Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1602 del 04/12/2015


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 1602 Anno 2016
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: SABEONE GERARDO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
RUSSO STEFANO N. IL 02/10/1968
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avverso DefeliftaRAer n. 29872014 CORTE DI CASSAZIONE di
ROMA, del 07/10/2014
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. GERARDO SABEONE ;

Data Udienza: 04/12/2015

RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza n. 50719 del 7 ottobre 2014 (depositata il successivo 3
dicembre) la Prima Sezione Penale di questa Suprema Corte ha dichiarato

del 17 settembre 2013 (depositata il 13 giugno 2014) della Quinta Sezione
Penale della medesima Corte di Cassazione che aveva, a sua volta, dichiarato
inammissibile il ricorso del Russo avverso la sentenza 12 aprile 2010 della Corte
di Appello di Napoli con la quale il Russo era stato condannato alla pena di anni
quattro di reclusione per il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso
(articolo 416 bis cod.pen.).
2. Avverso tale decisione ha proposto ricorso straordinario il condannato
Russo, a mezzo del proprio difensore munito di procura speciale, per un unico
articolato motivo, ex articolo 625 bis cod.proc.pen., costituito dalla” violazione di
legge e difetto di motivazione in relazione agli articoli 624 bis e ss. c.p.p.
Mancata valutazione dell’errore di fatto relativo alla nullità della sentenza di
merito per mancata effettuazione del contraddittorio di tutte le fasi del processo,
e, segnatamente, di quella relativa all’udienza celebratasi innanzi alla Corte di
Appello di Napoli in data 29/9/2005 all’esito della quale veniva disposto il rinvio a
giudizio dell’imputato in relazione al delitto di cui all’art. 416 c.p.”.
In sostanza si evidenziava un preteso errore di fatto relativo alla ritenuta
intempestività di un’eccezione di mancato avviso per la celebrazione del giudizio
di appello, così come affermata dalla prima decisione di questa Corte, Sezione
Quinta n. 25417/14 e di poi ribadita nella pronuncia testè impugnata della Prima
Sezione n. 50719/14.
3.

Risulta, infine, pervenuta memoria manoscritta del condannato,

indirizzata al Primo Presidente della Corte di Cassazione e per conoscenza al
Procuratore Generale della Corte di Cassazione e al Presidente della Settima
Sezione Penale, che nel ripercorrere la storia del processo in suo danno
conclude per una “rivisitazione degli atti”.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.

inammissibile il ricorso proposto da Russo Stefano avverso la sentenza n. 25417

2. Il motivo unico del ricorso evidenzia l’opinione defensionale che la
Prima Sezione di questa Corte abbia compiuto, nell’impugnata decisione, un
errore di fatto, nascente dal non aver considerato, traendone le dovute
conseguenze, la violazione del principio del contraddittorio a cagione del
mancato avviso all’imputato della celebrazione di un’udienza presso la Corte
territoriale.

di errore di fatto che diffusamente sostiene il ricorso, che storia, ratio e lettera
dell’articolo 625 bis cod.proc.pen., introdotto dalla Legge 26 marzo 2001, n. 128,
articolo 6, comma 6 su chiara sollecitazione della Corte Costituzionale (v.
Sentenza n. 395 del 13 luglio 2000) e sul modello di quanto era avvenuto in
relazione all’articolo 395, quarto comma cod.proc.civ., (v. Sentenza n. 17 del 30
gennaio 1986, cui seguiva l’introduzione dell’articolo 391 bis cod.proc.civ., v.
Sentenza n. 36 del 31 gennaio 1991), hanno contribuito alla formazione di
canoni interpretativi divenuti, nonostante la relativamente recente istituzione
della norma, principi consolidati (v. a partire da Cass. Sez. Un. 27 marzo 2002 n.
16103 fino, di recente, a Sez. I 15 aprile 2009 n. 17362), anche per via della
sostanziale adesione ad essi di larga parte della dottrina e della speculare
elaborazione già formatasi, appunto, sull’articolo 395, quinto comma
cod.proc.civ..
In ogni caso, rimane fermo il rilievo che la regola dell’intangibilità dei
provvedimenti della Corte di Cassazione, pur avendo perduto il carattere di
assolutezza per effetto appunto dell’articolo 625 bis cod.proc.pen. in materia
penale e di quello, analogo, della revocazione per la materia civile, resta a
cardine del sistema delle impugnazioni e della formazione del giudicato nonché
del sistema stesso processuale e sta alla base del principio che le disposizioni
regolatrici del ricorso straordinario non possono trovare applicazione oltre i casi
in esse considerati, in forza del divieto sancito dall’articolo 14 delle Preleggi,
costituendo appunto deroga all’intangibilità del giudicato.
Natura eccezionale del rimedio e lettera della disposizione che lo istituisce
non consentono di sindacare a mezzo di ricorso straordinario altro (asserito)
errore di fatto che non sia quello costituito da sviste o errori di percezione nei
quali sia incorsa la Corte di Cassazione nella lettura degli atti del giudizio di
legittimità, che deve essere connotato, altresì, dall’influenza esercitata sulla
decisione (in tal senso “viziata”) dalla inesatta percezione di risultanze
processuali, il cui travisamento conduce ad una sentenza diversa da quella che

2

Giova, però, premettere in punto di diritto, per dare una risposta all’idea

sarebbe stata adottata senza l’errore e la cui ingiustizia o invalidità costituiscono
effetto di detto errore.
Di conseguenza:
a) va esclusa ogni possibilità di dedurre errori valutativi o di giudizio;
b) l’errore di fatto censurabile, secondo il dettato dell’articolo 625 bis
cod.proc.pen., deve consistere in una inesatta percezione di risultanze

terminologia dell’articolo 395 n. 4, cod.proc.civ., cui si è implicitamente rifatto il
legislatore nella introduzione dell’articolo 625 bis cod.proc.pen., nel supporre “la
esistenza di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa” ovvero nel
supporre “l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita” e purché
tale fatto non abbia rappresentato “un punto controverso sul quale la sentenza
ebbe a pronunziare”, anche implicitamente ovvero che al dibattito processuale
“appartiene per legge (questioni rilevabili d’ufficio)”;
c) l’errore di fatto deve rivestire “inderogabile carattere decisivo”;
d) deve escludersi che nell’area dell’errore di fatto denunziabile con
ricorso straordinario possano essere ricondotti gli errori percettivi non inerenti al
processo formativo della volontà del Giudice di legittimità, perché riferibili alla
decisione del Giudice di merito, dovendosi questi ultimi far valere, anche se
risoltisi in travisamento del fatto, soltanto nelle forme e nei limiti delle
impugnazioni ordinarie ovvero con la revisione.
Esulando, ancora, dall’errore di fatto ogni profilo valutativo, esso coincide
con l’errore revocatorio, secondo l’accezione che vede in esso il travisamento
degli atti nelle due forme della “invenzione” o della “omissione”, non estensibile
al travisamento delle risultanze, in cui sia in tesi incorsa la stessa Corte di
Cassazione nella lettura degli atti del suo giudizio.
Quanto, poi, all’omissione dell’esame di uno o più motivi di ricorso per
cassazione, essa, quando pure in astratto sussista, si risolve, di per sè, in un
difetto di motivazione, che, sempre in astratto, non significa affermazione nè
negazione di alcuna realtà processuale, ma semplicemente mancata risposta a
una censura.
La prevalente giurisprudenza di questa Corte e le Sezioni Unite prima
citate ammettono, peraltro, che la lacuna motivazionale possa essere ricondotta
nell’errore di fatto quando, sempre restando ai limiti prima segnati, risulti dipesa
“da una vera e propria svista materiale, ossia da una disattenzione di ordine
meramente percettivo, che abbia causato l’erronea supposizione dell’inesistenza
della censura”, ovverosia quando l’omesso esplicito esame lasci presupporre la
3

direttamente ricavabili da atti relativi al giudizio di Cassazione e, per usare la

mancata lettura del motivo di ricorso e da tale mancata lettura discenda,
secondo “un rapporto di derivazione causale necessaria”, una decisione che può
ritenersi incontrovertibilmente diversa da quella che sarebbe stata adottata a
seguito della considerazione del motivo.
In quest’ottica avvertendosi la necessità di ricordare (v. Cass. Sez. V 10
dicembre 2004 n. 11058) che il disposto dell’articolo 173 disp. att.

ricorso sono enunziati nei limiti strettamente indispensabili per la motivazione”)
non consente di presupporre che ogni argomento prospettato a sostegno delle
censure non riprodotto in ricorso sia stato non letto anziché implicitamente
ritenuto non rilevante o rigettato.
Sicché non solo non è in nessun caso deducibile, ai sensi dell’articolo 625
bis cod.proc.pen., la mancanza di espressa disamina di doglianze che non siano
decisive o che debbano considerarsi implicitamente disattese perché
incompatibili con la struttura e con l’impianto della motivazione, nonché con le
premesse essenziali, logiche e giuridiche che compendiano la ratio decidendi
della sentenza medesima, ma è onere del ricorrente dimostrare che la doglianza
non riprodotta era, contro la regola dell’articolo 173 disp. att. cod.proc.pen.,
decisiva e che il suo omesso esame dipende da sicuro errore di percezione (v.
Cass. tutte Sez. V 5 dicembre 2006 n. 4442, 20 marzo 2007 n. 20520 e 16
dicembre 2008 n. 11752).
Poiché, dunque, il ricorso straordinario ex art. 625 bis c.p.p. ha il solo
scopo di porre riparo a mere sviste o errori di percezione nei quali sia incorso il
giudice di legittimità, il rimedio in parola non può essere utilizzato per
denunciare errori di valutazione o di giudizio, in quanto, in caso contrario, esso
finirebbe col trasformarsi in un ulteriore grado di giudizio; il che, oltre a
confliggere col carattere eccezionale dell’istituto in esame e con il principio
dell’intangibilità del giudicato, si porrebbe in contrasto con il principio
costituzionale della ragionevole durata del processo (v. Cass. Sez. V 5 aprile
2005 n. 37725).
Pertanto, è da considerare inammissibile il ricorso straordinario con cui si
deduca una errata valutazione degli elementi probatori, proprio perché l’errore di
fatto preso in considerazione dall’articolo 625 bis cod.proc.pen. consiste in una
falsa percezione delle risultanze processuali in cui sia incorsa la Corte di
cassazione, con esclusione di ogni erroneo apprezzamento di esse (v. Cass. Sez.
II 23 maggio 2007 n. 23417). Devono, inoltre, ritenersi estranei all’ambito di
applicazione dell’istituto in esame gli errori di interpretazione di norme
4

cod.proc.pen., comma 1, (“nella sentenza della Corte di Cassazione i motivi di

giuridiche, sostanziali o processuali, ovvero la supposta esistenza delle norme
stesse o l’attribuzione ad esse di una inesatta portata, anche se dovuti ad
ignoranza di indirizzi giurisprudenziali consolidati.
Nel caso di specie, questa volta in punto di fatto, il ricorrente del tutto
inammissibilmente censura la valutazione in mero punto di diritto compiuta dalla
Prima Sezione di questa Corte, nell’impugnata decisione, con riferimento proprio

184 cod.proc.pen.) di quanto affermato nella sentenza della Quinta Sezione
Penale in relazione al denunciato vizio del contraddittorio.
Del pari inammissibile è il riferimento, contenuto nel ricorso, all’ulteriore
profilo d’inammissibilità rilevato dalla Prima Sezione Penale, sulla scorta della
decisione delle Sezioni Unite 27 gennaio 2004 n. 119, non avendo il ricorrente
evidenziato alcun concreto pregiudizio che gli sarebbe derivato dalla pretesa
violazione delle norme processuali.
L’affermare, come evidenziato dallo stesso ricorrente (v. pagina 4 del
ricorso), che il pregiudizio sarebbe in re ipsa, pur essendosi celebrato il processo
ed essendosi l’imputato difeso nel merito, equivale alla mancata indicazione di
pregiudizio alcuno.
4. Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile e il ricorrente
condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della
Cassa delle Ammende.

P.T.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di euro t000,00 in favore
delle Cassa delle Ammende.

Così deciso il 4 dicembre 2015.

alla ritenuta rispondenza alla normativa in tema di nullità (articoli 179, 180 e

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