Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 15943 del 13/12/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 15943 Anno 2018
Presidente: CIAMPI FRANCESCO MARIA
Relatore: CENCI DANIELE

ORDINANZA
sul ricorso proposto -da:
GABRIEL’ LUCIA nato il 08/08/1956 a TREVISO

avverso la sentenza del 02/05/2017 del TRIBUNALE di TREVISO
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere DANIELE CENCI;

Data Udienza: 13/12/2017

RITENUTO IN FATTO e CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Lucia Gabrielì ricorre tempestivamente, tramite difensore, per la cassazione della sentenza con cui le è stata applicata ai sensi degli artt. 444 e ss. cod.
proc. pen. dal Tribunale di Treviso il 2 maggio 2017 la pena concordata con il
Pubblico Ministero in relazione al reato di tentativo di furto in abitazione aggravato,
fatto commesso il 14 aprile 2017.

alle ragioni sia del mancato proscioglimento ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen.
sia della qualificazione giuridica del fatto, sia del trattamento sanzionatorio.

3. I profili dì doglianza sono inammissibili.
Va premesso che il giudice, nell’applicare la pena concordata, ha ratificato
l’accordo intervenuto tra le parti, escludendo motivatamente, sulla base degli atti,
che ricorressero i presupposti di cui all’art. 129 cod. proc. pen. per il proscioglimento dell’odierna ricorrente.
Ciò posto, la, pur sintetica, motivazione (p. 3 della sentenza), avuto riguardo
alla – consapevole e volontaria – rinunzia alla contestazione delle prove dei fatti
costituenti oggetto dì imputazione implicita nella domanda di patteggìamento,
nonché alla speciale natura dell’accertamento devoluto al giudice del merito in
sede di applicazione della pena su richiesta delle parti che ne consegue, appare
pienamente adeguata ai parametri indicati per tale genere di decisioni dalla ormai
consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità (cfr. Sez. U, n. 20 del
27/10/1999, Fraccari, Rv. 214637; Sez. U, n. 10372 del 27/09/1995, Serafino,
Rv, 202270; Sez. U, n. 5777 del 27/03/1992, Di Benedetto, Rv. 191135).
Infatti, come la S.C. ha ripetutamente affermato (cfr., ex plurimis, Sez. U,
27/09/1995, Serafino, cit.), l’obbligo della motivazione della sentenza di applicazione concordata della pena va conformato alla particolare natura della stessa e
deve ritenersi adempiuto qualora il giudice dia atto, anche se succintamente, dì
aver proceduto alla delibazione degli elementi positivi richiesti (cioè: sussistenza
dell’accordo delle parti; corretta qualificazione giuridica del fatto; applicazione di
eventuali circostanze; giudizio di bilanciamento; congruità della pena; concedíbilítà della sospensione condizionale della pena, ove la richiesta sia ad essa subordinata) e di quelli negativi (cioè che non debba essere pronunciata sentenza di
proscioglimento ex art. 129 cod. proc. pen.).

2

2. La ricorrente denunzia violazione di legge e vizio motivazionale in relazione

Quanto all’ulteriore profilo di doglianza, con la pronuncia a Sezioni unite n.
5838 del 28/11/2013, dep. 2014, Citarella e altri, Rv. 257824, si è, ancora una
volta, ribadito che la censura relativa alla determinazione della pena concordata stimata corretta dal Giudice di merito – non può essere dedotta in sede di legittimità al di fuori dell’ipotesi di determinazione di una pena contra legem: ipotesi
che, di certo, non ricorre nel caso di specie.
L’imputato, infatti, non può prospettare con il ricorso censure che coinvolgono
il patto dal medesimo accettato, a meno che la pena determinata non sia stata

B., Rv. 262943).
Nel caso in esame, l’accordo tra le parti si è formato su di una proposta di
pena, contenuta nella cornice edittale, e su tale accordo è intervenuta congrua
delibazione giudiziale: resta, così, preclusa ogni successiva doglianza al riguardo
da parte dell’imputata quanto al trattamento sanzionatorio.

4. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen.,
non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa dì inammissibilità (Corte Costituzionale, sentenza n. 186 del 13 giugno 2000), alla condanna
della ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al
pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso il 13/12/2017.

quantificata in modo illegittimo (cfr., ex plunmis, Sez. 5, n. 13589 del 19/02/2015,

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