Corte di appello di Firenze, a seguito di appello
del Procuratore della Repubblica e degli imputati, in parziale riforma della predetta
sentenza riqualificava il fatto contestato a BADASSOU KOKOUVI KPEGE ai sensi

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riqualificati i fatti per il solo BADASSOU KOKOUVI KPEGE ai sensi dell’art. 73,

dell’art. 73, comma 1 d.P.R. n. 309/1990 e rideterminava nei suoi confronti la
pena in anni sei di reclusione ed euro 30.000,00 di multa, confermando nel resto.

2. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione TOVATI
LOFTI, GASSOUMI TAHER, CHIHI AMMAR e BADASSOU KOKOUVI KPEGE,
chiedendone l’annullamento ed articolando i motivi di seguito enunciati nei limiti
strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 comma 1,
disp. att. cod. proc. pen.

deducendo: con il primo motivo violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione all’art. 73, comma 1, d.P.R. n. 309/1990, con il secondo motivo
violazione dell’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309/1990 e con il terzo motivo vizio di
motivazione in relazione al mancato riconoscimento della fattispecie di cui al quinto
comma dell’ad, 73, comma 5, d.P.R. n. 309/1990.
Argomenta che i Giudici di appello escludevano la configurabilità dell’ipotesi
di reato del fatto di lieve entità senza tener conto dei rilievi mossi con i motivi di
appello e dando rilievo ostativo al solo dato ponderale della sostanza stupefacente
detenuta non solo con riferimento alla condotta contestata al capo B) ma
erroneamente anche a quella contestata al capo A) per la quale il ricorrente era
stato giudicato separatamente; non erano state considerate, inoltre, le altre
modalità della condotta dimostrative della minima offensività del fatto contestato.
In data 31.1.2018 è stata depositata memoria ex art. 585, comma 4,
cod.proc.pen. nella quale vengono ribaditi ed ulteriormente argomentati i motivi
già proposti.
GASSOUMI TAHER, personalmente, articola tre motivi di ricorso.
Con il primo motivo deduce violazione di legge in relazione all’art. 73, comma
5, d.P.R. n. 309/1990, lamentando che la sentenza impugnata valorizzava, quale
elemento ostativo alla configurabilità della predetta ipotesi delittuosa, il solo dato
ponderale della sostanza stupefacente detenuta, peraltro irrisorio, mentre una
valutazione globale del fatto avrebbe consentito di applicare al caso in esame la
norma in questione.
Con il secondo motivo deduce inosservanza di norme processuali, lamentando
che l’affermazione di responsabilità si fondava solo su telefonate intercettate, dal
contenuto criptico e prive di riscontri, che costituivano un solo indizio non
sufficiente alla formazione della prova logica.
Con il terzo motivo deduce vizio di motivazione, lamentando che la sentenza
impugnata escludeva la configurabilità dell’ipotesi di cui all’art. 73, comma 5.
D.P.R. solo in forza della presunta quantità dello stupefacente.
BADASSOU KOKOUVI KPEGE, personalmente, articola sei motivi di ricorso.

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TOVATI LOFTI, a mezzo del difensore di fiducia, articola tre motivi di ricorso,

Con il primo motivo deduce inosservanza ed erronea applicazione di legge in
relazione all’art. 443, comma 3, cod.pen., argomentando che l’appello proposto
dal Pm nei suoi confronti era inammissibile perchè relativo a sentenza di condanna
che non aveva modificato il titolo del reato.
Con il secondo motivo deduce vizio di motivazione in relazione
all’identificazione del ricorrente quale interlocutore delle telefonate intercettate,
lamentando sul punto omessa motivazione da parte dei Giudici di merito.
Con il terzo motivo deduce violazione di legge in relazione all’art. 530, comma

genericità dei capi di imputazione avrebbe dovuto condurre ad una sentenza di
assoluzione e non ad una condanna ad una pena applicata in continuazione.
Con il quarto motivo deduce violazione di legge e correlato vizio di
motivazione in relazione all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309/1990, lamentando
che la sola contestazione di cui al capo a) era precisa ma in ordine alla stessa la
Corte territoriale non aveva chiarito i termini della responsabilità né il tipo di
sostanza ed il relativo principio attivo che sarebbero stati elementi ostativi al
riconoscimento del fatto di lieve entità.
Con il quinto motivo deduce erronea applicazione dell’art. 73 d.P.R. n.
309/1990, dovendo trovare applicazione nel caso di specie la disciplina stabilita
per le droghe leggere.
Con il sesto motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione all’art. 62 bis cod.pen., lamentando la mancata considerazione dello
stato di incensuratezza e delle condizioni di salute del ricorrente.
CHINI AMMAR, personalmente, articola un unico motivo di ricorso con il quale
deduce difetto di motivazione in ordine al mancato inquadramento della condotta
nella fattispecie di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309/1990, argomentando
che la Corte territoriale, nonostante specifico motivo di appello, non aveva
considerato che l’attività posta in essere era un’attività di piccolo spaccio su strada
avente ad oggetto modesti quantitativi di sostanza stupefacente ed attuata con
mezzi rudimentali; inoltre, secondo i recenti arresti di legittimità, la natura non
occasionale ma quantitativa dell’attività di cessione non costituisce elemento
ostativo alla configurabilità del fatto di lieve entità laddove, come nella specie
ricorrano, le predette caratteristiche dell’azione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Va esaminato, preliminarmente, il primo motivo di ricorso articolato da
BADASSOU KOKOUVI KPEGE con il quale si deduce inosservanza ed erronea
applicazione di legge in relazione all’art. 443, comma 3, cod.pen..
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2, d.P.R. n. 309/1990 e correlato vizio di motivazione, argomentando che la

Il motivo è infondato.
L’art. 443 comma 3 cod.proc.pen. inibisce espressamente al pubblico
ministero di proporre appello contro le sentenze di condanna, salvo che si tratti di
sentenza che modifichi il titolo del reato. Nella specie, si vede proprio nell’ipotesi
residuale in cui il pubblico ministero conserva il potere di impugnazione contro la
sentenza di condanna in sede di abbreviato e, cioè, in fattispecie di sentenza di
condanna che ha modificato il titolo del reato.
Giova ricordare in merito che è stato affermato che, in tema di giudizio

abbia modificato il titolo del reato può avere ad oggetto qualsiasi statuizione
adottata e non deve essere necessariamente limitato al ripristino dell’originaria,
più grave, ipotesi contestata, ma può riguardare anche motivi ulteriori, quali, ad
es., quelli relativi al ripristino di circostanze aggravanti e all’aumento della pena
(Sez.4, n.48825 del 25/10/2016, Rv.268217;Sez. 6, n. 6274 del 17/11/2010,
dep.21/02/2011, Rv. 249462).
2. Vanno, poi, trattati, congiuntamente il secondo motivo del ricorso di
GASSOUMI TAHER, ed il secondo motivo di ricorso BADASSOU KOKOUVI KPEGE,
in quanto entrambi afferenti al valore probatorio delle intercettazioni telefoniche.
I motivi sono infondati.
Va ricordato che la consolidata giurisprudenza di questa Corte ha chiarito (cfr.
Sez.5, n.48286 del 12/07/2016, Rv.268414; Sez.4, n.31260 del 04/12/2012,
dep.22/07/2013, Rv.256739;Sez. 2, n. 4976 del 12/01/2012, Soriano, Rv.
251812; Sez.4, n.35860 del 28/09/2006, Rv.235020;Sez. 5, n. 13614 del
19/01/2001, Primerano, Rv. 218392), che le dichiarazioni captate nel corso di
attività di intercettazione (regolarmente autorizzata), con le quali un soggetto
accusa se stesso e/o altri della commissione di reati hanno integrale valenza
probatoria e non necessitano, quindi, di ulteriori elementi di corroborazione ai
sensi dell’art. 192, comma 3, cod. proc. pen.
Ed è stata ritenuta manifestamente infondata la questione di legittimità
costituzionale degli artt. 192, 195, 526 e 271 cod. proc. pen., per contrasto con
gli artt. 3, 24 e 111 Cost. e l’art. 6 CEDU, nella parte in cui tali norme non
prevedono che le indicazioni di reità e correità, rese nell’ambito di conversazioni
intercettate, debbano essere corroborate da altri elementi di prova che ne
confermino l’attendibilità, come avviene per le chiamate in reità o correità rese
dinanzi all’autorità giudiziaria o alla polizia giudiziaria, e nella parte in cui non
prevedono l’inutilizzabilità di tali dichiarazioni qualora il soggetto, indicato quale
fonte informativa nella conversazione intercettata, si avvalga poi della facoltà di
non rispondere (Sez.6, n.25806 del 20/02/2014, Rv.259673, che ha escluso la
possibilità di equiparare il chiamante in reità o correità – ovvero un soggetto che,

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abbreviato, l’appello proponibile dal P.M. avverso la sentenza di condanna che

nel rendere dichiarazioni accusatorie nel corso di un interrogatorio, può essere
mosso da intenti calunniatori od opportunistici – al conversante, il quale è animato
dalla volontà di scambiare liberamente opinioni con il proprio interlocutore salvo
che non risulti accertata l’intenzione dei loquenti, nella consapevolezza
dell’intercettazione in corso, di far conoscere all’autorità giudiziaria informazioni
finalizzate ad accusare taluno di un reato).
La Corte territoriale ha, adeguatamente e con argomentazioni logiche,
illustrato le ragioni giustificative della valutazione relativa al contenuto delle

intercettazione, muovendo dalla combinazione di una serie di dati univocamente
ritenuti indicativi in tal senso (servizi di osservazione, pedinamento e controlli
compiuti dalla polizia giudiziaria, dichiarazioni rese da singoli acquirenti e
riconoscimenti fotografici).
Le censure relative all’interpretazione del contenuto delle intercettazioni si
traducono in mere questioni di fatto, rimesse all’apprezzamento del giudice di
merito e, come tali, estranee al sindacato proprio del giudizio di legittimità se come nella fattispecie è accaduto(pagg 7 e 12 della sentenza impugnata)- la
valutazione risulta logicamente condotta in rapporto alle massime di esperienza
ivi utilizzate (Sez. U, n. 22471 del 26/02/2015 Rv.263715; Sez. 6, n. 46301 del
30/10/2013, Rv. 258164; Sez. 6, n. 17619 del 08/01/2008, Rv. 239724).
3. Vanno, quindi, esaminati i motivi di ricorso proposti da TOVATI LOFTI (in
ricorso e nella memoria depositata), il primo ed il terzo motivo del ricorso di
GASSOUMI TAHER, il quarto motivo di ricorso di BADASSOU KOKOUVI KPEGE ed
il motivo di ricorso di CHIHI AMMAR, tutti afferenti alla mancata configurazione
della fattispecie delittuosa di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R n. 309/1990.
I motivi sono infondati.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, la fattispecie di cui al D.P.R. n.
309 del 1990, art. 73, comma 5, può essere riconosciuta solo nell’ipotesi di minima
offensività penale della condotta, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo,
sia detgli altri parametri espressamente richiamati dalla disposizione (mezzi,
modalità, circostanze dell’azione)con la conseguenza che, ove venga a mancare
anche uno solo degli indici previsti dalla legge, diviene irrilevante l’eventuale
presenza degli altri e deve escludersi l’applicazione dell’ipotesi lieve e con la
precisazione che la questione dell’applicabilità o meno della norma suddetta deve
trovare soluzione caso per caso, tenuto conto di volta in volta di tutte le specifiche
e concrete circostanze.

sez. un., 24 giugno 2010, n 35737,

(ex plurimis,

Rv.247911; Sez.4, n.6732 del 22/12/2011, dep.20/02/2012, Rv.251942; Sez.3,
n. 23945 del 29/04/2015, Rv.263651, Sez.3, n.32695 del 27/03/2015,Rv.264490;
Sez.3, n.32695 del 27/03/2015, Rv.264491).
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intercettazioni ed alla identificazione degli imputati nelle conversazioni oggetto di

Ove, però, la quantità della sostanza stupefacente sia considerevole, il dato
ponderale può essere legittimamente reputato sintomo sicuro di una notevole
potenzialità offensiva del fatto e di diffusibilità dell’attività di spaccio e, perciò,
sufficiente a negare l’attenuante della lieve entità del fatto, senza necessità che il
giudice prenda espressamente in esame gli altri parametri normativi (Sez.6,
n.21962 del 02/04/2003, Rv.225414; Sez.4, n.34331 del 03/06/2009,
Rv.245199; Sez. 4, n. 22643 del 21/05/2008, Rv. 240854; Sez. 6, n. 39931 del
16/10/2008, Rv. 242247, Sez. 1, n. 4875 del 19/12/2012, dep. 31/01/2013, Rv.

Ed è stato affermato che, in tema di detenzione illecita di sostanze
stupefacenti, qualora il dato ponderale sia, in sé, compatibile tanto con le
previsioni di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 quanto con
quella autonoma, “lieve”, di cui al comma quinto del medesimo articolo, il giudice
deve in motivazione specificare quali altri elementi consentano di qualificare il fatto
nell’una o nell’altra ipotesi di reato (Sez.6, n.45694 del 28/09/2016, Rv.268293).
La Corte di merito ha escluso la configurabilità del “fatto lieve” rimarcando,
innanzitutto, con riferimento al reato contestato al capo a), che il solo dato della
quantità (30,5 grammi di cocaina) era già di per sé indicativo di una notevole
potenzialità offensiva del fatto e di diffusibilità dell’attività di spaccio, rendendo
superfluo l’esame gli altri parametri normativi di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R.
n. 309/1990.
La Corte territoriale ha, quindi, rimarcato, con riferimento a tutti i reati
contestati, che assumevaejrilievo ostativo, non solo il dato ponderale ma
soprattutto le modalità delle condotte, le quali denotavano lo svolgimento in
maniera stabile ed organizzata dell’attività di spaccio nonché la diffusività della
stessa in un ampio ambito territoriale, in quanto diretta ad un’ampia rete di
consumatori; emergeva, altresì, la disponibilità da parte degli imputato di cospicue
risorse finanziarie che consentivano un rifornimento stabile attraverso l’utilizzo di
canali consolidati negli ambienti dediti allo smercio

di

sostanze stupefacenti anche

in Regioni diverse da quelle di abituale attività.
Sulla base di tali considerazioni e stato, quindi, ritenuto che le condotte non
consentivano di ritenere minima l’offesa al bene giuridico protetto dalla norma,
che si connette al rischio di diffusività delle sostanze stupefacenti, non potendosi
configurare, quindi, l’ipotesi di “piccolo spaccio”.
Le argomentazioni sono congrue e non manifestamente illogiche e, pertanto,
si sottraggono al sindacato di legittimità.
La decisione, inoltre, è conforme ai principi affermati da questa Corte in
subiecta materia: è stato, infatti, osservato che la fattispecie autonoma di cui al
comma quinto dell’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990 è configurabile nelle ipotesi
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254194; Sez 6,n.41090 del 18/07/2013, Rv.256609).

di cosiddetto piccolo spaccio, che si caratterizza per una complessiva minore
portata dell’attività dello spacciatore e dei suoi eventuali complici, con una ridotta
circolazione di merce e di denaro nonché di guadagni limitati e che ricomprende
anche la detenzione di una provvista per la vendita che, comunque, non sia
superiore – tenendo conto del valore e della tipologia della sostanza stupefacente
– a dosi conteggiate a “decine”. (Sez. 6, n. 15642 del 27/01/2015 – dep.
15/04/2015, Driouech, Rv. 263068); ed stato ritenuto legittimo il mancato
riconoscimento della lieve entità qualora la singola cessione di una quantità

ampia e comprovata capacità dell’autore di diffondere in modo non episodico, nè
occasionale, sostanza stupefacente, non potendo la valutazione della offensività
della condotta essere ancorata al solo dato statico della quantità volta per volta
ceduta, ma dovendo essere frutto di un giudizio più ampio che coinvolga ogni
aspetto del fatto nella sua dimensione oggettiva (Sez.3, n.6871 del 08/07/2016,
dep.14/02/2017,Rv.269149; Sez.4, n.40720 del 26/04/2017, Rv.270767).
4. Restano da esaminare i motivi terzo, quinto e sesto del ricorso di
BADASSOU KOKOUVI KPEGE.
4.1. Il terzo motivo articolato da BADASSOU KOKOUVI KPEGE è infondato.
Il rispetto della regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio deve, come noto,
guidare il giudice nel processo di ricerca della verità e nella affermazione della
colpevolezza che va fatta solo quando questa sia accertabile in termini di certezza.
La regola di giudizio predetta contenuta nell’art. 533 c.p.p., comma 1 come
modificato dalla L. n. 46 del 2006, art. 5 impone, infatti, al giudice il ricorso “ad
un metodo dialettico di verifica dell’ipotesi accusatoria secondo il criterio del
dubbio, con la conseguenza che il giudicante deve effettuare detta verifica in
maniera da scongiurare la sussistenza di dubbi interni (ovvero la
autocontraddittorietà o la sua incapacità esplicativa) o esterni alla stessa (ovvero
l’esistenza di una ipotesi alternativa dotata di razionalità e plausibilità pratica)” (in
termini Sez. 1 24.10.2011 n. 41110, P.G. in proc. Javad, Rv. 251507). Tale
principio, però, non ha affatto innovato la natura del sindacato della Corte di
Cassazione sulla motivazione della sentenza e non può, quindi, “essere utilizzato
per valorizzare e rendere decisiva la duplicità di ricostruzioni alternative del
medesimo fatto, eventualmente emerse in sede di merito e segnalate dalla difesa,
una volta che tale duplicità sia stata oggetto di attenta disamina da parte del
giudice dell’appello” (Sez.1, n.41110 del 24/10/2011, Rv.251507).
La condanna al là di ogni ragionevole dubbio comporta, infatti, in caso di
prospettazione di un’alternativa ricostruzione dei fatti, che siano individuati gli
elementi di conferma dell’ipotesi ricostruttiva accolta, “in modo da far risultare la
non razionalità del dubbio derivante dalla stessa ipotesi alternativa, non potendo
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modica, o non accertata, di droga costituisca manifestazione effettiva di una più

detto dubbio fondarsi su un’ipotesi del tutto congetturale, seppure plausibile”.
(Sez. 4 17.6.2011 n. 30862, Giulianelli e altri, Rv. 250903). In altri termini, si
richiede che il dato probatorio acquisito lasci fuori soltanto eventualità remote, pur
astrattamente formulabili e prospettabili come possibili “in rerum natura” ma la
cui effettiva realizzazione, nella fattispecie concreta, sia esclusa in assenza di
riscontri pur minimi nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell’ordine
naturale delle cose e della normale razionalità umana (così Sez. 1 3.3.2010 n.
17921, Giampà, Rv. 247449).

frutto di una valutazione approfondita che ha tenuto conto di tutti i dati probatori
acquisiti e sulla base della quale è stato espresso un giudizio di certezza in termini
incontestabili.
4.2. Il quinto motivo di ricorso articolato da BADASSOU KOKOUVI KPEGE è
inammissibile.
Il motivo prospetta deduzioni del tutto generiche, che non si confrontano
specificamente con le argomentazioni svolte (p. 8 e 9) nella sentenza impugnata
(confronto doveroso per l’ammissibilità dell’impugnazione, ex art. 581 c.p.p.,
perché la sua funzione tipica è quella della critica argomentata avverso il
provvedimento oggetto di ricorso: Sez. 6, sent. 20377 dell’11.3- 14.5.2009 e
Sez.6, sent. 22445 dell’8 – 28.5.2009).
La mancanza di specificità del motivo, invero, dev’essere apprezzata non solo
per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di
correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a
fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del
giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, a mente
dell’art. 591 comma 1 lett. c), all’inammissibilità del ricorso (Sez. 4, 29/03/2000,
n. 5191, Barone, Rv. 216473; Sez. 1, 30/09/2004, n. 39598, Burzotta, Rv.
230634; Sez. 4, 03/07/2007, n. 34270, Scicchitano, Rv. 236945; Sez. 3,
06/07/2007, n. 35492, Tasca, Rv. 237596).
Trova dunque applicazione il principio, già affermato da questa Corte, secondo
cui, in tema di inammissibilità del ricorso per cassazione, i motivi devono ritenersi
generici non solo quando risultano intrinsecamente indeterminati, ma altresì
quando difettino della necessaria correlazione con le ragioni poste a fondamento
del provvedimento impugnato (Sez.2, n.19951 del 15/05/2008, Rv.240109;Sez.
5, n. 28011 del 15/02/2013, Rv. 255568; Sez.2, n.11951 del 29/01/2014,
Rv.259425).
4.3. Il sesto motivo di ricorso articolato da BADASSOU KOKOUVI KPEGE è
infondato.

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Nel caso di specie le affermazioni contenute nella sentenza impugnata sono

Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, l’applicazione delle
circostanze attenuanti generiche è oggetto di un giudizio di fatto e non costituisce
un diritto conseguente all’assenza di elementi negativi connotanti la personalità
del soggetto, ma richiede elementi di segno positivo, dalla cui assenza
legittimamente deriva il diniego di concessione delle circostanze in parola;
l’obbligo di analitica motivazione in materia di circostanze attenuanti generiche
qualifica, infatti, la decisione circa la sussistenza delle condizioni per concederle e
non anche la decisione opposta (Sez.1, n. 3529 del 22/09/1993, Rv. 195339;

Squillace ed altro, Rv. 245241; Sez.3,n. 44071 del 25/09/2014, Rv.260610).
Va, quindi, ribadito il principio secondo cui l’obbligo di analitica motivazione
in materia di circostanze attenuanti generiche qualifica la decisione circa la
sussistenza delle condizioni per concederle e non anche la decisione opposta (così
sez. 2, n. 38383 del 10.7.2009, Squillace ed altro, Rv. 245241).
Ne consegue che è assolutamente sufficiente che il giudice, soprattutto dopo
la specifica modifica dell’art. 62 bis cod.pen. operata con il D.L. 23 maggio 2008,
n. 2002 convertito con modif. dalla L. 24 luglio 2008, n. 125 che ha sancito essere
l’incensuratezza dell’imputato non più idonea da sola a giustificarne la
concessione, si limiti a dar conto, come nel caso in esame, di avere ritenuto
l’assenza di elementi o circostanze positive a tale fine (Sez.3, n.44071 del
25/09/2014, Rv.260610; Sez. 1,n.39566 del 16/02/2017, Rv.270986).
5. I ricorsi vanno, quindi, rigettati ed i ricorrenti condannati al pagamento
delle spese processuali, in base al disposto dell’art. 616 cod.proc.pen..

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 15/02/2018

Sez.6, n.42688 del 24/09/2008, Rv.242419; sez. 2, n. 38383 del 10.7.2009,

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